Bisogna capire se il libro riesce a inquadrare la genesi e l'andamento dei movimenti a partire dal loro significato nel conflitto cruciale. Ci sono movimenti e movimenti e anche lo stesso movimento cambia di segno secondo l'andamento dei rapporti di forza. Parlare genericamente di "movimenti" è sbagliato [SGA].
Marica Tolomelli: L’Italia dei movimenti. Politica e società nella Prima repubblica, Carocci, Roma, pagg. 256, € 17,00
Risvolto
A fronte di una storiografia orientata a fare del Sessantotto il
movimento che più di ogni altro ha segnato sviluppi sociali, politici e
culturali nella seconda metà del Novecento, l’autrice propone una
lettura dei movimenti collettivi nell'Italia repubblicana in un più
ampio orizzonte temporale, spaziando dalla seconda metà degli anni
Cinquanta per giungere alla prima metà degli anni Ottanta. Ne risulta
una ricostruzione che rivisita, ponendoli sotto una nuova luce, alcuni
snodi fondamentali dei processi di mobilitazione della società civile e i
rapporti che ne scaturirono con le istituzioni – partiti e sindacati in
primis –, offrendo nuovi spunti di riflessione sul ruolo dei movimenti
all'interno della “Repubblica dei partiti”.
Non solo ’68 La radice antica dei movimenti
di David Bidussa Il Sole Domenica 17.5.15
Movimenti, impegno pubblico, sono esperienze e scelte che non
significano antipolitica o rifiuto del sistema dei partiti. Oggi hanno
assunto prevalentemente questo connotato. Non sempre è stato così.
È uno dei due luoghi comuni che Marica Tolomelli rimuove: L’Italia dei
movimenti è una buona guida per restituire alla categoria d’impegno
civile e alla storia dei movimenti una storia e una profondità che oggi
sembrano perdute. Contemporaneamente fornisce una diversa visione degli
ultimi settanta anni in Italia.
Tolomelli giustamente, rileva un secondo luogo comune che occorre
cancellare: ovvero la convinzione che tutto sia nato nel Sessantotto.
Quello dei movimenti è, invece, un percorso che inizia alla fine degli
anni ’40 segnato dall’impegno per il miglioramento della qualità della
vita in cui s’intrecciano momenti e temi diversi: pace, disarmo, tempo
libero, diritti di genere, educazione al consumo, ambiente. Impegno che
all’inizio è dentro i partiti, in accordo con essi, poi in opposizione,
comunque in autonomia.
Un rapporto non univoco e inquieto, fin dalle origini, che mette
l’accento non solo sulla pratica della democrazia, ma soprattutto sulla
presenza della società civile e che ha come partita la qualità del
futuro. Il principio non è solo un futuro diverso è possibile, ma anche
l’affermare: con il futuro non si scherza.
Sono gli anni dei primi movimenti per la pace che hanno la loro origine
soprattutto in Gran Bretagna intorno a grandi figure morali (Bertrand
Russell per esempio) a cui in Italia corrispondono Aldo Capitini, Danilo
Dolci, Giorgio La Pira, Don Primo Mazzolari, e nascono iniziative come
la marcia della pace di Assisi. Sono anni in cui anche i partiti
politici, che nell’Italia dopo il fascismo esprimevano la voglia di
esserci, contro la mobilitazione coercitiva del partito-Stato
rappresentata dal fascismo, hanno la percezione che quei movimenti, con
cui pure possono non essere concordi, testimoniano di una crescita
democratica. In ogni caso rappresentano uno stimolo, e non un handicap.
Una condizione che lentamente muta a partire dal ’68. È il «militante
rivoluzionario» a rappresentare questa metamorfosi, uno che «non lotta
per vivere, ma vive per lottare». Una figura che è il residuo dei
movimenti collettivi studenteschi tra 1966 e 1969, e che poi è al centro
dei conflitti sociali di quegli anni, e che soprattutto esprime la
mutazione della mentalità dei movimenti.
Tolomelli insiste in un lungo capitolo dedicato alla cittadinanza di
genere come non sia così per tutti. I movimenti che hanno al centro la
condizione della donna, infatti, lacerano anche chi aveva pensato di
essere il superamento dei partiti politici. La loro storia non si
riassume solo nella richiesta di più eguaglianza, ma inaugura un diverso
modo di pensare e vivere il privato proponendo una riforma culturale,
prima ancora che politica, di essere e vivere nella società.
A questo si accompagna un secondo fenomeno che introduce lentamente agli
anni del disincanto: la corruzione politica, l’accumularsi degli
scandali, la sensazione che una parte dell’handicap per lo sviluppo non
sia il rifiuto dell’impegno, ma la professionalizzazione della politica.
È questo il terreno su cui si costruiscono i movimenti degli anni ’80.
Anni che segnano la crisi e poi il crollo della repubblica dei partiti e
alimentano l’idea (ma più spesso la falsa idea) che senza la politica
si può.
Una condizione che oscilla tra due poli: da una parte la
riappropriazione della politica come area in cui conta il proprio
malessere (che spesso è anche un malvivere); dall’altra la nascita di
movimenti personalisti, sempre più leaderistici, in cui il mito della
«centralità della propria persona» si risolve nella pratica della
leadership affidata al personaggio cui si mette in mano il proprio
destino.
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