martedì 24 marzo 2015

Realtà e mito della Resistenza italiana nel libro di Giovanni De Luna

Giovanni De Luna: La Resistenza perfetta, Feltrinelli

RisvoltoSono decenni, ormai, che la Resistenza è sottoposta a uno scrutinio costante da parte di storici, ma anche di giornalisti e opinionisti. E se una volta poteva essere provocatorio fare le pulci al mito dei partigiani e parlare di guerra civile mettendo sullo stesso piano le fazioni in lotta, oggi molta di questa vulgata è diventata un sottofondo quasi dato per scontato. Il rischio è che ci dimentichiamo, e le giovani generazioni non sappiano mai, quanto di nobile, puro e davvero all'altezza del suo mito c'è stato nella lotta partigiana.
Nel settantesimo anniversario della Liberazione, Giovanni De Luna ha voluto mettere di nuovo a punto un'immagine della Resistenza che si stava offuscando. Con grande efficacia, De Luna ha scelto una storia, un luogo, alcuni personaggi: un castello in Piemonte, una famiglia nobile che decide di aiutare i partigiani, la figlia più giovane, Leletta D'Isola, che annota sul suo diario quei mesi terribili ma anche meravigliosi in cui comunisti e monarchici, aristocratici e contadini, ragazzi alle prime armi e ufficiali dell'ex esercito regio lottarono, morirono, uccisero per salvare la loro patria, la loro libertà, il futuro di una nazione intera.
Mesi in cui, tra il cortile della sua villa di famiglia e le montagne tutt'attorno, si formò davvero quell'unità che diede origine al mito della Resistenza. Certo, quell'unità e quella tensione ideale furono di breve durata e a partire dal 25 aprile 1945 ognuno avrebbe percorso la sua strada. Ma per Leletta, e per tantissimi italiani, restò sempre nella memoria il ricordo di una Resistenza perfetta, non come ideale irraggiungibile, ma come concreta realizzazione, capace di salvare la patria.
Lavorando con grande acume storico a cavallo tra dimensioni locali e grandi scenari, e tra storie personali e dibattiti storiografici, De Luna ci restituisce la consistenza storica di un movimento che fu davvero una lotta per la libertà, in cui si impegnarono italiani di ogni provenienza, ceto e credo politico, capaci di riscattare con il loro impegno e i loro sacrifici (a volte tremendi) una nazione intera, umiliata dal fascismo e dalla guerra

La Resistenza perfetta e i suoi nemici

In un castello del Piemonte, tra il ’43 e il ’45, monarchici e comunisti, preti e partigiani fianco a fianco in una storia esemplare che sfida le polemiche revisioniste: l’ultimo libro di Giovanni De Luna
La Stampa 24.3.15
La «Resistenza perfetta» c’è stata. Ed è quella che queste pagine raccontano. Un dato colpisce negli uomini e nelle donne che ne sono protagonisti: discutono, progettano, amano, con le armi in pugno. E questo ci obbliga a una riflessione che ci porta nel cuore dell’«uso pubblico della storia». Tra le tante catastrofi provocate dal terrorismo degli anni Settanta c’è, infatti, anche una sorta di «interdetto culturale» che oggi incombe sulla lotta armata contro i tedeschi e i fascisti. Fu Marco Pannella, nel 1980, ad avanzare per primo il paragone tra i partigiani di via Rasella e le Brigate rosse. Dal punto di vista storico, quel paragone è una totale assurdità; pure, questa assurdità è largamente presente nel senso comune e la si ritrova, spesso, quando a scuola si parla di Resistenza, nelle reazioni degli studenti: «Professore, ma i partigiani erano come i terroristi?!».

La questione della violenza
Il bersaglio polemico di Pannella era il Pci di Berlinguer e l’attentato del 23 marzo 1944 rappresentava poco più di un pretesto. Ma partendo da quel pretesto, da allora in poi un pugnace revisionismo storiografico ha utilizzato il ventennio berlusconiano nel tentativo di espungere l’antifascismo e la Resistenza dal paradigma di fondazione della nostra democrazia repubblicana. Così, il terrorismo degli Anni Settanta non è stato più visto come un fenomeno politico, circoscritto nel tempo e legato a irripetibili condizioni storiche, ma è diventato una categoria generica e onnicomprensiva, in cui può precipitare di tutto (anche Mazzini e il Risorgimento, oltre che la Resistenza), fino a un giudizio liquidatorio che ha implicato la condanna di qualsiasi comportamento politico che abbia avuto a che fare con la violenza armata, indipendentemente dalle sue motivazioni e dagli esiti. In questa marea di luoghi comuni hanno sguazzato le tesi revisioniste sul «sangue dei vinti» e sulle efferatezze dei partigiani «rossi»; ma anche la storiografia più accorta è sembrata intimidita dall’interdetto originato dalle imprese delle Brigate rosse.
Dopo gli Anni Settanta, gli studi e le ricerche hanno privilegiato soprattutto i 600.000 militari italiani deportati in Germania dopo l’8 settembre, i «giusti» che rischiarono la vita per salvare gli ebrei, le donne che si prodigarono in gesti di solidarietà e abnegazione. Alla «Resistenza armata» si è così progressivamente sostituita la «Resistenza civile». Ed era giusto così. Si trattava di temi che andavano studiati, e quelle ricerche hanno contribuito ad ampliare la conoscenza di uno dei periodi più importanti della nostra storia. E tuttavia bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere, oggi, che senza i partigiani in armi la «Resistenza civile» non avrebbe avuto ragione di esistere. Soccorrere gli inermi, aiutare i feriti, prodigarsi per nascondere i prigionieri sono iniziative che acquistano un senso compiuto solo se le si guarda come elementi fondamentali del contesto propizio e generoso in cui operarono gli uomini che decisero di sfidare in campo aperto i tedeschi e i fascisti.
Rifondazione esistenziale
Di «Resistenza civile» si parla anche in questo libro. Il lettore incontrerà gli scioperi degli operai e la solidarietà dell’ospitalità contadina; vedrà come nelle stanze del Palas ci siano uomini in armi ma anche feriti da curare, sbandati da nascondere, ebrei da salvare. Ma vedrà anche che in quella villa patrizia si va per discutere, per riposarsi, per leggere qualche libro, ma non vi si rimane; vi si passa prima di ritornare a combattere. E percepisce come il fatto di impugnare un’arma sia una soglia da attraversare. «Barbato» ci restituisce questa realtà con il gesto semplice di chi ha assunto la responsabilità del comando: una riga tracciata per terra davanti alle nuove reclute, un breve discorso per rendere consapevoli quei ragazzi di cosa vuol dire oltrepassarla, poi un passo avanti: sembrava un nulla e invece - come ci ha ricordato Italo Calvino - era come scavalcare un abisso. Si cambiava il proprio nome, si assumeva una nuova identità che era anche una nuova nascita, realizzando con il nome di battaglia una sorta di rifondazione esistenziale, avviando «una ricapitolazione di quello che si sarebbe voluto essere».
Non era solo la scelta dirompente di entrare in una sorta di terra di nessuno dove si andava per morire o far morire. Far parte di una «banda» partigiana, di una comunità in armi, conduceva a una strada segnata da un serrato confronto con se stessi, in un mondo in cui non c’era niente di scontato, in cui quella scelta andava continuamente ribadita e confermata e in cui ogni volta, per prendere quella decisione, si era da soli con la propria coscienza. Questo universo problematico e contraddittorio, spoglio di ogni fanatismo, è quello che rende la lotta armata nella Resistenza una realtà non assimilabile a tutte le altre opzioni armate che hanno segnato il rapporto fra la politica e la violenza nel corso dell’intero Novecento italiano, a partire dall’efficienza distruttiva mostrata dallo squadrismo fascista tra il 1920 e il 1922.
Uccidere, dura necessità
Nella lotta partigiana si uccide, ma si uccide quasi sempre come per una scelta obbligata, senza dare alla violenza sanguinaria un valore liberatorio, senza nessuna esaltazione di una violenza «fondante in quanto violenza», senza nessuna concessione a una sorta di valore intrinseco della violenza («Sparo, dunque sono»). Quando dai documenti e dalle testimonianze affiora un partigiano che uccide con naturalezza (se non con piacere), questo avviene suscitando nei compagni ammirazione o disagio, entusiasmo o perplessità, ma non viene mai accettato come un qualcosa di ovvio, di scontato. Sarà così per le reazioni che accolgono le gesta di «Zama», forse il più temerario dei garibaldini di «Barbato». A prevalere è sempre un atteggiamento di dura necessità, di una cosa fatta «o per dovere morale o perché non se ne può fare a meno», senza il gusto estetico dell’uccidere, quanto piuttosto con l’idea che quelle armi debbano servire a uno scopo e che a quello scopo mirano anche le discussioni sull’etica sessuale, sulla famiglia, sul futuro degli assetti istituzionali del Paese, tutto quello su cui ci si confronta nelle stanze del Palas e che è avvinto da un nesso inscindibile con la lotta armata.



La Resistenza “riabilitata” dal diario di Leletta 
Giovanni De Luna ricostruisce una vicenda ambientata in un castello piemontese per ricordare cosa fu la lotta partigiana

SIMONETTA FIORI Repubblica 24 3 2015

LARESISTENZA arrivò nel castello insieme a “Barbato”, il comandante partigiano che aveva l’abitudine di tracciare per terra una linea. Pensaci bene prima di superarla, diceva ai più giovani, perché poi non si torna indietro. Il passo autorevole e i baffi imperiosi gli procurarono la stanza più bella del Palas, quella con il letto a baldacchino. I baroni Oreglia d’Isola — un’antica casata di fede cattolica — erano sideralmente lontani dal mondo comunista, ma non potevano negare l’accoglienza al più coraggioso dei resistenti, l’uomo che venti mesi più tardi avrebbe liberato Torino dalle brigate nere.
Un castello, dunque. Una grande tenuta di boschi, vigne e mulini a mezza strada tra Saluzzo e Pinerolo, a Villar, all’ombra del Montoso. E una sontuosa casa patrizia, ricca di libri antichi e di addobbi, pareti affrescate e ceramiche di pregio. Singolare cornice per l’epica resistenziale, quasi da sospettare che si tratti di una felice invenzione per celebrare il settantesimo della Liberazione. E invece è tutto vero. Sono vere la contessa Caterina e sua sorella Barbara che soccorrono i partigiani feriti nascondendoli nelle soffitte del maniero, e talvolta salgono su in montagna per recuperarne i corpi senza vita. Sono veri i combattenti delle brigate Garibaldi che alternano azioni di guerra con momenti di conversazione colta nei saloni del Palas. È vero il repubblichino Novena, con il suo carico di risentimento e inganno anche dentro le mura del castello. Ma soprattutto è vera la protagonista Leletta, la diciassettenne figlia della “Barona” e voce narrante della storia: è attraverso il suo sguardo che vediamo scorrere «la gloriosa epopea », venti mesi di guerra civile che significarono tragedia e sangue ma anche una «scuola di vita » per distinguere tra coraggio e viltà, amicizia e opportunismo, slancio ideale e grettezza.
L’antifascismo fu una reazione esistenziale prima ancora che una decisione politica matura. E il diario di Leletta restituisce con semplicità il significato di una scelta che accomunò aristocratici e comunisti, preti e mangiapreti, signori e contadini, monarchici e repubblicani. Anche per questo Giovanni De Luna ha voluto intitolare il suo bel libro La Resistenza perfetta: il Palas diventa simbolo di una storia che in tutti i modi si è cercato di delegittimare, ottenendo il risultato di sporcarne il senso comune soprattutto tra i più giovani.
La Resistenza come un pranzo di gala, impreziosito dagli argenti di casa Oreglia? No di certo. Anche dal castello si assiste alle efferatezze nelle file partigiane, Lucia e Caterina derubate e poi ammazzate su ordine del “Moretta” solo per un vago sospetto di collaborazionismo. Ma i dialoghi annotati da Leletta, e i numerosi diari consultati da De Luna, registrano un rapporto con la violenza che è subìto più che golosamente ricercato. Il mestiere delle armi, quando esercitato con esuberanza, suscita sperdimento, non fierezza. Le gesta di “Zama”, io partigiano che fece in quelle valli la prima vittima fascista, sono accolte con “orrore reverenziale”. E “Gagno”, audace comandante gappista, resta “di stucco” quando lo vede uccidere la prima volta. Anche il compagno “Balestrieri” confessa di provare «una sensazione di pena per me stesso» mentre mira alla testa del maggiore tedesco: preme il grilletto ma ne è travolto.
Altro spirito aleggia nelle file avversarie, un surplus di ferocia che cresce insieme al sentimento di sconfitta, riuscendo a penetrare tra le mura del castello. È dentro il cortile del Palas che nel febbraio del 1945 viene selvaggiamente picchiato il garibaldino “Lampo” per mano del camerata Novena. «Oh signor Novena come sta?», era stata la disinvolta accoglienza di Leletta quasi all’alba. Erano arrivati per perquisire la villa, sospettata di complicità con la Resistenza. E con loro s’erano portati “Lampo”, appena catturato in montagna. Volevano indurlo a confessare le relazioni pericolose con il barone e la sua fam iglia. «Non sono mai venuto nel castello», si ostina a negare lui. Pochi giorni dopo viene ammazzato, colpito al volto con un pugno di ferro, gli occhi estratti dalle orbite. A Novena sono stati attribuiti 195 omicidi, chissà se li ha commessi tutti. Una volta si divertì ad armare la mano del figlio tredicenne, «vai, dilettati anche tu».
Nulla sfugge a Leletta, che riferisce meticolosamente sul suo diario. Nel 1944 ha la freschezza dei 18 anni, curiosa degli uomini più delle ideologie. È affascinata da “Barbato”, nome di battaglia di Pompeo Colajanni, ma più per l’impegno generoso profuso nella battaglia che per le teorie arruffate. Coglie la differenza tra il suo «quartetto» di cavalieri rossi e quegli «imboscatucci» degli amici aristocratici, che invece di combattere cercano riparo nella zona franca dell’Ordine di Malta. Impara a sparare anche lei, insie- me al fratello Aimaro, «incauti e contenti». Perché le armi sono una necessità, e non se ne può fare a meno, ricorda lo storico in polemica con quella sorta di «interdetto culturale» che oggi incombe sulla lotta armata contro i tedeschi e i fascisti (i partigiani ingiustamente assimilati ai terroristi)). Non diventa mai comunista Leletta, né può diventarlo. Però conserva la stella rossa del suo comandante perché intuisce l’energia vitale che scorre in quelle fila. «Ah, dottoressa Aurelia, se avessi vent’anni di meno », scherza il partigiano con galanteria. In realtà ha solo 38 anni, troppi per quell’epoca.
L’aristocratica e il comunista. Nel dopoguerra assisteranno al lento disfarsi di quella rete di affetti e solidarietà intessuta dentro il castello. Ciascuno riprende il suo posto in un mondo che non ha tagliato completamente i ponti con il passato. I fascisti tornano in libertà grazie a Togliatti, con motivazioni spesso raccapriccianti: giocare a calci con la testa del partigiano appeso viene considerato un “incidente”, non una sevizia efferata. Anche per Novena solo dieci anni di galera, poi una vita da benzinaio a Velletri. Colajanni assume importanti incarichi politici nelle file del Pci, come qualche altro suo compagno di brigata. E Leletta? Segue la sua vocazione religiosa. Nel 1947 entra in convento come suor Consolata, poi diventa terziaria domenicana. Per il resto della sua vita non farà che ascoltare gli altri, come in fondo aveva fatto dentro il Palas. Muore nel 1993, sei anni dopo “Barbato”. Nel 2012 si è aperta la causa per la sua beatificazione. La beata Leletta che sapeva usare il parabellum. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Il dialogo su un paese che afferma il suo riscatto
Saggi. «La Resistenza perfetta» di Giovanni De Luna per Feltrinelli. Un diario dove partigiani comunisti e aristocratici cattolici parlano della scelta di prendere le armi contro il fascismo e le truppe naziste

Attra­verso le parole del Dia­rio di Leletta, in gran parte ine­dite, La Resi­stenza per­fetta descrive non solo que­sta con­vi­venza fra ari­sto­cra­tici (cat­to­lici) e comu­ni­sti, all’interno del Palas, ma anche ciò che con­tem­po­ra­nea­mente acca­deva fuori, sulle mon­ta­gne, nelle val­late, fra i boschi. Den­tro, due mondi all’apparenza incon­ci­lia­bili dia­lo­ga­vano fra loro, annul­lata ogni distanza nella con­cre­tezza della quo­ti­dia­nità e nella con­di­vi­sione di valori comuni. Fuori, si com­bat­teva, si ucci­deva, si moriva; e nello scor­rere delle sta­gioni la Resi­stenza mutava intanto forma a sua volta, dallo spon­ta­nei­smo ini­ziale alla suc­ces­siva orga­niz­za­zione, via via sem­pre più matura e consapevole.
La descri­zione della Resi­stenza nei suoi carat­teri gene­rali e nell’evoluzione delle fasi che l’hanno carat­te­riz­zata con­fe­ri­sce al libro di De Luna la natura di sag­gio sto­rico a tutti gli effetti: ogni cosa è calata pre­ci­sa­mente nel pro­prio con­te­sto, ogni fatto inscritto den­tro le rispet­tive cate­go­rie di rife­ri­mento (l’8 set­tem­bre, i Comi­tati di Libe­ra­zione, i par­titi poli­tici e la Chiesa, la Repub­blica di Salò, il Governo di Bado­glio, l’arrivo degli Alleati, il pro­clama Ale­xan­der, la Libe­ra­zione). Ma La Resi­stenza per­fetta è anche un libro intimo, nel quale la Sto­ria si fa viva e con­creta, per­ché attra­verso il Dia­rio di Leletta vediamo sfi­lare per­sone in carne e ossa, par­ti­giani e fasci­sti: da Bar­bato a Ema­nuele Artom, al tenente Mar­telli, a Natale Spi­rito Novena.
Il rac­conto assume il volto (come nel caso di Artom), i pen­sieri, gli umori di cia­scuno di loro. Ne seguiamo i destini, spesso tra­gici, e Leletta regi­stra tutto: gli eventi, pic­coli e grandi, ma anche le sin­gole con­ver­sa­zioni e le pro­prie emo­zioni e sen­sa­zioni. È curiosa degli altri, delle loro visioni del mondo, delle idee diverse dalle sue; e si inter­roga, inda­gando inces­san­te­mente se stessa in pro­fon­dità. Attra­verso il suo Dia­rio la Resi­stenza assurge a feno­meno esi­sten­ziale tout court; ed è que­sto il pro­filo intimo che rivela il senso più vero del libro.
Pro­prio gra­zie alla sua viva con­cre­tezza, infatti, la vicenda di Leletta con­ferma in primo luogo il valore della Resi­stenza come mito fon­da­tivo della nostra sto­ria repub­bli­cana, con­tro i ten­ta­tivi in voga da alcuni anni di disco­no­scerla come tale. De Luna dà atto che i giorni suc­ces­sivi alla Libe­ra­zione erano stati giorni di vio­lenza, durante i quali era fluito anche molto «san­gue dei vinti», e più in gene­rale rico­no­sce che la Resi­stenza ha cono­sciuto anche epi­sodi drammatici.
Ma la realtà, osserva, è che i giorni suc­ces­sivi alla Libe­ra­zione ave­vano rap­pre­sen­tato un «inter­re­gno», quale «pun­tual­mente emerge nella fasi di pas­sag­gio, quando nel vuoto di potere lasciato dal crollo del vec­chio ordine e nell’attesa che si rico­strui­sca quello nuovo, la vio­lenza si sca­tena sulle mace­rie della lega­lità» (di recente, anche Mimmo Fran­zi­nelli e Nicola Gra­ziano, in Un’odissea par­ti­giana, hanno sot­to­li­neato che «il ritorno alla pace è tur­bato da ven­dette e ritor­sioni che da sem­pre accom­pa­gnano la caduta delle dit­ta­ture»); e rimane il fatto che quella di Leletta è stata appunto una «Resi­stenza per­fetta», nella misura in cui la per­fe­zione può appar­te­nere solo alle «espe­rienze esi­sten­ziali degli uomini e delle donne che la vis­sero e la costruirono».
In secondo luogo, la vicenda di Leletta sem­bra con­fer­mare anche l’affermazione della Resi­stenza come occa­sione man­cata, che sem­pre De Luna aveva già com­piuto, in ter­mini astratti, in libri pre­ce­denti. In par­ti­co­lare, la tesi della Resi­stenza come occa­sione di dotare il nostro Paese di una «reli­gione civile» era al cen­tro di Una poli­tica senza reli­gione (Einaudi, 2013): se il nostro Paese, soste­neva De Luna, è privo di un uni­verso di sim­boli e di valori nel quale sia pos­si­bile rico­no­scerci e ritro­varci aldilà di qua­lun­que pul­sione all’individualismo, è anche per­ché nel dopo­guerra non abbiamo saputo ele­vare a rango di valore con­di­viso l’impegno teso alla costru­zione di una demo­cra­zia inclu­siva, nella quale cia­scuno si sen­tisse coinvolto.
A pre­va­lere, al con­tra­rio, era stato l’atteggiamento di coloro che Daša Drn­dić, nel suo splen­dido Trie­ste, defi­ni­sce bystan­der: coloro che rap­pre­sen­tano sim­bo­li­ca­mente la «zona gri­gia», il disim­pe­gno, una tran­quil­lità inerme e com­pia­ciuta. Tutto avrebbe potuto essere diverso, sem­bra voler aggiun­gere ora De Luna, se avesse avuto la meglio un altro spi­rito: quello del Palas dei conti Malin­gri, quello di Leletta e di Nicola Bar­bato, uniti pur nelle dif­fe­renze, oltre ogni bar­riera ideo­lo­gica e sociale.

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