I cospirazionisti contrattaccano: la Cia sperimentava un raggio trasportatore [SGA].
Bella scoperta La Piramide di Cheope: ecco le carteEccezionale
ritrovamento della Missione francese sulla costa di Suez: una caverna
restituisce papiri che raccontano il colossale cantiere attraverso date,
organizzazione del lavoro e trasporto dei materiali
di Paolo Matthiae Il Sole 29.3.15
È stato il più gigantesco cantiere architettonico di tutti i tempi per
l’intera durata dell’Antichità e del Medioevo, fino agli albori dell’Età
moderna. Considerata in età ellenistica una delle sette meraviglie del
mondo, la Piramide di Cheope, eretta negli anni attorno al 2600 a.C.,
impegnò migliaia di operai e artigiani di altissima specializzazione. È
probabile che il suo architetto sia stato il principe Hemiunu, figlio
del vizir Nefermaat e della sua sposa Itet e nipote di Snofru, fondatore
della IV Dinastia, vizir anch’egli e «sovrintendente dei lavori del
re», che fu sepolto in una delle tombe a mastaba localizzata su uno dei
lati del gigantesco sepolcro di Cheope. La sua immagine ci è conservata
in un’impressionante scultura del Pelizaeus Museum di Hildesheim.
Inattese testimonianze sulla complessa organizzazione dei lavori che
permisero la realizzazione della straordinaria ultima dimora del faraone
che una tradizione assai antica, ancora viva all’inizio del III secolo
a.C (quando il sacerdote Manetone scrisse per i nuovi signori
dell’Egitto di stirpe macedone dopo la conquista di Alessandro)
dipingeva come un inflessibile tiranno, vengono dalle scoperte recenti
di una Missione archeologica francese dell’Università di Paris-Sorbonne e
dell’Institut Français d’Archéologie Orientale, guidata da Pierre
Tallet, allo Wadi el-Jarf sulla costa occidentale del Golfo di Suez.
In questa località sono venute alla luce installazioni marittime, che
sono state definite a ragione le più antiche del mondo, databili tra la
fine della III e gli inizi della IV Dinastia del regno faraonico: un
molo composto di due segmenti ortogonali lunghi 160 e 120 metri,
proteggeva un bacino d’ancoraggio di più di due ettari di superficie
dove sono ancora più di una ventina di ancore disperse sul fondo del
mare. A circa 200 metri di distanza sono state identificate cellette
disposte a pettine in due campi, dove sono state trovate un centinaio di
ancore in calcare, alcune iscritte in caratteri geroglifici corsivi con
i nomi di battelli o di equipaggi. A una distanza di circa 6 chilometri
sono stati identificati i resti di accampamenti faraonici con serie di
gallerie scavate nella roccia che dovevano servire per custodire
materiali appartenuti a equipaggi di piccole imbarcazioni dei primi
decenni dell’antico Regno.
All’ingresso di una di queste gallerie, bloccate da grossi massi
squadrati che dovevano sigillare questi apprestamenti quando furono
abbandonati, sono stati trovati un’ampia serie di resti di papiri nei
quali compare ripetutamente il nome di Cheope. In una cinquantina di
frammenti di papiro, che costituiscono la più antica documentazione
papirologica finora scoperta in Egitto, si trovano inattese informazioni
sui lavori preparatori della costruzione della Grande Piramide,
risultanti da due serie distinte di documenti, che possono essere
definiti, da un lato, contabilità e, dall’altro, veri e propri giornali
di bordo.
Uno dei documenti contiene una data che corrisponde al 26° o 27° anno di
regno di Cheope, mentre i testi fanno riferimento alle equipe impegnate
nella costruzione dell’immenso sepolcro, che raccoglievano un migliaio
di lavoratori e che erano suddivise in manipoli, detti “tribù”, di 200
operai, di cui sono riportati i nomi: la «Grande», l’«Asiatica», la
«Prospera», la «Piccola». Una perfetta macchina organizzativa era
prevista: nei documenti sono registrati, per ciascun manipolo,
l’ammontare della dotazione prevista, quello di quanto realmente
consegnato e, infine, il residuo presente nell’accampamento, mentre tra
le registrazioni appaiono i nomi dei nòmoi, le provincie dell’antico
Egitto, con quanto avevano versato in granaglie per il mantenimento dei
lavoratori.
Per quanto concerne, invece, i giornali di bordo, questi, in maniera del
tutto inaspettata, fanno riferimento proprio al trasporto per via
fluviale verso Giza delle gigantesche lastre della pregiata pietra di
Turah che venne utilizzata per il rivestimento della Grande Piramide, il
cui nome antico era «Orizzonte di Cheope»: i papiri citano il transito
delle pietre verso la «Porta dello Stagno di Cheope», che doveva essere
la sede del distretto amministrativo creato per il coordinamento dei
lavori di realizzazione del gigantesco progetto.
Erodoto, più di 2000 anni dopo la costruzione, afferma che per la
costruzione della Grande Piramide lavorarono 100mila uomini per 20 anni.
Nelle ricostruzioni moderne si ritiene verosimile che furono in realtà
impiegati tra 20mila e 30mila uomini divisi in gruppi di 2mila
lavoratori per l’estrazione, il trasporto e la messa in opera di blocchi
di pietra del peso, solo in media, di circa 2 tonnellate e mezza.
Le recenti straordinarie scoperte della Missione francese permettono
oggi di controllare queste teorie, per verificare le quali nella stessa
Giza negli anni passati fu costruita una piccola piramide moderna
chiamata la piramide «Nova» secondo le tipiche e suggestive procedure
dell’archeologia sperimentale.
Ma nessuno poteva immaginare che stupefacenti documentazioni epigrafiche
contemporanee del grande faraone potessero confermare gli audaci
calcoli degli egittologi di oggi.
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