"Il genitore maschio rappresenta la Legge la donna invece il diritto all’esistenza"
... chi l'avrebbe mai detto! [SGA].
Massimo Recalcati: Le mani della madre, Feltrinelli
I mille volti della figura femminile che ci dona la vita nel libro di Massimo Recalcati Il genitore maschio rappresenta la Legge la donna invece il diritto all’esistenza Tanti i riferimenti simbolici: da Maria alle due mamme del giudizio di Salomone
di Benedetta Tobagi
SI apre con un insolito ricordo infantile, il nuovo saggio dello
psicanalista Massimo Recalcati. Sul divano di casa, lui e la madre
guardavano alla tv uno sceneggiato ispirato a un drammatico fatto di
cronaca: a Torino, una donna aveva salvato il proprio bambino dal
precipitare nel vuoto trattenendolo a mani nude, con sforzo spasmodico,
per ore. A partire da quest’immagine, Le mani della madre (Feltrinelli,
pag. 192, euro 16) affronta, dopo il padre e il figlio, l’ultimo
pilastro della triade famigliare: perché la madre, o meglio, l’amore
della madre, è innanzitutto il fondamento che evita alla vita di
precipitare nel vuoto di senso.
L’orizzonte del saggio è strettamente psicanalitico, non sociologico.
Contro ogni riduzione della maternità alla mera biologia, Recalcati
sottolinea come essa, al pari del paterno, sia soprattutto una funzione
simbolica (prospettiva che la svincola sia dalla semplice genitorialità
biologica che dal sesso). Se la funzione paterna veicola il senso umano
della Legge, ovvero “una Legge nel desiderio” (nella prima parte
Recalcati cita, invero fin troppo spesso, i propri libri precedenti), il
tratto caratteristico della funzione materna è “la cura
particolareggiata”, ossia l’amore per la vita incarnata nell’unicità
irripetibile del figlio. «Il desiderio della madre trasmette il
sentimento della vita»: attraverso le mani, il loro tocco amorevole, il
loro sostegno forte, ma ancor più tramite lo sguardo. Se «l’eredità
materna riguarda il diritto del figlio all’esistenza», per converso, la
vita del bambino non voluto o rifiutato dalla madre (anche, si badi
bene, quando sia materialmente accudito di tutto punto) «è esposta
traumaticamente all’incontro violento e prematuro con l’insensatezza
dell’essere». La madre è fondamento ma anche fondo oscuro
dell’esistenza, come — ha notato acutamente la junghiana Enrichetta
Buchli — ben sapeva il Goethe del Faust: «Un tripode infuocato ti dirà
finalmente / che avrai toccato il fondo del più profondo abisso. / Alla
sua luce tu vedrai le Madri. […] Fa’ cuore, allora, ché è grande il
pericolo», avverte Mefistofele.
L’autore di riferimento è, come di consueto, Jacques Lacan, il cui
linguaggio ostico è “tradotto” da Recalcati in termini accessibili, ma
il saggio offre anche una panoramica divulgativa di riflessioni intorno
al materno da Freud alla koiné psicoanalitica degli ultimi anni,
passando per figure chiave come André Green, autore di uno studio
fondamentale sugli effetti devastanti della “madre morta” in senso
affettivo, in quanto spenta e assente per il figlio: un “lutto bianco”
quasi impossibile da elaborare.
“Avere” un bambino, si dice. Ma la funzione materna si sostanzia,
piuttosto, nell’essere capace di lasciar andare il figlio, a tempo
debito, nella rinuncia al possesso. Se ciò non accade, il corpo della
madre «può diventare una presenza in eccesso, che abolisce ogni
discontinuità, ogni differenza» e ridurre il figlio a oggetto al
servizio esclusivo del proprio godimento. Una presenza angosciante, come
i ragni mastodontici scolpiti da Louise Bourgeois sotto il titolo
Maman. Quanti bambini sono stati solo feticci, oppure, come Vincent Van
Gogh, sostituti di fratellini morti in precedenza, con esiti disastrosi
per la loro psiche? La maternità porta con sé fantasmi d’onnipotenza,
perché il bambino offre spontaneamente «quello che nessun soggetto
maschile — salvo forse certi psicotici — è in grado di offrire alla
propria compagna», ossia «la sua stessa esistenza, senza riserva».
L’amore divorante della madre-coccodrillo di Lacan può essere arginato,
da una parte, dalla Legge del Padre, dall’altra, dalla capacità della
donna di non auto-annullarsi nel ruolo di genitrice. È pericoloso, per
il figlio, quando dietro la smania di diventare madre si cela il bisogno
di colmare mancanze di senso e d’autostima.
A partire dal bel saggio Le Matriarche di Catherine Chalier, Recalcati
rivisita alcuni topoi religiosi. Le madri del celebre giudizio di
Salomone sono due facce sempre presenti, a livello inconscio, nella
maternità. Le gravidanze miracolose della vergine Maria (figura non
riducibile all’archetipo materno caro al sistema patriarcale, la donna
desessualizzata, idealizzata e votata al sacrificio) o della vecchia e
sterile Sara sono figura perfetta del fondamento simbolico della
maternità come apertura audace e totale all’Altro. Senza quest’apertura,
senza una disponibilità autentica, talora persino la fertilità
biologica risulta compromessa: Recalcati narra vari casi di sterilità
psicogena, superati sciogliendo i nodi (dai lutti non elaborati ai
complessi d’inadeguatezza) attraverso l’analisi.
Le storie cliniche non mentono, la maternità è un’esperienza
totalizzante che libera, immancabilmente, i fantasmi della psiche, e,
talvolta, con essi, angosce profonde: come accade a una paziente
anoressica che si sente “invasa”. Se non c’è desiderio autentico, il
feto può essere vissuto come un corpo alieno, il neonato come un
persecutore spaventoso. L’impatto con la creatura urlante così diversa
ed eccedente rispetto al “bambino della notte” (come Silvia Vegetti
Finzi definisce il figlio ideale immaginato nell’attesa) è uno choc.
«Molti infanticidi — scrive Recalcati — hanno come presupposto un
desiderio di maternità e una gravidanza non sufficientemente
simbolizzati». E sempre emerge, prepotente, il fantasma della madre
della madre: recidere simbolicamente questo legame è la condizione per
un accesso positivo alla maternità. Tragico paradosso, la separazione è
tanto più difficile quanto più il bisogno d’amore della figlia è stato
frustrato. Lacan parla del “cattivo infinito” del ravage (devastazione)
da cui scaturisce una recriminazione — dunque un legame — senza fine.
Sempre più spesso, constata Recalcati, nello studio analitico entrano
madri narcisiste che vivono (o evitano) la maternità come fosse un mero
ostacolo, o figlie di queste ultime, devastate da mamme in perenne,
subdola competizione — estetica, umana, professionale — con loro. Eppure
sempre e ancora esistono madri capaci di trasmettere un’eredità
positiva. Come Selma, l’eroina di Dancer in the dark , commovente cammeo
su cui il libro si chiude: una madre innamorata dei musical ma capace
del sacrificio estremo, capace di offrire fondamento alla vita e insieme
incarnare la Legge paterna temprata dall’amore, capace di donare al
figlio ciò che non ha.
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