venerdì 1 maggio 2015
Il Pessoa addomesticato e piddino di Tabucchi
Pessoa Il poeta nelle lezioni inedite dello scrittore italiano
di Antonio Tabucchi Repubblica 30.4.15
CREDO
che l’universalità di Pessoa non risieda soltanto nei contenuti della
sua opera, nell’insieme delle categorie che costellano i suoi testi (la
caducità dell’esistenza, la nostalgia, il senso di mistero dell’essere
al mondo), ma anche nel modo scelto per trasmettere questo messaggio,
nella forma in cui è organizzato: in ciò che lui stesso ha definito
eteronimia. Che non è un semplice modello formale, ma un vero e proprio
concetto di sostanza.
Ma che cos’è l’eteronimia, questa invenzione
che Pessoa «concretizza » in testo letterario l’8 marzo del 1914? Prima
di affrontare questo problema, è necessario parlare di un grande
fantasma, di una presenza inquietante che si aggira nella letteratura
occidentale dal Romanticismo in poi. Un fantasma chiamato l’Altro che da
allora alimenta le ossessioni dei più grandi scrittori europei. C’è un
Altro nelle “rêveries” e nei notturni di Nerval, nella follia dionisiaca
di Hölderlin, nel fantastico di Achim von Arnim, e negli abissi
misteriosi di Hoffmann. E cosa indica l’ombra perduta di Peter Schlemihl
di Adalbert von Chamisso, se non il doppio, se non l’Altro, la parte
più segreta, più nascosta e misteriosa che è in noi? E cosa significa la
frase «JE est un autre» che Rimbaud scrive nella lettera a Paul Demeny
del 1871? Quando fu scritta, forse era solo un sospetto, una
sorprendente illuminazione di questo genio folgorante, un indizio che
l’epoca non poteva ancora decifrare e approfondire.
Solo all’inizio
del Novecento, il problema dell’Altro entra prepotentemente sulla scena
della cultura europea. Chi per primo affronta la questione dell’alterità
è uno scrittore alloglotta, un uomo dell’Europa Centrale che insieme al
suo paese di origine ha abbandonato la lingua materna e ha scelto di
esprimersi in quella del paese adottivo: il conte Józef Teodor Konrad
Korzeniowski, alias Joseph Conrad. In The Secret Sharer ( Il compagno
segreto ) del 1912, Conrad racconta di un giovane capitano che, nella
cabina di una nave che attraversa l’oceano, offre ospitalità a un uomo
misterioso venuto dal nulla, e che al nulla farà ritorno. Un passeggero
clandestino che possiamo leggere come una proiezione del capitano che lo
ospita, un alterego di quell’Ego che una nuova “scienza umana”, la
psicoanalisi, stava allora teorizzando.
Negli anni Venti, si assiste a
una vera e propria celebrazione di questa “alterità”: compaiono, per
citare gli esempi più importanti, le maschere di Antonio Machado e i
personaggi di Luigi Pirandello. Tuttavia, qualche anno prima, l’8 marzo
del 1914, lontano dai clamori dei salotti letterari di Parigi o di
Londra, in una modesta stanza della Baixa, a Lisbona, Fernando Pessoa ha
già realizzato, in maniera ben più radicale e intrigante, e soprattutto
affascinante, la sua eteronimia. Ma cos’è dunque l’eteronimia? In cosa
consiste questo modo geniale di mettere in letteratura il problema della
polifonia dell’animo umano? Sentiamo cosa dice Pessoa: «Fin da bambino
ho avuto la tendenza a creare intorno a me un mondo fittizio, a
circondarmi di amici e conoscenti che non erano mai esistiti. (Non so,
beninteso, se realmente non siano esistiti o se sono io che non esisto.
In queste cose, come del resto in ogni cosa, non dobbiamo essere
dogmatici). Fin da quando mi conosco come colui che definisco “io”, mi
ricordo di avere disegnato mentalmente, nell’aspetto, movimenti,
carattere e storia, varie figure irreali che erano per me tanto visibili
e mie come le cose di ciò che chiamiamo, magari abusivamente, la vita
reale. Questa tendenza, che ho fin da quando mi ricordo di essere un
“io”, mi ha accompagnato sempre, variando lievemente l’adagio musicale
con cui mi affascina, ma non alterando mai la sua carica di
fascinazione. Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo
eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente: un certo
Chevalier de Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo
lettere sue a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora
colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia. Mi
ricordo, con meno nitidezza, di un’altra figura di cui non mi sovviene
più il nome, ma certamente anch’esso straniero, che era, non saprei in
che cosa, un rivale del Chevalier de Pas... Cose che capitano a tutti i
bambini? Senza dubbio; o forse. Ma a tal punto io le vissi che le vivo
ancora, perché me le ricordo talmente bene che devo fare uno sforzo per
rendermi conto che non furono realtà».
Questa confessione in forma di
spiegazione risale al 13gennaio del 1935, e appartiene alla celebre
lettera sulla genesi dell’eteronimia, nella quale Pessoa rispondeva
all’intervista del critico amico Adolfo Casais Monteiro. Si tratta di
una poetica elaborata a posteriori, come del resto tutte le poetiche, e
soggetta a una messa a punto che, anche se inconsapevole, prevede un
certo margine di falsificazione. Una poetica, in ogni caso, “autentica”,
perché non sembra differire sostanzialmente dalle note sull’argomento
che Pessoa, nel corso della sua vita, ha affidato ai propri diari.
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