lunedì 4 maggio 2015
Mitologie dell'America
Risvolto
«Nelle vene dell'America, che William Carlos Williams, uno dei
maggiori poeti americani del nostro secolo, compose circa quarant'anni
or sono, è tra i libri più singolari che siano mai stati dedicati
all'interpretazione di un paese e di una civiltà. Soccorso da una
immaginazione vibratile, Williams discende nelle profonde vene
dell'America: interroga gli eroi della sua storia, da Colombo fino a
Lincoln: raccoglie documenti, brani di diario, frammenti di
testimonianze e se ne appropria, come ori e gemme barbariche sul petto
di un conquistatore: alterna splendidi poemi in prosa, autobiografie
immaginarie di esploratori, bellissimi dialoghi, confessioni e violenti
sarcasmi. Alla fine di questa interrogazione, i volti diversi si
cancellano, i fatti storici si amalgamano, tutte le voci diventano le
sfumature di una voce sola. L'America di William Carlos Williams è un
unico, immenso corpo femminile, disteso tra due oceani, che possiede la
drammatica inesauribilità delle figure mitiche».
«Avevo cominciato a pensare di scrivere Nelle vene dell’America,
uno studio in cui avrei tentato di scoprire per me stesso che cosa
potesse significare la terra dove, più o meno accidentalmente, ero nato
... Il progetto era di entrare nella testa di alcuni fondatori o, se
volete, “eroi” americani, attraverso l’esame delle loro testimonianze.
Volevo che non ci fosse niente fra me e i documenti della loro vita: la
traduzione di una saga norvegese, The Long Island Book, il caso
di Eric il Rosso, sarebbero stati l’inizio; poi il diario di Colombo; le
lettere di Hernán Cortés a Filippo di Spagna; l’autobiografia di Daniel
Boone, e così via, fino a una lettera scritta da John Paul Jones a
bordo del Bon homme Richard dopo la sua battaglia con la Serapis». Così W.C. Williams avrebbe ricordato, nella sua Autobiografia,
il libro che qui si presenta, pubblicato per la prima volta nel 1925 e
ormai classico: un’opera che costituisce un genere a sé, l’autobiografia
di un continente, affidata a un medium proteico, che ‘entra nella
testa’ di conquistatori e vinti, puritani e avventurieri, bianchi e indios,
e altrettanto sa entrare nella linfa di una natura troppo ricca, «la
bellezza di orchidea del Nuovo Mondo», predestinata dal suo eccesso
intatto allo stupro e al saccheggio. Attraverso le tante storie, W.C.
Williams segue una parabola della storia occulta: come l’ultimo
continente altro della terra abbia attirato «inevitabilmente» la
vendetta da parte del mondo della storia, come questa vendetta si sia
poi riprodotta e ingigantita nel tempo, convogliando in una volontà
feroce di autodistruzione le forze smisurate del continente.
L’avvenimento centrale della storia americana si rivela così essere un
atto di violenza contro il suo fondo autoctono, quasi ritualmente
ripetuto in sempre nuove varianti dal tempo dei conquistatori a oggi.
Non
meno che nelle sue grandi liriche, W.C. Williams ha ritrovato in questo
libro il respiro dell’origine: tornando indietro nella storia ha fatto
risalire la parola verso la precaria perfezione del linguaggio che
nomina le cose per la prima volta.
Nelle vene dall’altra America dai gesuiti al sogno di Obama
Ripubblicato
il libro del poeta statunitense William Carlos Williams sulle radici
anti-puritane della nazione: un elogio del multiculturalismo
di Andrea Colombo La Stampa 3.5.15
Nelle vene dell’America scorre un sangue frutto di mille incroci. Per
William Carlos Williams è questa variegata multiformità a rendere ricco
il nuovo mondo. Lui, uno dei maggiori scrittori statunitensi del ’900,
lo sapeva bene. Era infatti nato nel New Jersey nel 1883 da padre
inglese e madre portoricana di origine in parte basca in parte ebraica,
un melting pot in miniatura. Non a caso battezzò il suo capolavoro
letterario del 1933, In the American Grain, Nelle vene dell’America. Un
grande affresco del nuovo mondo, un poema epico in prosa, ora
ripubblicato nella collana «Gli Adelphi» (pp. 312, €12).
Per mantenersi autonomo dalle cricche letterarie Williams preferì non
abbandonare la sua professione di pediatra fra i bambini dei ghetti
operai al di là del fiume Hudson. Eppure i suoi libri erano conosciuti
in tutto il mondo. Dottore di giorno, scrittore di notte. Amico di Ezra
Pound, James Joyce, Marcel Duchamp, non abbandonò mai i suoi piccoli
malati. Pur viaggiando e risiedendo spesso in Europa, rimase tenacemente
radicato in quell’America di cui conosceva pregi e difetti. Considerava
infatti il vecchio continente un luogo sterile, appesantito da secoli
di storia, incapace di nuovi slanci.
Anche nella sua scrittura cercava di far rivivere il gergo americano, la
parlata di strada dei centri urbani statunitensi, rimarcando il
distacco linguistico rispetto alla casa madre britannica. Un percorso
inverso rispetto a quello di T.S. Eliot che, nato a St.Louis, volle
farsi più inglese degli inglesi, abbracciò l’anglicanesimo e si dichiarò
«monarchico e classicista».
Tenacemente repubblicano in senso democratico e progressista, Williams
amava visceralmente quella nazione giovane e vivace, crogiolo di popoli e
culture. Era convinto tuttavia che l’America dovesse liberarsi da un
peccato originale che l’aveva appesantita sin dalle origini: il
puritanesimo. I padri pellegrini, i fondatori delle prime colonie, erano
animati da una religione fonte di accecante orgoglio e intransigente
purezza. Una purezza, per Williams, tutt’altro che positiva: l’ottusità
protestante non gli permetteva di vedere le meraviglie del mondo che
incontravano. Per loro l’indiano non esisteva: o diventava puritano o
andava spazzato via. E, similmente, la natura rigogliosa delle pianure,
foreste e montagne incontaminate nascondeva solo pericoli e minacce:
«Spaventati dagli indiani o dal soprannaturale, tremavano e commettevano
orrende atrocità in nome del loro credo».
Williams descrive le «spietate fustigazioni, i ceppi e le catene, le
multe, le prigionie, i digiuni forzati, le mani bruciate, le orecchie
tagliate e le uccisioni». Gli americani wasp di oggi preferiscono
dimenticare quelle terribili origini: «credono di non discendere da
nulla. Non vogliono vedere che ciò che cresce su queste radici.
Galleggiano, senza domande».
Ma c’è un’altra America, positiva, capace di immergersi nella natura e
nella cultura dei popoli indigeni, di farsi indiana tra gli indiani. E’
l’epopea dei gesuiti francesi nel Quebec, ad esempio, agli inizi del
’700 quella a cui Williams, pur non essendo cattolico, guarda con
ammirazione. Lo scrittore ripercorre la vita eroica e avventurosa di
Padre Sebastian Rasles, un religioso che visse solo 34 anni prima di
essere ucciso dagli inglesi. Un prete che imparò la lingua dei
pellerossa, ne abbracciò usi e costumi. E’ questo per Williams il vero
spirito americano: «Sarà come noi – creare, ibridare, incrociare i
pollini, non invece sterilizzare, temere, seccare, marcire». Williams
indica nel missionario cattolico l’esempio da seguire. «Tutto quello che
sarà nuovo in America dovrà essere antipuritano. Verrà da un’altra
radice. Verrà più dal cuore di Rasles».
Williams dopo la seconda guerra mondiale conoscerà il giusto coronamento
dei suoi sforzi per creare una nuova cultura americana: nel 1949 gli
verrà assegnata la cattedra di Poesia presso la Biblioteca del
Congresso. Una carica prestigiosa, subito però revocata: la caccia alle
streghe decretata dal maccartismo, un rinato puritanesimo anticomunista,
colpì anche lui, che pure aveva sempre criticato il marxismo. Le sue
opere che denunciavano i crimini dei primi coloni bianchi venivano
considerate sovversive.
Morirà nel 1963, lo stesso anno dell’assassinio di J.F.Kennedy. Gli
Stati Uniti stavano mutando il loro volto e andavano proprio nella
direzione indicata da Williams, anche per l’apporto di molti cattolici
progressisti, come le famiglie Kennedy e Cuomo. E ai nostri giorni il
successo di Obama è figlio di quello spirito innovatore,
post-ideologico, il nuovo mondo di mescolanze salutari e vivificanti
cantate quasi un secolo fa da un medico americano dalle molte radici.
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