lunedì 11 maggio 2015

L'ebraismo in Italia dal Rinascimento dalla Restaurazione

Storia degli ebrei nell’Italia modernaMarina Caf­fiero: Sto­ria degli ebrei nell’Italia moderna. Dal Rina­sci­mento alla Restau­ra­zione, Carocci, pp. 254, euro 19


Risvolto

Le comunità ebraiche nell'Italia moderna erano numerose e per la maggior parte, a partire dal 1516 con il prototipo di Venezia, erano rinchiuse in un ghetto, “invenzione” della Controriforma cattolica. In nessun altro paese europeo la Chiesa e il papato riuscirono a conseguire un simile successo, che indica la persistenza di una politica di esclusione, ma che ebbe anche l’esito paradossale di mantenere una identità precipua rimasta sempre, tra varie oscillazioni, sostanzialmente compatta. Le vicende delle comunità italiane possono essere ben comprese solo entro un più vasto sistema relazionale europeo, anzi mondiale, di popolazioni ebraiche, trattandosi di una storia fatta di immigrazioni; una storia da analizzare inoltre all’interno della rete di relazioni con il contesto non ebraico. Ben prima dell’emancipazione tardosettecentesca e ottocentesca e della fine del sistema dei ghetti, infatti, si realizzarono legami, scambi, interazioni tra società ebraica e società cristiana. La vicenda degli ebrei italiani fa dunque parte integrante della storia d’Italia e dei suoi snodi ed è significativa di una realtà oggi attualissima: quella della difficile convivenza di religioni e culture diverse e dei problemi legati al rapporto con le minoranze e con le alterità.



Un mondo in rete per sfuggire all’assimilazione 
Saggi. «Storia degli ebrei nell’Italia moderna» di Marina Caffiero per Carocci 

Claudio Vercelli, il Manifesto 8.5.2015 

Ci sono libri che meri­te­reb­bero mag­giore atten­zione di quella che già non hanno rac­colto, offren­doci il senso della com­ples­sità e della stra­ti­fi­ca­zione dei pro­cessi sto­rici senza per que­sto chiu­dersi nell’ermetismo o in un com­pia­ciuto acca­de­mi­smo che si pre­clude il pub­blico dei più. È il caso dell’ottimo stu­dio licen­ziato da Marina Caf­fiero, dedi­cato alla Sto­ria degli ebrei nell’Italia moderna. Dal Rina­sci­mento alla Restau­ra­zione (Carocci, pp. 254, euro 19) dove, come il titolo chia­ri­sce da subito, viene rico­struito un seg­mento signi­fi­ca­tivo della sto­ria del nostro Paese, dal XVI secolo, con il tra­pianto dell’ebraismo ibe­rico anche nella nostra Peni­sola, fino agli effetti di sta­bi­liz­za­zione e «nor­ma­liz­za­zione» delle spinte inno­va­tive intro­dotte dalla lunga eco rivo­lu­zio­na­ria prima e napo­leo­nica poi. 
L’autrice inse­gna sto­ria moderna all’Università La Sapienza di Roma e ha alle spalle una solida espe­rienza pub­bli­ci­stica. La let­tura delle sue pagine rivela non solo la com­pe­tenza nella mate­ria ma la capa­cità di farla oggetto di una revi­sione anche di taglio meto­do­lo­gico. Va detto che a con­cor­rere, in que­sti ultimi due decenni, ad una siste­ma­tica inno­va­zione nello stu­dio della sto­ria dell’ebraismo ita­liano, sono state anche e soprat­tutto le donne. Non citiamo nomi per non esclu­dere nes­suno ma rimane ferma l’impressione che vi sia quanto meno una sorta di impli­cita alleanza tra una sen­si­bi­lità di genere, tra­slata poi negli studi e nella ricerca, e il modo in cui l’oggetto del pro­prio lavoro è stato inte­gral­mente ricon­si­de­rato. Entriamo quindi nel merito del lavoro medesimo. 
L’insediamento ebraico in Ita­lia vanta circa ven­ti­due secoli di esi­stenza. Ha cono­sciuto pro­fonde tra­sfor­ma­zioni che, in età moderna, si sono ripro­dotte in vere e pro­prie cesure. La prima di esse si ricon­nette al ridi­se­gno ege­mo­nico per parte spa­gnola che coin­volse il Medi­ter­ra­neo, quando le espul­sioni dalla Sici­lia e dal Meri­dione d’Italia si incro­cia­rono con la cac­ciata dei mar­rani e dei mori­scos dalla Spa­gna e dal Por­to­gallo, insieme alla loro disper­sione, soprat­tutto, per quello che ci con­cerne, nel Set­ten­trione d’Italia. Il secondo pas­sag­gio capi­tale è segnato dall’introduzione e dalla dif­fu­sione del ghetto come area d’obbligo resi­den­ziale per l’ebraismo penin­su­lare, fatto che implicò, per almeno tre quarti degli inte­res­sati, il vin­colo di sog­gior­nare in luo­ghi pre­sta­bi­liti e, soprat­tutto, per più aspetti iso­lati rispetto all’ampia rete di inter­lo­cu­tori e rela­zioni che con­ti­nua­rono comun­que a col­ti­vare, sia pure con alterne dif­fi­coltà. Il terzo ele­mento, che soprav­viene come esor­dio dell’età con­tem­po­ra­nea, è la dif­fu­sione degli sta­tuti eman­ci­pa­tori e, con essi, l’introduzione siste­ma­tica della cit­ta­di­nanza, per gli appar­te­nenti alle mino­ranze come per la mag­gio­ranza della popolazione. 

Una seg­men­ta­zione territoriale 
Fin qui, per molti aspetti, nulla di troppo nuovo. Una tale perio­diz­za­zione ci resti­tui­sce un prin­ci­pio di uni­ta­rietà per quelle dina­mi­che, altri­menti tra di loro molto seg­men­tate, che riman­dano agli «ebrai­smi» ita­liani. Poi­ché la seg­men­ta­zione ter­ri­to­riale, che andava a sovrap­porsi alla stra­ti­fi­ca­zione delle ori­gini nella com­po­si­zione delle sin­gole comu­nità locali, con­tri­buì for­te­mente ad ali­men­tare abi­tu­dini, con­dotte e modi di pen­sare che solo suc­ces­si­va­mente sareb­bero dive­nuti parte di un più gene­rale main­stream ebraico, oggi meglio cono­sciuto come «tra­di­zio­na­li­smo», parola dai con­te­nuti molto incerti, che coniuga per l’appunto diver­sità ed ete­ro­ge­nità, tut­tora per­ma­nenti. Su quali cose Caf­fiero ci offre uno sguardo ine­dito, o comun­que nuovo? 
A parte il vivace enci­clo­pe­di­smo del testo, che intrec­cia una miriade di dati, di per­sone, di eventi e di situa­zioni, inge­ne­rando così una robu­sta trama, dove la dif­fe­renza fa pre­mio su qual­siasi ten­ta­tivo di omo­lo­ga­zione (che fosse interno o esterno alle comu­nità ebrai­che), l’autrice ci guida, nella rela­zione tra dimen­sione locale e qua­dro gene­rale, verso alcuni approdi meto­do­lo­gici, oltre che di con­te­nuto, deci­sa­mente inte­res­santi. Da un lato il libro si ispira ad una con­ce­zione della sto­ria dove l’interconnessione e la glo­ba­lità sono due poli impre­scin­di­bili. Nella tra­iet­to­ria dell’ebraismo penin­su­lare sull’insediamento ter­ri­to­riale fa pre­mio, in una sorta di reci­proca influenza, la trans­re­gio­na­lità, la costru­zione di reti di scambi e rela­zioni, l’interazione per­ma­nente con l’ambiente cir­co­stante. In altre parole, si danno con­fini mobili, sia all’interno delle pro­prie comu­nità che rispetto alle società cri­stiane. L’identità ebraica, in tal senso, non è quindi il pro­dotto di una sepa­ra­tezza (voluta o subita) ma di un’integrazione e di un muta­mento, per­si­stenti ancor­ché pro­ble­ma­tici. Non è il caso di par­lare di ibri­da­zione o di metic­ciato ma senz’altro di forme di contaminazione. 

La logica del network 
Si atte­nua così il para­digma perio­diz­zante, altri­menti fal­sa­mente esclu­si­vi­sta e onni­com­pren­sivo, delle per­se­cu­zioni e dello sta­tuto di vit­tima, che da sé, pur rac­con­tando di signi­fi­ca­tivi aspetti del pas­sato, non ce ne resti­tui­sce l’intera trama. Men­tre suben­tra la que­stione della mobi­lità, lad­dove essa è soprat­tutto logica di net­work. D’altro canto, in un denso pas­sag­gio del testo, Caf­fiero con­stata che «sono i rap­porti, e non la sepa­ra­tezza, a creare le per­ce­zioni reci­pro­che e i discorsi degli uni sugli altri, com­presi quelli nega­tivi e detrat­tori, in un gioco di spec­chi rive­la­tore di diver­sità come pure di mec­ca­ni­smi men­tali simili». Non di meno, se que­sto discorso rimanda imme­dia­ta­mente alla società cri­stiana nelle sue mol­te­plici dira­ma­zioni e nelle sue tante tra­sfor­ma­zioni, l’altro lato sul quale il volume richiama l’attenzione del let­tore è il rap­porto con i poteri che si sono alter­nati nel governo di una peni­sola molto fra­sta­gliata, sog­getta a ripe­tuti cambi di «padrinaggio». 
Non basta, infatti, il riscon­tro della forza del potere tem­po­rale del papato per reso­con­tare le dina­mi­che, sospese tra accon­di­scen­denza, col­lu­sione ma anche estro­mis­sione e per­se­cu­zione, che si intrec­ciano in almeno tre secoli di sto­ria. Entrano infatti in campo i due fon­da­men­tali capi­tali di cui gli ebrai­smi ita­liani sono andati dotan­dosi, con forme, modi, tempi e risul­tati dif­fe­ren­ziati, nel corso del tempo, tra le diverse comu­nità ter­ri­to­riali. Par­liamo del capi­tale eco­no­mico e di quello cul­tu­rale. Entrambi rin­viano sia ad una sfera mate­riale, molto con­creta, diretta (nel primo caso, la capa­cità di con­di­zio­nare certe scelte, lad­dove il denaro assume il valore di merce uni­ver­sale; nel secondo, la pos­si­bi­lità di costruirsi e pre­ser­vare un’identità a sé, non depo­si­ta­ria dei soli valori della mag­gio­ranza domi­nante, evi­tando così che l’integrazione si tra­sformi in assi­mi­la­zione non­ché, infine, in scom­parsa) ma anche sim­bo­lica, che si ripro­duce nel corso del tempo ed influenza la coscienza di sé degli stessi ebrei italiani. 
È su quest’ultimo pas­sag­gio che, infatti, si apre una nuova sta­gione, quando, con l’emancipazione giu­ri­dica e la par­te­ci­pa­zione poli­tica al pro­cesso risor­gi­men­tale, gli ebrei diver­rano sog­getti attivi nella costru­zione di una iden­tità non solo più nazio­nale ma anche socie­ta­ria. Pro­cesso, quest’ultimo, inter­rotto nel 1938. Siamo però in un ben altro qua­dro, a que­sto punto del discorso. Il testo di Marina Caf­fiero opera una valida sin­tesi di que­sto insieme di aspetti, ope­rando una resti­tu­zione del discorso sull’ebraicità ita­liana che ne innerva le dina­mi­che den­tro il farsi di un Paese, il nostro, dai con­fini certi ma dalla sovra­nità debole.

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