Il governo del leader non minaccia la democraziaQuesta fase della vita politica italiana — il «tutti contro Renzi» sul tema della legge elettorale — sembra la meno adatta a riflessioni pacate sulle radici lontane della crisi che stiamo vivendo.
Per semplificare il tentativo, non mi soffermo sul perché siano contro Renzi movimenti o partiti populisti e antieuropei: esclusi dal gioco, ogni pretesto è buono per aggredire il governo. E lascio anche da parte quel partito, Forza Italia, che ai tempi del patto del Nazareno Renzi pensava di coinvolgere nel gioco, come rappresentante di un elettorato con il quale poteva instaurarsi una dialettica democratica simile a quella che si svolge in altri grandi Paesi europei, centrodestra contro centrosinistra. A Berlusconi non è riuscito il tentativo (ma c’è mai stato?) di «trasformare il carisma in istituzione», di stabilizzare e dare una consistenza organizzativa al suo partito e un indirizzo politico al suo popolo: compito certo difficilissimo in Italia, ma che ad altri leader carismatici è pur riuscito altrove. Perché non sia riuscito a lui per ora nessuno l’ha spiegato meglio di Giovanni Orsina ( Il berlusconismo nella storia d’Italia , Marsilio) e devo lasciare il lettore in sua compagnia.
Vengo allora al Pd. Nessuno, credo, si lascia ingannare dalla maggior correttezza della polemica — i toni di Salvini non si adattano a una polemica interna, e poi tradizione e cultura ancora un poco contano — ma l’ostilità e l’insofferenza della minoranza per il segretario sono ancor più intense di quelle manifestate dai partiti di opposizione, cosa che spesso avviene nei conflitti in famiglia. E nessuno, credo, è convinto dall’idea che queste difficoltà siano dovute a incomponibili conflitti sul merito delle riforme istituzionali proposte da Renzi, come invece la minoranza vorrebbe far credere. Tanti commentatori ci hanno già ricordato, con nomi e date, che una concezione di democrazia maggioritaria come quella adottata dall’attuale proposta di legge elettorale era già discussa e largamente accettata all’interno dei partiti dell’Ulivo, e che l’idea di un Senato senza potere fiduciario e invece con una funzione di rappresentanza delle autonomie era un obiettivo sul quale esisteva un ampio accordo. Anche sul rafforzamento del ruolo del presidente del Consiglio, pur temperato da istituzioni di garanzia che il progetto Renzi lascia inalterate nei loro poteri, il consenso nei partiti dell’Ulivo, poi confluiti nel Partito democratico, era molto ampio. E lascio da parte l’incredibile polemica sulle preferenze: contro le preferenze era schierato l’intero Pds-Ds, e una parte non piccola di Margherita.
Facciamo allora un piccolo esperimento intellettuale e poniamoci la seguente domanda ipotetica: se le riforme che ora vuol fare Renzi le avesse proposte Bersani con l’avallo del vecchio gruppo dirigente ex comunista ed ex sinistra dc — alla luce della storia che ho brevemente ricordato non è un’ipotesi inverosimile, le premesse c’erano tutte — ci sarebbe forse stato uno scatenamento polemico di questa intensità? Che arriva a riesumare il vecchio slogan di «minaccia alla democrazia» già usato ai tempi di Berlusconi? Quali tabù ha toccato Renzi per suscitare questa reazione? Non può trattarsi solo della comprensibile resistenza di un ceto dirigente sconfitto: in un partito sano la sconfitta si archivia e ci si prepara a una rivincita in futuro, confidando che i fatti e la propria azione politica dimostrino l’erroneità della linea adottata dal leader. In gioco c’è qualcosa di più grosso, il passaggio da una concezione di partito a un’altra. Da un partito di notabili in servizio permanente effettivo, in cui la strategia del partito emerge da accomodamenti e mediazioni continue, a un partito del leader il quale giudica quando il tempo delle mediazioni è finito e l’ulteriore dilazione nella decisione contrasterebbe con l’efficacia della decisione stessa. Un partito che non guarda prevalentemente al proprio interno, ma guarda alla sua azione di governo e al consenso che questa può riscuotere nel Paese. Se si aggiunge che — mirando al successo esterno e non alla conservazione delle oligarchie e dei santuari ideologici cui prestano osservanza — il leader può essere indotto a forti modifiche delle strategie adottate in passato, si vedono bene i tabù che Renzi ha abbattuto e si capisce la violenza della reazione: l’opposizione è stata sbalzata in un mondo radicalmente estraneo a quello cui si era assuefatta.
È il nuovo mondo che Mauro Calise spiega assai bene nel suo saggio sull’ultimo numero de «il Mulino» ( La democrazia del leader ) e di cui consiglio una lettura attenta, ai dissidenti del Pd e non solo. Il governo del leader non è una minaccia per la democrazia — non siamo a Weimar — ma un tentativo di conciliare democrazia e capacità di decisione, nella consapevolezza che la vera minaccia della democrazia è la sua incapacità di decidere.
Il segretario ai suoi: ora dobbiamo occuparci delle tasse troppo altedi Maria Teresa Meli Corriere 1.5.15
ROMA «Abbiamo stravinto, li abbiamo distrutti: così andiamo tranquilli fino al 2018». Alla terza fiducia Matteo Renzi non riesce a trattenere l’entusiasmo per l’esito della vicenda dell’Italicum.
La parola fine verrà pronunciata lunedì prossimo, ma il presidente del Consiglio, facendo il punto con i fedelissimi, dà già per vinta la partita.
Non solo. Il premier fa mostra di non temere nemmeno le prove del Senato, dove i numeri sono ballerini e la minoranza del Partito democratico potrebbe rivelarsi determinante per il governo. Renzi scruta i sommovimenti in quel ramo del Parlamento e nota come Forza Italia è il «Movimento 5 stelle» continuino a «perdere pezzi». «Secondo me — spiega il premier ai suoi — non andremo sotto nemmeno a Palazzo Madama. I senatori non seguono Bindi, Bersani e Letta in questo potenziale suicidio».
Insomma, l’inquilino di Palazzo Chigi non sembra temere il «dopo strappo» sulla riforma elettorale. Il che non significa che sul disegno di legge costituzionale non aprirà a delle modifiche. Ma lo farà non tanto per ricostruire un canale di comunicazione con i suoi oppositori interni, quanto perché ha capito che potrebbero essere anche altri i voti che mancano all’appello per mandare in porto quella riforma.
Intanto Renzi si accontenta di aver segnato il punto. Si può presentare alle elezioni regionali, sbandierando il risultato dell’Italicum e dimostrando che non è vero quello che si dice di lui, ossia che promette e non mantiene: «Avevamo detto che questa era una riforma fondamentale, dalla quale si poteva partire per portare avanti le altre, e siamo stati di parola».
Dunque, non possono essere certo l’Italicum, e le polemiche che lo accompagnano, ragioni di cruccio per il presidente del Consiglio.
Semmai, Renzi è preoccupato per la decisione della Corte costituzionale. Quella sì che non ci voleva. Trovare tutti quei soldi, con la situazione economica che è quella che è, non sarà un passeggiata. Lo ammette lo stesso premier, che pure è solito spandere ottimismo: «Non sarà una prova facile. Dobbiamo verificare quale impatto può avere la sentenza della Consulta sui conti pubblici».
Dopodiché l’indole ottimista di Renzi prevale anche in occasioni complicate come questa. E il premier tenta perciò di rassicurare i suoi, preoccupati per le possibili conseguenze della sentenza della Corte costituzionale. «Calma e gesso, ragazzi, vediamo di studiare bene la sentenza e vedrete che troveremo una soluzione anche questa volta», è l’esortazione che Renzi ha rivolto ai suoi. «Io — ha spiegato il premier — non sono molto preoccupato. Non ce n’è motivo. Siamo al governo proprio per risolvere questioni complesse, per dare risposte chiare e certe, per trasformare le eventuali criticità in opportunità. Quindi non fasciamoci la testa».
Parla così, Matteo Renzi, però questa sentenza della Consulta giunge come un fulmine a ciel sereno nel momento in cui il premier già pensava a come affrontare il problema dei problemi, ossia la situazione economica. È su quella che il presidente del Consiglio si vuole concentrare, una volta passata la boa della riforma elettorale. Ci sta riflettendo sopra da tempo, convinto che la mossa vincente può essere solo in quel campo. Secondo lui servirà anche a fugare le polemiche di questi giorni sull’Italicum e a far dimenticare divisioni e contrapposizioni.
«Dobbiamo occuparci del problema delle tasse che sono troppo alte» è il ritornello dell’inquilino di Palazzo Chigi. Con questa aggiunta: «Perciò dobbiamo vedere come sostenere i tagli». Sì, la questione è «tagliare nella pubblica amministrazione per poi tagliare le tasse. È una cosa su cui dobbiamo lavorare seriamente».
Ovviamente non sarà questa la priorità. O, meglio, non verrà indicata pubblicamente come tale, perché questo è un punto più che delicato. Ma Renzi sa che per «arrivare fino al 2018» è necessario operare in quel campo. «Nei prossimi dodici mesi — ha spiegato il presidente del Consiglio ai suoi collaboratori — l’economia crescerà e noi non possiamo perdere questa occasione. È su questo che ci giocheremo tutto, governo e faccia».
Italicum, 16 domande per capire la riforma Governabilità, rappresentatività, premio di maggioranza e soglia di sbarramentoil Sole 24 Ore ha posto 16 domande a Valerio Onida Il Sole 1.5.15
Giurista, presidente emerito della Corte costituzionale e docente di Giustizia costituzionale all’Università degli Studi di Milano. Nel marzo 2013 fu nominato da Giorgio Napolitano nel gruppo di “saggi”per le riforme istituzionali
1 La riforma che la Camera si avvia ad approvare è buona o cattiva?
Dovendo darne una valutazione complessiva, la mia è decisamente negativa, soprattutto per la spinta che reca nel senso di un allontanamento da un genuino sistema parlamentare e di un favore per il potere personale di colui che conquista la carica di primo ministro
2 Se dovesse elencarne i meriti in tre punti, quali citerebbe?
Porta qualche miglioramento (però decisamente insufficiente) rispetto alla legge “Calderoli” del 2005: introduce una soglia minima per attribuire il premio di maggioranza; unifica (abbassandola però troppo) la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento; riduce la dimensione dei collegi elettorali
3 In cosa invece la ritiene sbagliata o migliorabile?
Il difetto fondamentale è che pretende in ogni caso e a qualunque costo che un solo partito vada a occupare la maggioranza assoluta dei seggi, anche se non rappresenta la maggioranza degli elettori e dei votanti, alterando fortemente la rappresentatività del Parlamento: questo per di più in una situazione reale nella quale i partiti tendono a trasformarsi in comitati elettorali a sostegno personale di un leader. Inoltre favorisce la frammentazione con una soglia di sbarramento solo del 3%; e, col sistema “ibrido” dei soli capilista bloccati, delle preferenze e delle candidature plurime, non favorisce un chiaro rapporto fra elettori ed eletti
4 I sostenitori della legge ne sottolineano la spinta a favore della governabilità. Lei è d'accordo? E in che modo ciò avverrà?
La “governabilità” non si persegue “forzando” il sistema elettorale senza tenere conto del sistema politico effettivo (che non è bipartitico) e mortificando il carattere realmente rappresentativo del Parlamento
5 Al contrario i detrattori ne sottolineano i limiti in termini di rappresentatività. Vede anche lei un rischio in questo senso?
Senz’altro, come ho detto.
6 Una delle obiezioni della Consulta al Porcellum è l’eccessiva disproporzionalità del premio di maggioranza attribuito senza stabilire una sogliaminima. L’Italicum prevede una soglia del 40 per cento per ottenere il premio del 15 per cento. Si risponde così alle osservazioni della corte?
Un vero “premio di maggioranza” dovrebbe premiare una “vera” maggioranza, cioè chi consegue più del 50% dei voti (come faceva la legge del 1953). Questo invece è un premio che trasforma in maggioranza (di seggi) la minoranza più forte, quale che sia il livello di consenso che ottiene dagli elettori. Il “ballottaggio”, a sua volta, trasforma in maggioranza una minoranza dando la vittoria per forza ad uno fra due soli competitori, qualunque sia il livello del suo consenso al primo turno, quali che siano i rapporti fra i due, e qualunque sia il numero degli elettori che votano al secondo turno. Non è detto che al ballottaggio accedano due partiti che esprimono con maggiore approssimazione un’unica alternativa reale esistente nel paese
7 Non è un'anomalia in sé applicare un premio di maggioranza sulla base di un sistema proporzionale?
I premi di maggioranza (come le soglie di sbarramento) possono servire a correggere il sistema proporzionale, ma purché siano molto contenuti e non tali da alterare troppo la rappresentatività del Parlamento, e non mirino a dar vita necessariamente ad una maggioranza “monocolore”
8 La soglia di sbarramento è stata portata al 3 per cento per tutti i partiti. Se si voleva davvero fronteggiare la frammentazione non era meglio una soglia più alta, magari del 5 come in Germania?
Una soglia generalizzata del 5% sarebbe più ragionevole di quella del 3% e di quelle diverse previste dalla legge “Calderoli”
9 Non si rischia in questo modo la “balcanizzazione” delle opposizioni in presenza di un primo partito rafforzato dal premio?
L’intento di avere un solo partito che vinca portandosi a casa la maggioranza dei seggi finisce per alterare il confronto politico: nel partito che aspira a vincere alimenta i conflitti interni, negli altri favorisce la frammentazione
10 L’altra importante obiezione della Consulta al Porcellum riguarda le lunghe liste bloccate, che non permettevano all’elettore di riconoscere il futuro eletto. La soluzione del capolista bloccato e delle preferenze per tutti gli altri non è un ibrido al ribasso? Soddisfa le indicazioni della Consulta?
I collegi più piccoli e la soluzione “ibrida” prevista (capilista bloccati e preferenze) migliorano la situazione rispetto alle lunghe liste bloccate della legge Calderoli, ma non favoriscono gran che la chiarezza dei rapporti fra elettori ed eletti. Ma non penso che questo sia un grave problema di costituzionalità, anche se dubbi ci possono essere
11 L’Italicum prevede la possibilità di candidature plurime per il posto di capolista. Con il rischio che un elettore scelga un partito in virtù dell’appeal di un capolista ritrovandosi poi ad eleggere un altro candidato. Questo non va contro l’indicazione della Consulta sulla riconoscibilita?
Certamente le candidature plurime sono un imbroglio per gli elettori, e tendono a “personalizzare” ulteriormente i partiti attraverso il richiamo dei nomi dei leader
12 Il premio di maggioranza, sia in caso di vittoria al primo turno sia in caso di vittoria al ballottaggio, attribuisce alla prima lista un vantaggio alla Camera di circa 25 deputati. Dal momento che la legge è stata pensata soprattutto in chiave di governabilità, non è un margine troppo esiguo?
25 seggi di vantaggio per la maggioranza rispetto alle opposizioni non sono un margine esiguo: il problema è la forzatura di una maggioranza che può non essere tale, e per di più monocolore
13 L’Italicum vieta espressamente gli apparentamenti tra partiti tra il primo e l’eventuale secondo turno di ballottaggio, apparentamenti consentiti in altri sistemi con ballottagio. Non si rischia in questo modo di comprimere troppo il confronto democratico dando tutto il potere ai partiti maggiori?
Esattamente: si ha una forzatura della dialettica politica, a spese anche delle posizioni “di mezzo” (che talvolta sono le più ragionevoli), e con un risultato di forte concentrazione del potere legislativo e di governo in capo ad un solo leader di partito
14 Non è anomalo posticipare l’entrata in vigore dell’Italicum al luglio 2016 privando il Paese di un efficiente sistema elettorale in caso di necessità?
Il rinvio ha avuto evidenti ragioni strumentali. In ogni caso il sistema elettorale uscito dalla sentenza della Corte costituzionale sarebbe in grado di funzionare
15L’Italicum vale solo per l’elezione della Camera dei deputati dal momento che c’è un legame politico con la riforma costituzionale ora all’esame del Senato per la terza lettura che abolisce il Senato elettivo trasformandolo in Camera delle Autonomie. Non è irrazionale, nel caso in cui la riforma costituzionale non andasse in porto, andare a votare con due sistemi diversi (l’Italicum per la Camera e il proporzionale Consultellum per il Senato)?
È un’anomalia approvare una legge elettorale dando per presupposto che il Senato sarà riformato: le leggi non si fanno “in attesa di una (altra) riforma”. Sarebbe stato forse più ragionevole condizionare l’entrata in vigore della legge alla previa approvazione della legge sull’elezione del Senato. In ogni caso, se si dovesse votare prima che entri in vigore la riforma del Senato, avremmo due sistemi elettorali diversi per le due Camere (uno col premio di maggioranza, l’altro proporzionale quasi puro), ma comunque entrambi in grado di funzionare. Non è detto che sia per forza un male
16 C’è il rischio di introdurre un presidenzialismo di fatto con il maggioritario Italicum e una sola Camera elettiva, come sostengono gli oppositori di questa riforma elettorale?
La parola “presidenzialismo” è altamente equivoca. In realtà questa legge tende più a quello che Leopoldo Elia chiamava il “premierato assoluto”, cioè una forma di anomala concentrazione del potere politico (di Governo e parlamentare) in capo ad un premier, capo di un partito che potrebbe non rappresentare necessariamente la maggioranza degli elettori e dei votanti. Il governo parlamentare esige confronto continuo nella sede della rappresentanza (il Parlamento) sugli indirizzi e sulle misure da adottare, capacità dell’esecutivo di conservare e di allargare il consenso, e anche capacità di mediazione sui contenuti (non sulla spartizione dei posti)
di Francesco Bei, Goffredo De Marchis Repubblica 1.5.15
ROMA Sulla legge elettorale gli irriducibili alzano bandiera bianca. Nel voto segreto di lunedì, i 38 che non hanno votato la fiducia potranno crescere «fino a 50», è la previsione di Roberto Speranza. Ma non sposteranno gli equilibri, non creeranno alcun affanno a Matteo Renzi e all’Italicum che diventerà legge. Perciò la minoranza si prepara a nuove battaglie, per tenere vivo lo strappo consumato in aula a Montecitorio. La prossima settimana si voterà il nuovo capogruppo del Pd. L’obiettivo è ridurre al minimo i voti del vincitore mentre Speranza, quando fu eletto due anni fa, incassò, a scrutinio segreto, un plebiscito. Poi, ci sono le manovre sulle regionali, in particolare sulla Liguria dove la candidata ufficiale di Renzi, Raffaella Paita, subisce la rimonta, da sinistra, del civatiano Pastorino. E tra la minoranza dem il passa parola è quello di usare il voto disgiunto (a favore di Pastorino) per colpire la candidata renziana. Se il premier, oltre che in Veneto, perdesse in una regione rossa, i ribelli sognano “l’effetto D’Alema”, costretto a lasciare palazzo Chigi dopo la disfatta alle regionali del 2000. Ma il terreno di scontro immediato può diventare la scuola. Il premier vuole conquistare un’altra medaglia da esibire nella campagna elettorale per il 31 maggio: il primo voto della Camera sul disegno di legge “la buona scuola”. Che assume 100 mila precari, offre ai presidi poteri di scelta dei professori e garantisce un finanziamento per la ristrutturazione degli edifici. Il 19 maggio è previsto il voto finale a Montecitorio. È una corsa contro il tempo che la minoranza, soprattutto i duri e puri, pensa di usare per ostacolare il progetto renziano. La scuola parla al popolo della sinistra, riconnette la politica a un mondo tradizionalmente schierato, ai sindacati, all’opposizione verso l’esecutivo che esiste nel Paese. Non a caso, Nichi Vendola lo ha capito per primo e il 5 maggio cavalcherà lo sciopero degli insegnanti e del personale Ata. Sel sarà in piazza, il Movimento 5stelle pure. Accanto a loro, scommettono al Nazareno, ci saranno anche i dirigenti dello strappo. Da Fassina a Civati, senza escludere la possibile presenza di Speranza. La scuola è stato anche un argomento di polemica di Enrico Letta: «Quando fai tante promesse disattese poi ti ritrovi la gente in corteo e uno sciopero, come quello del 5 maggio».
Prima di pensare alle contromosse sulla scuola Renzi punta comunque a portare a casa la nuova legge elettorale. Se il risultato finale sembra scontato è anche per la probabile scelta dell’opposizione di disertare in massa l’aula, lasciando alla sola maggioranza l’onere di approvarsi da sola la riforma. È stato il capogruppo forzista Renato Brunetta, ieri pomeriggio, a convincere i colleghi di Sel, FdI, Lega e M5S a quest’ennesimo Aventino. «Una mossa disperata», commentano i deputati forzisti ostili al capogruppo, per mascherare le divisioni interne al partito. «Se restassimo tutti in aula, con il voto segreto Renzi avrebbe cinquanta voti in più». Lunedì mattina si terrà un’ultima riunione di vertice tra tutte le opposizioni per decidere come comportarsi. E non è nemmeno esclusa l’ipotesi che Brunetta rinunci al voto segreto, proprio per costringere tutti i forzisti a votare contro l’Italicum. Del resto già ieri, un po’ per il ponte del 1° maggio e un po’ per le tensione intestine, i votanti di Forza Italia erano scesi durante la prima fiducia della mattina. Così Brunetta ha dato l’ordine: «Tutti fuori alla seconda fiducia». E gli azzurri non si sono contati.
Appare difficile, per il momento, una ricucitura dei rapporti nel Pd. Pippo Civati e Stefano Fassina sono dati in uscita. Potrebbero scegliere l’addio dopo le regionali. Questa scissione, criticata da Bersani, Speranza, D’Attorre e altri irriducibili, intende aprire la strada ad altre uscite, con l’idea di costituire un gruppo autonomo in Parlamento a partire dal Senato. Ma la necessità di una tregua con la sinistra, per non perdere quella storia e quel seme nel Pd, è ben presente anche a Renzi. Per questo si attende, dopo il duello a colpi di fiducia, un gesto del premier. E potrebbe davvero arrivare sulla riforma del Senato «per farlo assomigliare al Bundesrat», dice Francesco Boccia. Con poteri diversi dalla Camera, ma con consiglieri regionali espressamente eletti per occupare il ruolo di senatori. Un contrappeso all’-Italicum.
di Massimo Franco Corriere 1.5.15
Di fiducia in fiducia, tra lunedì sera e martedì l’Italicum sarà legge. E Matteo Renzi potrà dire ufficialmente di avere vinto la sua sfida con il resto del Pd e con le altre opposizioni. Rimane un residuo di cautela, del quale si fa portavoce il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi. Ma l’eventualità che ci siano intoppi è sempre più remota. Semmai, per il presidente del Consiglio il rischio è di festeggiare con l’aula della Camera abbandonata dal «cartello» degli avversari: una sorta di «strategia dell’assenza» composta trasversalmente da minoranza del Pd, Forza Italia, M5S, Lega e Sel. La prospettiva, però, non assilla solo Palazzo Chigi.
Lo strappo deciso dal premier ponendo la fiducia per arrivare al «sì» alla riforma elettorale tende a ricompattare le opposizioni. Ma potrebbe anche rivelarne le crepe, come è già accaduto con i Democratici, che si sono divisi sul «no». Per questo l’ipotesi dell’uscita dall’aula al momento del voto non viene esclusa, e nemmeno data per scontata. Si sa che dentro FI esiste una filiera «renziana» favorevole alle riforme; e pronta a sottolineare il dissenso rispetto a una deriva ritenuta estremista. Ieri il ministro Boschi ha dovuto rispondere all’ex capogruppo Roberto Speranza che «Denis Verdini non si iscriverà al Pd», citando il berlusconiano più governativo.
Nella stessa Lega succedono fatti strani: come l’ex leader Umberto Bossi che partecipa alle votazioni mentre il resto dei deputati del Carroccio resta fuori. Insomma, a temere brutte sorprese non è solo Renzi ma anche chi lo contrasta. L’immagine finale rimane comunque quella di un Parlamento lacerato e inquieto; e di un partito di maggioranza incapace di trovare una coesione, perché gli sconfitti appaiono esasperati e pronti a tutto per colpire Renzi, soprattutto in vista del passaggio dell’ Italicum al Senato, dopo l’estate.
Di questa esasperazione è testimone la tentazione intermittente di una scissione del Pd: anche se certificherebbe solo l’istinto suicida e l’impotenza della minoranza. Il fatto che FI, e non solo, accarezzi l’ipotesi di sottoporre la riforma elettorale al referendum abrogativo, proietta lo scontro fuori dalle aule parlamentari; e allunga sulla legge un’ombra di precarietà. Almeno in apparenza, perché un referendum potrebbe, per paradosso, rivelarsi un favore a Renzi, pronto a presentarsi al Paese come il riformista frenato da un fronte di conservatori passatisti.
Ma l’impressione è che l’ostilità al nuovo sistema elettorale nasca più da ragioni politiche che dal contenuto in sé. Il Pd ci vede la premessa di «una mutazione genetica del partito», nelle parole della presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi: una tappa verso quel «partito della Nazione» caro a Renzi, attento al mondo moderato e pronto a dire di no al sindacato. «In passato il partito non ha avuto il coraggio di fare le riforme per non perdere i voti della Cgil», ha ricordato la Boschi. Oltre a questo, però, il sospetto rilanciato dalle opposizioni è che l’ Italicum sia un sistema presidenziale su misura per Renzi: una scorciatoia foriera di nuovi conflitti.
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