lunedì 18 maggio 2015

Coerenza liquida. Amare Renzi e dialogare con Bauman

Babel
Questa è Repubblica, che copre tutto lo spettro dell'opinione pubblica e fa opposizione persino a se stessa [SGA].

Zygmunt Bauman, Ezio Mauro: Babel, Laterza

Risvolto
  Sospesi tra il ‘non più’ e il ‘non ancora’, il nostro è il tempo indecifrabile dell’interregno.

Viviamo in mare aperto, sotto l’onda continua, senza un punto fermo e uno strumento che misuri il peso e la distanza delle cose. Nulla sembra stare più al suo posto, molto sembra non avere più un suo posto. Non vediamo la direzione di marcia, così solchiamo un territorio sconosciuto, in ordine sparso. I principi che hanno sostanziato l’ethos repubblicano, quel sistema di regole che ha orientato i rapporti di autorità e le modalità della loro legittimazione, i valori condivisi e la loro gerarchia, fino ad arrivare al nostro comportamento e ai nostri stili di vita, devono essere ripensati alla radice perché non sembrano più adatti all’esperienza e alla comprensione di un mondo che ha subìto la più travolgente dilatazione spaziale e al contempo l’inedita connessione globale.


“Così debolezze e paure minacciano la democrazia”Al Lingotto confronto tra Zygmunt Bauman ed Ezio Mauro sulla transizione difficile che l’Occidente sta vivendo

di Simonetta Fiori Repubblica 18.5.15
TORINO TRADIMENTO . Vulnerabilità. Rottura di un patto. Tre parole chiave per penetrare il «tempo indecifrabile dell’interregno », quello in cui siamo immersi, «sospesi tra il non più e il non ancora ». È la società del disordine babelico, dove anche le parole rischiano di essere impotenti. Ma c’è ancora chi continua a riporre fiducia nel discorso pubblico. Ed è lunghissima la fila al Salone davanti alla sala gialla per ascoltare Zygmunt Bauman ed Ezio Mauro, autori di un dialogo pubblicato da Laterza con il titolo di Babel.
Paura e solitudine politica sono oggi sentimenti diffusi, frutto del cattivo funzionamento della democrazia. Ed è qui la prima percezione di tradimento. «La crisi sta erodendo tutta l’impalcatura materiale, istituzionale, intellettuale della costruzione democratica che l’Occidente s’è dato nella tregua del dopoguerra », dice Mauro rispondendo alle domande di Concita De Gregorio. «Oggi dubitiamo della democrazia perché non è più in grado di proteggerci nel nostro vivere insieme». La certezza è stata sostituita dalla flessibilità. «Gli Stati moderni», condivide Bauman, «non sono più capaci di garantire ai cittadini un posto nella comunità». Non riescono più a dare sicurezza, dove la parola un tempo significava saldezza sociale, mentre oggi si traduce solo in controllo.
Il tempo dell’interregno è anche quello in cui «si libera l’irrazionale della decadenza », dice Mauro, la stagione delle «figure sciamaniche che coltivano le paure per risolverle in una grande banalizzazione ». Evoca una immagine di Bobbio: «La politica è stata inventata per attardarsi a sciogliere i nodi della contemporaneità, mentre il populismo promette di tagliare quei nodi con la spada ». Ma il tradimento non riguarda solo la politica. Coinvolge anche i rapporti tra datori di lavoro e forza lavoro, «un tempo protetti da una forte dipendenza e reciprocità», spiega Bauman. «Chi entrava alla Fiat o alla Pirelli sapeva che in quell’azienda avrebbe costruito la sua vita di lavoratore. Oggi non è più così. Con un semplice clic, capitale e produzione possono essere trasferiti altrove. E organizzazioni come il sindacato rischiano di perdere di senso. La dipendenza non è più reciproca ma unilaterale ». Con conseguenze disastrose. «Da fabbriche di solidarietà siamo passati a fabbriche fondate sul sospetto e sulla competizione. E una nuova filosofia manageriale traduce la paura dei lavoratori in obbedienza». Ma c’è una via di uscita dall’inferno babelico? «Mi ribello, dunque siamo!», risponde Bauman citando Camus. «Il nostro non è un libro apocalittico», dice il direttore di Repubblica. «Non l’avremmo scritto se non nutrissimo una fiducia testarda nell’opinione pubblica». 

Siamo tutti cittadini di Babele
Nel loro saggio Zygmunt Bauman e Ezio Mauro descrivono una società inebetita dalla Grande Semplificazione politico-mediatica. Ma non perdono la speranza nel futurodi Gian Enrico Rusconi La Stampa 17.5.15
Babel, il libro di Zygmunt Bauman e Ezio Mauro mantiene la promessa del suo titolo. Descrive cioè «un paese vertiginoso dove la lotteria è parte principale della realtà». Sono parole tratte da un racconto di Jorge Luis Borges che parla di Babilonia come metafora di un «infinito gioco d’azzardo». Il regno della incertezza, della insicurezza, di un inaudito disordine.
Così è il nostro tempo e la nostra società, vivisezionata dai due autori in un orizzonte amplissimo che va dalle diseguaglianze materiali ed esclusioni sociali sino al nesso tra rivoluzione tecnologica e sistema dell’informazione organizzata, passando attraverso una spietata critica della politica.
«Il sistema politico mima la partecipazione, la trasparenza, la rappresentanza; mentre il cittadino sembra aver smarrito la leva del cambiamento, della connessione, dell’interpellanza dal privato al pubblico, il senso della piena legittimità - cioè il diritto a fare domande al potere e pretendere le risposte».
Sin dalle prime righe del suo intervento, Mauro, chiedendosi dove porterà politicamente la mutazione imposta dalla crisi atto, non esita a rispondere : «Il governo democratico è precario perché tutto è fuori controllo». Alcune righe più avanti anticipa un motivo che sarà sviluppato a lungo nel corso del lavoro. «Non siamo più capaci di una opinione pubblica pur facendo un gran commercio gratuito di opinioni private ridotte in pillole e lanciate ovunque tra mille tweet al giorno, pur immersi in un mare di commenti e di spezzoni di giudizio trasformati in battute, calembour, invettive, aforismi». Verso la fine del saggio questo motivo è ripreso come un «sesto senso» promosso dalla cultura di internet che sembra preludere ad una mutazione genetica.
«Il “sesto senso” consente sempre di esser sulla cresta dell’onda che ci scegliamo, dà la facoltà di frequentare mondi diversi, entrando e uscendo quando si vuole, ci lascia la suggestione di esercitare un giudizio su ogni cosa, quindi di dominare l’insieme, sedendo a capotavola. Salvo poi alzare lo sguardo e accorgersi che tutti sono a capotavola, quindi quel tavolo è rotondo come un’illusione».
Il lettore si trova davanti a pagine dense di argomentazioni e contro argomentazioni, tutte orientate alla tesi che «i principi che hanno sostanziato l’ethos repubblicano, quel sistema di regole che ha orientato i rapporti d’autorità e le modalità della loro legittimazione, i valori condivisi sino al nostro comportamento e stili di vita, devono essere ripensati alla radice», di fronte ad un mondo che «ha subito la più travolgente dilatazione spaziale e al contempo una inedita connessione globale». Da qui un’analisi impietosa, radicale e appassionata.
Qualche lettore, colpito dalla perentorietà delle tesi sostenute, si chiederà perché e come siano uscite dalla penna del direttore di uno dei più influenti giornali italiani, in contrappunto con uno dei più noti sociologi internazionali. O meglio, che cosa significa e dove porta questo radicalismo critico in termini pratici, politici? Tanto più che Ezio Mauro si esprime sui temi concreti della governance, delle diseguaglianze sociali, della irresponsabilità politica del ceto politico. Certo, non fa nomi e cognomi, tanto meno quelli nostrani (salvo insistere con particolare energia sui difetti della Unione europea), ma il lettore non fatica a identificare i politici di cui si parla.
«Più che di discorso pubblico dovremmo parlare di un nuovo sistema di relazione tra il leader e le masse che si sta proponendo all’insegna della Grande Semplificazione». «Mancano i grandi soggetti capaci di trasformare una corrente in cultura, una tendenza in movimento, un gesto individuale in un valenza generale. Si è spezzata l’idea di destino comune». Siamo giunti al cittadino ridotto a cliente- consumatore.
A questo punto, viene spontaneo chiedersi dove porta questo tipo di diagnosi. Certo, sarebbe ingenuo o sbagliato attendersi ricette o soluzioni politiche dai due autori, il cui intento è innanzitutto critico-riflessivo. Ma non a caso proprio Baumann si chiede esplicitamente «perché continuiamo a porci domande senza essere in grado apparentemente di sfuggire al circolo vizioso del puzzle?».
È un quesito impegnativo. Rivolto al suo interlocutore, Baumann esce in una affermazione a prima vista sorprendente: «Condivido la tua visione pessimistica del presente, ma credo che ciò che ci tiene in vita e in azione (contro ogni atteggiamento di resa) è l’immortalità della speranza».
Non so quanto sia convincente questo tentativo di spostare ad un livello etico e teorico «alto» un discorso che fa i conti con la cruda concretezza del quotidiano.
Per la verità nell’analisi di Ezio Mauro è sempre sotteso il richiamo alle pratiche dell’ethos repubblicato. Si tratta in fondo di riattivare quei valori. Ma - giustamente - è un invito fatto con discrezione.
Molto stimolante è la parte del libro intitolata «Solitari interconnessi», che affronta la problematica della comunicazione sociale. Dinanzi al «pulviscolo informativo» e al tentativo di riempire con Facebook e con «il mercato delle identità illimitate» il vuoto lasciato dal dissolvimento dei legami sociali. «Ciò che in rete funziona subito vale più di ciò che convince attraverso un ragionamento complesso. In questo c’è la spinta davvero rivoluzionaria nel senso di sovvertitrice quasi di una presa di potere. Mentre decade il privilegio riconosciuto al professionismo, cade infatti anche il pulpito, la postazione privilegiata che attribuisce e garantisce di per sé autorità riconosciuta».
Ebbene proprio in questo contesto Mauro scrive due paginette in positivo su come deve essere la vera e buona comunicazione, identificata ancora nel giornale tradizionale basato su discorsività e riflessività. Non credo sia una anacronistica nostalgia, ma il tentativo di ricuperare attraverso il classico medium del giornale la capacità critica di ragionare e di giudicare. E’ anche un modo concreto di dare corpo alle riflessioni più sofisticate sulla «manipolazione delle probabilità/possibilità» che si contrappongono ad ogni tentazione di determinismo e fatalismo del destino del mondo.
L’epilogo del libro non è catastrofistico: «perché in ogni tempo non siamo che all’ inizio di un lungo viaggio tutto da organizzare. E allora chiediamoci quanto è aperto e contendibile lo spazio del nostro orizzonte?». Appoggiandosi ancora una volta ad una citazione (questa volta tolta da Bulgakov), gli autori assicurano: «Lo spazio che conserviamo incognito, ancora contendibile, è il sentiero d’uscita da Babel. L’orizzonte è aperto».
Alla fine dunque al lettore è lasciato un messaggio di «apertura di orizzonte» che è sua responsabilità concretizzare. 

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