martedì 28 aprile 2015
La politica come ideologia al servizio più smaccato dei ceti proprietari: scritti in onore di Giovanni Sartori
In cosa, esattamente, Giovanni Sartori sarebbe "una voce critica"? [SGA].
Stefano Passigli (a cura di): La Politica Come Scienza. Scritti In Onore Di Giovanni Sartori, Passigli
Il politologo di fama internazionale racconta come ha conosciuto Isabella Gherardi, pittrice e fotografa
Mario Prignano Corriere 05 marzo 2009
Libertà come equilibrio di poteri La scienza militante di Sartori
Una voce critica verso le facili suggestioni della democrazia diretta
di Stefano Passigli Corriere 28.4.15
Ne i loro contributi a questo volume in onore di Giovanni Sartori molti
degli autori fanno riferimento al grande valore innovativo della sua
opera, sottolineandone il ruolo nello sviluppo della scienza politica.
Ma anche se tutti sono abituati a considerarlo come il politologo per
eccellenza, Sartori iniziò il proprio percorso scientifico con una
riflessione di filosofia politica di cui sono testimonianza i suoi
scritti su Croce. Sarà infatti solo con il suo fondamentale volume
Democrazia e definizioni , apparso nel 1957, che, abbandonando una
prospettiva essenzialmente filosofica, egli si orienterà verso una
scienza analitica che ne stabilirà immediatamente l’autorevolezza
scientifica a livello internazionale. Dedicato all’esame di modelli
alternativi di democrazia, lo studio di Sartori compie peraltro anche
una decisa scelta prescrittiva a favore della democrazia
rappresentativa. La sua critica alla democrazia diretta è radicale:
possibile forse nella antica polis , la democrazia diretta e gli
istituti che ad essa si ispirano, come il referendum, sono visti da
Sartori come oggetto di possibile manipolazione da parte di minoranze
che chiamano la maggioranza ad esprimersi su alternative predefinite dal
loro attivismo («sì» o «no») senza possibilità di mediazioni. Sartori
teorizza invece una «democrazia competitiva», in cui il ruolo della
maggioranza non è quello di pronunciarsi una tantum solo il giorno delle
elezioni, o su di un quesito referendario definito da una minoranza, ma
quello di scegliere nel momento elettorale tra minoranze in
competizione, e di controllare attraverso i propri rappresentanti
l’esercizio del potere di governo da parte della minoranza prescelta in
sede elettorale.
Altra conseguenza che discende da una visione della democrazia ove alla
maggioranza sia affidato il ruolo di scegliere tra minoranze in
competizione, è che la maggioranza non entra in gioco solo il giorno
delle elezioni, ma partecipa ai processi decisionali in maniera
continuativa attraverso il sistema dei partiti e degli interessi, e le
relative rappresentanze parlamentari, nonché attraverso un sistema
dell’informazione in grado di assicurare il libero formarsi di una
opinione pubblica indipendente. È in questa visione che affondano le
radici del rifiuto di Sartori della «democrazia di investitura», della
teoria cioè che chi è stato «unto» dal voto popolare può essere
sostituito solo da nuove elezioni, con ciò riconoscendo quale unica
fonte di legittimazione il voto e ponendo in discussione la legittimità
di poteri basati su fonti di legittimazione alternative, come ad esempio
la magistratura.
Naturalmente, per funzionare bene la democrazia rappresentativa postula
un corretto rapporto eletti-elettori, che garantisca a questi ultimi un
controllo continuativo sull’operato dei primi. Sartori conosce bene il
valore del divieto di mandato imperativo quale principio fondante della
rappresentanza politica; ma Sartori conosce altrettanto bene
l’importanza della pubblica opinione, e quindi di un sistema
dell’informazione pluralistico e non manipolato quale garanzia del
libero formarsi del consenso politico e quale strumento di controllo
degli elettori sull’operato degli eletti. La necessità di conciliare
questi due aspetti essenziali della democrazia porta Sartori a volgere i
suoi interessi verso i partiti e le leggi elettorali, quali
indispensabili strumenti di raccordo tra gli elettori e le istituzioni, e
infine a rivolgere l’attenzione alle distorsioni introdotte nel
processo democratico dall’avvento dei media televisivi e dall’insorgere
del conflitto di interessi.
È il momento in cui il confronto quotidiano con la realtà del sistema
politico italiano accelera in Sartori il convincimento che la scienza
politica, pur dovendosi mantenere estranea a suggestioni prescrittive,
sia però una scienza intrinsecamente applicativa, che può indicare gli
strumenti necessari a conseguire gli obiettivi perseguiti, e che — in
presenza di crisi di sistema — essa possa, anzi debba, dar vita ad una
vera e propria ingegneria istituzionale. È questa preoccupazione per la
crescente crisi della democrazia rappresentativa, e per il sempre più
marcato disincanto della pubblica opinione nei suoi confronti, che porta
Sartori ad esplorare i fenomeni che incidono sulla sua progressiva
trasformazione, primo fra questi la «videocrazia», e che indebolendo
partiti, gruppi di interesse, e tutti gli istituti di mediazione tra il
singolo cittadino e le istituzioni, accelerano la personalizzazione
della politica e il concentrarsi del potere in leader singoli, con il
rischio di un progressivo venir meno di quella separazione (ed
equilibrio) tra poteri da sempre considerata da Sartori come
indispensabile requisito di un sistema che voglia dirsi democratico.
Naturale dunque che in questa fase si faccia dominante, rispetto ai suoi
interessi teorici, l’attenzione di Sartori per il caso italiano. Nei
suoi interventi sul «Corriere della Sera», egli si dedica perciò a
fenomeni quali il conflitto di interessi; le trasformazioni surrettizie
della forma di governo generate da innovazioni quali il nome del
candidato premier sulla scheda elettorale; il crescente contrasto tra
politica e magistratura alimentato dalle «leggi ad personam »; la
mancata esecuzione delle sentenze della Corte costituzionale in materia
di sistema radiotelevisivo; e così via. In questi interventi Sartori
ribadisce costantemente la sua fiducia in una visione classica della
democrazia rappresentativa, e nei suoi strumenti di partecipazione,
primo tra tutti il partito politico, vedendo però il superamento del
modello del partito di massa e lo scivolamento verso il partito
personale, strumento di mobilitazione a servizio del leader.
Militante, dunque, in questi ultimi anni, ma nel profondo sempre
scienziato. Nessuna contraddizione: se la scienza politica è scienza
applicativa, nei momenti di crisi sistemica essa non può non essere
impegnata. La lezione di Sartori, al di là dei grandi portati di
sostanza, è dunque innanzitutto una lezione di grande rigore e di
estrema indipendenza e coerenza scientifica .
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