martedì 5 maggio 2015

La guerra di Vasilij Grossman al seguito dell'Armata Rossa


Vasilij Grossman: Uno scrittore in guerra, Adelphi, pagine 472, euro 23,00

Risvolto
«Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità»: attenendosi scrupolosamente a tale principio, a dispetto della censura e dei gravi rischi, Vasilij Grossman narrò in presa diretta le vicende del secondo conflitto mondiale sul fronte Est europeo. Era infatti inviato speciale di «Krasnaja zvezda» (Stella Rossa), il giornale dell'esercito sovietico che egli seguì per oltre mille giorni su quasi tutti i principali fronti di battaglia: l'Ucraina, la difesa di Mosca e l'assedio di Stalingrado, che fu il punto di svolta nelle sorti della guerra e diede origine a Vita e destino. Benché fosse un tipico esponente dell'intelligencija moscovita, Grossman riuscì, grazie al suo coraggio e alla capacità di descrivere con singolare efficacia ed empatia la vita quotidiana dei combattenti, a conquistarsi la fiducia e l'ammirazione di chi lo leggeva, ufficiali e soldati da una parte, e dall'altra un vasto pubblico di cittadini e patrioti ansiosi di ricevere notizie autentiche, non contaminate dalla retorica ufficiale. Dei taccuini – di sorprendente qualità letteraria – che fornirono materia ai reportage di Grossman, e che escono ora per la prima volta dagli archivi russi, lo storico inglese Antony Beevor ci offre qui una vasta scelta, arricchita da articoli e lettere dello scrittore e da altre testimonianze coeve. E il commento, sapiente cornice, ci guida attraverso le tappe della Grande Guerra Patriottica, dallo shock dell'invasione tedesca del 1941 fino alla trionfale avanzata russa su Berlino, passando per l'epica battaglia di Kursk e l'atroce scoperta dei campi di sterminio di Treblinka e Majdanek.

Grossman, guerra spietata
Fulvio Panzeri Avvenire 5 maggio 2015

Banditi, eroi, santi e peccatori Al fronte con Vasilij GrossmanCorrado Stajano Martedì 5 Maggio, 2015 CORRIERE DELLA SERA ©
«Se riusciremo ad avere la meglio in questa guerra tremenda e crudele sarà solo grazie al cuore grande che batte in petto al popolo, a queste anime sublimi di giusti pronti a sacrificare ogni cosa, a queste madri di figli che ora stanno dando la vita per i loro cari, con la stessa naturalezza, la stessa generosità con cui questa povera vecchietta di Tula ci ha offerto cibo, luce, legna, sale. Di anime simili ce n’è solo un pugno, ma saranno loro a trionfare». 
È un brano dei taccuini che Vasilij Grossman, il grande scrittore russo autore di quel capolavoro di tutti i tempi che è Vita e destino , divenuto corrispondente del quotidiano dell’Armata Rossa, Krasnaja Zvezda annotò durante la Seconda guerra mondiale. Quei taccuini, insieme con qualche lettera ai famigliari e qualche articolo del giornale, sono diventati ora un libro di grande bellezza, suscitatore di emozioni, che prende il cuore e la mente: Uno scrittore in guerra. 1941-1945 , pubblicato da Adelphi — esce giovedì — (pagine 471, e 23, a cura di Antony Beevor e Luba Vinogradova, traduzione di Valentina Parisi).
Grossman, nato a Berdicev, in Ucraina, nel 1905, in una famiglia della borghesia ebraica colta, amava la vita tranquilla, scriveva racconti e romanzi che erano piaciuti a Bulgakov e a Gor’kij, i suoi numi erano Tolstoj, Cechov, Raffaello e Beethoven. Occhialuto, sovrappeso, non aveva l’aspetto del guerriero: quando, nelle prime ore del 22 giugno 1941 Hitler invase l’Unione Sovietica ebbe come un sussulto dell’anima che doveva mutare la sua vita e dare un’appassionata materia ai suoi futuri romanzi. Cominciava la Grande Guerra patriottica, crollavano le certezze consolidate, non aveva più importanza il sistema burocratico stalinista al quale era ostile, con le sue purghe e i suoi delitti. Era la Madre Russia in pericolo. Dopo, la società sarebbe cambiata per sempre. Grossman, che non era neppure iscritto al Partito comunista, chiese di partire come corrispondente di guerra. Ebbe difficoltà, non era un uomo del regime, ma il generale David Ortenberg, direttore del giornale, aveva letto il suo romanzo Stepan Kol ’cugin : «Assegnatelo a noi», disse. E Grossman, dopo un rapido addestramento militare, partì per la guerra col grado di Intendente. Fu un grande testimone partecipe, sapeva vedere ciò che i giornalisti, privi del suo talento di scrittore e della sua sensibilità, non sapevano fare, mostrò umiltà, oltre che coraggio e umanità profonda. Era paziente, scrupolosamente attento, non prendeva mai appunti, annotava dopo quel che i suoi intervistati, messi così a loro agio, gli avevano detto. Riuscì a far parlare per sei ore di seguito anche uno come lo scorbutico generale Stepan Gurtiev che non spiccicava parola con nessuno.
Gli piacevano le figure anomale dell’esercito, passò pericolose giornate accanto al cecchino Anatolij Cechov che dalla sua postazione abbatteva un tedesco dopo l’altro. Gli interessavano le vite dei soldati ignoti, le raccontava da naif che amava soltanto la verità e riteneva che dir tutto fosse il semplice dovere di chi scrive. Prendeva nota sui suoi sottili taccuini a quadretti, gli sarebbero serviti anni dopo per il suo Vita e destino , definito il Guerra e pace del Novecento, il romanzo che non riuscì a veder stampato. Fu sequestrato ancora dattiloscritto dal Kgb negli anni Sessanta, al bando. Michail Suslov disse allora che quel romanzo non avrebbe potuto esser pubblicato prima di duecento anni (uscì in Occidente nel 1980, Grossman era morto nel 1964).
Fu angosciante, nell’estate 1941, l’implacabile avanzata del generale Heinz Guderian, con i suoi Panzer. Intorno a Kiev l’Armata Rossa perse più di mezzo milione di uomini, tra caduti e prigionieri, mentre Stalin e gli Stati maggiori non si rendevano ancora bene conto della situazione. «Un esodo. Un esodo biblico. Veicoli incolonnati su otto corsie, il ruggito straziante di decine di camion che cercano contemporaneamente di uscire dal fango, greggi e mandrie, enormi; più oltre carri scricchiolanti trainati da cavalli, migliaia di convogli coperti di tela da sacchi colorata, compensato, latta — i profughi dell’Ucraina».
Anche Grossman è in fuga, ma a sud di Tula fa una deviazione e arriva a Jasnaja Poljana, la casa di Tolstoj. «La tomba di Tolstoj. Sopra il rombo dei bombardieri, il fragore delle esplosioni e la calma maestosa dell’autunno. Tutto così difficile. Di rado ho sentito una simile pena».
Poi la controffensiva del generale Timošenko, Mosca è salva. Il fango, il gelo hanno fatto da muraglia. «Solo sei ore fa i tedeschi erano accampati in questa izba. Hanno lasciato sul tavolo carte, borse, elmetti. I loro corpi dilaniati dal piombo sovietico, sono riversi sulla neve. E le donne, sentendo che l’incubo degli ultimi giorni è ormai svanito, esclamano tra i singhiozzi: “Colombelli nostri, siete tornati!”».
Le SS hanno ucciso a Babij Jar 33 mila ebrei. Le ragazze più belle, prese prigioniere dai tedeschi, sono costrette a prostituirsi nei bordelli, «Miei soldati», urla Hitler, «vi chiedo di non indietreggiare di un passo dalla terra per cui avete versato il vostro sangue». E Stalin diffonde l’ordine n. 227: «Non un passo indietro, chi si ritira è un traditore della patria».
Grossman intervista i carristi, gli artiglieri, i piloti da caccia, i sottufficiali, gli attendenti, è attratto dalla società minuta della guerra, affascinato dal popolo: «Il russo in guerra indossa sull’anima una camicia bianca. Sa vivere nel peccato, ma muore da santo». La santità è relativa. «Il tenente Matiuško è a capo di un drappello il cui compito è eliminare i tedeschi che occupano le izbe. I suoi soldati irrompono nei villaggi e assaltano le case. Matjuško spiega: “I miei uomini sono tutti banditi, questa guerra è una guerra di banditi”. Dicono che strangolino i tedeschi con le loro mani».
Vien la primavera, comincia l’operazione Blu, i tedeschi annientano due armate sovietiche, mirano a Stalingrado e di lì al Caucaso con i suoi giacimenti petroliferi.
Il 23 agosto Grossman parte per Stalingrado, la 6ª Armata del generale Friedrich Paulus e parte della 4ª Armata Panzer sono vicine ai sobborghi della città. «Stalingrado è bruciata. Una città morta. (...) Bambini che vagano — molti sorridono, come impazziti. Il tramonto sopra la piazza, di una bellezza singolare e terribile. Il rosa delicato del cielo che trapela da migliaia, decine di migliaia di finestre e di tetti vuoti. (...) Un senso di calma, dopo lunghi tormenti. La città è morta, ricorda il volto di chi è spirato al termine di una grave malattia e ha trovato pace nel sonno eterno».
Il Volga, placido e splendente, è «terribile come un patibolo». «Stalingrado è stata l’esperienza più importante della mia vita», dirà Grossman che non si ferma mai. Descrive i battaglioni operai, le ragazze che guidano gli alianti, racconta degli eroi, dei traditori, dei ladri, delle spie, di quelli che si feriscono per non combattere, delle migliaia di soldati russi fucilati, annota le invidie e le gelosie dei generali mentre i tedeschi arrivano nel centro della città, racconta la spaventevole guerriglia urbana, casa per casa, piano per piano, descrive il Mamaev Kurgan, una collina alta 102 metri che il generale Vasilij Cujkov, capo della 62ª Armata, vede e rivede per anni nei suoi incubi, come confiderà a Grossman. La 6ª Armata di Paulus viene accerchiata, è la fine. Al momento della liberazione Grossman, a Stalingrado da tre mesi, viene richiamato per far posto a Konstantin Simonov, caro al regime, autore della poesia-canzone Aspettami . Grossman non è amato dai burocrati e dal dittatore che lui non ha mai incensato e neppure nominato nei suoi articoli. Stalin, proprio quell’anno, lo cancella dalla rosa dei vincitori del premio letterario che porta il suo nome.
Poi la corsa all’indietro, la città natale, Berdicev, dove i tedeschi e i collaborazionisti ucraini hanno ucciso 20 mila ebrei. E Varsavia, Treblinka, viene a conoscere l’inferno di quel che accadde nel lager nazista, un milione di morti nelle camere a gas e la rivolta dei prigionieri. L’articolo di Grossman fu citato come una terribile fonte credibile al processo di Norimberga. E ancora, il ghetto di Lódz, le vendette dei soldati sovietici, gli stupri delle donne tedesche, l’antisemitismo neppure troppo velato dei burocrati stalinisti.
Dopo l’Oder, Berlino, finalmente. La Cancelleria di Hitler: «Il Reichstag. Enorme, imponente. Nel vestibolo i nostri soldati hanno acceso falò. Sbatacchiare di gavette. Aprono scatole di latte condensato con la baionetta». 



Grossman, il gelo e le fiamme 
Gli appunti dello scrittore russo ci fanno vivere in presa diretta le atrocità della guerra
30 ott 2015  Corriere della Sera Di Raffaele La Capria ©
Di Vasilij Grossman ho letto soltanto Vita e destino, il grande romanzo epico sulla guerra contro i tedeschi invasori e sulla battaglia di Stalingrado, ma mi è bastato per capire che Grossman, con quel libro, ha scritto una specie di Guerra e pace del nostro tempo, all’altezza, per la vastità della concezione, dei maggiori romanzi della letteratura russa. Ora Adelphi ha pubblicato Uno scrittore in guerra, un libro bellissimo che contiene gli appunti di prima mano che Grossman scriveva per i suoi articoli di corrispondente dal fronte, e la prima impressione è che questi appunti buttati giù in fretta e a volte in situazioni difficili, sotto il fuoco nemico, sono già di una notevole qualità letteraria.
Questo libro di appunti fa capire meglio chi era Grossman come uomo e come scrittore, e soprattutto come ebreo in un tempo in cui nell’Unione Sovietica essere ebrei significava essere perseguitati in vari modi; e le vicende della vita di Grossman qui narrate ce lo dimostrano. Se fosse stato per il potentissimo Mikhail Suslov presidente della sezione culturale del Comitato centrale del Partito comunista, Vita e destino avrebbe potuto esser letto solo nei prossimi duecento anni, in altri termini ne fu proibita la pubblicazione perché giudicato pericoloso. Come in casi analoghi, il romanzo avventurosamente, per l’aiuto di fidati amici, trovò il modo di uscire dall’Unione Sovietica ed essere pubblicato all’estero ottenendo il successo e l’attenzione che meritava. 
Successo ed attenzione che ebbero, durante gli anni della guerra gli articoli che Grossman spediva ai giornali dal fronte. Si sentiva che in quegli articoli c’era la verità di un’esperienza vissuta esponendosi di persona. Ma nonostante la sua fama, l’ostilità del potere contro di lui si faceva sentire pesantemente, e quando la guerra finì, tutti i suoi libri precedenti furono tolti dalla circolazione, lui fu ridotto all’indigenza e fu aiutato dai pochi coraggiosi amici che gli erano rimasti. Affetto da un cancro allo stomaco, morì nell’estate del 1964. 
Solo dopo aver letto Uno scrittore in guerra ho avuto un’idea più chiara delle grandi sofferenze patite dai popoli europei durante il conflitto, patite non solo dai russi che combattevano al fronte in condizioni spaventose di freddo, fame, pidocchi, pericolo continuo e morte, ma da tutti i popoli coinvolti nella guerra più feroce mai combattuta. Sofferenze inimmaginabili nel loro orrore se non ci fossero stati testimoni come Grossman, che hanno saputo raccontarle a rischio della vita. 
Di fronte a una figura di scrittore come la sua, si prova non solo ammirazione letteraria, ma un senso di compassione coinvolgente, quando si pensa alle tragiche vicissitudini che hanno accompagnato la sua vita in un’epoca di profonda umiliazione morale, sotto la spaventosa dittatura staliniana. Si ha sempre la sensazione quando lo si legge che quello che lui scrive, prima ancora di essere letteratura, è vita vissuta, una testimonianza, una delle poche altrettanto dirette che abbiamo della guerra e delle sue infinite mostruosità. Sappiamo che lui, Grossman era lì, mentre dappertutto  cadevano le bombe e i carri armati «come animali preistorici» avanzavano, che lui era lì e aveva sentito le grida dei tedeschi chiusi nei carri mentre il fuoco li arrostiva. «Dentro il carro armato i tedeschi gridavano, ah se gridavano! In vita mia non avevo mai sentito nessuno gridare così». E sembra di sentirle anche noi quelle grida agghiaccianti «che facevano rizzare i capelli in testa». E Grossman era sempre lì, a Berlino, quando i soldati dell’Armata rossa entrati in città stupravano le donne tedesche ed entravano nelle case per depredarle di tutto, e distruggere con furia ogni cosa. 
Nessun aspetto atroce della guerra gli sfuggiva e lui lo raccontava attraverso le interviste che faceva ai soldati e ai comandanti. Le loro parole ci fanno capire lo spirito patriottico che animava ogni combattente, la ferocia, l’indifferenza di fronte alla morte propria e altrui, di fronte alle continue fucilazioni sul campo per le più lievi infrazioni disciplinari. Questo è il racconto di un soldato: «Il commissario ha letto la condanna. Lui aveva perso il controllo, piangeva, chiedeva di essere rimandato nella sua posizione... Poi il commissario ha chiesto: “Chi lo fucila?” Mi sono fatto avanti e lui si è gettato a terra. Ho preso il fucile di un compagno e gli ho sparato. “Non ha avuto pietà?”. Che c’entra qui la pietà?». 
Appunto, con la stessa spietatezza lo scrittore porta la sua testimonianza: in una guerra come quella combattuta a Stalingrado tra russi e tedeschi la pietà non aveva più alcun senso. Sento che le mie parole non bastano a descrivere la particolarità, la semplicità, e la terribile immediatezza della scrittura di Grossman, e soltanto una serie di citazioni può darne un’idea. 
Il freddo, per esempio: «Sono stanco di tastarmi continuamente il naso, le orecchie per controllare se sono ancora al loro posto». E poi: «I nazisti avevano immerso ripetutamente un uomo in un buco praticato nel ghiaccio, sono poi fuggiti sotto il nostro fuoco d’artiglieria lasciando riverso per terra il loro uomo semicongelato e paralizzato dal terrore». I cani: «Alcuni cani sono bravissimi a distinguere gli aeroplani. Quando ci sorvolano i nostri, non fiatano. Se invece sentono gli aerei tedeschi, cominciano subito ad abbaiare, ad ululare, oppure si nascondono». Berlino: «2 maggio, giorno della capitolazione di Berlino. Questa giornata nuvolosa, fredda e piovosa, segna la morte della Germania. Tra le rovine, in mezzo alle fiamme e al fumo centinaia di cadaveri sparsi per le strade. Cadaveri schiacciati dai carri armati, spremuti come tubetti... Cose terribili stanno accadendo alle donne tedesche. Un tedesco dall’aria istruita, la cui moglie ha ricevuta la visita dei nuovi arrivati, sta spiegando con gesti eloquenti e qualche parola di russo che la moglie oggi è stata già violentata da dieci soldati. La signora è presente». Potrei continuare con le citazioni, ma credo di aver dato un’idea di come è scritto questo libro.

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