martedì 28 aprile 2015

Una nuova edizione per il Corpus Dionysiacum

Corpus dionysiacum: La gerarchia celeste­La gerarchia ecclesiastica­Circa i divini nomi­ La teologia mistica­EpistoleDionigi Areopagita: Corpus Dionysiacum, Vita felice


Risvolto

Ci sono traduzioni che non si devono dimenticare. Quella che Enrico Turolla (1896-1985), celebre traduttore di Platone, Orazio e di Proclo, diede per il "Corpus Dionysiacum" è una di esse. Il suo Corpus vedeva la luce a Padova nel 1956, presso Cedam e, prima della versione di Pietro Scazzoso ed Enzo Bellini (uscita in un primo tempo da Rusconi e poi, nel 2009, nella collana "Il pensiero occidentale" di Bompiani), era la sola completa e attendibile in italiano. Senonché la traduzione di Turolla, anche se non venne condotta sugli ultimi testi critici tedeschi (Walter de Gruyter, 1990), conserva un valore impareggiabile per la scelta dei termini e per la capacità dello studioso di evocare il linguaggio mistico del misterioso pensatore che si cela dietro il nome di Dionigi Areopagita. 


La mistica in veste di orazione 

Saggi. « Corpus Dionysiacum» di Dionigi Areopagita per la casa editrice Vita felice. Una nuova edizione di un testo ritenuto di volta in volta una fondante opera teologica o uno scritto teso a ostacolare la diffusione del cristianesimo

Marco Pacioni, 28.4.2015 

Nella tra­di­zione di opere filo­so­fi­che e teo­lo­gi­che una delle più con­tro­verse è il Cor­pus Dio­ny­sia­cum di Dio­nigi Areo­pa­gita: quat­tro trat­tati e una sil­loge di let­tere cui si dovreb­bero aggiun­gere altri sette testi men­zio­nati dall’autore, ma non per­ve­nu­tici. Sin da quando si hanno noti­zie sulla sua cir­co­la­zione nel VI sec. d. C. si sono adden­sati dubbi sull’identità di Dio­nigi, su quando l’opera è stata scritta e sul signi­fi­cato. Ciò non ha però com­por­tato che il Cor­pus fosse messo da parte. Al con­tra­rio, in certi periodi è addi­rit­tura diven­tato un punto di rife­ri­mento del pen­siero cri­stiano fino al punto da dare aura di san­tità al suo autore che si pre­senta anche come per­so­nag­gio della sua opera. Dio­nigi sarebbe uno dei due soli seguaci di San Paolo con­ver­ti­tisi dopo la mis­sione dell’apostolo nell’Areopago. Dichiara di essere un cor­ri­spon­dente dell’evangelista Gio­vanni e di aver assi­stito al fune­rale della Madonna. Dio­nigi sarebbe insomma una sorta di proto-padre della Chiesa che ha l’ambizione di siste­mare den­tro la tra­di­zione filo­so­fica pla­to­nica alcuni dei fon­da­menti del cri­stia­ne­simo. Qui però si tro­vano strane incon­gruenze. Ad esem­pio, tutti quelli che sono gli ele­menti fat­tuali e sto­rici del cri­stia­ne­simo, la figura di Gesù e la sua cro­ci­fis­sione non hanno un grande ruolo nella sua siste­ma­zione che si pro­fonde invece nell’angiologia, la gerar­chia eccle­sia­stica, i nomi divini e la mistica. Quest’ultima soprat­tutto, imma­gi­nata come iti­ne­ra­rio di nega­zioni, ha fatto del Cor­pus un modello che ha avuto grande for­tuna nello svi­luppo del misti­ci­smo filo­so­fico e teo­lo­gico cristiano. 
A met­tere deci­sa­mente l’accento sul Cor­pus di Dio­nigi quale falso d’autore è stato per primo il filo­logo e uma­ni­sta Lorenzo Valla, senza che ciò però abbia com­por­tato che l’opera dell’Areopagita scom­pa­risse dal canone. Dalla filo­lo­gia otto/novecentesca la que­stione della fal­sità è stata poi svi­lup­pata e intesa o come caso di pseu­doe­pi­gra­fia auto­re­vole o al con­tra­rio come ope­ra­zione che inten­deva dare al Cor­pus un’antichità e auto­rità teo­lo­gica che non gli appar­te­ne­vano. In entrambi i casi e per ragioni diverse l’identità dell’autore è rima­sta un mistero. La mag­gior parte degli stu­diosi ha datato l’opera fra secondo e terzo decen­nio del 500 d. C. quando l’imperatore Giu­sti­niano, impe­gnato a restau­rare l’autorità impe­riale, decide di chiu­dere l’Accademia ate­niese, avam­po­sto della cul­tura pagana. 
Solo in tempi più recenti è stata con­dotta un’edizione cri­tica (Wal­ter de Gruy­ter, 1990 – 1991) più accu­rata di quella della ver­sione latina otto­cen­te­sca di Cor­dier, base anche della prima inte­grale tra­du­zione ita­liana di Enrico Turolla pub­bli­cata nel 1956 (Cedam). Ripro­po­sta ora per le edi­zioni La Vita Felice (Cor­pus dio­ny­sia­cum, pp. 464, euro 19,50), que­sta tra­du­zione è incline ad asse­con­dare l’afflato mistico e l’autorevolezza teo­lo­gica del Cor­pus. Nella sua nota intro­dut­tiva Turolla difende la natura pseu­doe­pi­grafa del testo con­tro il falso d’autore e respinge la data­zione del VI sec. a favore dell’arcaicità tra fine del I e prima metà del II sec. 
Quella di Turolla non sosti­tui­sce la ver­sione di Pie­tro Scaz­zoso curata da Enzo Bel­lini all’inizio degli anni Ottanta per Rusconi e poi ristam­pata con le revi­sioni di Ila­ria Ramelli nella col­lana dei clas­sici del pen­siero occi­den­tale diretta da Gio­vanni Reale per Bom­piani. Quello di Turolla è tut­ta­via un docu­mento impor­tante che atte­sta il soprav­vi­vere anche nel nove­cento di una rice­zione del Cor­pus dio­ny­sia­cum non con­fi­nata sol­tanto agli studi e alle pro­ble­ma­ti­che filo­lo­gi­che, ma viva e ope­rante. (Non sono man­cati devoti e filo­sofi nel Nove­cento che hanno con­ti­nuato a entu­sia­smarsi per il Cor­pus, come ad esem­pio Edith Stein). Soprat­tutto, la tra­du­zione di Turolla si inse­ri­sce nella più ampia que­stione della rice­zione del Cor­pus, fatto altret­tanto impor­tante nella tra­di­zione dei suoi testi. Sulla rice­zione aveva insi­stito Gio­vanni Reale nell’introduzione all’edizione Bom­piani, anche a fronte dell’ulteriore rilan­cio della tesi del falso d’autore che nel 2006 è stato fatto da Carlo Maria Mazzucchi. 

La tesi di Maz­zuc­chi segna un punto estremo nella dia­triba che si gioca sul Cor­pus Dio­ny­sia­cum, per­ché non sol­tanto con­ferma la data­zione all’epoca di Giu­sti­niano dei testi, ma iden­ti­fica il miste­rioso autore in Dama­scio di Dama­sco, autore del De prin­ci­piis e soprat­tutto ultimo dia­doco dell’Accademia ate­niese chiusa dall’imperatore nel 529. Per Maz­zuc­chi non solo in Dio­nigi si cele­rebbe Dama­scio, ma quest’ultimo dis­si­mu­le­rebbe nel Cor­pus un dise­gno neo­pla­to­nico nel quale il cri­stia­ne­simo dovrebbe dis­sol­versi. Dun­que, non il neo­pla­to­ni­smo dovrebbe fun­gere da base per una teo­lo­gia cri­stiana, ma al con­tra­rio, sarebbe quest’ultima ad essere ricon­dotta e neu­tra­liz­zata nell’alveo del pen­siero pla­to­nico. Quello di Dionigi/Damascio costi­tui­rebbe, secondo Maz­zuc­chi, un estremo e coperto ten­ta­tivo di con­tro­ver­si­stica anti-cristiana nel quale lo stile teo­lo­gico nega­tivo assunto dall’autore svolge un ruolo cru­ciale. In tal senso si potrebbe dire che qui la mistica si afferma anche come pro­cesso argo­men­ta­tivo che simul­ta­nea­mente misti­fica o demi­sti­fica (dipende dai punti di vista) l’oggetto ricer­cato nel modo della ricerca, fino a ren­dere inde­ci­di­bili il «che cosa» e il «come», in maniera ana­loga ai pro­ce­di­menti dei misteri eleu­sini con i quali il neo­pla­to­ni­smo del Cor­pus rivela diversi ele­menti in comune. 
Se si pensa a quanto invece il Cor­pus ha con­tato nella tra­di­zione teo­lo­gica cri­stiana, non si può non rima­nere ulte­rior­mente mera­vi­gliati e affa­sci­nati dalla potenza di que­sti testi. Anche se non fosse con­fer­mata l’attribuzione a Dama­scio fatta da Maz­zuc­chi, il Cor­pus rap­pre­senta un caso che ci invita a riflet­tere sulla natura sim­bio­tica di let­tera e spi­rito dei testi, sulla loro ete­ro­ge­nesi dei fini, sulla pola­rità fra autore reale e autore per­so­nag­gio, sul fatto di come la sto­ria della tra­di­zione a volte possa tra­dire anche l’autorità di chi ha scritto.

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