Le acque del mare d’Irlanda sono state dichiarate «zona di guerra» dalla Germania, ma a bordo del Lusitania i passeggeri e il comandante William Thomas Turner si curano poco della dichiarazione e dell’avviso, pubblicato sui giornali newyorchesi dall’ambasciata tedesca a Washington, in cui si rammenta agli equipaggi che le navi dirette in quelle acque, battenti bandiera britannica o di uno qualsiasi dei paesi suoi alleati, sono «passibili di affondamento». Troppo veloce il Lusitania per qualsiasi sommergibile o imbarcazione militare tedesca. E troppo rassicurante la promessa protezione della Royal Navy britannica.
Sono circa le due e dieci quando, a sedici ore di navigazione da Liverpool, Leslie “Gertie” Morton, marinaio di diciotto anni, prossimo a ottenere il brevetto da secondo ufficiale, scorge a dritta sull’acqua un grosso spruzzo di spuma, una specie di gigantesca bolla che erutta in superficie. Qualche istante dopo lo spruzzo diventa una scia che rimane in superficie, come un lunga cicatrice pallida. In gergo marinaresco quella traccia di turbolenza lenta a svanire ha un solo nome: «scia di morte».
Di lì a poco, echeggia sulla nave, chiaro, il grido: «Siluro in arrivo!».
Sepolta sotto i dettagli ingarbugliati dell’affondamento di uno dei più grandi transatlantici della storia, Erik Larson scopre «una gran bella storia» e la narra con ritmo romanzesco, basandosi però rigorosamente su memorie, lettere, telegrammi o altri documenti storici. Ne emerge la saga di una nave e delle «molteplici forze, titaniche o pateticamente insignificanti, che in una bella giornata di maggio del 1915 sono confluite a produrre una tragedia di portata colossale, la cui vera natura e il cui significato sono rimasti a lungo celati tra le nebbie della storia».
Arturo Toscanini ne aveva abbastanza della stagione al Metropolitan di New York, e aveva deciso di comprare un biglietto, cabina di prima classe, sulla nave migliore in servizio sulla rotta dell’Oceano Atlantico, verso Liverpool, in quella primavera 1915, il Lusitania. Con lui doveva essere a bordo un’altra primadonna, la seducente ballerina Isadora Duncan. Il vulcanico direttore d’orchestra italiano e l’enigmatica étoile americana avrebbero magari conversato sul ponte del piroscafo più veloce ed elegante del tempo.
C’erano i debiti di Churchill dietro il Lusitania affondato Londra non protesse la sua nave carica di passeggeri americani per spingere i propri creditori Usa alla guerra contro i tedeschi
Proprio quel 7 maggio, alle 12.45, l’U20 del trentenne Kapitänleutnant Walter Schwieger, emergeva per “pompare” aria fresca e ricaricare le batterie con i motori diesel. La nebbia era scomparsa. Alle 13.20, il suo binocolo inquadrò un'alta scia di fumo nero, eruttata da quattro fumaioli e ordinò l'immersione rapida. L’improvviso accosto a dritta del Lusitania offrì alla camera lanciasiluri l’intera fiancata del transatlantico, lungo duecentoquaranta metri. Il marinaio Leslie Morton vide una “cupola” di bolle a cinquecento metri e una scia chiara. Urlò. E così Thomas Quinn, di vedetta sulla coffa di dritta. Trenta secondi dopo i centocinquanta chili di tritolo della testata del siluro esplodevano squarciando lo scafo del Lusitania all’altezza della caldaia numero 1, più o meno a metà scafo. Da qui in poi le testimonianze discordano: c’è chi ricorda una immediatamente successiva deflagrazione e chi la pospone di alcuni secondi. Di certo non fu un altro siluro ma uno scoppio, devastante, dall'interno. Il linguaggio tecnico parla di «esplosione per simpatia». Solo una paratia separava la zona caldaie dalla stiva zeppa di esplosivo.
La nave affondò in meno di venti minuti, in uno scenario apocalittico: la prua s’incastrò nel basso fondale e fece perno allo scafo che ruotò verso destra. Le quattro immense eliche continuarono a ruotare. L’inclinazione rese impossibile la messa a mare di buona parte delle scialuppe. Una strage: 1.201 vittime.
Due anni prima la Cunard, società armatrice del Lusitania e del transatlantico gemello, Mauretania, aveva aderito alla richiesta del primo Lord dell’Ammiragliato, Winston Churchill, di mettere a disposizione della Royal Navy le proprie navi. Erano stati montati «a scopo difensivo» dodici cannoni a tiro rapido. A febbraio del 1915 l’Ammiragliato aveva diramato alla marina mercantile la direttiva di inalberare bandiere di paesi neutrali e di speronare i sommergibili nemici. Al momento dell’affondamento del Lusitania, gli Stati Uniti erano neutrali. Ufficialmente, nulla sapevano del materiale bellico destinato a Francia e Inghilterra. Le spie tedesche avevano più volte segnalato a Berlino lo stivaggio di casse scaricate in tutta fretta da camion e carri privi d’insegne, imbarcate prioritariamente sotto la sorveglianza delle forze dell'ordine americane. Bolle doganali incomplete, generiche, mendaci, accompagnavano colli anonimi. La distinta di carico delle casse stivate nel Lusitania parlava di «Shrapnel» e di «materiale non esplosivo alla rinfusa». La Bethlehem Steel, fornitrice del materiale commissionato dalla banca americana Morgan Stanley ne aveva elencato il contenuto con relativa puntualità. Ma la distinta di carico stilata prima della partenza del Lusitania da New York non precisava che erano state imbarcate 1.248 casse di granate shrapnel per artiglieria contenenti quattro ordigni ciascuna, 4.927 casse di cartucce e 2.000 casse di munizioni trasbordate dal transatlantico inglese Queen Margaret.
Schwieger aveva lanciato un solo siluro. La seconda esplosione, nella zona adiacente la caldaia numero 1, separata da una paratia dalla stiva in cui erano state deposte le casse di esplosivo, sferrerà il colpo mortale.
Perché mai una banca americana, la Morgan Stanley, avrebbe dovuto ordinare, o per lo meno pagare a un’azienda statunitense materiale bellico destinato all'Inghilterra? Citiamo dati incontrovertibili: la Germania era indebitata per 27 milioni di dollari; l’Inghilterra per 2 miliardi. Una parte rilevante dei titoli di Stato di Sua Maestà Britannica era stata acquistata da banche americane. Se Germania e Austria avessero vinto, i crediti vantati dall'America verso l’Inghilterra sarebbero stati inesigibili. Se gli Stati Uniti fossero entrati in guerra, il rapporto tra le forze in campo sarebbe cambiato.
Allo scoppio della guerra, i tedeschi avevano minato gli atterraggi dei più strategici porti inglesi, informando gli stati neutrali sulle rotte obbligate per imboccare i corridoi di passaggio. L’Inghilterra aveva steso reti minate nella Manica e nel Mare del Nord; diversamente da Berlino, Londra non aveva comunicato le coordinate dei corridoi, obbligando le navi in transito a sostare nei suoi porti per un’ispezione. Gli Stati Uniti avevano formalmente protestato ottenendo l’impegno da parte degli inglesi di rifondere l'America per il controvalore dei beni sequestrati. In termini calcistici si chiama «melina».
La quasi totalità delle merci era costituita da derrate alimentari, considerate contrabbando di guerra. La finalità era palese: portare la Germania alla fame. Dopo soli cento giorni, scarseggiavano farina, cereali e latte. L’Inghilterra aveva fatto bene i suoi calcoli: il blocco dei porti tedeschi era stato pianificato già nel 1908. I suoi
economisti sapevano che nel volgere di dieci anni la Germania sarebbe stata la nazione più potente d’Europa in termini di prodotto interno lordo, riserve auree, liquidità.
Il 22 aprile 1915 i principali giornali statunitensi avevano pubblicato con ritardo rispetto alla data stabilita, un comunicato evidenziato in neretto. Lo spazio era stato acquistato dall’ambasciata tedesca in accordo con il capo dei servizi segreti Von Papen. «Ai viaggiatori che intendono intraprendere la traversata atlantica si rammenta che tra la Germania e la Gran Bretagna esiste uno stato di guerra. Si ricorda che la zona di guerra comprende anche le acque adiacenti alla Gran Bretagna e che, conformemente a un preavviso formale da parte del Governo Tedesco, le imbarcazioni battenti la bandiera della Gran Bretagna o di uno qualsiasi dei suoi alleati sono passibili senz’altro di distruzione una volta entrati in quelle acque».
Il Lusitania affondò in un gorgo di rottami e cadaveri. Molti corpi furono recuperati da pescherecci locali e pagati un tanto a testa. Il doppio se la vittima era di nazionalità americana.
Immigrati tedeschi di seconda e terza generazione, e riservisti, pronti a lasciare gli Stati Uniti, giunti a New York dall’Argentina e dal Brasile, non troveranno posto su piroscafi che partiranno semivuoti ma che risultavano, sulla carta, completi.