Due partiti in uno e l’arma elettorale nell’ultima battaglia sull’Italicum
La denuncia della “deriva autoritaria” suona tardiva. E l’esito della partita richiama ciò che Blair fece al Labour
di Stefano Folli Repubblica 28.4.15
C’È MOLTO nervosismo alla Camera intorno alla riforma elettorale. E si
capisce. Se l’Italicum nei prossimi giorni sarà legge, finisce il Pd
come lo abbiamo conosciuto in questi anni. Il Pd la cui storia remota
comincia con la caduta del muro di Berlino e la trasformazione del Pci,
ma i cui padri sono molteplici: il Pds, i Ds, l’Ulivo prodiano, in parte
la sinistra cattolica. Una certa storia va a concludersi, resa obsoleta
dalla crescita abnorme e rapida del «partito di Renzi». Da cui
un’ulteriore stranezza: la raffica di voti di fiducia che il presidente
del Consiglio è tentato di autorizzare contro una componente del suo
stesso partito, quel Pd di cui egli è il segretario. Una fiducia sulla
legge elettorale posta dal premier-segretario contro la minoranza
interna.
Ci stiamo inoltrando, non c’è dubbio, su un terreno semi-inesplorato,
almeno nella nostra vicenda parlamentare (c’è solo il precedente, ma in
tutt’altro contesto, della fiducia sulla legge maggioritaria del ‘53,
non paragonabile all’Italicum). È come se i due partiti che ormai
convivono dentro il recinto del Pd fossero arrivati alla resa dei conti
finale. Questo non significa che all’orizzonte si delinea con certezza
una scissione: anche perché con la riforma in atto lo spazio elettorale a
sinistra diventa davvero esiguo. Per paradosso, sarebbe più pratico
organizzare una corrente dentro i confini del partito renziano, ma nella
consapevolezza di un campo comunque esiguo e con possibilità di
condizionare il gioco politico altrettanto modeste, per non dire nulle.
In altre parole, una trappola per le componenti «storiche» del Pd. Un
esito che per certi versi sembra assomigliare all’estinzione della
vecchia tradizione del «labour» britannico, esautorato e via via
cancellato dall’irruzione sulla scena di Tony Blair. Ce n’è abbastanza
allora per spiegare il nervosismo che serpeggia a Montecitorio. Gli
oppositori di Renzi nel Pd gli hanno lasciato un margine troppo ampio e
adesso si rendono conto che la battaglia è persa, salvo sorprese sempre
possibili ma poco probabili. La denuncia tardiva della «deriva
autoritaria» del premier tradisce perciò la debolezza politica della
minoranza, più che annunciare la sua riscossa.
Nel frattempo tutti, anche i meno risoluti nel dire «no» alla riforma,
hanno modo di verificarne i primi effetti. Persino in anticipo sui tempi
parlamentari. La determinazione con cui Renzi ricorda che la vita del
governo e della legislatura è legata all’approvazione dell’Italicum è
significativa. È come se il premier dicesse che, in qualità di
segretario del Pd, non permetterà la nascita di altri governi dopo le
sue dimissioni. Un tempo questi orientamenti emergevano dagli uffici
direttivi dei partiti e venivano comunicati al capo dello Stato, una
volta avviata la crisi, ben sapendo che le decisioni ultime spettavano a
lui. Adesso è tutto più esplicito e diretto. Con l’Italicum in tasca, è
evidente che il presidente del Consiglio si ritiene in grado di
determinare la durata della legislatura: lunga o breve, a seconda delle
circostanze.
Sotto questo aspetto, la lettera inviata ai quadri del Pd costituisce un
documento di notevole interesse. È un appello ai dubbiosi perché
scelgano oggi, e non domani, da che parte schierarsi. Vi si affermano i
contorni di un progetto riformatore ambizioso e si lascia capire che
dall’altra parte, nella trincea degli avversari del leader, non c’è una
prospettiva. Il sottinteso fin troppo trasparente è che il futuro di
ognuno sta nella lealtà al premier-segretario nell’ora in cui questi
coglie la vittoria parlamentare più rilevante.
Il che spiega l’urgenza dell’Italicum, la fretta di mettere in cascina
una riforma che dovrebbe essere applicata per la prima volta nel 2018:
cioè fra tre anni, se fosse valida la promessa di Renzi di portare a
compimento la legislatura. Ma non è un caso che la lettera sia anche un
perfetto manifesto elettorale. Un bilancio delle cose fatte e di quelle
in cantiere, un programma per chiedere agli elettori un altro mandato.
Può servire quasi subito o fra un anno, due o tre. Si vedrà strada
facendo.
Chi usa l’Italicum contro il governo
di Massimo L. Salvadori Repubblica 28.4.15
È ANCORA ben presente nella nostra memoria la scena in cui la grande
maggioranza dei parlamentari applaudì entusiasticamente il presidente
Napolitano, quando con parole forti chiarì a quali condizioni aveva
accettato la rielezione: uscire dalle inconcludenti contrapposizioni che
bloccavano il varo delle urgenti riforme istituzionali e dare
finalmente al Paese una legge elettorale che lo liberasse dalla
“porcata” confezionata da Calderoli. Più il Presidente li fustigava e
più i rappresentanti del popolo si spellavano le mani nell’approvare e
nel promettere di volere, questa volta, porre al di sopra di tutto il
bene comune. Ebbene, ora ci troviamo di fronte alla dichiarazione del
presidente del Consiglio che, se l’Italicum non venisse approvato, la
conseguenza sarebbe la caduta del governo, con il probabile ricorso alle
urne con il Consultellum, il quale, in quanto basato sul criterio
puramente proporzionale, aprirebbe le porte ad una penosa frammentazione
dei gruppi parlamentari e alla formazione di un governo traballante e
privo di autorità.
La piega presa dagli scontri tra i partiti, entro i partiti, tra buona
parte di questi e il governo, tra la minoranza del Pd e Renzi sta a
indicare inequivocabilmente che la crisi del sistema politico —
accelerata dalla caduta dell’ultimo governo Berlusconi, dall’esito delle
elezioni che ne sono seguite e dal passaggio turbolento della guida
dell’esecutivo da Letta a Renzi — non è stata fermata. Lo chiarisce come
meglio non si potrebbe il fatto che sia il premier stesso, il quale ha
fatto del superamento della crisi la propria bandiera, a dire che il
processo delle riforme può sfociare nel fallimento. Il deterioramento e
la pericolosità della situazione li si misurano poi da un altro dato di
grandissimo significato: l’accusa al capo del governo, divenuta un coro,
di mettere in pericolo, per lo spirito che lo anima e i fini che
persegue, la democrazia. Accusa tanto più grave in quanto a muoverla è
anzitutto la minoranza antirenziana del Pd; a cui si sono naturalmente
uniti con la massima soddisfazione, pur essendo profondamente in
contrasto pressoché su ogni cosa, Berlusconi, Salvini, Grillo, Vendola,
Susanna Camusso e Landini. È il segno di una spaccatura che mostra come
la barca dell’Italia politica navighi ancora una volta in una palude.
Se il Parlamento si desse una opposizione autorevole, dotata di un
programma alternativo credibile e condiviso da una maggioranza sia pure
relativamente omogenea, allora l’eventuale caduta di Renzi potrebbe
apparire meno allarmante: ma così non è. Il fronte dell’opposizione è un
assemblamento meramente negativo. E ciò mette in luce un ulteriore
aspetto della crisi di sistema: il prevalere nei partiti di una
indecorosa conflittualità espressa da scissioni, scambio di accuse di
tradimento, clamorosi cambiamenti di posizione e di strategie. Una
Babele rissosa, a cui il “decisionismo” di Renzi — comunque lo si
giudichi — ha cercato di opporre una barriera che minaccia di cedere. In
questo quadro — riconoscendo il dovuto a grillini, leghisti, Fratelli
d’Italia e vendoliani che sono stati nemici del governo dalla prima ora —
la parte su cui occorre maggiormente riflettere è quella recitata per
un verso da Berlusconi e per l’altro dalla minoranza Pd. Forza Italia si
è divisa in due partiti e in varie fazioni giunte da ultimo allo
stremo. Il Cavaliere ha stretto il patto del Nazareno plaudendo
all’Italicum, e poi lo ha gettato nel cestino; prima ha guardato negli
occhi Renzi come se fosse il figlio desiderato e mancato e ora proclama
che è colpito da bulimia del potere e fa strame della democrazia. Quanto
al Pd la sua situazione interna ricorda sotto un certo profilo quella
del Psi prima del 1921: allora una corrente, quella comunista,
considerava la maggioranza massimalista falsamente rivoluzionaria; oggi
la corrente dei Bersani, Bindi, Fassina, D’Attorre, Bindi e Civati
giudica Renzi alla stregua di un pericolo pubblico, al punto da non
sentirsi più vincolata dai deliberati della maggioranza interna al
partito.
Il che, se non prelude a una scissione, ne sviluppa i germi. Aspettiamo
dunque di vedere se il Paese dovrà assistere al capolavoro della caduta
del premier provocata dalla determinante opposizione della minoranza del
partito del quale è anche il segretario, divenuta di fatto
catalizzatrice di tutte le altre opposizioni. Abbiamo ripetutamente
sentito i leader della minoranza Pd affermare che basterebbero alcune
modifiche, significative eppure secondarie, per salvare l’Italicum, ma
che tutto può franare per l’arrogante cocciutaggine di Renzi. Questi
sarà pure un mulo sordo e presuntuoso. Ma occorre che costoro facciano
capire come ad un Italicum non modificato sia preferibile la caduta del
governo aprendo uno scenario a cui, per non dormire sonni troppo
agitati, è meglio non pensare.
Reichlin: ho lanciato il partito della nazione non unico e pigliatutto
di Alessandro Trocino Corriere 28.4.15
ROMA «Il partito della nazione è una mia espressione. Ma Renzi e i suoi
mi pare che ne abbiano rovesciato il significato». Alfredo Reichlin non
vorrebbe intervenire: «Sono cose delicate, non voglio entrarci». Però
poi alla domanda risponde, perché quest’espressione, «partito della
nazione», è entrata ormai a far parte del dibattito pubblico. Fu proprio
lo storico dirigente della sinistra a usarla, nell’editoriale
pubblicato dall’«Unità» il 28 maggio 2014, a tre giorni dalla vittoria
schiacciante di Matteo Renzi alle elezioni europee.
Ancora l’altro giorno, il premier ribadiva con orgoglio la paternità
dell’espressione: «L’ha usata Reichlin». Eppure l’autore, che compirà 90
anni il 26 maggio, non ne è contento. Perché «è ovvio, per chi viene
dal Pci e da Togliatti, che io volevo dire un’altra cosa rispetto a
quello che intendono ora. Io alludevo a un partito che si facesse carico
degli interessi del Paese, guardando al di là dell’interesse
specifico». Nell’editoriale del 28 maggio spiegava che «Renzi si è
presentato come segretario di quel partito della nazione di cui
discutemmo a lungo ma senza successo anni fa con Pietro Scoppola, al
momento della fondazione del Pd». E in un successivo intervento, aveva
chiarito come quell’espressione «un po’ enfatica» alludesse a una «nuova
sfida per la sinistra italiana», sfida che parte proprio dalla crisi
della nazione e che «travalica i vecchi confini dello Stato e delle
classi». Ma attenti: «Altro che rinuncia al cambiamento e alla lotta
contro la destra, rispolverando l’inganno di un partito unico».
E proprio qui si incentra la critica di Reichlin. Perché l’espressione
«partito della nazione» viene usata ora per legittimare un progetto che
non è accettabile: «Renzi e i suoi la usano come sinonimo di partito
pigliatutto, in cui destra e sinistra si confondono. Io invece parlavo
di un indirizzo culturale e politico, non di un tipo di schieramento,
che superi la contrapposizione tra progresso e reazione». Sull’«Unità»
scriveva: «Il modello socialdemocratico e il paradigma neoliberista sono
obsoleti. La politica deve offrire soluzioni ai problemi collettivi che
sfuggono alle vecchie identità».
Reichlin non guarda Renzi con pregiudizio. Il suo progetto politico lo
interessa, a patto che il segretario non rompa con l’elettorato di
sinistra. Lo stesso avvertimento che lo storico dirigente, che fu vicino
a Togliatti e a Berlinguer, ha lanciato in passato alla minoranza Pd,
invitandola a resistere alle sirene di una scissione, per un nuovo
partito «che non avrebbe un vero spazio nel Paese».
Gianni Cuperlo “Non faremo agguati ma la fiducia è un errore avvicinerebbe le urne”
Lo stop del leader di Sinistradem: “Renzi non può soffiare sulla brace e accusare chi si batte a viso aperto di colpire la dignità del partito” “C’è la debolezza del governo, la sua arroganza, e c’è quella di chi chiede migliorie ma non ha popolo alle spalle”
intervista di Giovanna Casadio Repubblica 28.4.15
ROMA «Renzi non soffi sulla brace della divisione. È offensivo sostenere
che chi dissente sull’Italicum colpisce la dignità del Pd». Gianni
Cuperlo, leader di Sinistradem, rivolge un ultimo appello al premier e
dà l’altolà all’ipotesi di voto di fiducia.
Cuperlo, 14 mesi di discussione sull’Italicum sono pochi?
«No, sono troppi i 9 anni di Porcellum. Ma per non ripetere quell’errore drammatico ora va approvata una buona riforma».
I circoli dem, i militanti, stanno dalla parte del premier?
«Ma non è mica uno scontro tra tifoserie. Qua si decide del modello di partecipazione, rappresentanza, democrazia».
La lettera di Renzi si appella al senso di comunità del Pd?
«Chi guida una comunità dovrebbe tenerla unita, non soffiare sulla brace
della divisione. Dire che toccare l’Italicum vuol dire far fallire il
Pd e colpirne addirittura la dignità è un’offesa verso chi fa una
battaglia a viso aperto per migliorare le riforme ».
La sinistra dem è vincolata però alla conta interna?
«Sa qual è il problema? Che in questo passaggio si confrontano due
fragilità. Quella del governo è la debolezza dell’arroganza che si
coglie anche solo nell’idea che si possa approvare la legge elettorale
con un voto di fiducia. Dire che l’Italicum è migliorato non basta. È
possibile che il governo strappi la classica vittoria di Pirro, ottenga
la “sua” legge elettorale, ma aprendo una stagione di tensioni e
rancori.
E l’altra fragilità?
«E’ la debolezza di chi chiede di migliorare la legge ma senza un popolo
praticante alle spalle. Non ho letto appelli di intellettuali e
studiosi. Non ho visto crescere un sentimento di allarme verso uno
strappo della prassi istituzionale. Ecco, da questa morsa bisogna
provare a uscire ».
Ma un partito come si tiene?
«Rovescio la domanda. Si ripete che abbiamo votato, che il paese non
capirebbe un altro rinvio. E allora si cambiano le regole contro le
opposizioni e rischiando un dissenso forte nel Pd? Con alcune modifiche
la legge sarebbe approvata a luglio senza strappi. Allora chi è che
vuole impedire di dare all’Italia una riforma condivisa dopo anni di
spallate reciproche?».
Renzi però dice che avete discusso e votato molte volte. Rispetterete quei voti?
«Renzi dice “si fa come dico io perché ho vinto le primarie”. Non ho mai
messo in dubbio il suo diritto a guidare il partito e il governo, ma è
lui a dover decidere se vuole governare questo processo da solo,
reclutando i singoli sotto l’ombrello del potere, o se pensa che un
gruppo dirigente è fatto della fatica di ascoltarsi».
Come voterà sulle pregiudiziali di costituzionalità?
«Seguendo le indicazioni del mio gruppo».
Ci saranno agguati con il voto segreto?
«Nessun agguato e per quanto mi riguarda nessuna richiesta di voto segreto».
Se ci fosse la fiducia cosa farà?
«Mettere la fiducia sulla materia che più di ogni altra dovrebbe essere
condivisa sarebbe uno strappo gravissimo. E anche un modo per avvicinare
le urne. Con buona pace di precari, scuola e lavoro. Ci si pensi non
una ma cento volte».
Perché è così indigeribile l’-Italicum?
«Ho sempre detto che il problema è l’intreccio tra riforma
costituzionale e legge elettorale perché da lì verrà il modello di
democrazia destinato a imporsi. Il sentiero si è fatto stretto ma
ritengo che un tentativo vada condotto fino all’ultimo».
Eppure è l’Italicum a garantire meglio la governabilità?
«La governabilità vive assieme alla rappresentanza e ai contrappesi
dovuti quando si cambia la forma di governo. Si migliori l’Italicum
oppure si riveda il Senato scegliendo la via del Bundesrat con le
garanzie che ancora non ci sono. E la legge elettorale entri in vigore
con il completamento della nuova Costituzione. Non voglio sabotare,
cerco una soluzione forte nel tempo».
Bersani pronto a uscire dall’Aula per non dover votare sul governo
Zoggia: invece che del pallottoliere il segretario si preoccupi degli strascichi sul campo
Corriere 28.4.15
ROMA Aver evocato la caduta del Partito democratico e dunque la fine
della «ditta» è, per i bersaniani, l’ennesimo atto di sfida. Una
drammatizzazione che i deputati più vicini all’ex segretario ritengono
eccessiva e anche inspiegabile. Perché andare a una ennesima conta,
questa volta sul territorio? Alla vigilia del primo voto sull’Italicum,
oggi sulle pregiudiziali di costituzionalità, gli animi della minoranza
sono sempre più esasperati.
Chi ha parlato ieri con Pier Luigi Bersani lo ha trovato fermissimo, nel
merito e nel metodo, su una posizione di assoluta contrarietà e
determinato a non arretrare. «La decisione di porre la fiducia sulle
regole del gioco — è il ragionamento che l’ex leader del Pd ha condiviso
con i fedelissimi — sarebbe un vulnus talmente grave da richiedere
comportamenti altrettanto gravi». Ovviamente anche Bersani tiene le dita
incrociate e spera che Renzi «rinunci a compiere una simile forzatura
sulla legge elettorale», ma se il premier dovesse andare dritto alla
meta, il suo sì alla fiducia potrebbe non esserci. Di certo Bersani non è
intenzionato a votare contro, ma al momento giusto potrebbe disertare
l’Aula.
Ettore Rosato prevede che i dissidenti pronti a smarcarsi saranno «meno
di cinque tra cui Civati, Fassina e D’Attorre». Ma a sentire i deputati
più integralisti della minoranza il vicecapogruppo vicario potrebbe aver
sbagliato i conti per difetto. Rosy Bindi ripete il suo mantra: «Non
nego la fiducia al governo, ma a un atto improprio del governo. Che
spero non si compia». In Aula ieri mattina la presidente della
commissione Antimafia è stata durissima contro il governo: «Sento
parlare di fiducia anche sulle pregiudiziali, come sulla legge Acerbo,
come sulla legge truffa... Questo è un vulnus terribile nel rapporto tra
il governo e il Parlamento. Un atteggiamento che può essere pericoloso
per la democrazia e il futuro di questo Paese».
Dentro Area riformista, la componente di Roberto Speranza, sono convinti
che Renzi rinuncerà a porre la fiducia sulle pregiudiziali e che un sì a
larga maggioranza nel primo passaggio di oggi convincerà il capo del
governo ad abbassare il livello di guardia. O almeno, è questo che la
minoranza si augura.
«Io spero davvero che Renzi non metta la fiducia» fa scongiuri l’ex
segretario Guglielmo Epifani. E se invece la mette? «Vedremo...». E lo
stesso Speranza sul punto cruciale prende tempo: «C’è ancora un
settimana...». Davide Zoggia si ostina a non dare tutto per perso:
«Continueremo a lavorare fino all’ultimo per un confronto che consenta
un bilanciamento tra riforma costituzionale e legge elettorale». In
realtà anche Zoggia, come tanti suoi colleghi, ha letto la missiva a
tutti i presidenti di circolo come un altro atto di guerra: «Aver
chiesto ai segretari regionali di sottoscrivere il documento non è un
segnale distensivo, ma una inspiegabile mossa muscolare. Che bisogno ha
Renzi di esasperare così i toni? Nessuno di noi vuole far saltare il
banco».
Quando le si chiede della lettera ai circoli, Rosy Bindi risponde con un
sorriso amaro: «Se Renzi ha evocato la fine del Partito democratico io
dico che è cominciata da tempo. Questo è il PdR, il Partito di Renzi».
Il fantasma della mutazione genetica, se non della scissione, riecheggia
anche nelle parole di Zoggia: «Non so se i dissidenti saranno tre,
trenta o cinquanta. Ma Renzi, invece del pallottoliere, si occupi di che
tipo di strascichi prove di questo tipo lasciano sul campo» .
Renzi vuole stringere in settimana: con l’ostruzionismo ci sarà la fiducia
di Maria Teresa Meli Corriere 28.4.15
ROMA «È arrivato il momento di decidere: ognuno si dovrà prendere le proprie responsabilità, avanti tutta»: è un Matteo Renzi determinato quello che ieri ha mobilitato il partito sull’Italicum. A dargli manforte il ministro Boschi, Luca Lotti, sempre fondamentale, per il premier, nei passaggi difficili, Lorenzo Guerini, che ha ottenuto il sì all’Italicum di 20 su 21 segretari regionali, e il vicecapogruppo vicario a Montecitorio Ettore Rosato.
Con questa squadra il presidente del Consiglio affronta la partita dell’Italicum, scegliendo di prendere di petto la situazione. Oggi ci sarà la prova fedeltà — le votazioni sulle pregiudiziali — dopodiché, se andranno come Renzi spera, si procederà per tutta la settimana a ritmo serrato. L’idea del rinvio, sebbene tecnico, è stata archiviata dallo stesso premier per non dare impressione di «arrendevolezza». «Io — ha spiegato ai suoi Renzi — credo sul serio alla riforma e perciò non mi fermerò, perché non si può sottostare alla dittatura di una minoranza della minoranza».
Il che non significa che, sotto traccia, non vi siano delle mediazioni in corso con l’area riformista (uno dei più attivi nelle trattative è il ministro della Giustizia Andrea Orlando) per limitare il numero degli emendamenti. Ma questo non cambia di una virgola gli intendimenti del segretario: la legge va mandata in porto speditamente. «Alla fine — dice Renzi ai fedelissimi — vedrete che il Pd apparirà più compatto di quanto possa sembrare ora. Quelli che si schiereranno con noi saranno più del previsto. I numeri ci sono tutti e più alcuni esasperano lo scontro, più aumentano quelli che stanno con noi. Senza contare che Forza Italia sta esplodendo e che quindi è fisiologico che alcuni di loro ci supportino nel voto».
I numeri ci sono, ma il premier non rinuncia all’idea di mettere la fiducia. Anche se deciderà probabilmente oggi se utilizzare questo strumento. «Fosse per me — ha confidato l’inquilino di Palazzo Chigi ad alcuni parlamentari — non porrei la fiducia, ma se parte l’ostruzionismo diventa l’unica scelta possibile per evitare la paralisi. Certo non possiamo rischiare di essere risucchiati dalla palude».
Dunque, il premier non sembra temere di dividere il partito in modo clamoroso, andando avanti e mettendo nel conto la fiducia e una serie di votazioni a ritmo incessante per tutta la settimana, rinviando alla prossima la fiducia e lo scrutinio finale. Nella minoranza, Renzi, vede anche tanti giochi di «posizionamento» e alcune «finte», oltre che la volontà «dei più di non rompere con la linea del partito e con il vincolo di lealtà che esiste nella nostra comunità». Il premier non sembrerebbe temere nemmeno una scissione, sulla scia dell’Italicum: «Io non ci credo», continua a ripetere ai collaboratori, sottolineando che la linea dei pasdaran anti-riforma elettorale «è minoritaria». «Anche tra i militanti del partito — è il succo dei ragionamenti che Renzi fa in questi giorni — questa resistenza all’Italicum non c’è, anzi viene vista come una cosa incomprensibile, frutto dell’atteggiamento di alcuni che sono prevenuti nei confronti del governo e che prescindono dal merito della legge elettorale». Perciò quello che gli premeva (di qui la lettera ai circoli del Pd) era di «spiegare bene al Partito democratico la posta in gioco e mi pare che i segretari regionali lo abbiamo compreso perfettamente».
Nessuna ansia di rottura, nessuna «prova di forza tanto per farla», quindi, piuttosto, «la consapevolezza che, dopo mesi di lavoro e dopo aver accettato alcune delle migliorie proposte dalla minoranza, non si può indugiare oltre»: «Allora si che la gente non ci capirebbe più».
Oggi si vedrà quanti, in Parlamento, sono dalla parte di Renzi: una verifica importante anche se, secondo il premier, «la maggioranza del nostro elettorato ha già scelto con chi stare».
ROMA «È arrivato il momento di decidere: ognuno si dovrà prendere le proprie responsabilità, avanti tutta»: è un Matteo Renzi determinato quello che ieri ha mobilitato il partito sull’Italicum. A dargli manforte il ministro Boschi, Luca Lotti, sempre fondamentale, per il premier, nei passaggi difficili, Lorenzo Guerini, che ha ottenuto il sì all’Italicum di 20 su 21 segretari regionali, e il vicecapogruppo vicario a Montecitorio Ettore Rosato.
Con questa squadra il presidente del Consiglio affronta la partita dell’Italicum, scegliendo di prendere di petto la situazione. Oggi ci sarà la prova fedeltà — le votazioni sulle pregiudiziali — dopodiché, se andranno come Renzi spera, si procederà per tutta la settimana a ritmo serrato. L’idea del rinvio, sebbene tecnico, è stata archiviata dallo stesso premier per non dare impressione di «arrendevolezza». «Io — ha spiegato ai suoi Renzi — credo sul serio alla riforma e perciò non mi fermerò, perché non si può sottostare alla dittatura di una minoranza della minoranza».
Il che non significa che, sotto traccia, non vi siano delle mediazioni in corso con l’area riformista (uno dei più attivi nelle trattative è il ministro della Giustizia Andrea Orlando) per limitare il numero degli emendamenti. Ma questo non cambia di una virgola gli intendimenti del segretario: la legge va mandata in porto speditamente. «Alla fine — dice Renzi ai fedelissimi — vedrete che il Pd apparirà più compatto di quanto possa sembrare ora. Quelli che si schiereranno con noi saranno più del previsto. I numeri ci sono tutti e più alcuni esasperano lo scontro, più aumentano quelli che stanno con noi. Senza contare che Forza Italia sta esplodendo e che quindi è fisiologico che alcuni di loro ci supportino nel voto».
I numeri ci sono, ma il premier non rinuncia all’idea di mettere la fiducia. Anche se deciderà probabilmente oggi se utilizzare questo strumento. «Fosse per me — ha confidato l’inquilino di Palazzo Chigi ad alcuni parlamentari — non porrei la fiducia, ma se parte l’ostruzionismo diventa l’unica scelta possibile per evitare la paralisi. Certo non possiamo rischiare di essere risucchiati dalla palude».
Dunque, il premier non sembra temere di dividere il partito in modo clamoroso, andando avanti e mettendo nel conto la fiducia e una serie di votazioni a ritmo incessante per tutta la settimana, rinviando alla prossima la fiducia e lo scrutinio finale. Nella minoranza, Renzi, vede anche tanti giochi di «posizionamento» e alcune «finte», oltre che la volontà «dei più di non rompere con la linea del partito e con il vincolo di lealtà che esiste nella nostra comunità». Il premier non sembrerebbe temere nemmeno una scissione, sulla scia dell’Italicum: «Io non ci credo», continua a ripetere ai collaboratori, sottolineando che la linea dei pasdaran anti-riforma elettorale «è minoritaria». «Anche tra i militanti del partito — è il succo dei ragionamenti che Renzi fa in questi giorni — questa resistenza all’Italicum non c’è, anzi viene vista come una cosa incomprensibile, frutto dell’atteggiamento di alcuni che sono prevenuti nei confronti del governo e che prescindono dal merito della legge elettorale». Perciò quello che gli premeva (di qui la lettera ai circoli del Pd) era di «spiegare bene al Partito democratico la posta in gioco e mi pare che i segretari regionali lo abbiamo compreso perfettamente».
Nessuna ansia di rottura, nessuna «prova di forza tanto per farla», quindi, piuttosto, «la consapevolezza che, dopo mesi di lavoro e dopo aver accettato alcune delle migliorie proposte dalla minoranza, non si può indugiare oltre»: «Allora si che la gente non ci capirebbe più».
Oggi si vedrà quanti, in Parlamento, sono dalla parte di Renzi: una verifica importante anche se, secondo il premier, «la maggioranza del nostro elettorato ha già scelto con chi stare».
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