sabato 28 marzo 2015

Roberto Gramiccia: Arte e potere


Alfonso Gianni da consigliori del principe a critico della cultura... E' troppo, ci vuole un gaviscon [SGA].

Roberto Gramiccia: Arte e potere, Ediesse

Risvolto
L’idea guida di questo saggio è che l’arte, dall’inizio della storia, sin da quando cioè si afferma la divisione del lavoro e nascono le classi sociali, ha sempre avuto a che fare con il potere. Nel corso dei secoli le dinamiche di questa relazione hanno sicuramente influenzato l’arte, senza riuscire a modificarne l’intima essenza. Negli ultimi decenni, tuttavia, il potere tende a centralizzarsi a livello sovranazionale, assumendo una fisionomia che riflette, da un lato, l’affermazione e la naturalizzazione del capitalismo finanziario globalizzato e, dall’altro, il binomio tecnocrazia-ipercomunicazione. Questo nuovo tirannico dispositivo mette a rischio l’arte per come l’abbiamo conosciuta nel corso dei secoli, riportando all’ordine del giorno la questione della sua morte, ben oltre le previsioni di Hegel. Con lucidità e passione, l’autore indaga dapprima i rapporti fra l’origine dell’arte, la sua natura intima e il potere. Successivamente analizza le trasformazioni che questi rapporti hanno subito nel corso dei secoli, e l’attuale dominio dell’ultracapitalismo finanziario globalizzato, trionfante e insieme portatore di una drammatica crisi epocale. Ciò che questo dominio ha prodotto ha finito per trasformare l’arte in una sottomerce, mettendo a rischio la sua sopravvivenza nella plurimillenaria lotta per la difesa della propria libertà e autonomia. Non può sfuggire il valore metaforico e predittivo di questa sconfitta: se l’arte muore, tutto muore. Tutto ciò che conta per chi ha a cuore i destini di una umanità che rischia di essere messa definitivamente in ginocchio. In questa denuncia è riposto il senso profondo di questo libro.


La bellezza è sempre ambigua 
Saggi. «Arte e potere», un libro di Roberto Gramiccia, per Ediesse, entra nelle pieghe della committenza, cercando di cogliere le tentazioni di assoggettamento dell'artista e le relazioni pericolose tra creazione e immagine 
Alfonso Gianni, il Manifesto 27.3.2015 

La bel­lezza sal­verà il mondo», dice il prin­cipe Miskin, l’intramontabile Idiota di Fëdor Dostoe­v­skij. A quest’ultimo, «forse la filo­so­fia ha inse­gnato poco, ma la filo­so­fia ha molto da impa­rare da lui», come ebbe a dire il filo­sofo avver­sa­rio del bol­scevi­smo Niko­laj Ber­diaev, che subì il fascino intel­let­tuale del «genio cru­dele», carat­te­ri­stico del grande scrit­tore russo. Ma di quale bel­lezza si parla qui? Appena si cerca di sca­vare un poco nel signi­fi­cato di que­sta parola e di que­sta frase – come hanno fatto molti eccel­lenti cri­tici – essa si con­fi­gura sem­pre più come un enigma irrisolto. 
Anche nel romanzo, infatti, Ippo­lit – e con lui Dostoe­v­skij — domanda: «Il prin­cipe afferma che il mondo sarà sal­vato dalla bel­lezza… Quale Bel­lezza sal­verà il mondo?». Già quale e per­ché, dal momento che nello stesso romanzo l’autore fa dire al prin­cipe Miskin, a pro­po­sito di Aglaja: «È dif­fi­cile giu­di­care la bel­lezza; non mi ci sono ancora pre­pa­rato. È un enigma». Non facile da scio­gliere, almeno in ambito dostoe­v­skiano, dal momento che altrove, e forse nel più grande dei suoi romanzi, cer­ta­mente in quello filo­so­fi­ca­mente più signi­fi­ca­tivo, I fra­telli Kara­ma­zov, Mitja afferma che: «La bel­lezza è una cosa tre­menda e orribile». 
La bel­lezza è, quindi, per sua natura ambi­gua. Come disse il cri­tico Evdo­mi­kov, «ha in sé stessa una potenza sal­va­trice, eppure diventa ambi­gua, ha biso­gno di essere sal­vata e pro­tetta». Né l’ambiguità si risolve, se acco­stiamo, come è natu­rale fare per il Dostoe­v­skij de L’Idiota, il con­cetto del bello a quello del bene. L’idiota è il buono («un uomo infi­ni­ta­mente buono», dirà di lui l’autore in una delle sue let­tere), per que­sto ciò che afferma ha la forza della intui­zione pro­fe­tica. Non è velato da inte­ressi né secondi fini. Ci parla come un libro aperto, come un’opera d’arte. Appunto. 

L’angoscia da esor­ciz­zare
Roberto Gra­mic­cia (Arte e Potere. Il mondo sal­verà la bel­lezza?, con la col­la­bo­ra­zione di Diana Car­daci, pre­fa­zione di Alberto Bur­gio, post­fa­zione di Clau­dio Stri­nati, Ediesse, pp. 219, euro 13) inverte il signi­fi­cato di que­sta enig­ma­tica frase, pro­ble­ma­tiz­zan­dola con il punto inter­ro­ga­tivo. Si tratta di un lungo e denso per­corso attra­verso la sto­ria della rela­zione fra l’arte e il potere, anzi fra le varie forme che il potere ha acqui­sito lungo la sto­ria dell’umanità.
Si parte da quando il potere non esi­steva nep­pure, man­can­done gli essen­ziali pre­sup­po­sti, quindi dall’arte pri­mi­tiva domi­nata e moti­vata dal sol­lievo dall’angoscia della morte, per giun­gere all’arte e all’epoca con­tem­po­ra­nee dove, al con­tra­rio, si pro­fila la «morte ten­den­ziale» dell’arte. Una morte che ha ragioni e cause ben diverse, è bene pre­ci­sarlo subito, da quella hege­liana che avver­rebbe gra­zie al supe­ra­mento effet­tuato nei suoi con­fronti dalla reli­gione prima e dalla filo­so­fia poi, essendo solo quest’ultima pie­na­mente in grado di mani­fe­stare l’Assoluto. 
Gra­mic­cia si guarda bene dallo sta­bi­lire, in que­sta lunga caval­cata attra­verso i secoli, alcun legame di mec­ca­nica dipen­denza fra potere e forme arti­sti­che. Ha ben pre­sente, e lo dichiara espli­ci­ta­mente, il monito mar­xiano su que­sto punto.
Se – scrive l’autore – «la sta­gione della sua (dell’arte) totale auto­no­mia è da cir­co­scri­vere a un tempo pre­i­sto­rico» – men­tre tutto ciò che segue è un con­ti­nuo corpo a corpo tra arte e potere, la sog­ge­zione dell’arte al potere non è mai totale e le sue pro­du­zioni hanno lon­ge­vità ben mag­giori delle forme di potere sto­ri­ca­mente date. «Per l’arte – scrive Marx ne L’ideologia tede­sca – è noto che deter­mi­nati suoi periodi di fio­ri­tura non stanno asso­lu­ta­mente in rap­porto con lo svi­luppo gene­rale della società, né quindi con la base mate­riale … della sua orga­niz­za­zione», ci ricorda Alberto Bur­gio nella sua densa prefazione. 

Inson­nia crea­tiva
Va da sé che Gra­mic­cia non si scan­da­lizza se molte opere d’arte hanno preso vita a par­tire da una diretta com­mit­tenza. Secoli di capo­la­vori che ancora ammi­riamo — e ci augu­riamo di con­ti­nuare a farlo — hanno que­sta ori­gine. La com­mit­tenza, anche quando è cir­co­stan­ziata e det­ta­gliata, non è mai stata in grado di ini­bire la libertà crea­trice dell’artista, nep­pure di mor­ti­fi­carla. Non solo: la sto­ria arti­stica mon­diale è piena di esempi, a volte dav­vero curiosi, di ete­ro­ge­nesi dei fini rispetto ai pro­dotti arti­stici. Sal­tando in un altro campo rispetto a quello preso in osser­va­zione da Gra­mic­cia, cioè quello musi­cale, chi non ricorda che le splen­dide Varia­zioni Gold­berg trag­gono ori­gine da un lavoro com­mis­sio­nato a Bach, in cam­bio di un calice ricolmo di cento luigi d’oro, che doveva ser­vire a ingan­nare l’insonnia del Conte Carl von Key­ser­ling e che il povero Gold­berg doveva ese­guire nella stanza accanto a quella dell’insonne? 
Il pro­blema cam­bia di aspetto e di natura, quando il potere assume con­torni più com­plessi. Diventa meno visi­bile, ma più per­va­sivo. Si scinde come un’idra a più teste in potere poli­tico, eco­no­mico, media­tico, in biop­tere. Qui avviene qual­cosa di pro­fon­da­mente diverso rispetto alle epo­che pas­sate. Il con­tra­rio di quello che aveva ana­liz­zato Ben­ja­min nel suo cele­bre scritto L’opera d’arte nell’epoca della sua ripro­du­ci­bi­lità tec­nica: ove la per­dita dell’aura che avvolge la miste­riosa sin­go­la­rità della crea­zione arti­stica diventa – ed effet­ti­va­mente è – un fatto di avvi­ci­na­mento alla frui­zione di un più largo pub­blico, un grande fatto demo­cra­tico insomma. Ma ecco scat­tare una sorta di rivo­lu­zione pas­siva da parte del moderno grande capitale. 

La merce è ripe­ti­tiva
Il suo obiet­tivo non è più quello di assog­get­tare l’artista – cosa rive­la­tasi vana -, ma di con­di­zio­nare, gui­dare e creare il gusto este­tico attra­verso un gigan­te­sco appa­rato che va dalla pro­du­zione arti­stica alla sua com­mer­cia­liz­za­zione, dalla fago­ci­ta­zione della cri­tica alla crea­zione di modelli seriali che can­cel­lano i con­fini fra arte, moda, design. Il che può avve­nire desti­nando in anti­cipo alcuni pro­dotti a un pub­blico di nic­chia, ma dalle grandi capa­cità acqui­renti, ed altri ad un gusto popo­lare impo­ve­rito ed acri­tico.
È qui che si perde il senso del bello, che è indub­bia­mente il fine dell’arte e dell’artista. Cer­ta­mente , ma non è que­sto il punto, esso non va più ricer­cato sola­mente nella imi­ta­zione della natura, come è stato per secoli, pur con forme assai dif­fe­renti fra loro. Il gio­vane Ale­xan­der Kojeve scri­veva a pro­po­sito dell’arte dello zio Vas­si­lij Kan­din­skji — in un breve sag­gio alquanto agio­gra­fico — che «per secoli l’umanità ha saputo pro­durre solo qua­dri ‘rap­pre­sen­ta­tivi’, vale a dire sog­get­tivi e astratti. Solo nel XX secolo venne dipinto in Europa il primo qua­dro ogget­tivo e con­creto, vale a dire il primo qua­dro non rap­pre­sen­ta­tivo». In altre parole, l’artista crea il bello non astraen­dolo dalla natura, ma crean­dolo diret­ta­mente dall’in-esistente.
Ora però siamo giunti a un degrado pro­gram­mato del gusto este­tico per favo­rire la mer­ci­fi­ca­zione del pre­sunto pro­dotto arti­stico e la sua com­mer­cia­liz­za­zione.
Non si tratta per Gra­mic­cia di con­trap­porre una moda­lità pit­to­rica ad un’altra, una scuola a una cor­rente. In ogni aspetto della pro­du­zione arti­stica, lo stu­dioso vede restrin­gersi l’area del «bello» ed allar­garsi quella del vol­gare e del ripe­ti­tivo. Né basta richia­marsi alla con­di­zione popo­lare per riscat­tare la pro­du­zione arti­stica. Esem­plare è, al riguardo, la disa­mina non certo com­pia­cente che Gra­mic­cia fa della cosid­detta Arte Povera.
C’è ancora spe­ranza? L’autore volge al pes­si­mi­smo. Ma forse è ecces­sivo. Cer­ta­mente, la rina­scita dell’arte è legata a quella di un pen­siero cri­tico a tutto tondo verso il potere e il sistema esi­stenti. Vi è però anche nell’arte quel «resi­duo» che Clau­dio Napo­leoni indi­vi­duava nel sociale e che met­teva in dub­bio, fin dall’inizio, il trionfo defi­ni­tivo del pen­siero unico? Cre­diamo di sì. E diamo ragione a Paul Klee, quando, nelle sue lezioni al Bau­haus, ripe­teva ai suoi stu­denti: «L’artista di oggi è più di una per­fe­zio­nata mac­china foto­gra­fica. Vive sulla terra, ma è anche una crea­tura dell’universo. Una crea­tura su una stella, tra le stelle».

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