
Federico Maria Sardelli:
L’affare Vivaldi, Sellerio, pp. 304, e 14
Risvolto
In un romanzo storico l’appassionante
ricostruzione di un grande enigma culturale. La storia della discesa
nell’oblio della musica di Antonio Vivaldi, e della sua travolgente
riscoperta, tra il Settecento e l’Italia fascista.
«La storia della riscoperta dei manoscritti
di Vivaldi è davvero andata così. Diversamente dalla frase che i
romanzieri pongono di solito alla fine del loro lavoro, io devo invece
assicurare che i fatti narrati sono realmente accaduti, e solo in pochi
casi ho dovuto inventare. La concatenazione degli eventi, per quanto
bizzarra possa sembrare, è dovuta alla storia». Se conosciamo Vivaldi
quanto lo conosciamo oggi, oltre le Quattro stagioni, ciò è
dovuto alle peripezie dimenticate – assurde, incredibili, comiche,
cariche a volte di suspense, intricate come uno spettacolo drammatico e
farsesco – che questo romanzo storico rivela.
Il Prete Rosso,
passato di moda dopo una vita di successi, morì in miseria e indebitato
fino al collo. I manoscritti con la sua musica inedita, raccolta in
centinaia di partiture autografe, passarono di mano in mano fra
bibliofili e lasciti ereditari, scomparendo per quasi due secoli.
Riemersero, seguendo vie accidentate e occulte, grazie al congiungersi
dell’avidità di un vescovo salesiano e l’intelligente intuito di due
studiosi appassionati, Gentili e Torri, musicologo dell’Università di
Torino il primo, e direttore della Biblioteca Nazionale della città il
secondo. Ma da questo momento in poi gli autografi del musicista
veneziano dovettero passare nuove disavventure. Causa stavolta
l’indifferenza dello Stato, l’odiosa idiozia antisemita del regime
fascista, l’opportunismo e l’ingratitudine dei nuovi padroni
dell’Italia.
Federico Maria Sardelli è uno dei massimi esperti di
Vivaldi, nonché scrittore satirico. Egli ricostruisce il destino delle
carte del grande compositore seguendo due percorsi. Da un lato gli
eventi successivi che le seppellirono nell’oblio dal 1741 alla
riscoperta; dall’altro la caccia all’indietro che i due miti eroi
intrapresero per recuperarle. E poi le vicende pazzesche legate al
tentativo di renderle aperte alla fruizione pubblica. Con il triste
epilogo.
È un apologo, umoristico e tragico, della ben nota
insensibilità dello Stato italiano verso i suoi patrimoni più nobili, e
della sua ingratitudine. Ma vuole anche ristabilire una verità storica
ed essere un tributo.
«Luigi Torri ed Alberto Gentili sono i veri
eroi di questa vicenda. Se oggi conosciamo Vivaldi lo dobbiamo al loro
fiuto, alla loro intelligenza, al loro infaticabile sforzo».
Federico Maria Sardelli (Livorno, 1963) è membro del comitato
scientifico dell’Istituto italiano Antonio Vivaldi e responsabile del
Catalogo Vivaldiano. Direttore d’orchestra e flautista, con prime
incisioni ed esecuzioni mondiali tra cui riscoperte e attribuzioni di
opere vivaldiane, è un protagonista della rinascita del teatro musicale
del Prete Rosso. Ha scritto La musica per flauto di Antonio Vivaldi (2002), e dirige la collana di musiche «Vivaldiana». Fumettista e autore satirico (Paperi in fiamme e Saggi di metafisica neorazionalista con un metodo sicuro per indovinare i gratta e vinci, tra le sue opere), collabora con «Il Vernacoliere» dall’età di 12 anni.
Dall’oblio al fascismo, la scoperta di Vivaldi è un’avventura
di Marco Del Corona Corriere 30.3.15
Vivaldi è qui, qui con noi. Come se lo fosse da sempre. Per quanto
offesa dall’abitudine o dall’uso improprio, la sua musica (che va molto
oltre le Stagioni) resta magnifica e il suo nome gode di una certa qual
familiarità anche tra i non appassionati.
Non è stato sempre così. La fama di Antonio Vivaldi — virtuoso di
violino, compositore, persino impresario — declinò rapidamente fino alla
sua morte in miseria nel 1741, ricordata oggi da una targa sulla
Karlsplatz di Vienna: era un astro della musica e sparì per due secoli,
tutt’al più riapparendo di rimbalzo attraverso le trascrizioni di Johann
Sebastian Bach.
La riscoperta del suo vastissimo repertorio è invece storia recente. Un
capitale corpus di manoscritti riapparve nel Monferrato nel 1926,
lascito del marchese Marcello Durazzo ai salesiani che tuttavia
contavano di venderli, ignorando il valore artistico immenso delle
carte. Il patrimonio venne intercettato fortunosamente, e
fortunatamente, dal musicologo Alberto Gentili e da Luigi Torri,
direttore della Biblioteca nazionale di Torino, che riuscirono ad
acquisirlo grazie alla generosità dell’agente di cambio Roberto Foà. Ma
quei 97 volumi manoscritti non erano tutto. Non meno fortunoso, e
fortunato, fu il recupero dell’altra metà del fondo, frutto di uno
sciagurato smembramento. Giaceva a Genova, nel palazzo di un altro
Durazzo, e alla fine venne acquisita grazie all’intervento di un altro
mecenate, Filippo Giordano. Da qui la musica di Vivaldi riprese, poco a
poco, ad abitare il mondo, mentre ancora ai nostri giorni le biblioteche
d’Europa restituiscono pagine finora sconosciute del veneziano.
Raccontare quest’odissea è un atto di devozione e gratitudine, del quale
si è fatto carico Federico Maria Sardelli, direttore d’orchestra,
interprete delle pagine del «prete rosso» ingiustamente meno ascoltate
(il repertorio sacro, le cantate, l’opera...). Sardelli ha trattato
L’affare Vivaldi (Sellerio, pp. 304, e 14) come una partitura e le ha
imposto un perentorio da capo . In forma di romanzo, è partito dalla
fuga da Venezia di un Vivaldi indebitato, è risalito attraverso il
passaggio di mano dei suoi manoscritti approdando al fascismo, col Duce
che strazia il presunto violino del musicista.
E qui Sardelli carica di uno slancio civile l’omaggio a Vivaldi, che non
compare mai, e a Gentili e Torri (ma anche a Foà e Giordano). Una prosa
efficace e nitida rende onore agli scopritori e irride la volontà
fascista di appropriarsi dell’italianissimo genio di Vivaldi, quasi
subordinandone il valore musicale all’esaltazione nazionalistica.
Sardelli dispensa sarcasmo contro le venali grettezze clericali,
l’arroganza di un Ezra Pound che si erge a cultore vivaldiano e invece
ignora l’abc del Barocco, non nasconde il modo in cui l’ebreo Gentili
venne esautorato e costretto alla fuga (come Foà e Giordano) dalle leggi
razziali. Sardelli ha attinto minuziosamente a fonti documentarie: «I
fatti narrati sono, per la grandissima parte, realmente accaduti»,
chiosa.
Ma oltre la filologia c’è l’amore, del quale sono rivelatrici le
partiture evocate: un Beatus vir , uno dei tre fenomenali concerti per
flautino , quello col violino per eco in lontano ... Storia vera,
verissima la commozione.
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