mercoledì 20 maggio 2015
La battaglia sulla scuola
La scuola non è solo una legge
di Maurizio Ferrera Corriere 20.5.15
Il
dibattito sulla riforma della scuola è iniziato bene ma sta finendo
malissimo. Nel secondo semestre del 2014, il governo aveva organizzato
un’ampia consultazione pubblica, ricevendo quasi due milioni di
commenti. Sembrava che sui principali obiettivi del progetto vi fosse un
largo consenso.
Con l’inizio dell’iter parlamentare, tuttavia, è
scattato il tradizionale «richiamo della foresta»: quel misto di
corporativismo e ideologia dal quale il nostro Paese sembra incapace di
liberarsi quando arriva il momento di cambiare davvero. I sindacati
hanno trasformato il confronto con il governo in una vertenza su
assunzioni, carriere, tutele contrattuali e poteri dei dirigenti
scolastici. Le opposizioni (a cominciare da quella interna al Pd) hanno
riesumato i vecchi slogan: è una riforma di destra, una minaccia al
carattere pubblico e democratico dell’istruzione, un tentativo di
«aziendalizzare» l’organizzazione scolastica, un attentato (addirittura)
alla libertà d’insegnamento. Petizioni di principio e caricature
ideologiche che ci riportano alle contestazioni degli anni Settanta.
Una
vera riforma deve proporsi di incidere sui pilastri portanti del nostro
sistema d’istruzione. La posta in gioco è altissima e ha a che fare con
la capacità dell’Italia di entrare nel ristretto club delle «società
basate sulla conoscenza»:
le sole che, nel Vecchio Continente,
riusciranno a garantire prosperità, occupazione e, al tempo stesso,
eguaglianza di opportunità e inclusione sociale.
La chiave di questo
passaggio sono le competenze dei giovani, lo spessore e la varietà della
loro preparazione culturale. Oltre e forse più delle nozioni,
conteranno le abilità logiche e di ragionamento, la capacità di
riconoscere problemi complessi (inclusi i conflitti di valore), la
rapidità di apprendimento. Ciò richiede un cambiamento davvero epocale
nel modo di fare scuola. I programmi ministeriali uguali per tutti, la
rigida separazione fra materie e percorsi, le lezioni ex cathedra , i
moduli educativi standardizzati: tutto questo va rimesso in discussione,
per molti aspetti superato. Come ben documentano le ricerche della
Fondazione Agnelli, in molti Paesi Ue la rivoluzione formativa è già
bene avviata. Nel Nord Europa la scuola pubblica sta acquisendo un ruolo
quasi più importante del welfare. Non solo perché alimenta l’economia
della conoscenza, ma anche perché garantisce chance di mobilità per gli
studenti più svantaggiati. Contrastando così quelle spinte verso la
polarizzazione fra classi e fasce di reddito che inesorabilmente si
accentuano nelle fasi di transizione da un modello economico-sociale a
un altro. Considerando quest’ultimo aspetto, per l’Italia la scommessa
della scuola ha anche un significato politico. L’istruzione statale deve
continuare ad essere percepita come bene comune di tutti gli italiani.
Se invece le classi medie si convincessero che la scuola pubblica non
fornisce ai loro figli preparazione adeguata al nuovo contesto, il
sostegno politico nei suoi confronti si eroderebbe rapidamente. In base
ai confronti internazionali, i fattori decisivi per una scuola efficace
sono: decentramento e flessibilità dell’offerta formativa,
responsabilità dei dirigenti, qualità degli insegnanti, valutazione,
attenzione agli studenti svantaggiati. E ci sono elementi del progetto
governativo che vanno in queste direzioni. Certo, restano molti dettagli
da chiarire e non è detto che gli obiettivi vengano raggiunti.
Occorrerà monitorare, valutare, se necessario correggere la rotta. Per
partire con il piede giusto, bisogna però resistere ai richiami della
foresta. I sindacati facciano il loro mestiere, ma non pretendano di
porre veti. A loro volta, le opposizioni si dimostrino all’altezza della
sfida. Una riforma della scuola non può servire obiettivi di parte o
tattiche
di posizionamento politico. E una riforma deve riguardare
l’interesse generale, il sistema Paese nel suo complesso. Quello di oggi
e quello di domani.
“Nessuno tocchi Agnese” La first lady diventa bersaglio
Il M5S: riforma ad personam per farla lavorare
di Giuseppe Salvaggiulo La Stampa 20.5.15
Nel
Paese del familismo più o meno amorale, era inevitabile che anche il
fattore A., nel senso di Agnese Landini in Renzi, diventasse un tema
politico. Martedì Luigi Gallo, informatico e insegnante alle superiori,
toscano anch’egli ma del M5S, ha messo agli atti della Camera: «Grazie
alla norma sulla chiamata diretta dei professori da parte dei presidi,
farà carriera Agnese, la moglie del presidente del Consiglio».
Insinuando che alla first lady, prof precaria di lettere, non
mancheranno ossequiose offerte di supplenze. E ieri la collega Carla
Ruocco insisteva: «Il fatto che la moglie di Renzi sia precaria ci fa
pensare. Si vota una riforma che prevede la chiamata diretta dei
presidi, quindi fate vobis...».
Frasi - compresa l’evocazione funesta
della categoria delle leggi ad personam - che sarebbero rimbalzate sui
blog pentastellati e poco più, se il premier consorte non avesse portato
il tema nell’ancor più solenne terza Camera, Porta a Porta, con una
difesa muscolare e struggente, da finale di puntata di soap opera: «Chi
ha qualcosa da dire se la prenda con me. Dobbiamo avere rispetto per la
classe di mia moglie, per gli studenti di quella classe e per mia moglie
che ha gli occhi addosso da un mese perché la aspettano quando entra ed
esce da scuola».
E dunque nessuno tocchi Agnese, riservata
professoressa di italiano nella 2° B dell’istituto superiore Balducci di
Pontassieve, finora sfuggita alla ribalta pervicacemente occupata dalle
mogli degli idoli renziani, da Blair a Obama. Scarse le comparsate
ufficiali: in vestito bianco e col fazzolettone al collo al raduno degli
scout (dove negli Anni 90 conobbe Matteo), più recentemente
all’inaugurazione dell’Expo. Sempre al Maggio Fiorentino, mai a Roma.
Finora un solo incidente pubblico di percorso, veniale: una corsia
preferenziale presa per sbaglio, spiegherà, guidando la macchina privata
del marito con il pass del Comune di Firenze. Pare andasse, di fretta, a
scuola. E proprio la riforma della scuola l’ha trascinata nel cuore
della pugna parlamentare. «Crumira» il 5 maggio, tra i pochi docenti a
non scioperare; in solitaria difesa della riforma cara al marito in
un’assemblea nella sua scuola. Vivisezionati ogni parola, ogni
comportamento, anche altrui. E quindi con soddisfazione, da parte
antirenziana, è stata accolta la notizia del plateale boicottaggio dei
test Invalsi da parte dei suoi studenti.
Impossibile che il campione
della politica iperpersonalizzata riesca ancora a tenerla in disparte.
Del resto fu lui, nel 1994, alla Ruota della fortuna, a dire a Mike
Bongiorno: «Posso comprare una vocale? Vorrei la A di Agnese». Poi
indovinò la frase. Il fattore A. gli valse 48 milioni di lire di
vincita.
Trattativa (e accuse) tra democratici
I renziani: «Minoranza inaffidabile» Bersani e altri 36 votano contro gli sgravi per le superiori non statali
Corriere 20.5.15
ROMA «Noi possiamo decidere che la legge Berlinguer va abrogata e che
non ci rappresenta più, oppure rispettarla. Noi rispettiamo una legge
che è stata frutto del lavoro di un governo di centrosinistra...». Le
parole di Anna Ascani, la ex lettiana di 28 anni che ha prestato il suo
volto (e la sua grinta) alla riforma della scuola targata Renzi,
fotografano un Pd diviso sulla sua stessa storia.
A infuocare l’aula della Camera, ieri mattina, è stato lo scontro sullo
school bonus , che prevede un credito d’imposta al 65% per le donazioni
liberali in favore di tutti gli istituti: pubblici e paritari. Una norma
contestata con forza da Sel, dai Cinque stelle e da quella sinistra che
i renziani ritengono «già fuori dal Pd». Per Stefano Fassina il «bonus»
esteso alle paritarie, senza alcun limite all’ammontare degli
investimenti privati, sottrae risorse alla scuola pubblica e quindi «non
funziona e arreca un danno, un aggravamento delle disparità tra
scuole».
Segue dibattito (dai toni piuttosto accesi) su chi abbia inserito le
paritarie nel sistema nazionale di istruzione. Parlano in tanti, ma
tacciono ex ministri come Bersani che furono protagonisti di quella
stagione. «La vera truffa il Pd l’ha fatta con il governo D’Alema —
accusa Luigi Gallo del M5S —. È il centrosinistra che ha introdotto i
fondi alle private, altro che centrodestra!». La Ascani, con sottile
perfidia, ricorda che la riforma Berlinguer fu approvata nel 2000 quando
a Palazzo Chigi c’era D’Alema: «Mi dispiace dirlo, ma quella legge fu
il frutto del lavoro di una coalizione all’interno della quale erano
rappresentanti di Rifondazione, di cui in parte è erede Sel, che oggi ci
sta raccontando un’altra storia...».
La lettura dei renziani è che la minoranza che dialoga con Sel stia
conducendo una «battaglia di retroguardia che ci riporta tre lustri
indietro», con l’intento di farsi buttare fuori. «Vogliono farsi
cacciare, altrimenti Fassina non avrebbe chiesto le dimissioni della
Giannini», insinua un deputato molto vicino a Renzi. L’ex viceministro
non ha deciso, anche se ormai la via di uscita sembra tracciata. Se non
cambiano i pilastri della riforma, chiamata diretta dei presidi e
assunzione dei precari, Fassina lascerà il Pd.
I rapporti restano tesi anche con la minoranza guidata da Speranza, che
si è sganciata sulle detrazioni alle paritarie di ogni ordine e grado.
Nel governo raccontano che l’opposizione interna avesse siglato un
patto: in cambio dello stralcio del 5%, chiesto a gran voce dalla
sinistra, la minoranza si impegnava a ritirare la modifica con cui
Andrea Giorgis chiedeva di lasciare fuori i licei dalle detrazioni.
Invece l’emendamento all’articolo 19 è stato messo ai voti ed è stato sì
bocciato, ma col voto favorevole di 37 deputati della minoranza.
«Hanno tradito gli accordi», lamentano i renziani. E fanno notare che
nell’elenco dei «ribelli» c’è anche Bersani. Lo strappo ha fatto
infuriare il Pd, che ha riunito gli addetti ai lavori fuori dall’aula
con Rosato, Faraone, Coscia e altri. «Sono inaffidabili», è stata la
parola più gentile pronunciata a porte chiuse. Eppure i vertici del Pd,
che hanno tutto l’interesse a placare gli animi prima del voto finale,
hanno «venduto» lo stralcio del 5 per mille come una mediazione con la
minoranza. D’altronde le perplessità su quella norma, che potrebbe anche
non tornare nella prossima legge di stabilità, sono largamente
condivise. Intanto perché una parte degli sgravi sarebbe stata
finanziata con il fondo della buona scuola e non con risorse aggiuntive,
messaggio poco felice da lanciare in campagna elettorale. Poi perché il
timore della sinistra, di creare scuole di serie A di serie B, è
sentito anche in maggioranza. E infine perché, come ha ammesso la
Ascani, il governo non è riuscito a trovare «una soluzione condivisa in
grado di tutelare il mondo del Terzo settore, che aveva espresso
legittime preoccupazioni».
Poche ore e la Camera licenzierà la «buona scuola». Col voto favorevole
(o l’astensione) della minoranza pd, quasi al completo. «Come voteremo?
Decideremo alla fine — si avvia verso il sì Giorgis —. Cambiamenti
importanti ci sono stati».
I timori del leader sulle regionali
“Una vittoria per il rilancio, nei dem c’è chi rema contro”
di Goffredo De Marchis Repubblica 20.5.15
ROMA Tornerà in Liguria, Matteo Renzi. Per non avere rimpianti
nell’inseguimento di un risultato che è a portata di mano: la vittoria
del Pd in 6 regioni sulle 7 chiamate al voto il 31 maggio. Tra meno di
due settimane. A Palazzo Chigi continuano a dire che può finire «4 a 3».
Un rito scaramantico e al tempo stesso una base di partenza in grado di
dare maggiore risalto a un eventuale sbocco più positivo. Ma l’idea
dell’en plein si fa strada nel cerchio stretto dei renziani. «Le
condizioni di un successo ci sono — spiega il premier ai suoi
collaboratori —. Sarebbero le seconde elezioni che vinciamo stando al
governo, dopo le Europee del 2014. È un esito che in Italia non si è
visto quasi mai. Diventerebbe un dato strutturale che renderà più forte
il Pd e il governo ». La Liguria è la regione chiave per puntare alla
vittoria quasi piena. «Siamo ancora in vantaggio — dice Renzi -. Un
vantaggio leggero ma visibile. Però la situazione non è ancora definita.
Ci sono ancora dieci giorni di campagna elettorale e tutto può
succedere. Perché gli indecisi si conquistano adesso». L’Umbria, le
Marche, la Toscana, la Puglia non sono a rischio secondo i calcoli degli
strateghi del Pd. In Campania Vincenzo De Luca è vicino al traguardo e
non lo indeboliscono le polemiche sugli impresentabili e sulla sua
incompatibilità. L’impressione è che la battaglia in Veneto, malgrado la
combattività di Alessandra Moretti, sia stata abbandonata dal Partito
democratico psicologicamente ancor prima che fisicamente. In Liguria
invece si gioca anche la partita sui futuri equilibri dentro il Pd, il
rapporto con la minoranza nei prossimi mesi. E non solo. Perché alla
fine la candidatura di Pastorino, sostenuto da Pippo Civati, Sergio
Cofferati, Stefano Fassina e da un pezzo dei dem locali non sta
favorendo il forzista Toti ma il candidato grillino. Il Movimento 5
stelle non accenna a scendere nei sondaggi. E se dovesse prendere una
regione, l’effetto nazionale sarebbe pari se non superiore alla
conquista di Parma.
Ecco perché Renzi pensa di tornare a Genova. La sfida con i dissidenti
del Pd si può risolvere anche passando dalla Liguria. L’Italicum fa
sentire i suoi effetti. «Anche sulla scuola - osserva Renzi - si muove
un partito nel partito che cerca di intralciare la legge, che punta a
farla fallire». Sono considerazioni che arrivano proprio nel giorno in
cui governo e minoranza Pd hanno trovato l’intesa per stralciare il
versamento del 5 per mille ai singoli istituti. È stata una mossa
dell’esecutivo per proseguire i lavori, ma la promessa del ministro
Giannini è recuperare la norma e infilarla nella prossima legge di
stabilità o in qualche testo sulla riforma fiscale. Una tregua armata,
ma pur sempre una tregua. Eppure Renzi vede movimenti a sinistra. Sa che
i ribelli del Pd vivono le regionali come uno spartiacque sulla
convivenza sotto lo stesso tetto. Più o meno lo stesso sentimento che
accompagna il premier in queste ore. C’è un pezzo del partito che è
uscito o sta per uscire: Civati e Fassina. E guarda al sindacato, che
sia Cgil o Fiom, Camusso e Landini, per organizzare nuovi movimenti a
sinistra. Ce n’è un altro che prepara una battaglia durissima contro la
riforma costituzionale quando a giugno tornerà all’esame del Senato. Poi
esiste uno spicchio che si attrezza per il futuro congresso quando si
potrà sfidare Renzi per la segreteria.
Non è un mistero, neanche a Palazzo Chigi, che i bersaniani più
agguerriti aspettino il segretario al varco dei numeri. Quello delle
bandierine sulle regioni, quello assoluto del Pd e quello
dell’astensione. Perché anche i non votanti , secondo i dissidenti,
daranno il segno della forza o della debolezza della filosofia renziana,
del «ghe pensi mi» denunciato da Pier Luigi Bersani, dell’uomo solo al
comando. Con il 6 a 1, anche di fronte a un numero ampio di elettori che
rimangono a casa, Renzi avrebbe molte più carte da giocare, anche
all’interno del Pd. Per questo ha lasciato scoperta la poltrona di
capogruppo fino a giugno, nonostante sia in pieno svolgimento alla
Camera il voto sulla “buona scuola”. Sarà “usata” per rafforzare nuove
intese tra i dem.
Ma l’impressione dei renziani è che la minoranza remi contro. Che
vogliano usare le regionali come il secondo tempo del match sulla legge
elettorale. «Io sto facendo campagna elettorale a tappeto. Vado ovunque
mi chiamino. Il resto lo vedremo dopo», dice l’ex capogruppo Roberto
Speranza, destinato a raccogliere il testimone di leader degli
oppositori. Come dire: nessun fuoco amico. Anche Bersani viene
considerato un dirigente che porta voti e sostiene candidati del Pd nei
comuni e nelle regioni, lì dove viene chiamato. Però sia i ribelli sia
Renzi considerano il risultato delle urne un altro passaggio della lunga
resa dei conti che dura dalla fine del governo Letta. Una resa dei
conti sul futuro del Pd e sulle chance di guardare avanti per il
governo.
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