mercoledì 6 maggio 2015

Alle origini del culto di Walter Benjamin: il saggio di Gandillac tradotto dal Manifesto



Benjamin sul confine tra lavoro e amore
Walter Benjamin. Il testo di Maurice de Gandillac costituisce il primo confronto della filosofia francese con l’autore dei «Passages». Emergono temi che lo collocano nel solco della riflessione contemporanea sulla società del rischioFabrizio Denunzio, il Manifesto 6.5.2015
La rice­zione fran­cese dell’opera di Wal­ter Ben­ja­min si lega alla prima tra­du­zione che ne fece Mau­rice de Gon­dil­lac nel 1959 per conto dell’editore Juil­lard. Come quella ita­liana – l’epocale Ange­lus Novus del 1962 curata da Renato Solmi – anche l’edizione di de Gan­dil­lac si basava su una scelta dei saggi ben­ja­mi­niani più impor­tanti che Theo­dor W. Adorno aveva rac­colto e pub­bli­cato con Suhr­kamp di Fran­co­forte nei due volumi che por­ta­vano come titolo lapi­da­rio Schrif­ten. Molto più dell’Italia, la Fran­cia era quasi natu­ral­mente pre­di­spo­sta ad acco­gliere un’operazione edi­to­riale di que­sto tipo, non solo per­ché Parigi era stata luogo di asilo, seb­bene non troppo ospi­tale, di Ben­ja­min, non solo per­ché que­sti ne aveva amato e pro­mosso la let­te­ra­tura, ma anche per­ché, pen­sando soprat­tutto alle tor­men­tate vicende edi­to­riali dell’Opera d’arte nell’epoca della sua ripro­du­ci­bi­lità tec­nica, ne aveva fre­quen­tato alcuni dei pro­ta­go­ni­sti: Ray­mond Aron, il grande socio­logo diret­tore della sede pari­gina dell’Istituto per la ricerca sociale di Fran­co­forte, sulla cui rivi­sta vide la luce la prima ver­sione del sag­gio; Pierre Klos­so­w­ski, non solo tra­dut­tore di quest’ultimo, ma anche mem­bro di quel Col­le­gio di Socio­lo­gia di cui face­vano parte Geor­ges Bataille e Roger Cail­lois, ad alcune delle cui riu­nioni Ben­ja­min era stato ammesso.
Il breve sag­gio che pre­sen­tiamo alle let­trici e ai let­tori de «il mani­fe­sto», qui tra­dotto per la prima volta in ita­liano, è il testo dell’intervento che de Gan­dil­lac tenne nel corso dell’importante con­ve­gno inter­na­zio­nale svol­tosi a Parigi dal 27 al 29 giu­gno del 1983 e dedi­cato, non a caso, a «Wal­ter Ben­ja­min et Paris», i cui atti nel 1987 furono pub­bli­cati dai tipi di Cerf.
Sono due i motivi d’interesse che spin­gono a pub­bli­care que­sto inter­vento: l’autore e l’interpretazione che dà della vita e dell’opera di Ben­ja­min. Seb­bene in Ita­lia di de Gan­dil­lac non sia stato pub­bli­cato nulla, il suo nome si lega a quello – que­sto sì molto più noto nei nostri ambienti cul­tu­rali – di Gil­les Deleuze. Esperto di filo­so­fia antica e medioe­vale, de Gan­dil­lac fu diret­tore di tesi di Deleuze, di quella grande ricerca che cono­sciamo come Dif­fe­renza e ripe­ti­zione. All’attività di ricerca univa quella infa­ti­ca­bile di tra­dut­tore dal tede­sco: non solo Ben­ja­min, ma, almeno per men­zio­nare un altro, Nie­tzsche col suo Così parlò di Zara­thou­stra. Di tutti que­sti aspetti si ricor­derà Deleuze quando, nel 1985, col sag­gio Les pla­ges d’immanence, dedi­cherà un «sin­cero» e «rispet­toso» omag­gio ad uno dei suoi mae­stri più discreti e meno com­bat­tuti (si pensi alle rot­ture con Fer­di­nand Alquié e Jean Hyp­po­lite). Quindi, un de Gan­dil­lac che si può arri­vare a sco­prire attra­verso la media­zione d’eccezione di Deleuze.
Il secondo motivo d’interesse è rap­pre­sen­tato dall’interpretazione di Ben­ja­min. Breve, ma fol­go­rante. Come chiave di accesso de Gan­dil­lac usa una cate­go­ria che oggi più che mai serve a spie­gare, non tanto, o almeno, non solo, l’opera ben­ja­mi­niana, ma alcuni aspetti dell’esperienza sociale con­tem­po­ra­nea: il pas­sag­gio. Se con il socio­logo tede­sco Ulrich Beck prima, e con Richard Sen­net poi, rico­no­sciamo che tanto l’assunzione dei rischi in ogni pro­getto deci­sivo della nostra vita quo­ti­diana, quanto la dislo­ca­zione lavo­ra­tiva sono feno­meni distin­tivi del nostro mondo sociale, allora, dob­biamo pen­sare che ognuno di essi è un pas­sag­gio: da una rela­zione affet­tiva ad un’altra (il rischio fal­li­men­tare imma­nente ad ogni con­vi­venza o ad ogni matri­mo­nio), da una città ad un’altra (il pen­do­la­ri­smo). Seb­bene de Gan­dil­lac con grande finezza e acume pensi il pas­sag­gio ben­ja­mi­niano nelle sue sva­riate e com­plesse forme, da quelle geo­gra­fi­che (dall’Europa all’America) a quelle miti­che (dal mondo umano a quello divino), da quelle lin­gui­sti­che (tra­du­zione come tran­sito da una lin­gua ad un’altra) a quelle epi­ste­mo­lo­gi­che (dal tempo con­ti­nuo al discon­ti­nuo), esse diven­tano per noi, oggi, meta­fore di quei pas­saggi con­ti­nui a cui sono sot­to­po­ste alcune delle nostre prin­ci­pali espe­rienze sociali, quelle che deter­mi­nano il nostro essere nel mondo: l’amore e il lavoro.

Le affinità elettive di Walter Benjamin Walter Benjamin. Quel filo rosso che va dal saggio sull’opera d’arte alla storia della fotografica Maurice de Gandillac, il Manifesto 6.5.2015
Wal­ter Ben­ja­min si è tolto la vita per­ché gli fu negato un pas­sag­gio verso il mondo libero. Già poco inte­grato durante l’esilio pari­gino, avrebbe tro­vato un accesso auten­tico all’America? Durante tutta la sua vita cercò di acco­gliere istanze impos­si­bili, com’è noto, quelle del mar­xi­smo e dell’ebraismo. Vor­remmo, in modo molto sche­ma­tico, rin­viare a qual­cuno dei testi in cui si tro­vano signi­fi­ca­ti­va­mente riu­niti pas­sag­gio e destino.
Nelle due ver­sioni del poema di Höl­der­lin che Ben­ja­min com­menta all’inizio della Prima Guerra mon­diale («Il corag­gio dei poeti» e «Timi­dezza»), si ha a che fare col poeta disar­mato a cui nulla di male può acca­dere lungo la strada che lo con­duce lì dove deve arri­vare e, in seguito, con la catena di bronzo che, in que­sto pas­sag­gio, si for­gia tra gli dei e gli uomini. L’uso del ter­mine geschickt (inviato, ido­neo) rin­via al destino che costi­tui­sce come inse­pa­ra­bili il canto del poeta e il popolo che si nutre di que­sto canto. Ma è soprat­tutto nel 1921, nel testo «Destino e carat­tere», che appare la rela­zione che vogliamo evi­den­ziare. Il destino si mani­fe­sta attra­verso dei segni che sup­pon­gono una rot­tura; un carat­tere inal­te­ra­bile non è un destino, e gli dei sfug­gono pro­prio alla cate­go­ria dello Schick­sal. Agli uomini il destino si mani­fe­sta quando la loro vita si rivela con­dan­nata, dun­que, col­pe­vole, e una delle sue forme prin­ci­pali è la vio­lenza divina ed espia­trice (vi veda l’episodio della tribù di Korah in «Per una cri­tica della vio­lenza»). Que­sta Gewalt si esprime nel più ecla­tante dei modi come spa­ri­zione improv­visa (si pensi non tanto alla lenta discesa nella tomba sacra di Edipo a Colono, quanto al destino della «Regina della Notte» nel «Flauto magico» di Mozart). Lo stesso testo del 1921 evoca, a pro­po­sito della morte di Niobe, la nozione di «fron­tiera» (tra l’umano e il divino), già l’anno pre­ce­dente, però, par­lando di Dostoe­v­skij, Ben­ja­min descri­veva l’improvvisa com­parsa dell’immortalità in un istante «indi­men­ti­ca­bile», e pur­troppo dimen­ti­cato, poi­ché la cata­strofe finale sot­trae all’Idiota ogni ricordo.
Il destino, con i suoi segni e i suoi pre­sagi, domina l’intera ana­lisi ben­ja­mi­niana delle «Affi­nità elet­tive». L’acqua è cen­trale, e il pas­sag­gio in barca da una riva all’altra segna il destino del figlio di Car­lotta che cade dalle brac­cia di Otti­lia. Qui Ben­ja­min pre­senta la «vio­lenza natu­rale» sotto la sua forma più bruta. L’enigmatico epi­so­dio del bic­chiere di cri­stallo che (durante l’inaugurazione dell’edificio che diven­terà la camera mor­tua­ria di Otti­lia) viene preso al volo invece di cadere e rom­persi, signi­fica il rifiuto di un’offerta sacri­fi­cale, la col­pe­vo­lezza di quelli che si atten­gono al Dies­seits e igno­rano i segni del pas­sag­gio al Jen­seits . Ridotta al magico e al mitico, la «panar­chia» della pura natu­ra­lità resta gestal­tlos, senza vero destino. Il rac­conto incluso nel romanzo mostra un destino che si forma tra un nau­fra­gio e l’occasione colta di una vera Ver­söh­nung (ricon­ci­lia­zione), men­tre sulle teste degli eroi delle «Affi­nità elet­tive» la spe­ranza reden­trice che weg­fährt, passa inu­til­mente, come una stella caduta dal cielo.
Dalle rifles­sioni di Ben­ja­min sul com­pito del tra­dut­tore (Pre­fa­zione ai Tableaux pari­siens di Bau­de­laire, 1923), si nota che la tra­du­zione, «pas­sag­gio» da una lin­gua all’altra, è al con­tempo, per l’opera stessa, muta­zione e rin­no­va­mento, destino che len­ta­mente sva­ni­sce quanto più le lin­gue «si svi­lup­pano così fino alla fine mes­sia­nica della loro sto­ria». L’opera del buon tra­dut­tore è quella di rive­lare il destino dell’opera, ma l’esempio di Höl­der­lin dimo­stra che ciò è pos­si­bile a prezzo di un crollo.
Nel 1931, nella sua «Pic­cola sto­ria della foto­gra­fia», Ben­ja­min ricorda quanto, agli inizi, fosse giu­di­cata bla­sfema la fis­sa­zione chi­mica su di una placca di ciò che in sé è fug­ge­vole; ma pre­ci­sa­mente, soprat­tutto con l’uso del ral­len­ta­tore e dell’accelerazione, la tec­nica per­mette di cono­scere la «fra­zione di secondo in cui si modi­fica un movi­mento», di sepa­rare quindi l’oggetto dalla sua «aura», que­sto sin­go­lare intrec­cio di spa­zio e di tempo che, in una sola volta, sop­prime ogni distanza e per­mette al foto­grafo, erede di auguri e indo­vini, di «sco­prire la colpa» e di «rive­lare il colpevole».
Di un tono più sereno, meno segnati dalla coscienza della col­pe­vo­lezza, motivi ana­lo­ghi affio­rano spesso nelle pagine dedi­cate ai «Pas­sa­ges» di Parigi, per esem­pio, a pro­po­sito della tran­si­zione tra i modi di pro­du­zione, tra i mate­riali di costru­zione, del falan­stero che diventa città. Ma biso­gne­rebbe citare anche la «donna che passa» di Bau­de­laire o quell’apparizione cata­cli­smica di Alber­tine in Proust. E sot­to­li­neare il ruolo di pura discon­ti­nuità nei gio­chi di azzardo, il «tempo male­detto» pro­messo a chi «inve­ste senza aspet­tarsi gua­da­gni», fatti di con­ti­nue ripe­ti­zioni che impe­di­scono di cogliere i segni nei quali si legge il destino come pie­nezza e compimento.
Le rifles­sioni finali di Ben­ja­min nel 1940 sug­ge­ri­scono che il mate­ria­li­smo sto­rico, sospet­tato ma non rifiu­tato, non è in diritto di sosti­tuire al «pas­sag­gio» degli avve­ni­menti un «pre­sente che si man­tiene immo­bile sulla soglia del tempo», se non a con­di­zione di fare sal­tare il «con­ti­nuum della sto­ria» così da farvi pene­trare le «schegge» di quello che fino alla fine Ben­ja­min chiama, senza falsa ver­go­gna, il «mes­sia­ni­smo», essendo ben chiaro che nes­sun Mes­sia entra se non dalla più stretta delle porte.
Tra­du­zione di Fabri­zio Denunzio

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