domenica 29 marzo 2015

Luciano Canfora sul mito di Pompei

Risultati immagini per luciano canforaUna città in rotta con Roma ricca d’acqua e di misteri 
Canfora Domenica 29 Marzo, 2015 LA LETTURA © RIPRODUZIONE RISERVATA

Nell’ormai lontano 2003, in un romanzo che ha avuto successo, Robert Harris — passato da Fatherland e I diari di Hitler alla storia romana — scelse di descrivere la vita di Pompei alla vigilia dell’eruzione del Vesuvio nell’agosto del 79 d.C. Il romanzo si intitola Pompei . Nell’edizione italiana (Mondadori) è stato aggiunto un sottotitolo ad effetto: Venti ore alla catastrofe , che però, quando si passa al primo capitolo, diventa Due giorni prima dell’eruzione . Il modello sottinteso, ma non ignoto agli appassionati di romanzi storici di ambientazione romana, era certamente l’ottocentesco Gli ultimi giorni di Pompei di Edward Bulwer-Lytton (1834): il romanzo-fiume che ha goduto di un ininterrotto e vasto successo (recente ristampa nella Bur nel 2010) e di quasi una decina di versioni cinematografiche (l’ultima, del 1959, fu diretta da Mario Bonnard e Sergio Leone).
Un tale prestigio si spiega con due fattori: la fine drammatica di quella città e la progressiva riscoperta di essa, grazie all’archeologia. Riscoperta che ha consentito agli storici di «vedere» una città dell’Italia romana qual era in pieno I secolo d.C., «fotografata» in un «fermo-immagine» risalente a pochi attimi prima della catastrofe. Non accade così di frequente di poter «vedere» un pezzo di passato nella sua interezza, sorpreso nella sua quotidianità. 
Questa unicità ha fatto sì che da parte di alcuni venissero considerate straordinarie peculiarità di Pompei aspetti e fenomeni che probabilmente erano comuni anche ad altre, analoghe, realtà urbane del mondo antico. Si comprende perciò come mai Pompei abbia scatenato la fantasia dei narratori e dei cineasti, oltre che dei dilettanti e dei viaggiatori europei dal Settecento in avanti. La Villa dei Misteri, i graffiti parietali dal greve erotismo, le scene che illustrano la Casa dei Vettii, le tracce goliardiche di campagne elettorali, le citazioni virgiliane anche in forma parodica («Canto i lavandai e il gufo», non arma virumque : Corpus Inscriptionum Latinarum , IV, 9131) sono tutti elementi più che sufficienti per costruire intrecci più o meno riusciti o anche, più utilmente, per ricostruire la vita quotidiana, la morale media, l’alfabetizzazione di una città campana di media grandezza nel I secolo della nostra era. 
Dalla notevole realtà (di recente restaurata e accessibile) della Villa dei Misteri scaturisce la trovata di Bulwer-Lytton di porre al centro del suo romanzo il sacerdote egizio di Iside, Arbace, protagonista negativo in lotta con il protagonista positivo Glauco, ateniese residente a Pompei, benestante e discretamente gaudente, in lotta per il possesso di una bellissima napoletana di origine greca, Jone. Arbace vuole anche iniziare il fratello di Jone, di nome Apecide, ai misteri di Iside, ma costui, alla fine, preferirà farsela con i gruppi cristiani, e sarà assassinato dall’egizio nel timore che sveli i misteri di Iside. C’è poi la «strega del Vesuvio», vecchia quasi cadaverica che fu un tempo bellissima e vive in un antro della incombente montagna insieme con una volpe e un serpente. La strega è di origine etrusca, e l’ambientazione alle pendici del Vulcano allude ovviamente alla catastrofe dell’eruzione. 
La presenza di Greci e di Etruschi non è scelta a caso perché tra VI e V secolo a.C. Etruschi e Greci rivaleggiano in Campania, forse anche a Pompei, dove infatti troviamo tracce di entrambi: ceramica greca per un verso e graffiti etruschi su alcuni ex-voto , depositati in santuari. Pompei dalla fine del V secolo passò sotto dominio sannitico, ed è inoltre da rilevare che al II secolo a.C. risalgono iscrizioni in lingua osca recanti tra l’altro la denominazione di cariche magistratuali locali quale il meddix tuticus , magistrato supremo della città. Pompei si schierò poi sempre dalla parte «sbagliata», cioè contro Roma, sia nelle guerre sannitiche (dopo le quali diventò socia Latina ), sia nella durissima e per tanti versi risolutiva «guerra sociale» (lo sappiamo dal prezioso racconto di Appiano). Silla — che nella guerra sociale fece del suo meglio — assediò ed espugnò la città nell’89 a.C. (sopravvivono ancora tracce dell’assedio) e nell’80 vi dedusse una colonia di veterani, la colonia Veneria Cornelia Pompeianorum . Solo in epoca augustea la élite locale riprese il sopravvento nella vita pubblica cittadina. 
Tacito negli Annali , all’anno 59, racconta di sanguinosi scontri dei cittadini di Pompei con la popolazione della vicina Nuceria, che portarono al divieto dei giochi gladiatorî. Sport e politica si fondevano anche allora in una forma di abbrutimento cui la politica sembra destinata quando perde ogni connotazione ideologica. Sappiamo poi da Seneca che una serie di scosse sismiche precedette il distruttivo terremoto del 62 d.C. E 17 anni dopo, il 24 agosto del 79, l’eruzione del Vesuvio — che Plinio il Vecchio, scienziato onnivoro, volle vedere da vicino perdendovi la vita — distrusse la città. 
Harris nel suo romanzo dà spazio alla figura di Plinio il Vecchio, che tratteggia in modo quasi comico dal punto di vista fisico, ma coraggioso fino al suicidio dal punto di vista etico: ammiraglio della flotta imperiale alla fonda al capo Miseno, custode del senso del dovere che lo porterà a tentare di salvare la gente di Stabia intrappolata tra il mare e il Vesuvio. Ma la Pompei di Harris è soprattutto città di affaristi, di arricchiti, di corruttori, il cui simbolo è Marco Attilio Primo, idraulico imperiale come i suoi antenati. Uno che aveva in mano la gestione della rete idrica (a Pompei fiorente) e che conosceva bene quale fonte di potere (allora come ora) fosse il controllo di tale primaria risorsa.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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