Gaetano Salvemini: Lettere americane. 1933-1948, a cura di Renato Camurri, Donzelli, Roma, pagg. 672, € 35,00
Risvolto
Frutto di un pluriennale lavoro di ricerca in vari archivi americani e
italiani, questa raccolta di lettere inedite, curata da Renato Camurri,
copre un arco cronologico corrispondente al periodo dell'esilio
americano di Gaetano Salvemini. Docente all'Università di Harvard dal
1934 al 1948, per la fama di cui godeva già prima di arrivare nel
prestigioso ateneo di Cambridge e per l'impegno profuso attraverso la
collaborazione a giornali, riviste italiane e americane e la
pubblicazione di numerosi libri, Salvemini costituì un punto di
riferimento fondamentale all'interno della comunità composta dagli
intellettuali europei impegnati nella comune battaglia contro i
totalitarismi e nel dibattito sulla crisi e il futuro della democrazia.
Contrariamente, infatti, a una vecchia e superata immagine trasmessaci
da alcuni biografi, il Salvemini che emerge da queste lettere non è
l'eremita chiuso nel suo studio della Widener Library di Harvard. Il suo
profilo è piuttosto quello di un intellettuale pienamente inserito
nella vita accademica e scientifica americana, al centro di una vasta
rete di relazioni sociali e culturali, un refugee capace di interpretare
la traumatica esperienza dell'esilio come occasione per ritrovare una
nuova vitalità umana e scientifica.
Gaetano Salvemini La ragioni della libertà
Le lettere dagli Usa del grande politico condensano il suo pensiero di denuncia di ogni illiberalismo
di Gaetano Pecora Il Sole Domenica 15.3.15
È
stato scritto (Voltaire l’ha scritto) che il segreto per annoiare è di
voler dire tutto. Noi non diremo “tutto” di queste Lettere americane che
Renato Camurri ha curato e quasi ha coccolato con calore di sentimento e
grande industria di dettagli. E anzi, sorvolandole a quota altissima,
punteremo diritti sulla loro prima virtù. La quale si annuncia così, con
la fresca confidenza delle cose immediate: nella corrispondenza di
Salvemini è tale la varietà degli interlocutori; è tanta l’abbondanza
dei temi affrontati; è tale e tanta la curiosità della vita, che anche
nei momenti più difficili, anche nelle situazioni più crude, anche
allora Salvemini non fu mai così calato nella sua pena da chiudersi in
rassegnato isolamento. Sicché basta toccarlo anche solo con mano lieve
questo libro, ed ecco che cede di schianto il rugginoso stereotipo
dell’esule trasportato dagli eventi in un mondo alieno, che non capisce e
dal quale non è capito; duro e refrattario, dunque, a ogni
sollecitazione esterna che possa smuoverlo dal blocco dei convincimenti
acquisiti nella vita precedente e nei quali lui, l’esule piegato
dolorosamente su se stesso, si è come murato dentro, quasi con una certa
dispettosa voluttà di sapersi spiacente a Dio e ai contemporanei suoi.
Intendiamoci:
Salvemini fu personalità intagliata in un legno duro, per cui non
bisogna esagerare troppo con i ripensamenti del periodo americano.
Alcune idee, quella per esempio sulla necessità delle aristocrazie -
certo non ereditarie, certo rinnovate dal basso, ma sempre e comunque
aristocrazie - alcune idee, dicevamo, gli ricantavano dentro già da
tempo, e già da tempo Salvemini era entrato in un’altra aria dove
respirava aperto il magistero degli elitisti (che perciò non è conquista
dell’esilio). Discorrere di un Salvemini europeo e di un Salvemini
americano, dunque, si può. Anzi si deve. A condizione però di precisare
che la riga del limite è tenue e che peraltro Salvemini stesso ne
disperdeva volentieri la traccia quando, anche a distanza di decenni,
gli capitava di rilanciare motivi antichi dai quali, in fondo, non si
era mai completamente distratto. Così è per la convinzione -
sbagliatissima, un vero e proprio sbrego nella tessitura logica dei suoi
ragionamenti - secondo cui la democrazia politica può riuscire
compatibile con qualunque organizzazione economica, compresa quella
collettivistica: idea, questa, che doveva essersi rappresa a qualche
fibra segreta della sua sensibilità e che Salvemini non smise mai di
sollecitare, né prima, né durante, né dopo gli anni americani. L’uomo
era fatto così: duro, roccioso, difficile a spiantare dagli iniziali
acquisti teorici. Ma Salvemini era anche l’uomo dalla conversazione
aperta, che non si negava a nessuno, ma proprio a nessuno, convinto come
egli era che anche nei pensieri storti, che anche nelle idee confuse,
anche lì si potesse sempre setacciare una pagliuzza d’oro. E tutto ciò,
chi aveva il fiuto delle cose vive, lo capì subito. Intanto lo capirono
gli studenti di Harvard che uscivano deliziati dal brio, e talvolta dal
brio indiavolato delle sue lezioni. Lo capirono poi gli esuli che gli si
strinsero dintorno come per riflettersi nello specchio limpido della
sua coscienza (e proprio ad alcuni di essi saranno dedicati i prossimi
volumi di questa serie «Italiani dall’esilio»: La Piana, Chiaromonte,
Borgese, Modigliani). E infine, nei circoli americani, la fama di
Salvemini volò alta tra storici, politologi, giudici della Corte
Suprema, giornalisti... Quali e quanti, dunque. Altro che isolamento e
gemiti da sperduto nella notte! Appena accomodato sulla cattedra di
“Storia della civiltà italiana” (era il 1934), Harvard - che nelle
originarie intenzioni di Salvemini doveva essere il geloso tetto di uno
soltanto - diventò così l’aperta casa di tanti, dove si andava e veniva,
chi per sollecitare un giudizio, chi per denunciare un’ingiustizia e
chi semplicemente per mettere in moto, attraverso la sferzata del
contraddittorio con Salvemini, la macchina dei propri pensieri e
ritrovare lì, svelte e pulite, tutte le ragioni che militano a favore
della libertà. Queste ragioni Salvemini le andava esponendo di continuo,
sempre rapide, sempre chiare e dirette. Come quando, per esempio,
afferrato che ebbe il flagello della denuncia contro i comunisti (ma il
ragionamento tirava dentro i suoi ingranaggi anche clericali e
fascisti), egli scrisse così: «Noi non invidiamo ai comunisti una
dottrina in forza della quale essi trattano gli altri esseri umani come
le società protettrici degli animali trattano i cavalli e i cani. Noi
chiamiamo gli uomini ad essere uomini. Non ci attribuiamo il diritto di
misurar loro, nella nostra insindacabile saggezza, la loro razione di
pane promettendo di renderla più abbondante. Diciamo loro che la loro
razione di pane debbono conquistarsela da sé, giorno per giorno, e che
tanta ne conquisteranno quanto saranno capaci di conquistarne». Bello,
non è vero? Sicuro: è bello. Bello di una bellezza che non cura lenocini
di forma e che proprio perciò trova ancora più veloce la via del cuore.
E badi, il lettore: ragionamenti così, che restano giovani e verdi
anche a distanza di anni, si rincorrono a dieci doppi nelle Lettere
americane. E allora: perché non raccomandarle queste lettere proprio
come un tesoro di pensiero vivo?
Le lezioni americane di Gaetano Salvemini
Pubblicate
le lettere del grande intellettuale antifascista in esilio La lotta
contro Mussolini, l’avversione per comunisti e socialistidi Massimo L. Salvadori Repubblica 25.4.15
NEL 1925 Gaetano Salvemini espatriò dall’Italia, dove sarebbe tornato
solo nel 1949. Dopo aver fatto la spola tra Londra, Parigi e gli Stati
Uniti, approdò in questi ultimi nel 1934. Quando lasciò l’Italia, era da
tempo emerso quale uno dei maggiori intellettuali italiani: non solo
grande storico, anche personalità politica di primo piano. Mentre
Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe erano diventati apologeti del regime
fascista, Benedetto Croce veniva lasciato sostanzialmente tranquillo e
Luigi Einaudi continuava a fare il professore, Salvemini, privato della
cittadinanza italiana, colpito dalla confisca dei propri beni, votatosi
alla lotta senza quartiere contro la dittatura, nel suo esilio divenne
il Mazzini del XX secolo.
Con una coraggiosa iniziativa, l’editore Donzelli ha pubblicato le sue
Lettere americane 1927-1-949 ( a cura di Renato Camurri e con una
presentazione di Paolo Marzotto). Camurri inquadra bene il contesto in
cui Salvemini visse e operò in quegli anni, che furono per lui felici
allorché poté trovare all’università di Harvard una cattedra e una
splendida biblioteca che gli consentì di stendere le opere sul fascismo
diventate classici della storiografia.
Salvemini era un infaticabile scrittore di lettere, dirette a una
quantità di personaggi, tra i quali mi limito a menzionare Giorgio La
Piana, Enzo Tagliacozzo, Max Ascoli, Lionello Venturi, Alberto
Tarchiani, Giuseppe Antonio Borgese, Carlo Sforza, Leo Valiani, Niccolò
Tucci. Tre gli aspetti dominanti: la calda ma anche severa umanità della
persona, l’infaticabile azione per promuovere la lotta contro il
fascismo, l’incessante vis polemica diretta contro le forze interne e
internazionali complici del regime e, caduto questo, contro i comunisti,
i clerico-moderati e le destre monarchiche e neofasciste. Si
preoccupava di procurare aiuti materiali agli antifascisti esuli. Valga
ricordare il caso di Emilio Lussu, che stimava enormemente anche come
scrittore. Lo addolorò molto e criticò senza mezzi termini la svolta in
senso socialista non esente da filo-comunismo di “Giustizia e Libertà”.
Nelle faccende italiane, era desolato dalla presa che il fascismo aveva
sugli italo-americani caduti nella trappola che Mussolini avesse
riportato l’Italia all’onore del mondo; dopo il luglio 1943, diresse i
suoi strali verso il re-Badoglio- Croce-Sforza-Togliatti e compagnia
che, manovrati soprattutto da Churchill e da Stalin, preparavano per il
nostro paese un dopoguerra che smentiva le sue speranze.
In molti casi mostrò di avere la vista acuta, come quando negli anni ’30
ammonì coloro che si illudevano che il regime fosse prossimo a cadere
da un momento all’altro; come quando comprese fin dal 1937 che Franco
avrebbe vinto in Spagna; come quando dopo il 1945 previde che in Italia
la vittoria politica sarebbe andata non ai socialcomunisti ma ai
democristiani (soluzione da lui, laico inveterato, auspicata obtorto
collo ). In altri casi, prese abbagli clamorosi: valga per tutti ciò che
scrisse a La Piana il 7 gennaio 1932: «Anche se Hitler va al potere in
Germania, che cosa vuoi che faccia, se non far baccano?».
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