mercoledì 29 aprile 2015

Un confronto tra Edgar Morin e Tariq Ramadan

Il pericolo delle ideeEgdar Morin e Tariq Ramadan : Il pericolo delle idee, Erickson edizioni


Risvolto
Può esistere un dibattito costruttivo tra due concezioni del mondo e della fede che tutto fa sembrare opposte l’una all’altra? Molti, oggi soprattutto, risponderebbero di no. Eppure questo libro è la prova del contrario, la dimostrazione che, se si ascolta veramente l’altro rispettandone la diversità, il dialogo  può non solo avere luogo ma diventare la chiave di lettura per comprendere il passato e interpretare la complessità del presente.

Edgar Morin, tra i maggiori pensatori viventi, e Tariq Ramadan, intellettuale  e teologo musulmano molto discusso in Francia per le sue opinioni su islamismo e Occidente, danno vita a una conversazione intensa e autentica, antidogmatica ed estremamente attuale, che tocca i nodi tra i più critici del dibattito contemporaneo: il conflitto israeliano-palestinese, il fondamentalismo, l’antisemitismo e l’islamofobia, la laicità e il laicismo, i diritti delle donne, la globalizzazione… 
In un periodo come quello presente, in cui i principi fondativi della democrazia e del vivere comune sono minacciati e offesi, ciò che rende attuale questo libro è anche ciò che lo rende «pericoloso»: l’ambizione di poter vivere insieme anche essendo diversi, la speranza che la pluralità — di opinioni, fedi, culture — possa non ridursi a scontro fra civiltà. È questo il pericolo delle idee: un rischio che vale la pena assumersi, oggi più che mai.


Morin e Ramadan, il dialogo di due illuministi atipici 

Benedetto Vecchi, il Manifesto 28.4.2015 

Due intel­let­tuali che i media dipin­gono agli anti­podi, ma che in que­sto ser­rato dia­logo sco­prono di avere più i punti in comune che dif­fe­renze. Il primo è con­si­de­rato il grande vec­chio euro­peo del pen­siero della com­ples­sità, che dichiara sin dalle prime bat­tute fedeltà alla tri­nità — libertà, ugua­glianza e fra­ter­nità — della Rivo­lu­zione fran­cese; e dell’illuminismo, lo sfondo sui quali entrambi si col­lo­cano. Il secondo afferma peren­to­ria­mente che ogni iden­tità cul­tu­rale o reli­giosa non può pre­scin­dere pro­prio dal fare pro­prie quelle tre parole, le uni­che coor­di­nate di una pos­si­bile pre­senza poli­tica degli isla­mici in Europa. 
Va dun­que dato merito alla casa edi­trice Erick­son per aver tra­dotto l’incontro-dialogo tra Edgar Morin e Tariq Rama­dan (Il peri­colo delle idee, pp. 271, euro 17,50), per­ché è un libro che aiuta a capire quale possa essere il ter­reno di incon­tro tra un illu­mi­ni­sta radi­cale e un teo­logo isla­mico che ha fatto molto par­lare di sé per le sue prese di posi­zione a favore di una iden­tità isla­mica distinta da quella di altri cre­denti e non cre­denti nati nel vec­chio continente. 
Tariq Rama­dan è stato infatti descritto come un sul­fu­reo intel­let­tuale che in maniera mime­tica si schie­rava a favore di un islam poli­tico radi­cale. Da quanto emerge da que­sto libro niente di più lon­tano dalle sue parole. La demo­cra­zia poli­tica è difesa da Rama­dan, anche se ne sot­to­li­nea i limiti quanto nelle società ven­gono impo­ste per legge norme che stri­dono con le con­vin­zioni di chi, isla­mico per con­vin­zione reli­giosa, ma fran­cese, sviz­zero, tede­sco, ita­liano per scelta. La tol­le­ranza dovrebbe essere la bus­sola che regola la rotta poli­tica dei governi nazio­nali e dell’Unione euro­pea, sostiene Rama­dan. Que­sto non signi­fica che la pos­si­bi­lità di indos­sare il velo da parte delle donne debba essere una scelta che non strida con le leggi domi­nanti. E anche sulla sepa­ra­zione tra reli­gione e poli­tica Rama­dan è netto: sono ambiti distinti e la prima non dovrebbe mai inva­dere il campo della seconda, anche se per un isla­mico il rispetto del Corano è con­di­zione indi­spen­sa­bile per la sua pre­senza nella scena pub­blica. Dun­que prese di posi­zioni che nulla hanno a che fare con la figura descritta dai media del teo­logo isla­mico. Anzi, Rama­dan ripete con­ti­nua­mente che l’islam è una welt­a­shauung sem­pre in dive­nire, per­ché è un sistema di valori che non pre­scinde mai dall’adesione a un prin­ci­pio di realtà. Da que­sto punto di vista, Rama­dan si pre­senta come un inno­va­tore, un rifor­ma­tore, che vede nell’islam poli­tico radi­cale un osta­colo alla piena cit­ta­di­nanza degli isla­mici che vivono o sono nati nel vec­chio continente. 
Certo nel volume Edgar Morin incalza, chiede pre­ci­sa­zioni, ma non sono poche le pagine dove la con­ver­sa­zione tra i due intel­let­tuali ripe­tono di essere in piena sintonia. 
Eppure i temi del dia­logo non sono «neu­tri». C’è ovvia­mente il nodo di come l’Islam vede il ruolo delle donne. I due intel­let­tuali, maschi, hanno una cono­scenza certo non pro­fonda del pen­siero fem­mi­ni­sta con­ti­nen­tale, ma entrambi si dichia­rano per una piena eman­ci­pa­zione delle donne. Anzi, Tariq Rama­dan è il più netto. Una società che non fa pro­pria la «dif­fe­renza» delle donne nel pen­sare le rela­zioni sociali è una società «muti­lata» di una parte delle sue poten­zia­lità. Dun­que nes­suna indul­genza verso chi vuol imporre il velo alle donne. Morin non può che con­cor­dare con il suo inter­lo­cu­tore.
L’andamento è lo stesso quando il tema affron­tato è la costi­tu­zione dell’Europa poli­tica. Entrambi sot­to­li­neano che il pro­cesso costi­tu­zione si è inter­rotto e che il potere deci­sio­nale è nelle mani di un gruppo di tec­no­crati che non vogliono certo sot­to­stare a quel prin­ci­pio demo­cra­tico che è il con­trollo delle loro azioni. Ma anche qui, pieno con­senso tra i due: la loro scelta euro­pei­sta non è mai messa in discus­sione, anche se que­sto non signi­fica la rinun­cia alla cri­tica del carat­tere tec­no­cra­tico e anti­de­mo­cra­tico che carat­te­rizza l’attuale pro­cesso di costi­tu­zione euro­peo. Stesso tenore è il giu­di­zio sulla glo­ba­liz­za­zione. Un pro­cesso irre­ver­si­bile, dal quale non è pos­si­bile imma­gi­nare un ritorno al pas­sato, ma da qui alla rinun­cia alla cri­tica agli ido­la­tri del libero mer­cato ce ne corre. Anzi Rama­dan, con un vezzo auto­re­fe­ren­ziale, ricorda che si può par­lare di isla­mici euro­pei pro­prio gra­zie alla mobi­lità di uomini e donne resa pos­si­bile dalla globalizzazione. 
Sulla seco­la­riz­za­zione delle società Morin non può che salu­tarla posi­ti­va­mente. Per il filo­sofo fran­cese la reli­gione è un fatto pri­vato. Rama­dan non fa fatica ad ammet­tere che le società euro­pee sono società seco­la­riz­zate, anche se invita a riflet­tere il f atto che la fede è un fatto col­let­tivo e che in quelle stesse società seco­la­riz­zate la reli­gione è vista come una rispo­sta alle inquie­tu­dini e ai pro­cessi disgre­ga­tivi del legame sociale atti­vati dall’economia del libero mer­cato.
La parte più intensa del volume è quella dedi­cata alla «que­stione pale­sti­nese». Per Tariq Rama­dan è scon­tata l’adesione alle riven­di­ca­zioni dei pale­sti­nesi di for­mare un loro stato e che Israele deve tor­nare ai con­fini pre­ce­denti al 1967. Per Edgar Morin, il discorso è più articolato.Anche se laico e non cre­dente non rimuove la sua ori­gine ebraica. È un uomo che ha fatto espe­rienza dell’antisemitismo e sa che è in Europa che si è con­su­mata la Shoah. Si dichiara soli­dale con i pale­sti­nesi e usa parole dure con­tro l’occupazione israe­liana, anche se afferma, una presa di posi­zione forse indi­ge­sta per un cosmo­po­lita, che tanto i pale­sti­nesi che gli israe­liani hanno diritto ognuno a un loro stato. 
Un libro dun­que in difesa della libera cir­co­la­zione delle idee, il peri­colo che gli intol­le­ranti e gli inte­gra­li­sti di ogni risma vedono come un virus che cor­rode il loro potere fon­dato sui pre­giu­dizi e sull’intolleranza.

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