venerdì 1 maggio 2015

Chierici salvati e carri del vincitore. La sinistra appalta a Maria De Filippi il contest per il leader più telegenico

Il governo del leader non minaccia la democrazia
di Michele Salvati Corriere 1.5.15
Questa fase della vita politica italiana — il «tutti contro Renzi» sul tema della legge elettorale — sembra la meno adatta a riflessioni pacate sulle radici lontane della crisi che stiamo vivendo.
Per semplificare il tentativo, non mi soffermo sul perché siano contro Renzi movimenti o partiti populisti e antieuropei: esclusi dal gioco, ogni pretesto è buono per aggredire il governo. E lascio anche da parte quel partito, Forza Italia, che ai tempi del patto del Nazareno Renzi pensava di coinvolgere nel gioco, come rappresentante di un elettorato con il quale poteva instaurarsi una dialettica democratica simile a quella che si svolge in altri grandi Paesi europei, centrodestra contro centrosinistra. A Berlusconi non è riuscito il tentativo (ma c’è mai stato?) di «trasformare il carisma in istituzione», di stabilizzare e dare una consistenza organizzativa al suo partito e un indirizzo politico al suo popolo: compito certo difficilissimo in Italia, ma che ad altri leader carismatici è pur riuscito altrove. Perché non sia riuscito a lui per ora nessuno l’ha spiegato meglio di Giovanni Orsina ( Il berlusconismo nella storia d’Italia , Marsilio) e devo lasciare il lettore in sua compagnia.
Vengo allora al Pd. Nessuno, credo, si lascia ingannare dalla maggior correttezza della polemica — i toni di Salvini non si adattano a una polemica interna, e poi tradizione e cultura ancora un poco contano — ma l’ostilità e l’insofferenza della minoranza per il segretario sono ancor più intense di quelle manifestate dai partiti di opposizione, cosa che spesso avviene nei conflitti in famiglia. E nessuno, credo, è convinto dall’idea che queste difficoltà siano dovute a incomponibili conflitti sul merito delle riforme istituzionali proposte da Renzi, come invece la minoranza vorrebbe far credere. Tanti commentatori ci hanno già ricordato, con nomi e date, che una concezione di democrazia maggioritaria come quella adottata dall’attuale proposta di legge elettorale era già discussa e largamente accettata all’interno dei partiti dell’Ulivo, e che l’idea di un Senato senza potere fiduciario e invece con una funzione di rappresentanza delle autonomie era un obiettivo sul quale esisteva un ampio accordo. Anche sul rafforzamento del ruolo del presidente del Consiglio, pur temperato da istituzioni di garanzia che il progetto Renzi lascia inalterate nei loro poteri, il consenso nei partiti dell’Ulivo, poi confluiti nel Partito democratico, era molto ampio. E lascio da parte l’incredibile polemica sulle preferenze: contro le preferenze era schierato l’intero Pds-Ds, e una parte non piccola di Margherita.
Facciamo allora un piccolo esperimento intellettuale e poniamoci la seguente domanda ipotetica: se le riforme che ora vuol fare Renzi le avesse proposte Bersani con l’avallo del vecchio gruppo dirigente ex comunista ed ex sinistra dc — alla luce della storia che ho brevemente ricordato non è un’ipotesi inverosimile, le premesse c’erano tutte — ci sarebbe forse stato uno scatenamento polemico di questa intensità? Che arriva a riesumare il vecchio slogan di «minaccia alla democrazia» già usato ai tempi di Berlusconi? Quali tabù ha toccato Renzi per suscitare questa reazione? Non può trattarsi solo della comprensibile resistenza di un ceto dirigente sconfitto: in un partito sano la sconfitta si archivia e ci si prepara a una rivincita in futuro, confidando che i fatti e la propria azione politica dimostrino l’erroneità della linea adottata dal leader. In gioco c’è qualcosa di più grosso, il passaggio da una concezione di partito a un’altra. Da un partito di notabili in servizio permanente effettivo, in cui la strategia del partito emerge da accomodamenti e mediazioni continue, a un partito del leader il quale giudica quando il tempo delle mediazioni è finito e l’ulteriore dilazione nella decisione contrasterebbe con l’efficacia della decisione stessa. Un partito che non guarda prevalentemente al proprio interno, ma guarda alla sua azione di governo e al consenso che questa può riscuotere nel Paese. Se si aggiunge che — mirando al successo esterno e non alla conservazione delle oligarchie e dei santuari ideologici cui prestano osservanza — il leader può essere indotto a forti modifiche delle strategie adottate in passato, si vedono bene i tabù che Renzi ha abbattuto e si capisce la violenza della reazione: l’opposizione è stata sbalzata in un mondo radicalmente estraneo a quello cui si era assuefatta.
È il nuovo mondo che Mauro Calise spiega assai bene nel suo saggio sull’ultimo numero de «il Mulino» ( La democrazia del leader ) e di cui consiglio una lettura attenta, ai dissidenti del Pd e non solo. Il governo del leader non è una minaccia per la democrazia — non siamo a Weimar — ma un tentativo di conciliare democrazia e capacità di decisione, nella consapevolezza che la vera minaccia della democrazia è la sua incapacità di decidere. 

Il premier: li abbiamo distrutti e non andremo sotto neanche a Palazzo Madama
Il segretario ai suoi: ora dobbiamo occuparci delle tasse troppo altedi Maria Teresa Meli Corriere 1.5.15
ROMA «Abbiamo stravinto, li abbiamo distrutti: così andiamo tranquilli fino al 2018». Alla terza fiducia Matteo Renzi non riesce a trattenere l’entusiasmo per l’esito della vicenda dell’Italicum.
La parola fine verrà pronunciata lunedì prossimo, ma il presidente del Consiglio, facendo il punto con i fedelissimi, dà già per vinta la partita.
Non solo. Il premier fa mostra di non temere nemmeno le prove del Senato, dove i numeri sono ballerini e la minoranza del Partito democratico potrebbe rivelarsi determinante per il governo. Renzi scruta i sommovimenti in quel ramo del Parlamento e nota come Forza Italia è il «Movimento 5 stelle» continuino a «perdere pezzi». «Secondo me — spiega il premier ai suoi — non andremo sotto nemmeno a Palazzo Madama. I senatori non seguono Bindi, Bersani e Letta in questo potenziale suicidio».
Insomma, l’inquilino di Palazzo Chigi non sembra temere il «dopo strappo» sulla riforma elettorale. Il che non significa che sul disegno di legge costituzionale non aprirà a delle modifiche. Ma lo farà non tanto per ricostruire un canale di comunicazione con i suoi oppositori interni, quanto perché ha capito che potrebbero essere anche altri i voti che mancano all’appello per mandare in porto quella riforma.
Intanto Renzi si accontenta di aver segnato il punto. Si può presentare alle elezioni regionali, sbandierando il risultato dell’Italicum e dimostrando che non è vero quello che si dice di lui, ossia che promette e non mantiene: «Avevamo detto che questa era una riforma fondamentale, dalla quale si poteva partire per portare avanti le altre, e siamo stati di parola».
Dunque, non possono essere certo l’Italicum, e le polemiche che lo accompagnano, ragioni di cruccio per il presidente del Consiglio.
Semmai, Renzi è preoccupato per la decisione della Corte costituzionale. Quella sì che non ci voleva. Trovare tutti quei soldi, con la situazione economica che è quella che è, non sarà un passeggiata. Lo ammette lo stesso premier, che pure è solito spandere ottimismo: «Non sarà una prova facile. Dobbiamo verificare quale impatto può avere la sentenza della Consulta sui conti pubblici».
Dopodiché l’indole ottimista di Renzi prevale anche in occasioni complicate come questa. E il premier tenta perciò di rassicurare i suoi, preoccupati per le possibili conseguenze della sentenza della Corte costituzionale. «Calma e gesso, ragazzi, vediamo di studiare bene la sentenza e vedrete che troveremo una soluzione anche questa volta», è l’esortazione che Renzi ha rivolto ai suoi. «Io — ha spiegato il premier — non sono molto preoccupato. Non ce n’è motivo. Siamo al governo proprio per risolvere questioni complesse, per dare risposte chiare e certe, per trasformare le eventuali criticità in opportunità. Quindi non fasciamoci la testa».
Parla così, Matteo Renzi, però questa sentenza della Consulta giunge come un fulmine a ciel sereno nel momento in cui il premier già pensava a come affrontare il problema dei problemi, ossia la situazione economica. È su quella che il presidente del Consiglio si vuole concentrare, una volta passata la boa della riforma elettorale. Ci sta riflettendo sopra da tempo, convinto che la mossa vincente può essere solo in quel campo. Secondo lui servirà anche a fugare le polemiche di questi giorni sull’Italicum e a far dimenticare divisioni e contrapposizioni.
«Dobbiamo occuparci del problema delle tasse che sono troppo alte» è il ritornello dell’inquilino di Palazzo Chigi. Con questa aggiunta: «Perciò dobbiamo vedere come sostenere i tagli». Sì, la questione è «tagliare nella pubblica amministrazione per poi tagliare le tasse. È una cosa su cui dobbiamo lavorare seriamente».
Ovviamente non sarà questa la priorità. O, meglio, non verrà indicata pubblicamente come tale, perché questo è un punto più che delicato. Ma Renzi sa che per «arrivare fino al 2018» è necessario operare in quel campo. «Nei prossimi dodici mesi — ha spiegato il presidente del Consiglio ai suoi collaboratori — l’economia crescerà e noi non possiamo perdere questa occasione. È su questo che ci giocheremo tutto, governo e faccia».


Violante: le riforme di Renzi non sono quelle di noi saggi

“È il governo del premier. Senza contrappesi si rischia”

di Jacopo Iacoboni La Stampa 1.5.15

In questi giorni è un continuo evocare «i saggi di Napolitano», oppure «la Commissione per le riforme». Per usarli. Sia “i saggi”, sia la Commissione istituita da Enrico Letta, scrissero testi importanti su legge elettorale e riforma costituzionale. I testi li stese materialmente, in entrambi i casi, Luciano Violante.
Violante, sostengono Ceccanti e Barbera che le linee principali della legge elettorale sono le stesse che scriveste voi «saggi».
«Le leggi elettorali non vanno considerate da sole perché sono parte essenziale della forma di governo. Il mix tra legge elettorale e riforma costituzionale, nelle attuali proposte di maggioranza, ci fanno passare da un “sistema parlamentare razionalizzato” al “governo non parlamentare del primo ministro”. È un modello diverso, dal punto di vista costituzionale e politico. Senza idonei contrappesi può diventare un modello preoccupante ».
Ha ragione Enrico Letta nella sua lettera alla Stampa?
«Letta ricorda giustamente che c’è differenza tra una commissione di esperti, e il Parlamento».
Renzi ci ha scritto: sono stato costretto alla fiducia, altrimenti finivo preda della melina della minoranza. Letta sostiene che su una legge così cruciale bisognava andare avanti il più possibile «insieme». Del resto, aggiungerei, anche Renzi lo diceva, mesi fa. Che ne pensa?
«La fiducia sulle leggi costituzionali e su quelle elettorali non andrebbe mai messa, come del resto scrive chiaramente la Commissione».
Scriveste: «Una legge così delicata deve essere sottratta al capriccio delle maggioranze occasionali».
«Appunto. C’è stato anche un eccesso di emendamenti, e di furbizie, da parte di alcuni partiti di opposizione. Quando l’opposizione parlamentare abusa dei propri diritti è inevitabile che la maggioranza abusi dei propri poteri».
Il premio di maggioranza è al 40%, mentre - voi lo scrivete - chiedevate una soglia più alta. La soglia di accesso del 3% è troppo bassa, voi indicavate il 5.
«E’ così. Ma ribadisco che il problema principale è il cambiamento della forma di governo e la necessità di costruire forti contrappesi parlamentari».
Ora non è tardi? Quali contrappesi si possono introdurre a un Senato concepito con pochi senatori, non eletti, e senza veri poteri fiduciari, né di revisione dei conti?
«Renzi ha fatto qualche positiva apertura a modifiche. A mio avviso dovrebbe trattarsi di un aumento dei poteri di controllo del Senato e del riconoscimento di effetti più incisivi alle proposte di iniziativa popolare».
Renzi si riferisce solo al sistema di elezione dei senatori, non ai poteri.
«Parrebbe. Ma se non si interviene corriamo il rischio che vengano trasformati in contropoteri i “poteri neutri”, come il capo dello Stato e la Corte costituzionale. Uno snaturamento che nessuno si augura. Credo nemmeno il premier».
Cosa si potrebbe, o si sarebbe potuto, fare?
«Introdurre la sfiducia costruttiva; ma un emendamento del genere è stato respinto dalla maggioranza. Segno che la linea era quella del governo “non parlamentare” del primo ministro. Le accuse del ritorno al fascismo sono ridicole; ma questa inedita forma di governo necessita, per restare nel solco costituzionale, di idonei contropoteri. Noi proponevamo inoltre una diversa proporzione tra i parlamentari: 450-480 deputati, e 150-200 senatori. Invece, i senatori sono troppo pochi e i deputati sono troppi».
E sui capilista nella legge elettorale, o sulle candidature plurime, che idea ha?
«Sui capilista io non faccio una tragedia. Ma se si accettano candidature in più collegi, serve una norma per obbligare il candidato “plurimo” a essere eletto dove ha il coefficiente più alto. Altrimenti spetta a lui scegliere chi è eletto, con inevitabili ulteriori distorsioni».

Valerio Onida «Premierato assoluto» che altera la rappresentatività delle Camere
Italicum, 16 domande per capire la riforma Governabilità, rappresentatività, premio di maggioranza e soglia di sbarramentoil Sole 24 Ore ha posto 16 domande a Valerio Onida Il Sole 1.5.15
Giurista, presidente emerito della Corte costituzionale e docente di Giustizia costituzionale all’Università degli Studi di Milano. Nel marzo 2013 fu nominato da Giorgio Napolitano nel gruppo di “saggi”per le riforme istituzionali

1 La riforma che la Camera si avvia ad approvare è buona o cattiva?
Dovendo darne una valutazione complessiva, la mia è decisamente negativa, soprattutto per la spinta che reca nel senso di un allontanamento da un genuino sistema parlamentare e di un favore per il potere personale di colui che conquista la carica di primo ministro

2 Se dovesse elencarne i meriti in tre punti, quali citerebbe?
Porta qualche miglioramento (però decisamente insufficiente) rispetto alla legge “Calderoli” del 2005: introduce una soglia minima per attribuire il premio di maggioranza; unifica (abbassandola però troppo) la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento; riduce la dimensione dei collegi elettorali

3 In cosa invece la ritiene sbagliata o migliorabile?
Il difetto fondamentale è che pretende in ogni caso e a qualunque costo che un solo partito vada a occupare la maggioranza assoluta dei seggi, anche se non rappresenta la maggioranza degli elettori e dei votanti, alterando fortemente la rappresentatività del Parlamento: questo per di più in una situazione reale nella quale i partiti tendono a trasformarsi in comitati elettorali a sostegno personale di un leader. Inoltre favorisce la frammentazione con una soglia di sbarramento solo del 3%; e, col sistema “ibrido” dei soli capilista bloccati, delle preferenze e delle candidature plurime, non favorisce un chiaro rapporto fra elettori ed eletti

4 I sostenitori della legge ne sottolineano la spinta a favore della governabilità. Lei è d'accordo? E in che modo ciò avverrà?
La “governabilità” non si persegue “forzando” il sistema elettorale senza tenere conto del sistema politico effettivo (che non è bipartitico) e mortificando il carattere realmente rappresentativo del Parlamento

5 Al contrario i detrattori ne sottolineano i limiti in termini di rappresentatività. Vede anche lei un rischio in questo senso?
Senz’altro, come ho detto.

6 Una delle obiezioni della Consulta al Porcellum è l’eccessiva disproporzionalità del premio di maggioranza attribuito senza stabilire una sogliaminima. L’Italicum prevede una soglia del 40 per cento per ottenere il premio del 15 per cento. Si risponde così alle osservazioni della corte?
Un vero “premio di maggioranza” dovrebbe premiare una “vera” maggioranza, cioè chi consegue più del 50% dei voti (come faceva la legge del 1953). Questo invece è un premio che trasforma in maggioranza (di seggi) la minoranza più forte, quale che sia il livello di consenso che ottiene dagli elettori. Il “ballottaggio”, a sua volta, trasforma in maggioranza una minoranza dando la vittoria per forza ad uno fra due soli competitori, qualunque sia il livello del suo consenso al primo turno, quali che siano i rapporti fra i due, e qualunque sia il numero degli elettori che votano al secondo turno. Non è detto che al ballottaggio accedano due partiti che esprimono con maggiore approssimazione un’unica alternativa reale esistente nel paese

7 Non è un'anomalia in sé applicare un premio di maggioranza sulla base di un sistema proporzionale?
I premi di maggioranza (come le soglie di sbarramento) possono servire a correggere il sistema proporzionale, ma purché siano molto contenuti e non tali da alterare troppo la rappresentatività del Parlamento, e non mirino a dar vita necessariamente ad una maggioranza “monocolore”

8 La soglia di sbarramento è stata portata al 3 per cento per tutti i partiti. Se si voleva davvero fronteggiare la frammentazione non era meglio una soglia più alta, magari del 5 come in Germania?
Una soglia generalizzata del 5% sarebbe più ragionevole di quella del 3% e di quelle diverse previste dalla legge “Calderoli”

9 Non si rischia in questo modo la “balcanizzazione” delle opposizioni in presenza di un primo partito rafforzato dal premio?
L’intento di avere un solo partito che vinca portandosi a casa la maggioranza dei seggi finisce per alterare il confronto politico: nel partito che aspira a vincere alimenta i conflitti interni, negli altri favorisce la frammentazione

10  L’altra importante obiezione della Consulta al Porcellum riguarda le lunghe liste bloccate, che non permettevano all’elettore di riconoscere il futuro eletto. La soluzione del capolista bloccato e delle preferenze per tutti gli altri non è un ibrido al ribasso? Soddisfa le indicazioni della Consulta?
I collegi più piccoli e la soluzione “ibrida” prevista (capilista bloccati e preferenze) migliorano la situazione rispetto alle lunghe liste bloccate della legge Calderoli, ma non favoriscono gran che la chiarezza dei rapporti fra elettori ed eletti. Ma non penso che questo sia un grave problema di costituzionalità, anche se dubbi ci possono essere

11 L’Italicum prevede la possibilità di candidature plurime per il posto di capolista. Con il rischio che un elettore scelga un partito in virtù dell’appeal di un capolista ritrovandosi poi ad eleggere un altro candidato. Questo non va contro l’indicazione della Consulta sulla riconoscibilita?
Certamente le candidature plurime sono un imbroglio per gli elettori, e tendono a “personalizzare” ulteriormente i partiti attraverso il richiamo dei nomi dei leader

12 Il premio di maggioranza, sia in caso di vittoria al primo turno sia in caso di vittoria al ballottaggio, attribuisce alla prima lista un vantaggio alla Camera di circa 25 deputati. Dal momento che la legge è stata pensata soprattutto in chiave di governabilità, non è un margine troppo esiguo?
25 seggi di vantaggio per la maggioranza rispetto alle opposizioni non sono un margine esiguo: il problema è la forzatura di una maggioranza che può non essere tale, e per di più monocolore

13 L’Italicum vieta espressamente gli apparentamenti tra partiti tra il primo e l’eventuale secondo turno di ballottaggio, apparentamenti consentiti in altri sistemi con ballottagio. Non si rischia in questo modo di comprimere troppo il confronto democratico dando tutto il potere ai partiti maggiori?
Esattamente: si ha una forzatura della dialettica politica, a spese anche delle posizioni “di mezzo” (che talvolta sono le più ragionevoli), e con un risultato di forte concentrazione del potere legislativo e di governo in capo ad un solo leader di partito

14 Non è anomalo posticipare l’entrata in vigore dell’Italicum al luglio 2016 privando il Paese di un efficiente sistema elettorale in caso di necessità?
Il rinvio ha avuto evidenti ragioni strumentali. In ogni caso il sistema elettorale uscito dalla sentenza della Corte costituzionale sarebbe in grado di funzionare

15L’Italicum vale solo per l’elezione della Camera dei deputati dal momento che c’è un legame politico con la riforma costituzionale ora all’esame del Senato per la terza lettura che abolisce il Senato elettivo trasformandolo in Camera delle Autonomie. Non è irrazionale, nel caso in cui la riforma costituzionale non andasse in porto, andare a votare con due sistemi diversi (l’Italicum per la Camera e il proporzionale Consultellum per il Senato)?
È un’anomalia approvare una legge elettorale dando per presupposto che il Senato sarà riformato: le leggi non si fanno “in attesa di una (altra) riforma”. Sarebbe stato forse più ragionevole condizionare l’entrata in vigore della legge alla previa approvazione della legge sull’elezione del Senato. In ogni caso, se si dovesse votare prima che entri in vigore la riforma del Senato, avremmo due sistemi elettorali diversi per le due Camere (uno col premio di maggioranza, l’altro proporzionale quasi puro), ma comunque entrambi in grado di funzionare. Non è detto che sia per forza un male

16 C’è il rischio di introdurre un presidenzialismo di fatto con il maggioritario Italicum e una sola Camera elettiva, come sostengono gli oppositori di questa riforma elettorale?
La parola “presidenzialismo” è altamente equivoca. In realtà questa legge tende più a quello che Leopoldo Elia chiamava il “premierato assoluto”, cioè una forma di anomala concentrazione del potere politico (di Governo e parlamentare) in capo ad un premier, capo di un partito che potrebbe non rappresentare necessariamente la maggioranza degli elettori e dei votanti. Il governo parlamentare esige confronto continuo nella sede della rappresentanza (il Parlamento) sugli indirizzi e sulle misure da adottare, capacità dell’esecutivo di conservare e di allargare il consenso, e anche capacità di mediazione sui contenuti (non sulla spartizione dei posti) 


Renzi prepara l’affondo: “Alle regionali la resa dei conti”
di Francesco Bei, Goffredo De Marchis Repubblica 1.5.15
ROMA Sulla legge elettorale gli irriducibili alzano bandiera bianca. Nel voto segreto di lunedì, i 38 che non hanno votato la fiducia potranno crescere «fino a 50», è la previsione di Roberto Speranza. Ma non sposteranno gli equilibri, non creeranno alcun affanno a Matteo Renzi e all’Italicum che diventerà legge. Perciò la minoranza si prepara a nuove battaglie, per tenere vivo lo strappo consumato in aula a Montecitorio. La prossima settimana si voterà il nuovo capogruppo del Pd. L’obiettivo è ridurre al minimo i voti del vincitore mentre Speranza, quando fu eletto due anni fa, incassò, a scrutinio segreto, un plebiscito. Poi, ci sono le manovre sulle regionali, in particolare sulla Liguria dove la candidata ufficiale di Renzi, Raffaella Paita, subisce la rimonta, da sinistra, del civatiano Pastorino. E tra la minoranza dem il passa parola è quello di usare il voto disgiunto (a favore di Pastorino) per colpire la candidata renziana. Se il premier, oltre che in Veneto, perdesse in una regione rossa, i ribelli sognano “l’effetto D’Alema”, costretto a lasciare palazzo Chigi dopo la disfatta alle regionali del 2000. Ma il terreno di scontro immediato può diventare la scuola. Il premier vuole conquistare un’altra medaglia da esibire nella campagna elettorale per il 31 maggio: il primo voto della Camera sul disegno di legge “la buona scuola”. Che assume 100 mila precari, offre ai presidi poteri di scelta dei professori e garantisce un finanziamento per la ristrutturazione degli edifici. Il 19 maggio è previsto il voto finale a Montecitorio. È una corsa contro il tempo che la minoranza, soprattutto i duri e puri, pensa di usare per ostacolare il progetto renziano. La scuola parla al popolo della sinistra, riconnette la politica a un mondo tradizionalmente schierato, ai sindacati, all’opposizione verso l’esecutivo che esiste nel Paese. Non a caso, Nichi Vendola lo ha capito per primo e il 5 maggio cavalcherà lo sciopero degli insegnanti e del personale Ata. Sel sarà in piazza, il Movimento 5stelle pure. Accanto a loro, scommettono al Nazareno, ci saranno anche i dirigenti dello strappo. Da Fassina a Civati, senza escludere la possibile presenza di Speranza. La scuola è stato anche un argomento di polemica di Enrico Letta: «Quando fai tante promesse disattese poi ti ritrovi la gente in corteo e uno sciopero, come quello del 5 maggio».
Prima di pensare alle contromosse sulla scuola Renzi punta comunque a portare a casa la nuova legge elettorale. Se il risultato finale sembra scontato è anche per la probabile scelta dell’opposizione di disertare in massa l’aula, lasciando alla sola maggioranza l’onere di approvarsi da sola la riforma. È stato il capogruppo forzista Renato Brunetta, ieri pomeriggio, a convincere i colleghi di Sel, FdI, Lega e M5S a quest’ennesimo Aventino. «Una mossa disperata», commentano i deputati forzisti ostili al capogruppo, per mascherare le divisioni interne al partito. «Se restassimo tutti in aula, con il voto segreto Renzi avrebbe cinquanta voti in più». Lunedì mattina si terrà un’ultima riunione di vertice tra tutte le opposizioni per decidere come comportarsi. E non è nemmeno esclusa l’ipotesi che Brunetta rinunci al voto segreto, proprio per costringere tutti i forzisti a votare contro l’Italicum. Del resto già ieri, un po’ per il ponte del 1° maggio e un po’ per le tensione intestine, i votanti di Forza Italia erano scesi durante la prima fiducia della mattina. Così Brunetta ha dato l’ordine: «Tutti fuori alla seconda fiducia». E gli azzurri non si sono contati.
Appare difficile, per il momento, una ricucitura dei rapporti nel Pd. Pippo Civati e Stefano Fassina sono dati in uscita. Potrebbero scegliere l’addio dopo le regionali. Questa scissione, criticata da Bersani, Speranza, D’Attorre e altri irriducibili, intende aprire la strada ad altre uscite, con l’idea di costituire un gruppo autonomo in Parlamento a partire dal Senato. Ma la necessità di una tregua con la sinistra, per non perdere quella storia e quel seme nel Pd, è ben presente anche a Renzi. Per questo si attende, dopo il duello a colpi di fiducia, un gesto del premier. E potrebbe davvero arrivare sulla riforma del Senato «per farlo assomigliare al Bundesrat», dice Francesco Boccia. Con poteri diversi dalla Camera, ma con consiglieri regionali espressamente eletti per occupare il ruolo di senatori. Un contrappeso all’-Italicum. 

Dissidenti alla ricerca di un leader. Ma il nome e le strategie dividono

Le suggestioni: da Speranza a Letta, da Cuperlo a Bersani. Fassina: prima una prospettiva

di Al. T. Corriere 1.5.15

ROMA «Serve un congresso presto, visto che neanche Cenerentola potrebbe credere ad elezioni nel 2018. E serve un nuovo leader alternativo a Renzi. Una figura di nuova generazione». Alfredo D’Attore è uno dei 38 deputati pd che non hanno votato la fiducia a Renzi. E guarda avanti, a come ricompattare la nuova minoranza uscita dal voto e a come dargli un volto riconoscibile: «È presto per dargli un nome. Roberto Speranza ha compiuto un gesto forte che ne ha rafforzato la leadership. Ma i leader non si scelgono più a tavolino o per cooptazione: sarà nel vivo della battaglia che ci sarà la selezione naturale».
La battaglia però è già cominciata e la ricerca di un leader anche. Perché contro il renzismo i ribelli del Pd schierano un piccolo stuolo di nuovi leader o aspiranti tali e un grande numero di big spesso «in contumacia», perché non più in Parlamento o in ruoli dirigenziali nel partito.
«Ci sono più leader che esponenti della minoranza in Parlamento e più minoranze nel Pd che partiti d’opposizione al governo». Sintetizza così la situazione un deputato deluso, che non ha votato la fiducia sulla riforma elettorale. E in effetti il voto di mercoledì ha paradossalmente ricompattato giovani e vecchi leader, frantumando le truppe in mille tronconi. Ad andare a pezzi è stata soprattutto Area Riformista. Speranza è stato contestato una cinquantina di «responsabili», che hanno detto sì alla fiducia. Ma ora, libero dal vincolo di essere un mediatore, lasciato il ruolo di capogruppo, Speranza è visto da molti come il leader emergente della sinistra.
Dietro di lui, come di altri, l’ombra dei big. «È stato D’Alema a suggerirgli le ultime mosse» dice un renziano. «Stupidaggini», risponde chi conosce bene Speranza. I «responsabili» dell’Area riformista, da Matteo Mauri a Enzo Amendola, guardano a Maurizio Martina. Sull’altro lato c’è Gianni Cuperlo, con i suoi 21 deputati (ma lo hanno seguito in 14). Dietro, una miriade di big: Enrico Letta, il cui approdo parigino a Science Po incrina le speranze di chi continua a puntare su di lui, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Guglielmo Epifani, Massimo D’Alema. E Romano Prodi, il fondatore, nel cui nome si dibatte sull’opportunità di fondare una corrente ulivista.
Margherita Miotto, considerata bindiana, è scettica: «Non credo che sia necessaria alcuna riorganizzazione delle minoranze. Ci si divide e ci si unisce sugli argomenti, dal Jobs act, alla riforma costituzionale, alla legge elettorale». Anche Stefano Fassina, tra i più irrequieti, di leadership non ne vuole sentire parlare: «Dobbiamo mettere in campo una prospettiva, non un leader. Lo schema congressuale è saltato, la minoranza sono solo quelli che non hanno votato la fiducia». Posizione condivisa da Pippo Civati, che stigmatizza la «minoranza tattica che cambia posizione ogni momento»: «Un leader anti Renzi? Ah non lo so, a me non mi chiamano. Sono considerato uno strano. E comunque, ci sono altre forme di vita oltre al Pd». 



Giulia, la compagna (a sinistra) di Civati: Pippo è la minoranza. Oltre il Pd c’è spazio
di Renato Benedetto Corriere 1.5.15

MILANO A vedere Pippo Civati, mercoledì davanti a Montecitorio, solo deputato dem a prendere la parola alla manifestazione di Sel contro l’Italicum, non è stata sorpresa. «La minoranza vera, quella che può essere descritta come tale, è rappresentata solo da Pippo. L’unico che agisce in modo coerente, che non dice una cosa facendone un’altra». Parola di Giulia Siviero ( foto ): laureata in filosofia, lavora sulle questioni di genere, collabora con il Post e il manifesto ed è la compagna di Civati, con il quale ha una bambina. L’esponente della sinistra dem, con un gruppo di deputati, proprio in queste ore sta pensando alla possibilità, nell’aria da tempo, di lasciare il Pd: «Se fossimo stati in 100 a dire no all’Italicum ci sarebbe stata la possibilità di fare qualcosa dentro il Pd. Ma così non è più possibile. E se non c’è uno che lo fa per primo, non lo farà mai nessuno», ha spiegato lui. E cosa dice lei, che, come Civati ha più volte ammesso, è elettrice di Sel e più a sinistra di lui? «Il Pd ha tradito il suo progetto iniziale, anche se io non ho mai votato Pd». Si potrebbe allora pensare che sia ben felice di vedere il suo compagno spostarsi a sinistra e raggiungerla. Gli darebbe una spinta? «Non darei una spinta, perché non funziona così la nostra relazione, non do nessun consiglio. Ma da osservatrice — prosegue Siviero —, muovendomi in un mondo che è più a sinistra del Pd, composto soprattutto da donne, molte femministe, posso testimoniare che c’è richiesta di rappresentazione. Uno spazio immenso». E chi potrebbe riempirlo, con Civati, gli altri membri di minoranza? «Credo non ci sia una minoranza del Pd. Ci sono deputati a cui fanno riferimento altri deputati, senza un accordo compatto tra loro. Ma c’è molta insofferenza». Civati l’ha mostrata più volte. «Ne soffrono moltissimi parlamentari del Pd, mi pare, ma non sempre agiscono per togliersela, l’insofferenza. Ci vorrebbe più coraggio e più creatività. Che non ci sia alternativa è una narrazione che circola, ma un’alternativa c’è sempre». Sì, ma nella «narrazione» di Renzi quell’alternativa ha il limite del 3%. «Renzi fa il suo gioco, sminuire fa parte della sua tecnica comunicativa». Forse anche il premier sarebbe felice di non avere un controcanto continuo all’orecchio sinistro. D’altronde, ha spesso invitato chi vuole a uscire. «Sono d’accordo, ognuno è libero di fare quello che vuole. Così come gli elettori e le elettrici, che vanno sempre meno a votare». Alla fine un punto di accordo con Renzi lei lo trova. 



Il cantiere tutto da aprire dell’alternativa a Renzi

Con l’Italicum ogni partito dovrà rivedere le proprie strategie Oggi al ballottaggio col Pd andrebbe l’M5S

di Stefano Folli Repubblica 1.5.15

ALLA fine il Generale Primo Maggio ha dato una mano a Renzi. Più che un altro Aventino per contrastare il nuovo fascismo, abbiamo visto una discreta fuga dal Parlamento verso il lungo week-end alle porte. E nulla fa pensare che le munizioni dei dissidenti siano tenute in serbo per il voto segreto conclusivo sull’Italicum, previsto per lunedì pomeriggio. Tutto è possibile, s’intende, ma proprio la segretezza suggerisce che i «franchi tiratori» possano camminare nei due sensi di marcia: quelli nel centrosinistra che votano «no» per colpire il premier e quelli che da destra o da altre formazioni votano «sì» per tenerlo a galla. Nessuno si stupirebbe dell’incrocio e Renzi non è tipo da affidarsi al caso.
Se ne deduce che la riforma elettorale non è più una questione scottante. Rimangono gli strascichi all’interno del Partito Democratico, ma sul piano parlamentare la partita è chiusa. Si aprono invece gli interrogativi politici sul dopo. L’Italicum, come ormai si è capito, obbliga tutti a rivedere le proprie strategie. Non solo quanti restano affezionati al loro «canile del 3 per cento», come ha detto Arturo Parisi: ossia a una minima rendita di posizione che non basta certo a condizionare il listone vincitore, forte del 55 per cento dei seggi. Ma soprattutto saranno i competitori di Renzi a doversi rimboccare le maniche.
È finito un certo modo d’intendere il partito e di organizzare il rapporto con l’opinione pubblica. Il che riguarda il panorama sfilacciato di Forza Italia, ma anche la Lega di Salvini e gli imprevedibili Cinque Stelle. Ognuno deve riconsiderare il futuro a medio termine, sulla base di una semplice riflessione. Se si votasse oggi, tutti i sondaggi collocano il movimento di Grillo al secondo posto, intorno al 19-20 per cento, quindi pronto per il ballottaggio. Tuttavia, proprio l’integralismo dei Cinque Stelle, il rifiuto di qualsiasi ipotesi di apertura ad altre forze o solo ad altre idee, rende poco competitiva la lista grillina (ad eccezione, s’intende, di scenari drammatici che oggi non sono prevedibili).
Vero è che non tutto è sotto controllo per il presidente del Consiglio. Nel momento in cui sta per ottenere l’agognata riforma elettorale, ecco che i dati sulla disoccupazione a marzo — resi noti proprio alla vigilia del Primo Maggio — sono peggio di una doccia gelata. Sul piano politico-mediatico vanno a incrinare quel rapporto semi-carismatico con l’opinione pubblica che per il leader del «partito di Renzi» è vitale. Del resto, in sette regioni siamo in campagna elettorale e il cosiddetto «Jobs Act», la riforma del lavoro, è forse la principale bandiera sventolata dal governo. I dati insoddisfacenti complicano tutto e incoraggiano il ricorso alla demagogia per coprire risultati meno brillanti del previsto. C’è il rischio concreto che un quadro economico e sociale mediocre accentui la spinta verso le forze anti-sistema o semplicemente votate a un’opposizione intransigente, benché priva di un’idea del governo.
Per un altro verso, il partito di Berlusconi non è oggi in grado di proporsi come l’alternativa a Renzi. Cioè non è in grado di arrivare secondo al primo turno, impedendo al Pd di superare la barriera del 40 per cento. Il vecchio leader sembra catturato da altre priorità, la vendita del Milan e la ristrutturazione di Mediaset in primo luogo. Chi se ne rende conto, dentro Forza Italia, cerca di salvare il salvabile. Qualcuno lavora a definire una visione del paese fondata su alcune opzioni liberali (Fitto, Capezzone); oppure — come Brunetta — immagina un’alleanza con Salvini e con Fratelli d’Italia in vista di superare il blocco Cinque Stelle. Ma è un progetto ancora confuso, tale da presupporre, in ogni caso, la consegna della leadership al capo della Lega.
In campo per ora c’è solo il renziano «partito della nazione». Ma il premier farebbe male a sottovalutare le incognite che vengono non tanto dai suoi avversari, quanto dalla condizione economica del paese. In certi casi, nemmeno le regole dell’Italicum basterebbero a contenere il malessere sociale.


“Famiglie” spezzate drammi e parricidi l’ultima maledizione che frantuma la sinistra
di Filippo Ceccarelli Repubblica 1.5.15

PARRICIDI all’acqua di rose, fratricidi light, scannamenti presunti di figli e figliastri invocati come miti fondativi nel conflitto sull’Italicum.
Singolare coincidenza: più la politica perde idealità, più vivacchia nel presente, più si rimpicciolisce e involgarisce riducendosi a zuffa di tifoserie e più riemergono, per giunta in forma pretàporter, energie e figurazioni di uccisioni simboliche tra consanguinei e drammoni famigliari di ardua manegevolezza.
All’origine grosso modo c’è la rottamazione, nella sua variante pulp . Indecifrabili e al tempo stesso fin troppo chiare, le peripezie della composita minoranza dem paiono coagularsi attorno al sacrificio umano di Pier Luigi Bersani da parte di tanti suoi ipotetici figlioli e figliole da lui stesso a suo tempo entusiasticamente, ma incautamente favoriti. Mentre alcuni, come l’innocente Speranza, sarebbero stati da lui costretti a immolarsi.
Resta da vedere se l’ex segretario sia stato o possa in effetti considerarsi un padre, o un fratellone, o magari e più semplicemente uno dei tanti leader che per consolidata tradizione oligarchica pre-renziana la sinistra promuoveva, eleggeva, sosteneva e poi regolarmente abbatteva - senza che mai, però, tali personaggi finissero nel definitivo dimenticatoio (a parte il povero Occhetto).
Oltretutto Bersani, che possiede una sua solarità, ha sempre rifiutato questo approccio arcaico e sanguinolento designandolo qualche anno fa: «Roba da psicanalisi». E può anche esserlo, sennonché è sintomatico che proprio lui si trovò a rivendicare per il Pd «un presidio di esperienza», entità invero evanescente che tuttavia nel partito venne prontamente interpretata come un modo per tenersi buoni i nonnetti.
Certo con il senno di poi non diede il giusto peso a un Renzi della prima ora: «Bersani - disse con maligno candore - ha l’età di mio padre ». Aggiungendo, se è per questo, che Berlusconi aveva quella di sua nonna. Ora, anche il Cavaliere ha avuto, ieri con Alfano e oggi con Fitto, i suoi bei trambusti generazionali. Così come nella Lega prima Maroni e poi Salvini hanno brutalmente fatto capire all’anziano e malandatissimo Bossi di non avere troppi scrupoli, nel caso fosse necessario toglierselo di torno.
La politica è infatti un gioco crudele e spesso proprio l’ingratitudine ne certifica gli sviluppi. In questo gli annali della Prima Repubblica non differiscono dal presente se non nel fatto che l’avvenuto parricidio, singolo e collettivo che fosse, era pubblicamente riconosciuto a babbo morto.
Vedi il Midas craxiano ai danni del professor De Martino; o la congiura con cui Occhetto e D’Alema si accordarono nel garage di Botteghe Oscure per mettere fine alla segretaria di Natta, che si trovava in un letto d’ospedale, senza troppo compulsarne la cartella clinica. Vedi anche le tante uccisioni - per lo più avvelenamenti, ma anche stilettate o finti incidenti - che si contarono nello scudo crociato: il giovane Bisaglia contro il suo scopritore Rumor, l’ardente De Mita contro Sullo, il sardonico Forlani versus Fanfani (ma senza vittoria definitiva).
Ecco, rispetto ad allora, nella Terza Repubblica il parricidio avviene piuttosto in streaming o addirittura in anticipo sui tempi dell’ordinario cannibalismo. Ciò non di meno, sulla scorta di una abbastanza famosa analisi di Umberto Saba, da qualche tempo diversi osservatori stanno valutando l’ipotesi che le più belluine dinamiche simboliche del potere in Italia più che sul parricidio siano in realtà basate sul fratricidio: Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani : «Gli italiani - si concludeva una delle “ Scorciatoie” di Saba - vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli» In questo senso la divaricazione sarebbe fra una matrice greca, dominata dal conflitto verticale (Zeus, Edipo, Prodi) e un’altra orizzontale di derivazione ebraicosemita, caratterizzata da uno scontro primigenio che da Caino e Abele arriva fino a al ventennale duello tra D’Alema e Veltroni.
Ora, l’oscura faccenda storicoantropologica sembra piuttosto impegnativa da sciogliersi in quattro e quattr’otto; e anche senza scomodare ulteriori e feroci divinità tipo la Grande Madre Mediterranea, il paradigma pare onestamente spropositato rispetto al reticolo di vicissitudini che legano Bersani e la sua pretesa, cospicua progenie di onorevoli che, nel mollare lo smacchiatore di giaguari sull’Italicum, lo hanno dato in pasto al Rottamatore Supremo.
E’ quest’ultimo semmai, l’impetuoso e tracotante Renzi, che tale genere di analisi consentono forse di decifrare in modo meno convenzionale. Certo nessuno come lui si è guadagnato la fama di parricida; ma quando si è trattato di fare secco Enrico Letta, Renzi si è mostrato straordinario anche come fratello- coltello. Se poi si aggiunge che nell’inner circle del Giglio si comporta come un dio che atterra e suscita, tanto da aver già prodotto diverse vittime, beh, Matteuccio assomma un tris di competenze da omicida politico di consimili. Detta così, fa impressione. Ma nella post-politica, dove tutto è leggero, le parole sono anche un gioco, un sogno, un abbaglio, un curioso mistero.



Nasce il comitato referendario I renziani: armata Brancaleone

Brunetta guida l’iniziativa trasversale, con Sel, grillini e Lega

di Amedeo La Mattina La Stampa 1.5.15
La galassia dell’opposizione all’Italicum dallo stato gassoso prova a solidificarsi nel Comitato referendario del No. La riforma elettorale non è ancora legge ma già si pensa di abrogarla mettendo insieme uno schieramento che più eterogeneo non si può. Brunetta parla di «idem sentire» con i compagni di Sel, con i 5 Stelle di Grillo, i leghisti di Salvini, i Fratelli d’Italia della Meloni. Il capogruppo azzurro da tempo si muove in sintonia con il collega vendoliano Scotto e quello del Carroccio Fedriga. Fila d’amore e d’accordo con il grillino Toninelli. Ieri insieme hanno deciso di non partecipare alla chiama per il terzo voto di fiducia. E lunedì alle 11 i nuovi crociati del No si incontreranno per definire cosa fare al voto finale: chiedere il voto segreto o palese oppure lasciare l’aula in un nuovo Aventino? Sarà di fatto la prima riunione del Comitato del No che sfiderà il futuro Comitato del Sì che vedrà Renzi in prima fila affiancato da Alfano, Alleanza popolare e Scelta civica. Bisognerà vedere se nello schieramento del No entreranno anche i dissidenti del Pd che non hanno votato la fiducia, seguendo Bersani, Cuperlo, Fassina, Bindi e Speranza. Tra i Democratici chi si è già lanciato per il referendum abrogativo è Civati: «Quello che i parlamentari non hanno potuto fare, cioè votare i necessari miglioramenti dell’Italicum, lo potranno fare i cittadini con un bel referendum».
Timore del voto segreto
Dietro la decisione su cosa fare lunedì al voto finale ci sono motivazioni non confessabili. Già ieri la non partecipazione al terzo e ultimo voto di fiducia da parte di Forza Italia e degli altri gruppi d’opposizione era dovuta alla mancanza in aula di molti deputati tornati a casa. Lunedì molto probabilmente il «Comitato del No» deciderà un altro Aventino per evitare che nel segreto dell’urna i voti a favore dell’Italicum possano aumentare ed essere più della maggioranza che finora ha espresso la fiducia. La paura che la legge elettorale non passi e si vada a casa potrebbe scatenare il soccorso dalle fila forziste, grilline e leghiste. E infatti quello che sembrava scontato, cioè la richiesta del voto segreto, sembra sia svanita.
Referendum abrogativo
La variopinta armata referendaria (già i renziani la chiamano «Brancaleone») ieri ha cominciato a emettere i primi bollettini di guerra contro una legge che Salvini ha definito una legge «schifissima». «Dopo lunedì, comunque vada, noi saremo determinati a chiedere un referendum abrogativo», ha annunciato Brunetta. «La battaglia - ha spiegato il pentastellato Toninelli - non vogliamo farla da soli e potrebbe interessare tutte le forze politiche e della società civile che contestano questo tentativo di accentramento del potere di Renzi». Anche il capogruppo Sel Scotto pensa a un fronte ampio che comprenda i dissidenti del Pd. Bene, ha ironizzato il falco renziano Rosato, «sarà un grande successo: vedo già gli italiani fare la fila per poter votare». 

Un esito che perpetua i conflitti tra i partiti
di Massimo Franco Corriere 1.5.15
Di fiducia in fiducia, tra lunedì sera e martedì l’Italicum sarà legge. E Matteo Renzi potrà dire ufficialmente di avere vinto la sua sfida con il resto del Pd e con le altre opposizioni. Rimane un residuo di cautela, del quale si fa portavoce il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi. Ma l’eventualità che ci siano intoppi è sempre più remota. Semmai, per il presidente del Consiglio il rischio è di festeggiare con l’aula della Camera abbandonata dal «cartello» degli avversari: una sorta di «strategia dell’assenza» composta trasversalmente da minoranza del Pd, Forza Italia, M5S, Lega e Sel. La prospettiva, però, non assilla solo Palazzo Chigi.
Lo strappo deciso dal premier ponendo la fiducia per arrivare al «sì» alla riforma elettorale tende a ricompattare le opposizioni. Ma potrebbe anche rivelarne le crepe, come è già accaduto con i Democratici, che si sono divisi sul «no». Per questo l’ipotesi dell’uscita dall’aula al momento del voto non viene esclusa, e nemmeno data per scontata. Si sa che dentro FI esiste una filiera «renziana» favorevole alle riforme; e pronta a sottolineare il dissenso rispetto a una deriva ritenuta estremista. Ieri il ministro Boschi ha dovuto rispondere all’ex capogruppo Roberto Speranza che «Denis Verdini non si iscriverà al Pd», citando il berlusconiano più governativo.
Nella stessa Lega succedono fatti strani: come l’ex leader Umberto Bossi che partecipa alle votazioni mentre il resto dei deputati del Carroccio resta fuori. Insomma, a temere brutte sorprese non è solo Renzi ma anche chi lo contrasta. L’immagine finale rimane comunque quella di un Parlamento lacerato e inquieto; e di un partito di maggioranza incapace di trovare una coesione, perché gli sconfitti appaiono esasperati e pronti a tutto per colpire Renzi, soprattutto in vista del passaggio dell’ Italicum al Senato, dopo l’estate.
Di questa esasperazione è testimone la tentazione intermittente di una scissione del Pd: anche se certificherebbe solo l’istinto suicida e l’impotenza della minoranza. Il fatto che FI, e non solo, accarezzi l’ipotesi di sottoporre la riforma elettorale al referendum abrogativo, proietta lo scontro fuori dalle aule parlamentari; e allunga sulla legge un’ombra di precarietà. Almeno in apparenza, perché un referendum potrebbe, per paradosso, rivelarsi un favore a Renzi, pronto a presentarsi al Paese come il riformista frenato da un fronte di conservatori passatisti.
Ma l’impressione è che l’ostilità al nuovo sistema elettorale nasca più da ragioni politiche che dal contenuto in sé. Il Pd ci vede la premessa di «una mutazione genetica del partito», nelle parole della presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi: una tappa verso quel «partito della Nazione» caro a Renzi, attento al mondo moderato e pronto a dire di no al sindacato. «In passato il partito non ha avuto il coraggio di fare le riforme per non perdere i voti della Cgil», ha ricordato la Boschi. Oltre a questo, però, il sospetto rilanciato dalle opposizioni è che l’ Italicum sia un sistema presidenziale su misura per Renzi: una scorciatoia foriera di nuovi conflitti. 

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