domenica 29 marzo 2015

La bibliografia delle edizioni di Machiavelli

Piero Innocenti e Marielisa Rossi: Bibliografia delle edizioni di Niccolò Machiavelli: 1506-1914. I. 1506-1604. Istorico, comico e tragico, Manziana (Roma), Vecchiarelli editore, pagg. 462 con cd allegato di indici e documentazione fotografica, € 70,00.


Repèrtori Machiavelli in tutte le edizioni

di Giancarlo Petrella Il Sole 29.3.15

La tradizione a stampa di Machiavelli, e di conseguenza anche la nuovissima bibliografia allestita dopo anni di meticolosa indagine da Piero Innocenti e Marielisa Rossi, inizia con l’affaire, tutt’altro che piacevole, della contraffazione all’edizione fiorentina del Decennale . Ne veniamo a conoscenza dalla missiva a Machiavelli di Agostino Vespucci, in data 14 marzo 1506: «trovando io et con fatica che uno Andrea da Pistoia havea facto ristampare el vostro compendio, cursim et properanter andai ad el luogo ubi imprimebantur … non vi starò a dire la ribalda cosa che le sono: al tutto alla giuntesca … lettera caduca, scorrecta in più luoghi». Andrea Ghirlandi e Antonio Tubini avevano dunque dato impunemente alle stampe un’edizione pirata, pessima per qualità e scorrettissima nel testo, che venne prontamente sequestrata. Cosa rimane dell’esordio di Machiavelli a stampa? Della princeps autentica (riconoscibile per l’ultima pagina bianca e un breve titolo alla prima) un unico esemplare finito alla Houghton Library di Harvard. Della contraffazione, forzatamente corretta dopo gli accordi, due esemplari alla British Library e alla Pierpont Morgan di New York.
Dopo questi fatti passarono una dozzina d’anni prima che Machiavelli conoscesse ancora l’onore della stampa: l’Arte della guerra per gli eredi di Filippo Giunta a Firenze nel 1521 e un paio di edizioni sine notis, ma forse anteriori, della Mandragola. Tutto ciò mentre è ancora in vita. Solo dopo la morte dalla cerchia degli amici e dei parenti filtrano le più impegnative opere politiche, così che in poco più di un anno, tra il 1531 e il 1532, il Machiavelli maggiore può dirsi tutto a stampa. A Roma Antonio Blado, ottenuto un privilegio da Clemente VII (con curioso voltafaccia nel 1559 la Chiesa non esiterà invece a mettere l’autore all’Indice), brucia sul tempo i fiorentini e licenzia nel 1531 i Discorsi. Poi, in rapida successione, le Historie e a gennaio del 1532 addirittura Il principe, che a Firenze Bernardo Giunta può immettere sul mercato solo a maggio, con qualche mese di ritardo rispetto alla concorrenza.
A partire dal 1559 la circolazione, subisce, se non una netta cesura, quantomeno un rallentamento, complice l’inclusione di Machiavelli fra gli autori di prima classe nel severissimo Indice di Paolo IV, come bene ricorda Paolo Procaccioli nel primo dei saggi introduttivi. «Qui sono state vietate e proibite a vendersi tutte le opere del nostro Machiavello e voglion fare una scomunica a chi le tiene in casa, ma sino a qui nessun libraio ne può più vendere sotto gravi pene» scrive in proposito da Venezia Giovambattista Busini nel 1561. Ci avrebbe pensato il mercato clandestino ad aprire una breccia nelle rigide maglie dei controlli, rifornendo i librai italiani di edizioni stampate Oltralpe. È in questo contesto che matura il progetto dell’inglese John Wolfe (su cui il saggio di Alessandra Petrina) che negli anni Ottanta organizzò la fragorosa beffa di stampare per i suoi torchi londinesi tutto Machiavelli coll’espediente dei falsi dati tipografici «Palermo appresso gli heredi d’Antoniello degli Antonielli».

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