mercoledì 29 aprile 2015

Assetto del sapere, struttura dell'università e ordine neoliberale: il libro di ROARS

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Uni­ver­sità 3.0. Quat­tro anni vis­suti peri­co­lo­sa­mente, a cura di Marco Viola, Ecom­mons, pp.236, euro 20

Risvolto
Siamo lieti di presentare Università 3.0 – Quattro anni vissuti pericolosamente, un libro che raccoglie e commenta alcuni dei più significativi articoli apparsi su questo blog per raccontare l’università post-Gelmini osservata con l’occhio critico (e ironico) della Redazione di ROARS.
Frutto del lavoro congiunto di tutta la redazione (coordinato da Marco Viola), il libro ospita e sistematizza alcuni contributi scritti da noi redattori e apparsi (anche) sul nostro blog, con l’aggiunta di un articolo a firma Pietro De Nicolao e due articoli a firma di Federica Laudisa.
L’organizzazione per capitoli, pur non ambendo a fornire in sole 240 pagine una “storia totale” dell’università e della ricerca, mira a offrirne un quadro il più poliedrico possibile.
L’editore (eCommons) ha messo a disposizione il libro sia in formato cartaceo che in formato elettronico.

Università, il populismo di un sistema feudale 
Saggi. «Università 3.0» del gruppo di ricerca e informazione Roars. Produttività aziendale, potere baronale e precarietà diffusa per la fabbrica globale della conoscenza
Roberto Ciccarelli, il Manifesto 28.4.2015
L’università è stata una cavia. La riforma Gel­mini ha raf­for­zato il potere baro­nale che a parole voleva abbat­tere, rea­liz­zando così lo scopo delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste: valu­tare il «merito» dell’individuo, vin­co­lan­dolo a un sistema buro­cra­tico di cer­ti­fi­ca­zione, con­trolli e disci­pli­na­menti sociali e psi­chici. Il nostro paese non ha certo l’esclusiva su un pro­cesso gene­rale. È da almeno un quarto di secolo che l’università, la ricerca e la scuola sono state orga­niz­zate secondo i prin­cipi della fab­brica glo­bale della cono­scenza: annien­ta­mento del valore della coo­pe­ra­zione e del lavoro cogni­tivo, indi­vi­dua­liz­za­zione del ricer­ca­tore in qua­lità di capi­ta­li­sta per­so­nale, liqui­da­zione dei diritti intesi come pri­vi­legi, pre­ca­riz­za­zione del lavoro di ricerca e di inse­gna­mento, raf­for­za­mento dei vin­coli feu­dali esi­stenti, esten­sione della loro cor­ru­zione sistemica. 

Que­sto è il pro­getto dei «rifor­ma­tori», di sini­stra e di destra, che hanno disar­ti­co­lato l’istruzione pub­blica di massa, liqui­dan­done la fle­bile aspi­ra­zione demo­cra­tica. Obiet­tivo rag­giunto: que­sti inge­gneri di una società disfun­zio­nale e tec­no­cra­tica hanno otte­nuto il con­senso attra­verso una cam­pa­gna media­tica tanto for­tu­nata, quanto con­trad­dit­to­ria. I «rifor­ma­tori» hanno voluto valo­riz­zare il merito e l’«oggettività» della valu­ta­zione scien­ti­fica. Nei fatti hanno rin­vin­go­rito la fru­stra­zione, il vit­ti­mi­smo, la pre­ca­rietà, l’odio e la com­pe­ti­zione. Fino al 2008 l’università è stata il labo­ra­to­rio della gover­nance eco­no­mica impo­sta dal centro-sinistra, l’università-azienda fon­data sui cre­diti e il 3+2 di Luigi Ber­lin­guer. Con i ber­lu­sco­niani è diven­tata anche l’arena dove spe­ri­men­tare il con­senso popu­li­sta otte­nuto con la deser­ti­fi­ca­zione intel­let­tuale e il disprezzo dell’autonomia dei singoli. 

I figu­ranti degli atenei 
Tutto que­sto in attesa della «Buona Uni­ver­sità» annun­ciata da Renzi. Ai super­stiti tra i ricer­ca­tori pre­cari sarà impo­sto un «Jobs Act». Così sarà dis­solta la mai ope­ra­tiva «tenure track» e sbu­giar­data la truffa dell’«abilitazione nazio­nale» con­ce­pita dalla Gel­mini. Que­sta massa pre­ca­riz­zata di ricer­ca­tori sarà tra­sfor­mata in sta­gio­nali al ser­vi­zio di un sistema che ha biso­gno di figu­ranti per far soprav­vi­vere corsi di lau­rea e facoltà. Quanto ai baroni, come a tutti i docenti, è riser­vata una sor­pre­sina: fino ad oggi i loro con­tratti di lavoro sono stati «aggan­ciati» a quelli della magi­stra­tura e delle forze armate. Il mini­stro dell’Università Gian­nini, e il Pd, hanno annun­ciato che non sarà più così. Per­de­ranno la loro pic­cola auto­no­mia di ceto e dovranno con­trat­tare con il governo i com­pensi e lo status. 
S’intravede lo sce­na­rio pre­pa­rato per gli inse­gnanti a scuola: i più bassi salari d’Europa; dipen­denza dal potere asso­luto dei ret­tori (come quello dei presidi-sceriffi); intro­du­zione del cot­timo pro­dut­tivo in base al ren­di­mento. Se lo sono meri­tati. Non hanno mai voluto ascol­tare i movi­menti stu­den­te­schi dal 1990 al 2010 (dove c’erano anche i ricer­ca­tori). Que­sto è il risul­tato di ven­ti­cin­que anni di complicità. 

Il potere baronale 
La situa­zione è dram­ma­tica. Sarà distorta media­ti­ca­mente quando Renzi avrà finito con la scuola e spo­sterà il mirino sull’università. Qual­cuno pen­serà ancora di potersi sal­vare. I pre­cari dal licen­zia­mento (ops, dalla fine del con­tratto) affi­dan­dosi alle reti baro­nali. I baroni si affi­de­ranno alla loro tra­mon­tata e infon­data «auto­re­vo­lezza». Sono tutte illu­sioni. Sta­volta non sarà così. Bus­se­ranno a tutte le porte. E sva­li­ge­ranno il teso­retto e le ren­dite di posi­zione, pic­cole e grandi, di ciascuno. 
Nell’attesa è utile leg­gere i con­tri­buti rac­colti dalla reda­zione Roars, il maga­zine online sulla ricerca più letto in Ita­lia, rac­colti nel volume col­let­ta­neo Uni­ver­sità 3.0. Quat­tro anni vis­suti peri­co­lo­sa­mente (Ecom­mons, pp.236, euro 20, a cura di Marco Viola). Roars è nato dopo la mobi­li­ta­zione con­tro la riforma Gel­mini. In quat­tro anni ha svi­lup­pato una cri­tica del sistema uni­ver­si­ta­rio neo­li­be­ri­sta, occu­pan­dosi di valu­ta­zione, merito e di tutte le bufale sull’occupazione e l’istruzione. Pic­colo vascello che com­batte le coraz­zate dei quo­ti­diani e delle Tv main­stream, la reda­zione Roars è com­po­sta da 13 docenti e pre­cari uni­ver­si­tari e ha riscosso un note­vole suc­cesso: 10 milioni di per­sone leg­gono le sue ruvide pole­mi­che sem­pre documentate. 
È una novità per la scena ita­liana dove i saperi sono liqui­dati come pro­prietà di una «casta», men­tre i poteri restano indi­scu­ti­bili. Roars affronta le ambi­va­lenze del potere baro­nale, l’harakiri del diritto allo stu­dio, dimo­stra che la ricerca ita­liana resi­ste nono­stante tutto, irride la sit-com sugli stu­denti ita­liani «laz­za­roni» e «choosy» imba­stita dai baroni eletti a mini­stri e dagli edi­to­ria­li­sti che par­lano solo dei figli altrui. Nega che l’università sia solo un covo di fami­gli che si spar­ti­scono le bri­ciole avan­zate dal pasto dei clan domi­nanti. Una posi­zione sco­moda che non si accon­tenta dell’informazione domi­nante, come del sen­tire comune popu­li­sta. Un fact chec­king per­ma­nente che deco­strui­sce il regime della fal­si­fi­ca­zione di massa, come la stessa idea che si possa restau­rare l’università dell’età dell’oro. 

L’ideologia meri­to­cra­tica 
Quell’università non è mai esi­stita. E non esi­sterà domani, dopo 1,1 miliardi di euro di tagli di Ber­lu­sconi, mai più rifi­nan­ziati, men­tre con­ti­nua l’esodo di massa verso l’estero e l’espulsione dei pre­cari. Né mai potrà esi­stere l’università fon­data sulla meri­to­cra­zia. Que­sto con­cetto non solo è fun­zio­nale a un sistema basato sul potere del denaro, ma è l’espressione di una società clas­si­sta dove que­sto potere è dei pochi che con­trol­lano la vita dei molti. La meri­to­cra­zia fu denun­ciata dalla fanta-sociologia di Michael Young come illu­sione. Oggi, invece, è con­si­de­rata una verità dalle mul­ti­na­zio­nali della con­su­lenza come McKin­sey, o dai «boc­co­niani» e dai loro gaz­zet­tieri di regime. O di governo. «Ogni ten­ta­tivo di defi­nire e misu­rare merito ed eccel­lenza – si legge nel volume – fa sor­gere tali e tante dif­fi­coltà e con­tro­ver­sie da per­met­tere a cia­scuno di decli­nare que­sta banale verità nei modi più con­soni alle poli­ti­che e all’ideologia che in mente». Parole defi­ni­tive su un sistema sociale, e non solo uni­ver­si­ta­rio, ostaggi di un con­cetto meta­fi­sico e di un dispo­si­tivo di governo fina­liz­zato alla sele­zione di censo e al con­trollo politico. 

Il pastic­cio dell’Anvur 
Dif­fi­cile fare pro­po­ste alter­na­tive in un pro­cesso di dege­ne­ra­zione come que­sto. Roars ci prova: invece dell’abolizione, com’è stato fatto in Fran­cia con l’analoga Aeres, Roars sce­glie la strada della riforma dell’Anvur, il pila­stro della mac­china valu­ta­tiva pro­po­sta da Fabio Mussi nel 2007, rea­liz­zata dalla Gel­mini nel 2011, quella che ha man­dato in cor­to­cir­cuito l’intero sistema. For­mula un’ipotesi di riforma della valu­ta­zione della ricerca sulla base della peer-review della bri­tan­nica Ref, di cui si con­sta­tano tut­ta­via i difetti. Roars la pre­fe­ri­sce all’incredibile pastic­cio pro­dotto dall’Anvur che usa sistemi biblio­me­trici e di peer review.
Resta da istruire l’analisi della valu­ta­zione come potere di governo della vita e sulla pro­du­zione di saperi – ma non di conoscenza — isti­tuito nel regime neo­li­be­rale. Oggi è più che mai neces­sa­rio met­tere in discus­sione la valu­ta­zione come potere e non solo come stru­mento per ren­dere effi­ciente e demo­cra­tico un dispositivo.

L’Italia è rimasta senza una politica della ricerca Qualcuno ha idee da proporre?
di Massimiano Bucchi La Stampa TuttoScienze 29.4.15
«I want my money back!». Così strillava all’Europa Mrs. Thatcher e così, secondo alcuni, dovremmo fare noi oggi. Lo squilibrio tra il contributo economico dell’Italia alla ricerca europea e la nostra capacità di ottenere fondi di ricerca comunitaria ci penalizzerebbe al punto da «pagare la ricerca degli altri». Ma questo punto di vista, facendo già ora un bilancio dei finanziamenti del programma Horizon per il 2014-2020, trascura la possibilità che nei prossimi bandi il tasso di successo dei progetti italiani cresca. Ma soprattutto rischia di farci perdere di vista alcuni punti davvero fondamentali.
Primo. L’Italia, a differenza di altri Paesi europei ha rinunciato ad avere una politica nazionale di finanziamento alla ricerca. I fondi disponibili su base competitiva sono ridotti al minimo e la loro assegnazione risulta, per usare un eufemismo, farraginosa. Il programma ministeriale «Sir» dedicato ai giovani ricercatori, dopo oltre un anno, non ha ancora terminato la selezione dei progetti e anche il nuovo «Piano nazionale della ricerca», più volte annunciato, è in ritardo di oltre un anno. Più emblematica ancora la trovata escogitata qualche anno fa per uno degli ultimi bandi per progetti di interesse nazionale: limitare il numero dei progetti presentabili da ogni ateneo. Un limite mai visto. Facendo un paragone calcistico, è come se il c.t. Conte fosse obbligato a convocare in maglia azzurra un solo giocatore per squadra e pazienza se in qualche squadra ce n’è più di uno meritevole e in altre nessuno. Un modo per dire: nessuna scelta o priorità, semmai qualche spicciolo a pioggia.
Secondo. La rinuncia ad una propria politica di investimenti sarebbe, di per sé, meno grave se fosse accompagnata da una capacità di incidere sulla distribuzione dei finanziamenti europei. Se i nostri soldi sono lì, che almeno siano spesi anche tenendo conto delle aspettative e dei bisogni dei nostri ricercatori, delle nostre imprese, dei cittadini. Purtroppo mai o quasi mai le suddette categorie sono state consultate su come e perché tra Bruxelles e Strasburgo si sia deciso di distribuire i circa 80 miliardi di euro di Horizon (più «ricco» di quasi 30 miliardi rispetto al precedente). Il futuro della ricerca europea (e quindi italiana) sta qui: in una tabellina che individua i settori più promettenti e meritevoli di investimenti, quelli che dovrebbero portarci i risultati più significativi in termini di conoscenza, sviluppo, benessere.
In sintesi: quasi un terzo della torta va alla cosiddetta «eccellenza scientifica» (European Research Council, mobilità dei ricercatori, infrastrutture, tecnologie emergenti), circa 17 miliardi alla «leadership industriale» (tecnologie della comunicazione e dell’informazione, biotecnologie e tecnologie spaziali) e la fetta più consistente, 30 miliardi, alle «sfide sociali» (cibo, clima, salute, energia), con una quota allo European Institute of Innovation and Technology.
Per dare un esempio di quanto sia importante entrare nel merito di queste scelte basta ricordare che gran parte delle risorse per le tecnologie emergenti va a due soli «progetti bandiera»: uno sul grafene e l’altro per lo «Human Brain Project». Quest’ultimo è sempre più criticato sia per le modalità di gestione sia per la decisione di puntare così tante risorse in un’unica direzione: se nei prossimi anni vi viene una buona idea sulle neuroscienze ma siete fuori dal consorzio, è probabile che dobbiate tenervela nel cassetto.
Conclusione: avete mai sentito un ministro della ricerca o qualche altro rappresentante politico o istituzionale illustrare queste decisioni e spiegarci perché queste, e non altre, sono le priorità della ricerca europea (e quindi italiana)? Negli incontri dei festival della scienza qualcuno dei nostri scienziati ha mai detto se la ripartizione riflette le priorità della comunità scientifica nazionale e internazionale? E come Paese che non ha più una politica di ricerca pensiamo che risponda ai nostri bisogni e punti di forza o l’accettiamo perché non abbiamo la capacità di discuterne con Paesi più attivi e organizzati? È su tutto questo che dobbiamo far sentire la nostra voce e chiarirci le idee, se davvero «vogliamo avere indietro i nostri soldi» per noi e per i nostri ricercatori. 

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