lunedì 18 maggio 2015

Piegare la scuola per abbattere ogni resistenza: l'analisi di Alberto Burgio

Come funziona l'informazione: il Corriere ieri pubblicava le lettere degli "insegnanti precari" pronti a piegarsi al ricatto di Renzi; oggi intervista Bernocchi sulla mobilitazione della scuola e per ridicolizzarlo gli chiede se si tinge i capelli... [SGA].

La cittadella del reuccio 
Alberto Burgio il Manifesto 16.5.2015, 23:59 
Quel che sarà il par­la­mento ita­liano dopo che il dise­gno ren­ziano sarà giunto in porto è ampia­mente noto. La Camera dei nomi­nati e della mag­gio­ranza gover­na­tiva a priori fun­zio­nerà senza intoppi come cassa di riso­nanza e rati­fica; il Senato dei gerar­chi e dei pode­stà per­fe­zio­nerà l’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo. Il tutto per la legit­ti­ma­zione «demo­cra­tica» delle deci­sioni di palazzo Chigi. A quel punto l’Italia sarà un caso unico di Repub­blica mono­cra­tica domi­nata da un capo di governo ple­ni­po­ten­zia­rio, eletto da una mino­ranza di cit­ta­dini e posto in con­di­zione di con­trol­lare le auto­rità di garan­zia e tutti i poteri dello Stato, ecce­zion fatta (fino a quando?) per la magistratura. 
Tra poco — pro­ba­bil­mente tra un annetto — que­sto pro­gramma comin­cerà a rea­liz­zarsi orga­ni­ca­mente. Ma non dob­biamo aspet­tare nem­meno pochi mesi per assa­po­rarne i primi frutti avve­le­nati. Quanto sta acca­dendo con la «riforma» della scuola è un’anticipazione molto istrut­tiva di ciò che ci attende. Un indi­zio e una prova tec­nica, som­mi­ni­strata per testare il paese e per assue­farlo al nuovo che avanza. 
Rara­mente, forse mai prima d’ora, si era assi­stito alla scena di un ramo del par­la­mento ita­liano che vota in tran­quil­lità a favore di un prov­ve­di­mento di indi­scu­ti­bile rile­vanza (che modi­fica in pro­fon­dità strut­ture e modo di ope­rare di un set­tore vitale della società, e le con­di­zioni mate­riali di lavoro e di vita di milioni di cit­ta­dini) men­tre l’intero com­parto inve­stito da quel prov­ve­di­mento esprime la pro­pria asso­luta con­tra­rietà. Lo scio­pero del 5 mag­gio e la mani­fe­sta­zione con­tro le prove Invalsi pos­sono essere giu­di­cati come si vuole, ma su una cosa non sarebbe serio ecce­pire. Entrambi atte­stano l’unanime avver­sione del com­plesso mondo della scuola — inse­gnanti, stu­denti, per­so­nale tec­nico e ammi­ni­stra­tivo — a un modello che non per caso ruota intorno a due car­dini della costi­tu­zione neo­li­be­rale: la sedi­cente meri­to­cra­zia (foglia di fico pro­pa­gan­di­stica a coper­tura del ritorno a logi­che cen­si­ta­rie, auto­ri­ta­rie e oli­gar­chi­che) e la pri­va­tiz­za­zione della sfera pubblica. 
C’è tutto som­mato di che stu­pirsi per la pron­tezza e pre­ci­sione della dia­gnosi che inse­gnanti e stu­denti hanno fatto della «buona scuola» ren­ziana. Evi­den­te­mente l’ideologia mer­ca­ti­sta non ha ancora total­mente invaso l’anima del paese. O forse la realtà della scuola ita­liana è tal­mente evi­dente nelle sue con­trad­di­zioni e mise­rie da non per­met­tere quelle ope­ra­zioni di cosmesi — di camou­flage, direbbe qual­cuno — che fun­zio­nano altrove. Stu­denti, ope­ra­tori della scuola e tanti geni­tori sanno troppo bene che cosa in realtà si nasconde die­tro la ver­go­gnosa reto­rica dell’«eccellenza» e dell’«autonomia», della «sele­zione» e della logica pre­miale del «merito». E die­tro il ricatto della sta­bi­liz­za­zione della metà dei pre­cari in cam­bio dell’accettazione dell’intera «riforma». 
In un paese che figura sta­bil­mente all’ultimo posto della clas­si­fica Ocse per la per­cen­tuale di Pil inve­stita nella for­ma­zione dei gio­vani le chiac­chiere restano a zero. A chia­rire come stanno le cose prov­ve­dono gli edi­fici fati­scenti e i tanti soldi come sem­pre rega­lati alle pri­vate. Le col­lette per com­prare la carta igie­nica e il toner delle stam­panti. E i bassi salari degli inse­gnanti di ogni ordine e grado, respon­sa­bili anche del poco rispetto che taluni geni­tori mostrano nei riguardi di chi si impe­gna per istruire i loro vene­rati rampolli. 
Sta di fatto che con­tro la «riforma» ren­ziana la scuola ha messo in campo una pro­te­sta pres­so­ché uni­ver­sale, ben­ché anni di divi­sioni tra le orga­niz­za­zioni sin­da­cali e un’eccessiva timi­dezza nelle ini­zia­tive di lotta rischino di vani­fi­care le mobi­li­ta­zioni. Non solo la scuola si è fer­mata in occa­sione delle agi­ta­zioni, ma è in fer­mento da set­ti­mane e mani­fe­sta senza reti­cenze un con­sa­pe­vole e argo­men­tato dis­senso. Pec­cato che tutto que­sto al par­la­mento non inte­ressi né poco né punto. Quel che si mostra allo sguardo degli osser­va­tori è uno scon­cer­tante paral­le­li­smo, quasi che «paese legale» e «paese reale» non fos­sero distinti ma dia­let­ti­ca­mente con­nessi, bensì pro­prio dislo­cati su pia­neti diversi. Per cui quanto accade nell’uno — le agi­ta­zioni, le pre­oc­cu­pa­zioni, il disa­gio, la pro­te­sta — non turba l’impermeabile auto­re­fe­ren­zia­lità dell’altro, ormai (di già) assor­bito nella rece­zione e pro­mo­zione della volontà del reuc­cio che si balocca alla lava­gna col suo appros­si­ma­tivo idioma burocratico. 
Certo, non è la prima volta che si assi­ste a un feno­meno del genere. Qual­cosa di simile è già acca­duto col Jobs act, varato men­tre le fab­bri­che erano in sub­bu­glio per la can­cel­la­zione dell’articolo 18. Ma si sa che le que­stioni di lavoro e in par­ti­co­lare di lavoro ope­raio divi­dono il paese (e gli stessi sin­da­cati) e offrono ai governi ampi var­chi per ope­rare for­za­ture. Il caso della scuola è diverso per la sua con­no­ta­zione essen­zial­mente inter­clas­si­sta e per que­sta ragione pre­fi­gura pla­sti­ca­mente il qua­dro al quale dovremo abi­tuarci nel pros­simo futuro. Pro­te­sti pure il paese, scen­dano pure in piazza i cit­ta­dini, si mobi­liti quel che resta dell’opinione pub­blica. La cit­ta­della della poli­tica non si degna nem­meno di veri­fi­care la per­ti­nenza delle doglianze, tanto basta a se stessa e può fare da sé, in una mise­ra­bile rie­di­zione dell’autocrazia di antico regime. Può darsi che que­sta non sia che un’illusione e che un pro­gramma incen­trato sull’autonomia del poli­tico si riveli, oltre che inde­cente, impra­ti­ca­bile in virtù della reat­ti­vità del corpo sociale. Ma di certo risulta evi­dente a quale pove­ris­sima cosa si saranno ridotti, in tale sce­na­rio, par­la­men­tari e par­titi. Men­tre la poli­tica avrà negato se stessa con l’essersi anche for­mal­mente ridotta a mera fun­zione di domi­nio di una casta sulla cit­ta­di­nanza costretta a obbedire.

Scuola al rush finale la minoranza del Pd offre al governo una tregua armata
Niente barricate come per l’Italicum: “La legge non è blindata” Il premier sul blocco scrutini: non si gioca sulla pelle dei ragazzidi Francesco Bei Repubblica 18.5.15
ROMA Per la Buona Scuola sono arrivati gli esami finali. Si entra nel vivo già questa mattina, per gli ultimi tre giorni di battaglia nell’aula della Camera. Al voto gli articoli più contestati della riforma, il numero 9 sui poteri del preside, il 10 sui precari e l’articolo 17 che riguarda il 5x1000. Mentre le opposizioni affilano le armi (ma con i numeri della maggioranza a Montecitorio non potranno far molto), Renzi prosegue nel suo contrattacco mediatico iniziato la scorsa settimana con il video alla lavagna. «Non si può minacciare il blocco degli scrutini — ha dichiarato a l’Arena di Giletti — non si può giocare sulla pelle dei ragazzi. Anche chi boicotta il test Invalsi non dà un bell’esempio di educazione civica». E ancora, sui no piovuti contro la valutazione dei docenti: «Penso anche che in qualche professore ci sia ancora l’idea di mantenere la filosofia del 6 politico. Ma quella stagione è finita».
Intanto la minoranza dem sembra aver scelto una politica diversa rispetto alla totale contrapposizione sull’Italicum che portò 38 deputati a non votare la fiducia al governo. Non una tregua vera e propria, ma un’apertura speculare a quella mostrata dal governo. «Vediamo — afferma Nico Stumpo, uno dei leader dell’area bersaniana — se è possibile fare accordi nel Pd. Sull’Italicum fu la decisione di Renzi di mettere la fiducia a far saltare il tappo, ma sulla scuola non c’è alcuna logica di bandiera. Abbiamo presentato emendamenti di buon senso». Quali siano i punti su cui insisteranno di più lo spiega Andrea Giorgis: «Il 5 per 1000 non ha più senso, visto che non si tratta di risorse aggiuntive ma di soldi dello Stato. Bisogna poi dare almeno una prospettiva futura di stabilizzazione a tutti i precari che hanno fatto corsi abilitanti. Infine c’è la questione centrale, la collocazione dei docenti sul territorio: non si può immaginare di creare scuole di serie A con più risorse e con i docenti migliori e scuole di serie B con gli altri ». Ma, di nuovo, niente barricate: «C’è un clima diverso — ammette Giorgis — perché il governo non ha blindato la riforma. In commissione il testo è stato migliorato e ora speriamo di migliorarlo anche in aula. Comunque a tutti noi sta a cuore una vittoria del Pd alle regionali e lavoriamo per riconnettere il partito con il mondo della scuola». Chi invece ancora non ha scelto se votare o meno il ddl è Alfredo D’Attorre, l’anima più ribelle — insieme a Stefano Fassina — del Pd: «La mia valutazione finale dipenderà dalle modifiche sostanziali che devono essere fatte al progetto. Allo stato purtroppo non credo ci siano le condizioni per un voto favorevole ». Fassina fa della riforma della Scuola addirittura un test, «un passaggio decisivo per scegliere se restare» o meno nel partito. Anche Sel e Cinque Stelle, ovviamente, non faranno sconti. Carla Ruocco, l’unica donna del direttorio pentastellato, annuncia che domani il M5S sarà in piazza Montecitorio «per una grande mobilitazione insieme agli insegnanti e ai nostri attivisti». Ma già da oggi, benché molti deputati grillini (Ruocco compresa) non possano partecipare ai lavori perché sanzionati, «ci saranno scintille».
Il governo comunque ritiene di aver aperto a sufficienza già in commissione, in aula il testo sarà difeso così com’è. «Ulteriori modifiche — rivela un renziano — ce le riserviamo semmai per il passaggio al Senato». Intanto, sottotraccia, si apre un primo braccio di ferro tra governo e Ragioneria dello Stato. Oggetto: i bacini territoriali dai quali il preside potrà pescare gli insegnanti. Per la Ragioneria sarebbero troppo stretti.
Oggi la riforma torna in aula, le riunioni fino all’ultimo per definire le modifiche Renzi: «Pronto al confronto». I nodi: le schede di valutazione e i precari esclusidi Valentina Santarpia Corriere 18.5.15
Il ruolo del preside-sceriffo, le chance di assunzione per i precari, il merito dei docenti, che potrebbero essere giudicati (e quindi premiati) attraverso schede di valutazione. Eccoli i temi caldi della «Buona scuola» che arrivano oggi a Montecitorio. Dopo aver approvato i primi sette articoli (escluso il 6°), oggi è previsto il voto dell’articolo 8 (organico dell’autonomia), del 9 (competenze del dirigente), del 10 (il piano di assunzioni). Il premier Matteo Renzi, mentre proclama che «è finita la stagione del 6 politico» anche per gli insegnanti, aggiunge di essere «pronto al confronto» sul ruolo dei presidi. Fervono le riunioni per mettere a punto modifiche che accontentino le richieste della piazza del 5 maggio. L’ultima ci sarà stamattina alle 9.
Ma quali sono i punti critici? Sull’organico funzionale la battaglia si gioca sulle reti territoriali: che sono state trasformate già da regionali a provinciali. Ma «molti vorrebbero che i professori continuassero a girare in base a graduatorie e punteggi, mentre per noi è fondamentale che l’organico delle reti sia fissato per tre anni, per dare continuità didattica» spiega Simona Malpezzi (Pd).
Sul ruolo del dirigente scolastico, la partita è più complessa. La norma è già stata modificata. La valutazione del docente non sarà più fatta dal solo dirigente — come in una precedente versione del disegno di legge — ma insieme al Comitato di valutazione, composto da docenti, genitori e, nel caso delle superiori, anche da studenti. Questa modifica ha scatenato ulteriori proteste, per il timore che i prof severi venissero «bocciati» dagli studenti scansafatiche. «Ma il comitato stabilirà solo i criteri per giudicare i docenti» spiega l’onorevole Anna Ascani. E allora come saranno veramente dati i voti agli insegnanti? «In base ai progetti, ai risultati ottenuti dai ragazzi, al lavoro in team. Molti ci stanno chiedendo che vengano inserite anche delle schede di valutazione, da consegnare al comitato: non è detto che non siano introdotte dai decreti attuativi».
Se il dirigente valuta, lui da chi viene valutato, anche ai fini dell’aumento di stipendio? Nella nuova versione sono stati potenziati gli ispettori esterni. Ma significa che dagli attuali 60 si passa a 140, che in tre anni dovranno valutare l’operato di circa 7.500 presidi in tutta Italia.
L’altro tema è quello delle assunzioni. Acclarato che le graduatorie ad esaurimento non saranno esaurite (restano fuori prof di scuola primaria e infanzia), per i precari di II fascia — che hanno già ottenuto di poter continuare a lavorare anche se hanno più di 3 anni di servizio — si profila un’altra chance: lo sblocco del sostegno. C’è infatti l’ipotesi che i neo assunti siano liberi di scegliere tra sostegno e un’altra specializzazione: in questo caso si «libererebbero» nuovi posti per i precari di II fascia proprio sul sostegno.
Nodo da sciogliere anche sugli idonei del concorso 2012, che saranno assunti, ma probabilmente prima del concorso del 2016. Sarà deciso nelle prossime ore, così come la modifica del 5 per mille, che diventerà più «equo».

Basta un prof per fermare una classe
di Fabrizio Caccia Corriere 17.5.15
Mal di testa improvviso e visita dal neurologo, o interventi fiume per allungare i tempi I trucchi per boicottare i giudizi. «Nell’88 ci tuffammo nel lago gelato per ammalarci»
ROMA «...E poi c’è sempre la famosa epidemia!». Il prof duro e puro alle prese col ddl Renzi, che si sente umiliato «da anni di tagli» alla scuola, dal «contratto bloccato ormai dal 2006», prova uno scatto d’orgoglio ricordando quella «magica sera» di primavera romana del 1988, quando lui e un po’ di colleghi — alla vigilia degli scrutini di un’altra stagione di lotte — decisero di tuffarsi insieme nelle acque gelide del laghetto dell’Eur. Il risultato fu che, il mattino dopo, vennero tutti colti da attacco febbrile e gli scrutini in questione slittarono di giorni, settimane, fino ad avvenuta guarigione. Il «party epidemico» — come fu ribattezzato — superò indenne le visite fiscali.
Tutte le strade portano al «blocco». Sono svariate — e assai fantasiose — le vie della protesta quando il gioco si fa duro, nel mondo della scuola. «Attenzione però, il “datevi malati” è l’indicazione sbagliata», eccepisce convinto il portavoce nazionale dei Cobas, Piero Bernocchi. «Noi non stiamo giocando a nasconderci né vogliamo la prova muscolare col governo — spiega —. Crediamo anzi che la lotta contro il ddl Renzi debba andare avanti a viso aperto, con la massa di consenso più larga possibile alle spalle, compresi sperabilmente i confederali e quelli di Gilda e Snals, perché altrimenti se il numero di chi protesta non è adeguato, anche trucchi e trucchetti alla fine non funzionano». Già, i «trucchetti». Uno di questi, nel gergo delle lotte, quando s’avanza lo spettro della precettazione per non far slittare gli esami, viene anche chiamato «sciopero deontologico» o «deontologia applicata». Succede quando un consiglio di classe decida di mobilitarsi, senza voler patire le trattenute in busta paga degli scioperi legittimi o le multe esose di quelli non proclamati: la tecnica è quella di affrontare le valutazioni degli studenti «con molta calma». Così, con le aule-pollaio di oggi, con 28-30 alunni da esaminare, ognuno dei 10 prof del consiglio di classe comincerà a parlare «ad libitum»», per ore, del singolo candidato, col risultato che lo scrutinio dell’intera classe terminerà dopo settimane.
Stefano D’Errico, segretario nazionale di Unicobas, ricorda le proteste estreme di fine anni Ottanta, «con gli scrutini che slittarono di un mese, ne parlarono pure in Argentina...». Però i tempi sono cambiati, già nel ‘90 intervenne la legge 146 che stabilì precise sanzioni in caso di sciopero selvaggio. Contro le multe (che oggi vanno da 200 euro in su a seconda dei giorni d’astensione) si è già sperimentata — «e lo si farà probabilmente anche quest’anno», prevede Bernocchi — l’efficacia della «cassa di resistenza» o «di solidarietà», un fondo comune per ammortizzare la protesta a oltranza, pagando un po’ tutti le spese di ognuno.
Il fatto è che per essere valido, lo scrutinio dev’essere svolto da un «collegio perfetto», cioè vi devono presenziare tutti gli insegnanti del collegio di classe: basta che ne manchi uno e si blocca. Si capisce come sia facile — in linea teorica — rallentarne i tempi. E sebbene, per far svolgere gli scrutini delle «classi terminali», quelle cioè con gli esami alle porte, i prefetti possano decidere la precettazione, ecco — conclude il prof duro e puro che 30 anni fa s’immerse nel laghetto dell’Eur — che anche oggi, nella Scuola 2.0, la risposta più efficace può rivelarsi il certificato medico: «Un improvviso forte mal di testa accusato durante lo scrutinio e una visita successiva dal neurologo, perché il ddl Renzi in fondo produce incubi...».
Già. Bisognerà vedere, però, in quanti lo seguiranno.
 

Scuola La lotta del contestatore fuori corso «L’ultima volta ho pianto 29 anni fa»
Bernocchi, capo dei Cobas: sciopero giusto, il premier va fermatodi Fabrizio Roncone Corriere 18.5.15
Sei il grande capo dei Cobas. Hai convocato due giorni di sciopero per bloccare gli scrutini nelle scuole d’Italia. Sei nei titoli dei giornali ancora una volta. Con i tuoi 67 anni, e gli ultimi 50 trascorsi — come ripeti sempre — a difendere i più deboli, potrebbe cominciare a bastarti: e invece no, pensa Piero Bernocchi.
«Perché uno arrogante come Renzi non mi era mai capitato davanti, mai».
Insegnante di matematica in pensione, membro del Forum sociale mondiale, ultimo incontrastato leader di piazza e di corteo: era a Valle Giulia, quando le camionette della polizia sgommavano grigioverdi, e poi non è mai più mancato. Ha sfilato con Rossana Rossanda e Mario Capanna, con Adriano Sofri e con Oreste Scalzone, con Luca Casarini e con Francesco Caruso (ha pure diretto Radio Città Futura, «dopo quella catastrofe che fu il sequestro di Aldo Moro»).
Generazioni di questori: «Piero, tenga a bada i suoi».
Generazioni di studenti: «Piero, che facciamo?».
Generazioni di cronisti: «Piero, sì, tranquillo: il tuo comunicato è arrivato».
«Io non sono religioso. Credo che sparirò. Ma prima di sparire vorrei riuscire a cambiare qualcosa...».
Negli ultimi giorni si sta dedicando alla riforma della scuola.
«Lo sciopero non solo è legale, il garante si studi le regole, ma anche necessario. Occorre dare un segnale forte. Quello va fermato».
Quello chi?
«Renzi. È riuscito a farmi rimpiangere certi premier e certi ministri democristiani. Ti sedevi al tavolo delle trattative e quelli cominciavano a dirti subito che, più o meno, avevi ragione su tutto. La loro idea di politica era zuppa di cultura cattolica: capire, incontrare, inglobare...».
Con Silvio Berlusconi, però, non avete più trattato.
«Vero: trattare con lui era impossibile. Ma occorre riconoscere che ci ha sempre rispettato. Per dire: quando vide al Circo Massimo 3 milioni di persone protestare contro la modifica dell’articolo 18, si fermò, fece un passo indietro. Renzi, invece, ha un’arroganza tutta sua, tragicamente originale».
Originale, in che senso?
«Ha quest’idea di saltare, completamente, il confronto con le rappresentanze sindacali. Pretende di parlare direttamente al popolo. Un esempio? Il 5 maggio scorso gli piantiamo uno sciopero con l’80% di adesioni, e lui come commenta? Chi se ne frega, dice, io rappresento il resto dei cittadini. Un premier-padrone. Che, infatti, con la sua riforma, ha inventato la figura del preside-padrone. Un preside che dovrebbe essere in grado di valutare, ingaggiare, premiare. È chiaro che Renzi si proietta in quel preside: il preside dovrebbe comportarsi a scuola come lui già si comporta nel Paese».
Duro, il Bernocchi. «L’ultima volta che ho pianto fu ventinove anni fa, quando morì mio padre».
Un filo permaloso: «Enrico Mentana, a “Bersaglio mobile”, su La7, ha fatto fare un servizio per dire che sono un professionista della protesta. Mi fa ridere, mi fa. Forse si confonde con certi altri che, dopo il terzo corteo, sono diventati deputati. Io non ho mai ceduto al corteggiamento pitonesco della politica, al fascino del denaro e di quel potere. Io vivo di pensione e di ideali. In America Latina è pieno di persone che vivono così: da noi sembra un fatto strano, sospetto».
Mai violento fisicamente. «Quasi mai. Una volta, negli studi di Canale 5, ebbi una lite con il giornalista Filippo Facci. Dopo esserci scambiati un buon numero di parolacce, Facci venne verso di me in atteggiamento minaccioso. Gli dissi: “Togliti almeno gli occhiali”. Intervenne Paolo Liguori: “Filippo, ti fai male, lascia perdere”».
Tifoso della Roma, celibe («però la prego di non indugiare sull’argomento»), ha scritto quindici libri. Titolo dell’ultimo: «Oltre il capitalismo».
Ecco, a proposito.
Gira una voce: l’unico vezzo capitalista che si concede Bernocchi è il mantenimento del colore dei capelli...
«Può essere più esplicito?».
Sono troppo neri.
«E allora?».
Se li tinge.
«Cosaaa? Ancora con questa storia?».
Come non detto.
«No no... facciamo una scommessa, invece: scelga lei un barbiere, ci andiamo insieme e io mi faccio esaminare. Che poi...».
Che poi cosa?
«Ha per caso visto Cacciari, ultimamente? No, dico: pure lui nemmeno un capello bianco, eh?» . 

Gli italiani? Senza partito Il 52% non si riconosce in nessuna formazione
L’astensione fa paura. Se si andasse a votare oggi, parteciperebbero meno di sei elettori su dieci.Come se ne esce?di Daniele Marini La Stampa 18.5.15
Il fenomeno degli “homeless” della politica si sta facendo sempre più evidente. È l’assenza di una casa, di un riferimento ideale in cui identificarsi. Ne abbiamo avuto un assaggio nei giorni scorsi con le elezioni di alcune amministrazioni locali. Gli stessi sondaggi sulle prossime elezioni regionali segnalano una quota rilevante di incerti e di elettori che non paiono intenzionati ad andare a votare. Di qui le difficoltà delle proiezioni elettorali e il materializzarsi dello spettro dell’astensionismo.
Da tempo l’azione del votare non è considerata più un obbligo morale: solo un terzo degli italiani (34,8%, CMR – Intesa Sanpaolo per La Stampa) considera del tutto inammissibile non esercitare questo diritto. Di qui, un rapporto sempre più laico, meno strettamente ideologico nei confronti della politica e dei partiti Tuttavia, per l’Italia si pone un problema specifico. Diversamente dagli altri Paesi europei, il sistema politico e dei partiti da oltre 20 anni non ha ancora trovato una sua definizione. Da Tangentopoli in poi, abbiamo avuto diverse leggi elettorali, fra l’altro differenti secondo i livelli amministrativi. I partiti hanno sì mutato – e ripetutamente – sigle e simboli, ma altrettanto velocemente non si può dire sia avvenuta anche una riflessione culturale sulle trasformazioni sociali ed economiche. Il risultato è, quando va bene, il diffondersi di un generale disorientamento e disillusione nell’elettorato; quando va male, un disincanto e un distacco dalla politica. La ricerca di CMR affronta le difficoltà nel rapporto dei cittadini verso la politica. Con esiti non scontati.
Complessivamente la maggioranza (52,6%) non individua, nell’attuale panorama politico, un soggetto (partito o movimento) cui sentirsi idealmente vicino. Per converso, solo il 17,7% si potrebbe definire un “militante”, che s’identifica pienamente in un partito. Fra questi due estremi si collocano quanti si approssimano (18,0%) a una delle formazioni politiche o evidenziano un atteggiamento negoziale, valutando di volta in volta (11,7%). Se poi si chiede non tanto l’intenzione di voto, quanto il livello di prossimità ai partiti, scopriamo che paradossalmente la prima formazione politica è il “non-partito”. Ben il 48,5%, infatti, non si sente vicino (o meno distante) ad alcuno della lunga lista di partiti oggi presenti. Certo, poi alla fine contano i partecipanti effettivi. E così stimando solo quanti esprimono una vicinanza, si può osservare che gli italiani si sentono idealmente più vicini (si badi bene, non che voterebbero) soprattutto al Pd (43,0%), mentre le altre formazioni seguono a grande distanza (M5S: 18,2%; Forza Italia: 12,2%; Lega Nord: 10,8%), evidenziando così lo sfarinamento delle opposizioni.
La quota degli “homeless” della politica resta comunque elevata. Se ci fossero le elezioni nazionali nelle prossime settimane, andrebbe a votare poco più della metà degli aventi diritto (57,3%). Questo per tre motivi: la percezione della distanza del ceto politico dai problemi reali della popolazione (37,4%), la frustrazione per l’assenza di reali cambiamenti (27,5%), un disamore radicale nei confronti dei partiti (15,2%).
Ma non di sola anti-politica si tratta, anzi. Da un lato emerge una domanda di politica nuova, in grado di aggiornare i propri riferimenti culturali e di analisi. Il 75,0% degli interpellati ritiene che le tradizionali categorie politiche (destra/centro/sinistra) non siano più in grado di leggere correttamente la realtà. E, quindi, di indicare prospettive coerenti con le trasformazioni. Inoltre, è la stessa forma partito a essere messa in discussione (55,4%). Dall’altro, trova spazio anche una forma di autocritica. C’è la consapevolezza che il livello scadente della politica nazionale sia responsabilità anche dei cittadini (69,9%) e che, in fondo, i politici siano lo specchio del paese (51,9%). Dunque c’è una domanda di nuova politica che necessita nuovi edifici culturali e forme organizzative. Così sarà possibile dare una casa anche agli “homeless” della politica. 

Il sogno del 6 a 1, la paura del 4 a 3 E Renzi si lancia nello sprint finale
Il segretario pd farà altre incursioni in Campania e Liguria: ma nessuno fa i miracolidi Marco Galluzzo Corriere 18.5.15
ROMA «Il partito gode di ottima salute, nei sondaggi siamo poco sotto le percentuali delle Europee, un risultato che dopo un anno di governo può anche essere considerato invidiabile».
Matteo Renzi è discretamente tranquillo. I numeri che il suo partito ha commissionato ai sondaggisti, in questi giorni, per di più nelle ore in cui la protesta contro la riforma della scuola erano quasi all’apice, dicono che i dem possono affrontare le Regionali di fine mese con una buona dose di fiducia. Certo, ci sono le liste civiche, i candidati locali e la storia singola di ogni territorio, un base storica in subbuglio, ma se il Veneto è dato per perso, il sogno di un 6 a 1 non è sfumato, per quanto Liguria e Campania possano riservare sorprese.
Uno dei messaggi che probabilmente Renzi cercherà di far passare, nei prossimi giorni, è che la vera battaglia è fra il suo Partito democratico di governo, che sta cambiando il Paese, che sta portando avanti le riforme, e il centrodestra di Giovanni Toti e Silvio Berlusconi: non ci sono altri voti utili, almeno nella speranza di chi proverà a convincere gli elettori che le altre opzioni, da Matteo Salvini a Beppe Grillo, sono in sostanza voti persi. Servono forse a riempire le piazze, ma non a coltivare aspirazioni reali di governo del territorio.
Renzi nelle prossime due settimane farà delle «incursioni» elettorali in varie città, andrà certamente in Campania, in Liguria, ma al momento non esiste un’agenda precisa e definita e la ragione la spiegano a Palazzo Chigi in questo modo: il modello con cui il presidente del Consiglio si avvicina al test elettorale locale è lo stesso delle Europee, cercare di dimostrare che «serietà e affidabilità» di governo, dimostrate in questi mesi alla guida del Paese, sono carte elettorali sufficienti per un messaggio valido anche nelle Regioni. Né più né meno di questo. E tutto ciò nonostante il test di fine maggio, con la scia di polemiche interne al partito, soprattutto in Liguria, sia ovviamente molto diverso da uno scenario elettorale nazionale.
«Si vota in sette regioni ed è u n passaggio decisivo per il governo. In Liguria la scelta deve essere netta tra noi, con Raffaella Paita presidente, e la destra con Giovanni Toti, tutto il resto è noia» ha detto ieri il presidente del partito, Matteo Orfini, confermando lo schema di un voto utile che ha solo due opzioni. Debora Serracchiani, numero due del partito, ha ribadito che «dare indicazione di voto per Pastorino significa aprire alla possibilità che la Liguria finisca nelle mani della Lega e di Forza Italia» o comunque consegnare una vittoria di Pirro al Pd, che se non superasse il 35%, pur vincendo sarebbe costretto ad accordi proprio con Toti, per avere una solida maggioranza in Consiglio regionale .
«Uno che guida il Paese non può avere paura delle elezioni» ha detto ieri Renzi, aggiungendo che è meglio non fare pronostici, visto che lui vorrebbe vincere «dappertutto, anche se non è facile: ma il Pd ci ha preso gusto a vincere, ci proviamo, anche se nessuno fa i miracoli». E se alla fine un risultato non improbabile potrebbe essere un 4 a 3, scenario che aprirebbe un problema interno al partito e alla sua sinistra, «il miracolo» che alla fine si possa vincere in sei Regioni su sette non è sfumato, almeno «visto che siamo in vantaggio anche in Campania e Liguria», come dicono al Nazareno, dopo aver consultato i numeri che i sondaggisti hanno sformato negli ultimi giorni.
A quel punto si arriverebbe per la prima volta ad un dato in qualche modo eccezionale: il centrosinistra al governo in tutte le Regioni italiane, tranne Lombardia e Veneto. È il sogno di Renzi, «anche se nessuno fa i miracoli» . 

Regole dei partiti, ecco la proposta del Pd
A giorni alla Camera il testo che punta ad attuare l’art. 49 della Costituzione: con Guerini e Orfini lo firma Stumpo della minoranza Prevista la “personalità giuridica”: sulle controversie parola ai giudici. Primarie non obbligatoriedi Tommaso Ciriaco Repubblica 17.5.15
ROMA La proposta del Pd per regolare la democrazia interna dei partiti è pronta. Sarà depositata alla Camera la prossima settimana, con l’obiettivo di avviare la discussione entro l’estate. Le firme in calce al testo sono il timbro dei massimi vertici del renzismo: Lorenzo Guerini e Matteo Orfini. Ma il terzo nome, quello del bersaniano Nico Stumpo, dimostra che stavolta i dem sono meno divisi del solito. E fanno sul serio. Il progetto non prevede primarie obbligatorie e conferisce personalità giuridica ai partiti. Con una prima, decisiva conseguenza: l’iscritto che considera violato lo statuto potrà rivolgersi a un magistrato per reclamare giustizia.
Come anticipato da Repubblica, è Matteo Renzi a sollecitare un intervento per regolare la vita dei partiti. Un principio sancito dalla Costituzione e mai attuato. Ma anche una mossa utile a pacificare un Pd ancora scosso dall’approvazione dell’Italicum. «Così si completa la riforma elettorale — spiega Orfini —. Perché con il premio di maggioranza, i partiti devono essere trasparenti». La proposta non sarà blindata: «Puntiamo al massimo consenso, nel Pd e fuori dal Pd — assicura Guerini — Verificheremo la sensibilità delle altre forze politiche, ma noi siamo disposti ad accelerare per arrivare presto al traguardo».
La proposta, a dire il vero, assomiglia moltissimo a quella depositata alcune settimane fa dai deputati di “Sinistra dem” Paolo Fontanelli e Gianni Cuperlo. E non si allontana poi molto dal progetto messo agli atti a Palazzo Madama da Ugo Sposetti. Ma cosa prevede il progetto elaborato dalla segreteria dem? Per diventare associazioni riconosciute, i partiti dovranno dotarsi di uno statuto e iscriversi a un registro. Acquisendo personalità giuridica, si applicherà il codice civile. E di fronte a una presunta violazione statutaria, il singolo iscritto potrà rivolgersi agli organismi interni o a un giudice per far rispettare le norme.
Già con la legge sul finanziamento voluta da Enrico Letta si prevedeva la necessità di uno statuto, la partecipazione degli iscritti e un metodo democratico per le candidature. «Noi ora garantiamo l’obbligatorietà di questi contenuti», sottolinea Orfini. Regole certe, allora, nella contesa tra maggioranza e minoranza interna e nella selezione dei candidati. Non sarà obbligatorio godere di personalità giuridica per correre alle elezioni (anche se qui il ragionamento un po’ si incastra, visto che l’Italicum obbliga i partiti ad avere uno statuto). Le primarie, come detto non saranno obbligatorie per legge. «E però dopo questo intervento — promette Guerini — si potrà ragionare di una legge sulle primarie e di un provvedimento che regoli le Fondazioni e le lobby. Un passo alla volta». Siccome l’obiettivo è allargare il consenso parlamentare, tocca a Maria Elena Boschi coordinare informalmente le proposte della maggioranza. Con lei, ad esempio, si confronta anche Gaetano Quagliariello: «La proposta di Ncd — annuncia — è quasi pronta».
Almeno sul nodo dell’articolo 49, comunque, il Pd non sembra disposto a spaccarsi. «Non solo lavoriamo assieme — assicura Orfini — ma parallelamente stiamo elaborando la revisione dello Statuto, che poi sottoporremo agli iscritti». Dalla minoranza, non a caso, arrivano segnali distensivi: «Per raggiungere la massima convergenza — sostiene Cuperlo — nella nostra proposta non abbiamo previsto primarie obbligatorie per legge e abbiamo tenuto fuori anche il tema del finanziamento pubblico». Un punto, quest’ultimo, che è invece capace di dividere ancora i dem. 

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