L’amaca. Caro Pippo Civati
Vendola: “Sel si scioglie pronti a nuovi gruppi. Pisapia il nostro leader? Incarna la nuova sinistra”
La “ditta” di Bersani non c’è più, ormai è il partito della Nazione, un mix di populismo e di trasformismo Cosa farò io? Fuori dal ruolo istituzionale di governatore sarò più libero di dedicarmi a questo progetto. Intervista di Giovanna Casadio Repubblica 7.5.15
ROMA «Siamo pronti a costituire gruppi nuovi sia alla Camera che al Senato». Nichi Vendola leader di Sel, è già al lavoro e lancia l’appello per una grande sinistra: «Partiamo con chi ci sta».
Vendola, è arrivato il momento di sciogliere Sel?
«Intanto Sel non ha presentato i propri simboli nella competizione delle regionali. Abbiamo già avviato l’allargamento. Ora possiamo lanciare i gruppi nuovi».
E chi pensa di attrarre?
«Il nostro progetto politico non è la conservazione di un piccolo partito, vogliamo creare una grande sinistra innovativa sul piano politico- culturale».
Con chi farete il gruppo a Montecitorio?
«Innanzitutto nel paese c’è un’opposizione sociale che cresce, che non accetta la religione dell’obbedienza, la politica ridotta a marketing e ritiene sia giunto il momento di tradurre politicamente la domanda di cambiamento che ha riempito le piazze, denunciando l’insopportabilità delle scelte dell’ex Pd».
Ex Pd?
«Sì, ex. Ormai è il partito della Nazione, un mix micidiale di populismo e di trasformismo, di cedimento agli interessi pesanti delle grandi lobby economiche e di radicamento nei territori del mercato elettorale e del voto clientelare. La Campania di De Luca, la Liguria della Paita, la desolante scena siciliana, denunciano questa mutazione genetica che è il partito della Nazione ».
Lei spera che arrivino altri dissidenti dem nelle file di questo rassemblement di sinistra?
«Non sono impegnato in un’opera di reclutamento nel mio contenitore. Mando un messaggio a tutti coloro che pensano che la solitudine dei lavoratori, la precarietà esistenziale dei giovani, la povertà disseminata siano la ragione sociale di una sinistra che non rinuncia ai progetti di trasformazione radicale. Dobbiamo uscire dal bivio: o un riformismo subalterno che smarrisce per strada il tema della giustizia sociale o un radicalismo che si contenta di testimoniare il disagio del mondo».
È un progetto insieme con Landini?
«La “coalizione sociale” di Landini è una prospettiva necessaria a ricostruire vincoli di solidarietà. Altrimenti vince la logica del “ciascuno si salvi da solo”. Ma c’è bisogno di costruire non la somma algebrica delle sinistre sconfitte, bensì una nuova agenda di governo, un nuovo vocabolario di una sinistra che non vuole essere né omologata né minoritaria».
Quali saranno i tempi per sciogliere i gruppi parlamentari di Sel?
«La scomparsa di quella che Bersani chiamava la “ditta” è già un fatto. Perciò a chi è uscito compiendo un atto di coraggio come Civati e Pastorino; a chi sente esaurita l’appartenenza a un luogo, il Pd, così sfigurato; a chi nelle aule parlamentari sta in altri gruppi; a chi, fuori dalle istituzioni sente l’impellenza di rispondere alla domanda di sinistra di cui parla Susanna Camusso, dico: partiamo, è arrivato il tempo. Senza problemi di primato, questioni di leadership. La politica è una schifezza anche perché c’è stata una troppo lunga vacanza della sinistra. La dialettica vecchio/nuovo, lento/veloce che ha sostituito quella tra destra e sinistra, fa vincere un trasversalismo della politica che è la pancia in cui cresce la corruzione».
Chi potrebbe essere il leader alternativo a Renzi? Giuliano Pisapia?
«Non è male ricordare che Pisapia è il miglior sindaco d’Italia, un vero riformatore. Incarna l’immagine di una sinistra dei diritti e delle libertà. Detto questo non tocca a me incoronare o tirare per la giacca...
Lei cosa farà finito il mandato di “governatore” della Puglia?
«Fuori dal ruolo istituzionale, sarò più libero di impegnarmi per questo progetto, questo sogno, questa narrazione. Se non ora, quando?».
Renzi: “Pippo non porta voti”di Goffredo De Marchis Repubblica 7.5.15
ROMA Per Matteo Renzi, Civati non porterà con sé l’elettorato di sinistra. La preoccupazione del premier infatti sono sempre i voti e molto dopo vengono le scissioni di parlamentari. A Palazzo Chigi semmai dicono che «una sofferenza a sinistra ce l’abbiamo già. È quella che si è manifestata nello sciopero della scuola, che esiste nel rapporto col sindacato e con i contestatori del Jobs Act». Ma proprio per questo è meglio non tirare la corda, anche con Civati. L’ordine di scuderia ai dirigenti del quartier generale è non attaccare l’ex sfidante delle primarie. Perché le regionali incombono e Renzi punta a un successo pieno. Per questo l’importante è non rompere l’unità.
Il campo lasciato libero dal potenziale “partito della nazione” è però destinato a riempirsi con una Cosa nuova: L’Ulivo 2.0, una versione allargata di Sel, la coalizione sociale di Maurizio Landini. Nichi Vendola è già pronto al grande passo di sciogliere la sua formazione. Il punto è: quanti della minoranza del Pd seguiranno il deputato in uscita? Il vicesegretario Lorenzo Guerini è convinto: «Nessuno. Il che non vuol dire che non mi dispiaccia l’addio di Pippo». Civati ha parlato con Pier Luigi Bersani due giorni fa. Un lungo faccia a faccia. Gli ha spiegato le sue ragioni, ma non ha fatto breccia per organizzare una scissione corposa dentro il Pd. L’ex segretario comunque lo ha benedetto con l’amarezza che vive ormai da molti giorni a questa parte. «Fai bene a costruirti un futuro altrove».
C’è un solo strappo a sinistra che Renzi soffrirebbe davvero: è quello di Bersani, che gode di un credito profondo in una larga fetta del popolo Pd. Sarebbe più doloroso di Civati, sempre in termini di consenso, l’addio di Stefano Fassina. «Perché - dice un renziano - la legge elettorale non è un tema sentito dalla gente. Anzi, la base ci ha sempre detto di andare avanti. Diverso è il discorso sul sindacato e sul lavoro». Ma Fassina resta al suo posto, seppure a disagio. Così come Alfredo D’Attorre o Roberto Speranza. «Finchè c’è uno spazio il mio partito è il Pd - dice D’At- torre - e proverò a cambiare le cose qui dentro. Ma sono sicuro che Civati esprima il malcontento di una parte larga della base».
Il banco di prova per una scissione meno avventurosa sono le elezioni regionali del 31 maggio. È lo stesso banco di prova del governo Renzi. I possibili sostenitori di una Cosa rossa attendono l’esito del voto. E anche del non voto perché in alcune regioni ci si attende un astensionismo record pari a quello dell’Emilia- Romagna. Persino al Sud, ad esempio in Puglia. Si vuole così misurare il margine elettorale diffuso o meno di un nuovo partito, il bacino eventuale di un’operazione al lato di Renzi. Ecco questa prospettiva è più allarmante, dicono a Palazzo Chigi, dell’uscita, per il momento solitaria, di Civati. Ma il voto no, è un’altra storia. E l’ex sfidante può giocare la sua partita anche alle regionali in Liguria dove corre Luca Pastorino che condivide la sua linea, dove i renziani hanno puntato tutto sulla Paita e dove il Pd si gioca parecchio perché è una regione che già governava.
Dunque la battaglia interna passa non per la riforma del Senato o per la buona scuola ma per l’appuntamento del 31. «Penso che sia urgente fare un nuovo soggetto politico e che sia urgente lavorarci subito», avverte il coordinatore di Sinistra ecologia e libertà Nicola Fratoianni, spiegando che si aspetta di arrivarci dopo le regionali, intorno a giugno. Quella è la dead line. «Non una lista elettorale — precisa — come è capitato troppo spesso negli ultimi anni. Noi siamo a disposizione, mettiamo a disposizione gli strumenti parlamentari, i gruppi, il partito. Non proponiamo a chi esce dal Pd o a chi eventualmente uscirà prossimamente di aderire a Sel ma di fare insieme una cosa nuova, a cominciare dai gruppi parlamentari, a riformarne la struttura e il nome ». Vendola dunque fa sul serio «Sta succedendo qualcosa anche nel Paese», dice Fratojanni, «la manifestazione di ieri lo dice, c’è una larga domanda di rappresentanza».
L’uscita di scena di Civati viene usata dalla minoranza Pd contro renzi ma in realtà sottolinea la vittoria ottenuta dal segretariodi Massimo Franco Corriere 7.5.15
La coincidenza tra la firma dell’Italicum da parte del capo dello Stato, Sergio Mattarella, e l’abbandono del Pd deciso da un esponente della sinistra, Giuseppe Civati, è emblematica. Legittima la riforma elettorale dal punto di vista istituzionale, e insieme conferma l’inizio di una nuova fase nel partito del premier. La scelta di Civati di uscire dal Pd solo ora sottolinea la rottura che l ’Italicum produce non solo tra ma dentro i partiti. I fedelissimi di Matteo Renzi usano parole di circostanza. «Dispiace ma non siamo preoccupati», chiosa il vicesegretario, Lorenzo Guerini: sebbene non si capisca bene quanto sia sincero il dispiacere.
L’unica cosa chiara è che la minoranza del Pd si prepara a usare quell’uscita come certificazione del malessere non tanto della nomenklatura ma dell’elettorato verso la strategia renziana; e come lo spauracchio di una lenta emorragia, prima ancora che di una scissione. Eppure, non si avvertono a Palazzo Chigi né l’intenzione né la voglia di cambiare direzione per riassorbire quel dissenso. Le braccia aperte di Sel, la formazione di Nichi Vendola, nei confronti di Civati e di altri eventuali Dem delusi, non sono un problema. Anzi, rafforzano l’insistenza renziana su una linea che sfida, quasi provoca gli oppositori.
È una strategia che a parole sostiene la tesi di un Pd-arca, attento a tenere dentro tutta la sinistra e a scongiurare rotture; nei fatti insegue un progetto moderato di sfondamento al centro, e un modello presidenziale che ha in Renzi il leader indiscusso e il «partito della Nazione» come esito: un’idea alla quale l’ Italicum sarebbe perfettamente funzionale.
In questo schema, spazi per un dissenso percepito, in effetti, «solo come un fastidio», nelle parole degli oppositori, saranno sempre più marginali. E dunque, l’alternativa diventerà presto tra un atto di sottomissione al segretario e premier, o la presa di coscienza che il Pd è diventato altra cosa rispetto alle origini.
Si tratta di uno scontro che mescola problemi di identità e protagonismi. Oppone la classe dirigente storica, per lo più ma non solo postcomunista, ad un manipolo di renziani che hanno conquistato prima il Pd con le primarie, poi Palazzo Chigi e il governo. E adesso, forti della propria determinazione e degli errori avversari, cominciano a guardare oltre: oltre i confini dello stesso Pd, e oltre le elezioni regionali di maggio, e verso quelle politiche del 2018 o quando saranno. Il tentativo è di vedere come andrà il voto a fine mese, e poi decidere su un nuovo partito; e trasferire la sfida al Senato dopo l’estate.
Ma, appunto, l’impressione è di una trincea sempre più arretrata; di un altolà gridato da posizioni di retroguardia, perché non esiste un’agenda alternativa a quella renziana: nel Pd e perfino dentro FI. Avere detto «sì» all’inizio del percorso dell’ Italicum ora rende più difficile, perché meno spiegabile, il «no». E la perdita di pezzi di sinistra finisce per sottolineare la vittoria del presidente del Consiglio. Dire, infatti, che il passo di Civati fuori dal Pd è «una sconfitta», come alcuni esponenti della minoranza, è una tesi condivisa a seconda dei punti di vista. Il sospetto è che Renzi e i suoi sostenitori la pensino in maniera opposta: anche se alla vigilia delle regionali quello che succede può diventare un inciampo.
intervista di Monica Guerzoni Corriere 7.5.15
ROMA «Guerini mi aveva invitato a fare pace con me stesso. Ecco, adesso mi sento in pace».
Pippo Civati, lei ha l’aria provata.
«Sono un po’ stanco. Ma vedo una risposta ottima, vedo l’entusiasmo di tanti elettori che hanno lasciato il Pd prima di me».
Perché, dopo mesi di penultimatum, si è deciso a rompere?
«La mia credibilità si stava offuscando, l’accusa di non avere coraggio stava diventando insostenibile. Il mio caso è tutto politico, ma anche molto personale».
È un tradimento, il suo?
«Io non ho tradito. È Renzi che non ha rispettato il programma con il quale siamo stati eletti. Esco per coerenza, per le troppe differenze di metodo e di merito e per lo spostamento a destra del baricentro politico. La mia uscita è una conseguenza logica per chi ha vissuto in modo drammatico il passaggio della fiducia».
È stato drammatico anche per Bersani e Cuperlo...
«Io non dico che chi resta è incoerente, sennò Cuperlo si offende. Ma quella frattura è irrecuperabile e chi si sta dedicando alla ricucitura, ha scelto una strada troppo complicata. La minoranza si è divisa e il colpo lo ha mancato, per usare la metafora di D’Alema. Dal Jobs act all’Italicum, hanno attivato tardi antidoti che non hanno funzionato».
Ce l’ha con Bersani?
«È un uomo troppo garbato e troppo onesto, lo dico senza ironia. Non voleva enfatizzare i contrasti, ma ricomporli. Solo che Renzi non è Bersani, nel bene e nel male. Hanno affrontato l’arrivo di Matteo come le società precolombiane con i conquistadores. Bersani potrebbe essere una figura di riferimento del nuovo partito, ma non credo che lascerà il Pd».
E Letta?
«Letta è un po’ lontano».
Landini?
«Ci siamo visti, per me è un interlocutore. Non credo che la sua iniziativa si chiuda in un fronte sindacale».
Se ne va da solo?
«Non è detto che la prossima settimana non ci siano altri movimenti. Sarà interessante vedere chi si muove con me, a partire dal Senato».
Fassina e D’attorre?
«Bisogna chiederlo a loro».
Farà un partito dello zero virgola?
«No, un progetto di sinistra di governo. L’Italicum, al di là delle modalità di voto violente, serve a costruire il partito della nazione, che in realtà c’è già. A leggere le liste delle regionali c’è da avere paura».
Perché il segretario non vi ha ascoltati?
«Lo ha fatto solo sul Quirinale, poi ha ricominciato a menare come un fabbro. Quando dissi “facciamo un presidente non Nazareno” i renziani mi ammazzarono, poi fecero Mattarella. Renzi ha fatto sempre così, morto Civati, viva Civati».
Ha sentito Renzi?
«Non mi ha mai chiamato e adesso si è tolto un fastidio. Niente di personale con lui, anche se in questi mesi non ha mai provato a convincermi, preferendo imporre le sue decisioni. Vado via senza con rancore, con l’orgoglio delle mie convinzioni».
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