sabato 21 marzo 2015

Le lettere anticomuniste di Salvemini dall'America


Gaetano Salvemini: Lettere americane. 1933-1948, a cura di Renato Camurri, Donzelli, Roma, pagg. 672, € 35,00

Risvolto

Frutto di un pluriennale lavoro di ricerca in vari archivi americani e italiani, questa raccolta di lettere inedite, curata da Renato Camurri, copre un arco cronologico corrispondente al periodo dell'esilio americano di Gaetano Salvemini. Docente all'Università di Harvard dal 1934 al 1948, per la fama di cui godeva già prima di arrivare nel prestigioso ateneo di Cambridge e per l'impegno profuso attraverso la collaborazione a giornali, riviste italiane e americane e la pubblicazione di numerosi libri, Salvemini costituì un punto di riferimento fondamentale all'interno della comunità composta dagli intellettuali europei impegnati nella comune battaglia contro i totalitarismi e nel dibattito sulla crisi e il futuro della democrazia. Contrariamente, infatti, a una vecchia e superata immagine trasmessaci da alcuni biografi, il Salvemini che emerge da queste lettere non è l'eremita chiuso nel suo studio della Widener Library di Harvard. Il suo profilo è piuttosto quello di un intellettuale pienamente inserito nella vita accademica e scientifica americana, al centro di una vasta rete di relazioni sociali e culturali, un refugee capace di interpretare la traumatica esperienza dell'esilio come occasione per ritrovare una nuova vitalità umana e scientifica.

Gaetano Salvemini La ragioni della libertà
Le lettere dagli Usa del grande politico condensano il suo pensiero di denuncia di ogni illiberalismo

di Gaetano Pecora Il Sole Domenica 15.3.15
È stato scritto (Voltaire l’ha scritto) che il segreto per annoiare è di voler dire tutto. Noi non diremo “tutto” di queste Lettere americane che Renato Camurri ha curato e quasi ha coccolato con calore di sentimento e grande industria di dettagli. E anzi, sorvolandole a quota altissima, punteremo diritti sulla loro prima virtù. La quale si annuncia così, con la fresca confidenza delle cose immediate: nella corrispondenza di Salvemini è tale la varietà degli interlocutori; è tanta l’abbondanza dei temi affrontati; è tale e tanta la curiosità della vita, che anche nei momenti più difficili, anche nelle situazioni più crude, anche allora Salvemini non fu mai così calato nella sua pena da chiudersi in rassegnato isolamento. Sicché basta toccarlo anche solo con mano lieve questo libro, ed ecco che cede di schianto il rugginoso stereotipo dell’esule trasportato dagli eventi in un mondo alieno, che non capisce e dal quale non è capito; duro e refrattario, dunque, a ogni sollecitazione esterna che possa smuoverlo dal blocco dei convincimenti acquisiti nella vita precedente e nei quali lui, l’esule piegato dolorosamente su se stesso, si è come murato dentro, quasi con una certa dispettosa voluttà di sapersi spiacente a Dio e ai contemporanei suoi.
Intendiamoci: Salvemini fu personalità intagliata in un legno duro, per cui non bisogna esagerare troppo con i ripensamenti del periodo americano. Alcune idee, quella per esempio sulla necessità delle aristocrazie ­­­­- certo non ereditarie, certo rinnovate dal basso, ma sempre e comunque aristocrazie - alcune idee, dicevamo, gli ricantavano dentro già da tempo, e già da tempo Salvemini era entrato in un’altra aria dove respirava aperto il magistero degli elitisti (che perciò non è conquista dell’esilio). Discorrere di un Salvemini europeo e di un Salvemini americano, dunque, si può. Anzi si deve. A condizione però di precisare che la riga del limite è tenue e che peraltro Salvemini stesso ne disperdeva volentieri la traccia quando, anche a distanza di decenni, gli capitava di rilanciare motivi antichi dai quali, in fondo, non si era mai completamente distratto. Così è per la convinzione - sbagliatissima, un vero e proprio sbrego nella tessitura logica dei suoi ragionamenti - secondo cui la democrazia politica può riuscire compatibile con qualunque organizzazione economica, compresa quella collettivistica: idea, questa, che doveva essersi rappresa a qualche fibra segreta della sua sensibilità e che Salvemini non smise mai di sollecitare, né prima, né durante, né dopo gli anni americani. L’uomo era fatto così: duro, roccioso, difficile a spiantare dagli iniziali acquisti teorici. Ma Salvemini era anche l’uomo dalla conversazione aperta, che non si negava a nessuno, ma proprio a nessuno, convinto come egli era che anche nei pensieri storti, che anche nelle idee confuse, anche lì si potesse sempre setacciare una pagliuzza d’oro. E tutto ciò, chi aveva il fiuto delle cose vive, lo capì subito. Intanto lo capirono gli studenti di Harvard che uscivano deliziati dal brio, e talvolta dal brio indiavolato delle sue lezioni. Lo capirono poi gli esuli che gli si strinsero dintorno come per riflettersi nello specchio limpido della sua coscienza (e proprio ad alcuni di essi saranno dedicati i prossimi volumi di questa serie «Italiani dall’esilio»: La Piana, Chiaromonte, Borgese, Modigliani). E infine, nei circoli americani, la fama di Salvemini volò alta tra storici, politologi, giudici della Corte Suprema, giornalisti... Quali e quanti, dunque. Altro che isolamento e gemiti da sperduto nella notte! Appena accomodato sulla cattedra di “Storia della civiltà italiana” (era il 1934), Harvard - che nelle originarie intenzioni di Salvemini doveva essere il geloso tetto di uno soltanto - diventò così l’aperta casa di tanti, dove si andava e veniva, chi per sollecitare un giudizio, chi per denunciare un’ingiustizia e chi semplicemente per mettere in moto, attraverso la sferzata del contraddittorio con Salvemini, la macchina dei propri pensieri e ritrovare lì, svelte e pulite, tutte le ragioni che militano a favore della libertà. Queste ragioni Salvemini le andava esponendo di continuo, sempre rapide, sempre chiare e dirette. Come quando, per esempio, afferrato che ebbe il flagello della denuncia contro i comunisti (ma il ragionamento tirava dentro i suoi ingranaggi anche clericali e fascisti), egli scrisse così: «Noi non invidiamo ai comunisti una dottrina in forza della quale essi trattano gli altri esseri umani come le società protettrici degli animali trattano i cavalli e i cani. Noi chiamiamo gli uomini ad essere uomini. Non ci attribuiamo il diritto di misurar loro, nella nostra insindacabile saggezza, la loro razione di pane promettendo di renderla più abbondante. Diciamo loro che la loro razione di pane debbono conquistarsela da sé, giorno per giorno, e che tanta ne conquisteranno quanto saranno capaci di conquistarne». Bello, non è vero? Sicuro: è bello. Bello di una bellezza che non cura lenocini di forma e che proprio perciò trova ancora più veloce la via del cuore. E badi, il lettore: ragionamenti così, che restano giovani e verdi anche a distanza di anni, si rincorrono a dieci doppi nelle Lettere americane. E allora: perché non raccomandarle queste lettere proprio come un tesoro di pensiero vivo?

Le lezioni americane di Gaetano Salvemini
Pubblicate le lettere del grande intellettuale antifascista in esilio La lotta contro Mussolini, l’avversione per comunisti e socialistidi Massimo L. Salvadori Repubblica 25.4.15
NEL 1925 Gaetano Salvemini espatriò dall’Italia, dove sarebbe tornato solo nel 1949. Dopo aver fatto la spola tra Londra, Parigi e gli Stati Uniti, approdò in questi ultimi nel 1934. Quando lasciò l’Italia, era da tempo emerso quale uno dei maggiori intellettuali italiani: non solo grande storico, anche personalità politica di primo piano. Mentre Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe erano diventati apologeti del regime fascista, Benedetto Croce veniva lasciato sostanzialmente tranquillo e Luigi Einaudi continuava a fare il professore, Salvemini, privato della cittadinanza italiana, colpito dalla confisca dei propri beni, votatosi alla lotta senza quartiere contro la dittatura, nel suo esilio divenne il Mazzini del XX secolo.
Con una coraggiosa iniziativa, l’editore Donzelli ha pubblicato le sue Lettere americane 1927-1-949 ( a cura di Renato Camurri e con una presentazione di Paolo Marzotto). Camurri inquadra bene il contesto in cui Salvemini visse e operò in quegli anni, che furono per lui felici allorché poté trovare all’università di Harvard una cattedra e una splendida biblioteca che gli consentì di stendere le opere sul fascismo diventate classici della storiografia.
Salvemini era un infaticabile scrittore di lettere, dirette a una quantità di personaggi, tra i quali mi limito a menzionare Giorgio La Piana, Enzo Tagliacozzo, Max Ascoli, Lionello Venturi, Alberto Tarchiani, Giuseppe Antonio Borgese, Carlo Sforza, Leo Valiani, Niccolò Tucci. Tre gli aspetti dominanti: la calda ma anche severa umanità della persona, l’infaticabile azione per promuovere la lotta contro il fascismo, l’incessante vis polemica diretta contro le forze interne e internazionali complici del regime e, caduto questo, contro i comunisti, i clerico-moderati e le destre monarchiche e neofasciste. Si preoccupava di procurare aiuti materiali agli antifascisti esuli. Valga ricordare il caso di Emilio Lussu, che stimava enormemente anche come scrittore. Lo addolorò molto e criticò senza mezzi termini la svolta in senso socialista non esente da filo-comunismo di “Giustizia e Libertà”.
Nelle faccende italiane, era desolato dalla presa che il fascismo aveva sugli italo-americani caduti nella trappola che Mussolini avesse riportato l’Italia all’onore del mondo; dopo il luglio 1943, diresse i suoi strali verso il re-Badoglio- Croce-Sforza-Togliatti e compagnia che, manovrati soprattutto da Churchill e da Stalin, preparavano per il nostro paese un dopoguerra che smentiva le sue speranze.
In molti casi mostrò di avere la vista acuta, come quando negli anni ’30 ammonì coloro che si illudevano che il regime fosse prossimo a cadere da un momento all’altro; come quando comprese fin dal 1937 che Franco avrebbe vinto in Spagna; come quando dopo il 1945 previde che in Italia la vittoria politica sarebbe andata non ai socialcomunisti ma ai democristiani (soluzione da lui, laico inveterato, auspicata obtorto collo ). In altri casi, prese abbagli clamorosi: valga per tutti ciò che scrisse a La Piana il 7 gennaio 1932: «Anche se Hitler va al potere in Germania, che cosa vuoi che faccia, se non far baccano?».

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