Università 3.0. Quattro anni vissuti pericolosamente, a cura di Marco Viola, Ecommons, pp.236, euro 20
Risvolto
Siamo lieti di presentare Università 3.0 – Quattro anni vissuti pericolosamente,
un libro che raccoglie e commenta alcuni dei più significativi articoli
apparsi su questo blog per raccontare l’università post-Gelmini
osservata con l’occhio critico (e ironico) della Redazione di ROARS.
Frutto del lavoro congiunto di tutta
la redazione (coordinato da Marco Viola), il libro ospita e sistematizza
alcuni contributi scritti da noi redattori e apparsi (anche) sul nostro
blog, con l’aggiunta di un articolo a firma Pietro De Nicolao e due articoli a firma di Federica Laudisa.
L’organizzazione per capitoli, pur non
ambendo a fornire in sole 240 pagine una “storia totale”
dell’università e della ricerca, mira a offrirne un quadro il più
poliedrico possibile.
Università, il populismo di un sistema feudale
Saggi. «Università 3.0» del gruppo di ricerca e informazione Roars. Produttività aziendale, potere baronale e precarietà diffusa per la fabbrica globale della conoscenza
Roberto Ciccarelli, il Manifesto 28.4.2015
L’università è stata una cavia. La riforma Gelmini ha rafforzato il potere baronale che a parole voleva abbattere, realizzando così lo scopo delle politiche neoliberiste: valutare il «merito» dell’individuo, vincolandolo a un sistema burocratico di certificazione, controlli e disciplinamenti sociali e psichici. Il nostro paese non ha certo l’esclusiva su un processo generale. È da almeno un quarto di secolo che l’università, la ricerca e la scuola sono state organizzate secondo i principi della fabbrica globale della conoscenza: annientamento del valore della cooperazione e del lavoro cognitivo, individualizzazione del ricercatore in qualità di capitalista personale, liquidazione dei diritti intesi come privilegi, precarizzazione del lavoro di ricerca e di insegnamento, rafforzamento dei vincoli feudali esistenti, estensione della loro corruzione sistemica.
Questo è il progetto dei «riformatori», di sinistra e di destra, che hanno disarticolato l’istruzione pubblica di massa, liquidandone la flebile aspirazione democratica. Obiettivo raggiunto: questi ingegneri di una società disfunzionale e tecnocratica hanno ottenuto il consenso attraverso una campagna mediatica tanto fortunata, quanto contraddittoria. I «riformatori» hanno voluto valorizzare il merito e l’«oggettività» della valutazione scientifica. Nei fatti hanno rinvingorito la frustrazione, il vittimismo, la precarietà, l’odio e la competizione. Fino al 2008 l’università è stata il laboratorio della governance economica imposta dal centro-sinistra, l’università-azienda fondata sui crediti e il 3+2 di Luigi Berlinguer. Con i berlusconiani è diventata anche l’arena dove sperimentare il consenso populista ottenuto con la desertificazione intellettuale e il disprezzo dell’autonomia dei singoli.
I figuranti degli atenei
Tutto questo in attesa della «Buona Università» annunciata da Renzi. Ai superstiti tra i ricercatori precari sarà imposto un «Jobs Act». Così sarà dissolta la mai operativa «tenure track» e sbugiardata la truffa dell’«abilitazione nazionale» concepita dalla Gelmini. Questa massa precarizzata di ricercatori sarà trasformata in stagionali al servizio di un sistema che ha bisogno di figuranti per far sopravvivere corsi di laurea e facoltà. Quanto ai baroni, come a tutti i docenti, è riservata una sorpresina: fino ad oggi i loro contratti di lavoro sono stati «agganciati» a quelli della magistratura e delle forze armate. Il ministro dell’Università Giannini, e il Pd, hanno annunciato che non sarà più così. Perderanno la loro piccola autonomia di ceto e dovranno contrattare con il governo i compensi e lo status.
S’intravede lo scenario preparato per gli insegnanti a scuola: i più bassi salari d’Europa; dipendenza dal potere assoluto dei rettori (come quello dei presidi-sceriffi); introduzione del cottimo produttivo in base al rendimento. Se lo sono meritati. Non hanno mai voluto ascoltare i movimenti studenteschi dal 1990 al 2010 (dove c’erano anche i ricercatori). Questo è il risultato di venticinque anni di complicità.
Il potere baronale
La situazione è drammatica. Sarà distorta mediaticamente quando Renzi avrà finito con la scuola e sposterà il mirino sull’università. Qualcuno penserà ancora di potersi salvare. I precari dal licenziamento (ops, dalla fine del contratto) affidandosi alle reti baronali. I baroni si affideranno alla loro tramontata e infondata «autorevolezza». Sono tutte illusioni. Stavolta non sarà così. Busseranno a tutte le porte. E svaligeranno il tesoretto e le rendite di posizione, piccole e grandi, di ciascuno.
Nell’attesa è utile leggere i contributi raccolti dalla redazione Roars, il magazine online sulla ricerca più letto in Italia, raccolti nel volume collettaneo Università 3.0. Quattro anni vissuti pericolosamente (Ecommons, pp.236, euro 20, a cura di Marco Viola). Roars è nato dopo la mobilitazione contro la riforma Gelmini. In quattro anni ha sviluppato una critica del sistema universitario neoliberista, occupandosi di valutazione, merito e di tutte le bufale sull’occupazione e l’istruzione. Piccolo vascello che combatte le corazzate dei quotidiani e delle Tv mainstream, la redazione Roars è composta da 13 docenti e precari universitari e ha riscosso un notevole successo: 10 milioni di persone leggono le sue ruvide polemiche sempre documentate.
È una novità per la scena italiana dove i saperi sono liquidati come proprietà di una «casta», mentre i poteri restano indiscutibili. Roars affronta le ambivalenze del potere baronale, l’harakiri del diritto allo studio, dimostra che la ricerca italiana resiste nonostante tutto, irride la sit-com sugli studenti italiani «lazzaroni» e «choosy» imbastita dai baroni eletti a ministri e dagli editorialisti che parlano solo dei figli altrui. Nega che l’università sia solo un covo di famigli che si spartiscono le briciole avanzate dal pasto dei clan dominanti. Una posizione scomoda che non si accontenta dell’informazione dominante, come del sentire comune populista. Un fact checking permanente che decostruisce il regime della falsificazione di massa, come la stessa idea che si possa restaurare l’università dell’età dell’oro.
L’ideologia meritocratica
Quell’università non è mai esistita. E non esisterà domani, dopo 1,1 miliardi di euro di tagli di Berlusconi, mai più rifinanziati, mentre continua l’esodo di massa verso l’estero e l’espulsione dei precari. Né mai potrà esistere l’università fondata sulla meritocrazia. Questo concetto non solo è funzionale a un sistema basato sul potere del denaro, ma è l’espressione di una società classista dove questo potere è dei pochi che controllano la vita dei molti. La meritocrazia fu denunciata dalla fanta-sociologia di Michael Young come illusione. Oggi, invece, è considerata una verità dalle multinazionali della consulenza come McKinsey, o dai «bocconiani» e dai loro gazzettieri di regime. O di governo. «Ogni tentativo di definire e misurare merito ed eccellenza – si legge nel volume – fa sorgere tali e tante difficoltà e controversie da permettere a ciascuno di declinare questa banale verità nei modi più consoni alle politiche e all’ideologia che in mente». Parole definitive su un sistema sociale, e non solo universitario, ostaggi di un concetto metafisico e di un dispositivo di governo finalizzato alla selezione di censo e al controllo politico.
Il pasticcio dell’Anvur
Difficile fare proposte alternative in un processo di degenerazione come questo. Roars ci prova: invece dell’abolizione, com’è stato fatto in Francia con l’analoga Aeres, Roars sceglie la strada della riforma dell’Anvur, il pilastro della macchina valutativa proposta da Fabio Mussi nel 2007, realizzata dalla Gelmini nel 2011, quella che ha mandato in cortocircuito l’intero sistema. Formula un’ipotesi di riforma della valutazione della ricerca sulla base della peer-review della britannica Ref, di cui si constatano tuttavia i difetti. Roars la preferisce all’incredibile pasticcio prodotto dall’Anvur che usa sistemi bibliometrici e di peer review.
Resta da istruire l’analisi della valutazione come potere di governo della vita e sulla produzione di saperi – ma non di conoscenza — istituito nel regime neoliberale. Oggi è più che mai necessario mettere in discussione la valutazione come potere e non solo come strumento per rendere efficiente e democratico un dispositivo.
L’Italia è rimasta senza una politica della ricerca Qualcuno ha idee da proporre?
di Massimiano Bucchi La Stampa TuttoScienze 29.4.15
«I
want my money back!». Così strillava all’Europa Mrs. Thatcher e così,
secondo alcuni, dovremmo fare noi oggi. Lo squilibrio tra il contributo
economico dell’Italia alla ricerca europea e la nostra capacità di
ottenere fondi di ricerca comunitaria ci penalizzerebbe al punto da
«pagare la ricerca degli altri». Ma questo punto di vista, facendo già
ora un bilancio dei finanziamenti del programma Horizon per il
2014-2020, trascura la possibilità che nei prossimi bandi il tasso di
successo dei progetti italiani cresca. Ma soprattutto rischia di farci
perdere di vista alcuni punti davvero fondamentali.
Primo. L’Italia, a
differenza di altri Paesi europei ha rinunciato ad avere una politica
nazionale di finanziamento alla ricerca. I fondi disponibili su base
competitiva sono ridotti al minimo e la loro assegnazione risulta, per
usare un eufemismo, farraginosa. Il programma ministeriale «Sir»
dedicato ai giovani ricercatori, dopo oltre un anno, non ha ancora
terminato la selezione dei progetti e anche il nuovo «Piano nazionale
della ricerca», più volte annunciato, è in ritardo di oltre un anno. Più
emblematica ancora la trovata escogitata qualche anno fa per uno degli
ultimi bandi per progetti di interesse nazionale: limitare il numero dei
progetti presentabili da ogni ateneo. Un limite mai visto. Facendo un
paragone calcistico, è come se il c.t. Conte fosse obbligato a convocare
in maglia azzurra un solo giocatore per squadra e pazienza se in
qualche squadra ce n’è più di uno meritevole e in altre nessuno. Un modo
per dire: nessuna scelta o priorità, semmai qualche spicciolo a
pioggia.
Secondo. La rinuncia ad una propria politica di investimenti
sarebbe, di per sé, meno grave se fosse accompagnata da una capacità di
incidere sulla distribuzione dei finanziamenti europei. Se i nostri
soldi sono lì, che almeno siano spesi anche tenendo conto delle
aspettative e dei bisogni dei nostri ricercatori, delle nostre imprese,
dei cittadini. Purtroppo mai o quasi mai le suddette categorie sono
state consultate su come e perché tra Bruxelles e Strasburgo si sia
deciso di distribuire i circa 80 miliardi di euro di Horizon (più
«ricco» di quasi 30 miliardi rispetto al precedente). Il futuro della
ricerca europea (e quindi italiana) sta qui: in una tabellina che
individua i settori più promettenti e meritevoli di investimenti, quelli
che dovrebbero portarci i risultati più significativi in termini di
conoscenza, sviluppo, benessere.
In sintesi: quasi un terzo della
torta va alla cosiddetta «eccellenza scientifica» (European Research
Council, mobilità dei ricercatori, infrastrutture, tecnologie
emergenti), circa 17 miliardi alla «leadership industriale» (tecnologie
della comunicazione e dell’informazione, biotecnologie e tecnologie
spaziali) e la fetta più consistente, 30 miliardi, alle «sfide sociali»
(cibo, clima, salute, energia), con una quota allo European Institute of
Innovation and Technology.
Per dare un esempio di quanto sia
importante entrare nel merito di queste scelte basta ricordare che gran
parte delle risorse per le tecnologie emergenti va a due soli «progetti
bandiera»: uno sul grafene e l’altro per lo «Human Brain Project».
Quest’ultimo è sempre più criticato sia per le modalità di gestione sia
per la decisione di puntare così tante risorse in un’unica direzione: se
nei prossimi anni vi viene una buona idea sulle neuroscienze ma siete
fuori dal consorzio, è probabile che dobbiate tenervela nel cassetto.
Conclusione:
avete mai sentito un ministro della ricerca o qualche altro
rappresentante politico o istituzionale illustrare queste decisioni e
spiegarci perché queste, e non altre, sono le priorità della ricerca
europea (e quindi italiana)? Negli incontri dei festival della scienza
qualcuno dei nostri scienziati ha mai detto se la ripartizione riflette
le priorità della comunità scientifica nazionale e internazionale? E
come Paese che non ha più una politica di ricerca pensiamo che risponda
ai nostri bisogni e punti di forza o l’accettiamo perché non abbiamo la
capacità di discuterne con Paesi più attivi e organizzati? È su tutto
questo che dobbiamo far sentire la nostra voce e chiarirci le idee, se
davvero «vogliamo avere indietro i nostri soldi» per noi e per i nostri
ricercatori.
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