lunedì 18 maggio 2015
Da sinistra a destra senza marxismo: una storia del sindacalismo "rivoluzionario"
Risvolto
Uscendo fuori dallo schema interpretativo
classico, Giorgio Volpe propone una storia del sindacalismo
rivoluzionario che va inserita nell'ambito più generale delle
trasformazioni sociali che accompagnarono il movimento operaio italiano
in età liberale.
Versus i riformisti
La rivoluzione sociale di Labriola
di Giuseppe Bedeschi Il Sole Domenica 17.5.15
Giustamente il giovane storico Giorgio Volpe, nella sua scrupolosa
ricostruzione (basata su ampie letture e ricerche, anche archivistiche)
del “sindacalismo rivoluzionario in Italia”, sottolinea la provenienza
meridionale della maggior parte dei suoi esponenti. Infatti Arturo
Labriola ed Ernesto C. Longobardi erano nati a Napoli, Enrico Leone a
Pietramelara (Caserta), Sergio Panunzio a Molfetta, Agostino Lanzillo e
Paolo Mantica a Reggio Calabria, ecc. Questa origine meridionale di
tanti “sindacalisti rivoluzionari”, che combattevano aspramente i
socialisti riformisti (Turati, Treves, Bissolati, Bonomi ecc.), non era
senza significato, poiché Turati e i suoi compagni esprimevano le
aspirazioni e gli interessi del proletariato industriale e agricolo del
Settentrione, mentre Arturo Labriola e i suoi compagni esprimevano la
disperazione, il ribellismo, il pessimismo radicale dei socialisti del
Mezzogiorno, escluso pressoché interamente, per la sua arretratezza
economica e per l’immobilismo sociale della grande proprietà fondiaria,
dai benefici del nuovo corso liberale giolittiano.
Il “sindacalismo rivoluzionario” fu tutt’altro che un episodio nella
storia del socialismo italiano del primo decennio del Novecento. Giorgio
Volpe ne narra accuratamente tutte le vicende: la prima esperienza
vissuta da Arturo Labriola, Ernesto Longobardi, Walter Mocchi, intorno
al giornale «La Propaganda»; il trasferimento di Labriola alla fine del
1902 a Milano, dove fondò e diresse il settimanale «Avanguardia
socialista»; il prevalere dei “sindacalisti rivoluzionari” nel congresso
regionale lombardo del Psi svoltosi a Brescia nel gennaio del 1904, e
poi, in aprile, nel congresso nazionale di Bologna (che li vide di fatto
alleati con la corrente di Enrico Ferri); il primo grande sciopero
generale nazionale (in settembre), che paralizzò il Paese e suscitò
preoccupazioni vivissime nelle classi dirigenti e nella piccola e media
borghesia.
Alle posizioni più propriamente ideologiche dei sindacalisti
rivoluzionari, Volpe dedica soprattutto un capitolo, intitolato:
«Riforma o rivoluzione sociale?». Il titolo di questo capitolo ricalca
il titolo di un importante libro di Labriola, pubblicato nel 1904:
Riforme e rivoluzione sociale. In tale saggio l’autore si ispirava al
pensiero di Georges Sorel, e sosteneva che il marxismo dei riformisti
costituiva una profonda adulterazione del marxismo rivoluzionario. Per
Marx, diceva Labriola, la classe operaia, nel corso della propria
evoluzione, doveva tendere all’abbattimento del capitalismo e al tempo
stesso dello Stato. Ma i politicanti del socialismo non vedevano di buon
occhio questa posizione: statalismo e parlamentarismo costituivano anzi
il giocondo binomio dei socialisti riformisti. I quali non capivano che
il sistema parlamentare era sorto per assicurare che tutti gli
interessi dei vari settori e gruppi borghesi fossero rappresentati, e
che tutti fossero garantiti da sopraffazioni degli uni sugli altri; lo
Stato, a sua volta, era stato edificato affinché, con la sua macchina
repressiva, garantisse gli interessi di tutti borghesi contro le lotte
dei lavoratori. Di qui la duplice esigenza, per Labriola, di abolire e
il parlamentarismo e lo Stato. A tale abolizione avrebbe provveduto il
sindacato, una volta che esso avesse abbracciato la totalità della
classe operaia, cioè la grande maggioranza della popolazione. Demolita
finalmente la macchina statuale borghese, il sindacato avrebbe riunito
l’uomo e il cittadino, che la società capitalistica aveva scisso. Non
vedendo ciò, i socialisti riformisti rimanevano del tutto sul terreno
della società borghese, nella quale volevano introdurre solo piccole
riforme.
Queste posizioni ideologiche (con forti implicazioni politiche) di
Labriola, che qui ho riassunto per sommi capi, non sono, a mio parere,
analizzate adeguatamente da Volpe (e questo mi sembra il difetto
principale del suo pur interessante libro, così ricco di notizie).
Sicché dal suo lavoro non risulta in modo sufficientemente chiaro che fu
proprio questo completo divorzio fra socialismo e democrazia politica,
fra socialismo e sistema parlamentare, a predisporre un buon numero di
“sindacalisti rivoluzionari” (Michele Bianchi, Angelo O. Olivetti, Paolo
Orano, Sergio Panunzio, ecc.) ad aderire al fascismo. Lo stesso
Labriola, del resto, che in un primo tempo si oppose a Mussolini e
riparò per diversi anni all’estero, con la guerra di Etiopia si
riconciliò col regime fascista e rientrò in Italia.
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