lunedì 4 maggio 2015

Liberi servi & cordate di minoranza nel Partito di Repubblica

Liberi servi
Gustavo Zagrebelsky: Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l'enigma del potere, Einaudi, pagg. 298, euro 30

Risvolto
«L'Inquisitore e, con lui, gli inquisitori di ogni tempo e di ogni specie dicono di noi che, per la nostra costituzione psichica, siamo refrattari alla libertà e cosí giustificano - per il nostro bene - l'inquisizione. Per l'Inquisitore, questa è una constatazione. Per noi che leggiamo le sue parole, è una provocazione all'acquiescenza o alla resistenza. Per questo siamo messi di fronte a una scelta che presuppone un'opera di autocoscienza».

Dostoevskij tornò da un viaggio a Londra profondamente turbato: invece di cogliervi il brivido luminoso del progresso - erano i giorni della prima Esposizione universale - aveva scoperto che in quella città regnava l'irrimediabile solitudine e la rassegnata disperazione di un'umanità sottomessa. Aveva sperimentato il trauma immedicabile della profezia: affacciatosi sul futuro, aveva passeggiato nel cantiere del mondo d'oggi per ritrarsene spaventato. Questa illuminazione mediante le tenebre avrebbe trovato felice compimento nel capitolo dei Fratelli Karamazov dedicato al Grande Inquisitore. In esso Dostoevskij affronta temi cruciali che riguardano la filosofia morale, la politica, la filosofia della storia e della religione: pagine taglienti di grande letteratura, in grado di scavare nell'animo umano senza schermi o mediazioni. Con lucida passione, questo libro coglie ogni aspetto del celebre testo, inquadrandolo dapprima all'interno dell'opera e della poetica dello scrittore russo, per metterlo poi in relazione con il pensiero politico della modernità, approfondendo infine le tante riflessioni che da esso scaturiscono. All'autore interessano soprattutto gli aspetti legati alla teoria del potere; e nel monologare dell'Inquisitore di fronte al Cristo silenzioso - fino all'enigmatico bacio finale - ritrova numerosi e sbalorditivi agganci con il nostro tempo presente, che per molti aspetti sembra dare compimento al cinico nichilismo dell'Inquisitore: su tutti, la tendenza degli uomini ad accettare di vedersi sottrarre la vera libertà scambiandola per quella misera e obbediente di un apatico conformismo.
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«Nel punto in cui, con l'annuncio di propositi suicidi, culmina il disgusto di Ivàn Karamazov per il male assurdo e ingiustificato del mondo, illustrato con brevi e sconvolgenti quadri della malvagità umana tratti non dalla fantasia ma dall'osservazione, Dostoevskij introduce l'atto d'accusa contro il Cristo, responsabile di tanta afflizione. L'Inquisitore propone l'inquisizione come rimedio, come medicina efficace per estirpare la causa del male che affligge l'umanità. La causa è la libertà. "Sei venuto a portare nel mondo la libertà. Ma la libertà, per le tue creature, è solo impazienza e sofferenza. È un dono, ma avvelenato". Si può restare indifferenti di fronte a una tale sentenza? No, non si può. Essa contiene, sí, una condanna del Cristo ma la condanna presuppone una concezione della natura umana. L'Inquisitore e, con lui, gli inquisitori di ogni tempo e di ogni specie dicono di noi che, per la nostra costituzione psichica, siamo refrattari alla libertà e cosí giustificano - per il nostro bene - l'inquisizione. Per l'Inquisitore, questa è una constatazione. Per noi che leggiamo le sue parole, è una provocazione all'acquiescenza o alla resistenza. Per questo siamo messi di fronte a una scelta che presuppone un'opera di autocoscienza».                           


Quel sentimento di libertà che nasce dal silenzio e dalla bellezzaDalla Leggenda del Grande Inquisitore ai rischi che corrono le moderne democrazie. Il nuovo saggio di Gustavo Zagrebelsky


di Vito Mancuso Repubblica 4.5.15
La Leggenda del Grande Inquisitore di Fëdor Dostoevskij è ambientata a Siviglia all’indomani di un immenso rogo con più di cento eretici bruciati. Il Cristo è tornato sulla terra ed è riconosciuto dalla folla festante, ma viene fatto prontamente arrestare dal cardinale Grande Inquisitore, il quale poi in piena notte si reca da lui e gli rivolge un lungo discorso per sostenere il merito della correzione della sua opera da parte del potere ecclesiastico al fine di renderla veramente adeguata al governo degli uomini, perché questi, contrariamente a quanto riteneva Cristo, non vogliono essere liberi ma anelano a trovare al più presto qualcuno cui consegnare il dono insidioso della libertà. Dice l’Inquisitore al Cristo: «Abbiamo corretto la tua opera fondandola sul miracolo, sul mistero e sull’autorità».


Ma ha ragione l’Inquisitore a sostenere che gli uomini non vogliono essere liberi oppure la sua tesi è un ennesimo inganno del potere per giustificare se stesso? Gli uomini vogliono o non vogliono essere liberi? E se lo vogliono, perché c’è il potere? E se non lo vogliono, perché l’ideale della libertà ha tanto fascino su di loro?
Questo nodo concettuale è all’origine dell’ossimoro che fa da titolo al nuovo libro di Gustavo Zagrebelsky, Liberi servi . Può un servo essere libero? E può un uomo libero desiderare di essere servo? Il sottotitolo, L’enigma del potere, rimanda così all’enigma più radicale della libertà di cui il potere è controllo e senza cui non esisterebbe. Ma ancora una volta: che cosa rappresenta per l’essere umano la libertà? È il suo bene più caro o un peso di cui liberarsi? E chi ha ragione: il Cristo che vuole gli uomini liberi, oppure l’Inquisitore che «per il loro bene» si prefigge di liberarli dalla libertà?
Sono mirabili le analisi sul testo di Dostoevskij condotte da Zagrebelsky in pagine dense di pensiero e di erudizione eppure mai pesanti o compiaciute ma sempre al servizio dell’intelligenza del lettore. Le si può paragonare a una cascata di variazioni musicali, “Variazioni Dostoevskij”, si potrebbe dire ispirandosi a Bach. E come nelle Variazioni Goldberg c’è un’aria principale cui seguono trenta composizioni tra loro legate ma al contempo indipendenti, così nel libro di Zagrebelsky al centro c’è l’analisi della Leggenda da cui si dipartono riflessioni sul senso della politica, del potere, della religione, della bellezza. Il vertice è raggiunto quando l’autore si chiede chi sia oggi il Grande Inquisitore. Quale potenza oggi amministra «le uniche tre forze capaci di vincere e soggiogare per sempre la co- scienza di questi deboli ribelli», cioè «il miracolo, il mistero, l’autorità»? Quali sono i miracoli, i misteri e l’autorità di cui gli umani oggi si nutrono a spese della libertà?
In Occidente l’Inquisitore non veste più ricchi abiti cardinalizi né il ruvido saio francescano, servono ben altri paramenti per sedurre la sensibilità contemporanea. Così Zagrebelsky: «La tecnologia e il laboratorio, alimentati dalla finanza, saranno forse la fucina dell’essere umano liberato dalla libertà e programmato per essere docile o aggressivo a seconda delle circostanze. I dodicimila per ogni generazione (cioè gli assistenti dell’Inquisitore) saranno forse questi diafani tecnici in camice bianco che maneggiamo provette e denaro».
Siamo al cospetto del problema della libertà, trattato qui non chiedendosi se la libertà esista o no, perché Dostoevskij, e con lui Zagrebelsky, non hanno dubbi nel respingere il determinismo che riconduce l’essere umano all’ambiente o ai geni e nell’affermare che gli umani sono liberi, se non altro lo dimostra l’esistenza della noia, che in loro non sorgerebbe se fossero del tutto determinati, ma che, sorgendo, segnala la reale frattura tra ambiente e individui e la libertà di questi ultimi. Il problema della libertà è trattato piuttosto sotto il profilo politico: che farne? come utilizzarla? alimentarla vivendo nell’inquietudine o consegnarla trovando spensieratezza?
Per l’Inquisitore gli umani non sanno reggere il peso della libertà e per questo gridano: «Salvateci da noi stessi». Commenta Zagrebelsky: «Questa è la grande scoperta di teoria politica: chi toglie agli esseri umani la libertà non agisce contro, ma secondo natura… si basa su una propensione istintuale, la mediocrità, l’istinto del gregge». Si tratta della «rivelazione dell’ultima verità del mondo degli umani, una verità terribile e oscena ».
Non rassegnandosi a ciò, Zagrebelsky lancia un grido di allarme e offre al contempo l’indicazione di una possibile salvezza. L’allarme è dato dal fatto che «l’umanità si è cacciata senza accorgersene in un meccanismo che la sta distruggendo strangolando la sua libertà». Tale situazione-capestro si concretizza in imminenti catastrofi: ecologica (da cui la necessità di ripensare la Terra come organismo vivente), politica (la fine della progettualità e l’adeguazione alla logica della governance o della stabilità fine a se stessa), sociale (il Palazzo di cri- stallo, la Torre di Babele, il gregge, il formicaio mondiale), spirituale (la fine del libero pensiero e l’uomo trasformato da artefice in artefatto).
La liberazione proposta da Zagrebelsky è a prima vista decisamente impolitica: «Silenzio, solitudine, buio», una ricetta adeguata per la vita interiore ma ben poco efficace per la vita esteriore, mentre la politica, come scrive lo stesso autore, vive dell’accordo tra le due dimensioni: «Il problema politico è tutto qui: come accordare l’interiorità con l’esteriorità… facendo sì che ciò che sta nelle coscienze, l’ éthos, collimi con ciò che sta nel potere, il kratos ». In realtà perché vi possa essere accordo occorre che prima vi sia vita interiore, in assenza della quale la politica è ridotta a mera amministrazione.
Per questo la proposta densa di interiorità di Zagrebelsky ha una grande valenza politica. Scrive: «Il silenzio è il punto di partenza da cui si può iniziare un’opera di costruzione autonoma della coscienza». È il primato della dimensione spirituale della vita, da intendersi non in opposizione alla prassi ma come posizionamento consapevole di sé in rapporto al mondo: «Fare silenzio non significa tagliare i ponti dalla realtà, ma sottrarsi alla pressione esteriore condizionante che annulla l’autonomia del proprio pensare».
Ma c’è una novità: oltre alla valenza politica il silenzio assume in Zagrebelsky anche un’inedita valenza spirituale, quando scrive che da esso «può nascere una vibrazione all’unisono in cui si è se stessi e, contemporaneamente, immersi in una totalità: una totalità che non ci è estranea e che non ci guarda beffarda, ma che ci tende la mano amica, come una promessa, una primizia». Parole che descrivono alla perfezione l’esperienza umile e discreta della mistica in quanto unione. Con chi? Risponde l’autore: «In mancanza d’altro nome, quest’unità possiamo chiamarla, nella lingua della nostra cultura, dio, deus sive natura , essere».
Per Zagrebelsky la salvezza dalla massificazione degli Inquisitori d’ogni tempo e d’ogni divisa passa dall’esperienza della bellezza, «la bellezza pacificata dell’armonia » che è «giustezza di rapporti». Scrive: «La bellezza è in rapporto con la giustizia e la giustizia può davvero salvare il mondo». Anche qui però egli va al di là della semplice dimensione politica: «È qualcosa che avvertiamo familiare quando la calma tra dentro e fuori dell’essere entra in noi, ma che, al tempo stesso, ci sorprende come la scoperta o la riscoperta di qualcosa che avevamo perduto. Questo è ciò che dà speranza di “salvazione” e che ci pacifica con noi stessi e con il mondo». E ancora: «La pace non è nella natura degli uomini presi singolarmente; è invece nel rapporto con la natura del mondo, cioè del creato. Con un passo in più si può dire che l’essere umano sarà salvato quando… s’immerge e si confonde nella bellezza del creato. Questo rappresenta la filocalía… sentire la presenza della divinità nella bellezza del mondo». È, conclude, «l’armonia dell’universo — ciò che Dostoevskij chiama Dio».


A partire dalla Leggenda del Grande Inquisitore il libro di Zagrebelsky offre un’analisi di tutta l’opera dostoevskjiana collocandosi tra le sue grandi interpretazioni filosofiche, accanto a Rozanov, Berdjaev, Thomas Mann, George Steiner, Evdokimov, Pierre Pascal, Pareyson, Givone. Il suo libro è critica letteraria e insieme trattato filosofico e politico. In esso emerge anche una vena di mistica naturale finora inedita in Zagrebelsky e che rende il suo libro ancor più dostoevskijano. 


In nome di Dostoevskij ribelliamoci a un mondo docile 
Un saggio sul Grande Inquisitore e l’enigma del potere per un essere umano che non sia liberato dalla sua libertà 

Enzo Bianchi Tuttolibri 20 6 2015

È forse possibile esporre e interpretare Dostoevskij senza interloquire continuamente nel discorso? Parlare di lui senza parlare con lui? È questo tipo di fedeltà che egli richiede». Le parole di Luigi Pareyson citate da Gustavo Zagrebelsky nella premessa del suo Liberi servi, danno il tono di un testo denso e affascinante su «Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere». È infatti un continuo andirivieni tra gli scritti del gigante della letteratura russa che accompagna sempre il lettore: uno coglie l’attualità etica o politica di un passo della Leggenda del Grande Inquisitore e viene trasportato al cuore de
I Fratelli Karamazov e, da lì, immerso nell’intera opera e nella vita stessa di Dostoevskij e della Russia del suo tempo, anzi, è ricondotto al cuore dell’umanità di ogni tempo. Per poi dover ritornare a quella scena indimenticabile del bacio silenzioso di Gesù prigioniero al Grande Inquisitore.
Zagrebelsky si cimenta da par suo con un’impresa straordinaria: non tanto leggere e interpretare una volta di più quell’archetipo sulla libertà e la servitù umane, quanto scavare nel percorso esistenziale dell’autore russo per intessere con quelle pagine e con il loro autore un dialogo fecondo sull’animo umano e sulla civiltà contemporanea. Davvero Dostoevskij non lo si legge: si discute con lui e, grazie a lui, si discute con se stessi e tra noi. Le trecento fitte pagine di Zagrebelsky ci intrigano fin dai titoli che ne scandiscono le parti e i capitoli: ciascuno dischiude un mondo interiore e collettivo, richiede riflessione per assimilarne la portata, pone domande (una dozzina di incipit recano il punto interrogativo), interpella il lettore in prima persona. Si ha come l’impressione che l’autore di Liberi servi abbia fatto proprio lo schema dialogico autore-lettore così adatto a Dostoevskij: leggiamo una pagina e vorremmo telefonare all’autore, inviargli un’osservazione, suggerirgli un’aggiunta. Poi, poche pagine più avanti, troviamo nero su bianco quello che avevamo creduto essere il nostro personalissimo punto di vista…
Certo, il bagaglio professionale ed esistenziale di Zagrebelsky – già professore di Diritto costituzionale e presidente della Corte costituzionale, sempre in prima fila per la difesa dei diritti umani – lo porta a privilegiare le ricadute del pensiero dostoevskijano sull’etica pubblica e sulla gestione del potere, ma non viene mai meno quell’afflato spirituale che attraversa le pagine dell’autore russo. Del resto lo scandaglio dell’animo umano che Dostoevskij opera con tragica sapienza nel suo romanzo è attualissimo anche nella nostra società postindustriale e liquida. Un altro sapiente interprete di Dostoevskij, Rowan Williams, arcivescovo emerito di Canterbury, ha giustamente osservato che «terrorismo, abuso di minori, assenza dei padri e frammentazione della famiglia, secolarizzazione e sessualizzazione della cultura, futuro delle democrazie liberali, scontro tra culture e natura dell’identità nazionale «sembrano proprie di questo travagliato inizio del XXI secolo, ma in realtà sono pressoché onnipresenti nell’opera di Dostoevskij».
Ma l’approccio eminentemente politico in senso alto con cui Zagrebelsky affronta il pensiero di Dostoevskij concentrato nel racconto del Grande Inquisitore non trascura la profonda portata spirituale di un’opera che non cessa di interpellare ogni cercatore di senso e di etica: il rapporto tra Cristo e la verità; come credere in un Dio che è la fonte di ispirazione per una santa ribellione contro le sofferenze umane e, al contempo, l’origine prima di un mondo in cui queste sofferenze hanno luogo; come conciliare un Vangelo annunciato ai poveri e i piccoli con le sue esigenze quasi impossibili da soddisfare; come reagire all’«oppressione che suscita desiderio d’oppressione»; come leggere miserie e grandezze dell’essere umano a partire dalla categoria biblica dell’immagine e somiglianza di Dio?
È proprio questa alta tensione spirituale che porta Zagrebelsky a ribadire in conclusione dell’opera quella sua «idea, così ingenuamente astratta, di un ritorno all’interiorità per contrastare l’omologazione crescente delle nostre società». Idea astratta, forse, ma portatrice di senso e di potenzialità immense per resistere a «tecnologia e laboratorio, alimentati dalla finanza» che vorrebbero produrre «l’essere umano liberato dalla libertà e programmato per essere docile o aggressivo a seconda delle circostanze». Che sia proprio questa interiorità ritrovata la forza che ispirava l’autore del Siracide quando profetizzava: «uomini liberi serviranno un servo sapiente»? Abbiamo bisogno anche oggi di persone libere che liberamente e reciprocamente si mettono a servizio di una «sapienza» di vita, di una vita sapida, gustosa per tutti.
* Priore della comunità di Bose

La trappola della servitù volontaria 
Saggi. «Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere», un denso e avvincente saggio di Gustavo Zagrebelsky per Einaudi 
Paolo Ercolani Manifesto 29.10.2015, 0:20 
Il più inquie­tante ed oscuro giallo della vicenda umana ha come trama fon­da­men­tale il potere. Un giallo che per troppo tempo, e forse ancora oggi, ci si è illusi di sve­lare con­cen­trando l’attenzione prin­ci­pal­mente (quando non sol­tanto) su quelli che Tacito chia­mava i misteri del potere (arcana impe­rii). Come se que­sti dise­gni miste­riosi doves­sero pro­ve­nire, ipso facto, da una realtà già costi­tuita che si avvale di quella sua forza per sot­to­met­tere delle vit­time ignare e impotenti. 
Eppure il vero mec­ca­ni­smo segreto che costi­tui­sce il potere e lo rende sovrano, avviene quando esso non è ancora tale (almeno non in forma com­piuta), gra­zie a una sor­pren­dente alleanza con quello che si rivela il com­plice più for­mi­da­bile, impen­sa­bile ed effi­cace del potere stesso. Quello che, in un giallo per­fetto, si rivela essere il vero col­pe­vole che abbiamo avuto sem­pre sotto gli occhi senza riu­scire a scor­gerlo mai. Per­ché come sape­vano bene gli anti­chi, a par­tire da Omero e dal suo Tire­sia, coloro che sanno vedere oltre e lon­tano, in un mondo oscu­rato dai bagliori del potere e dei suoi cori­fei, sono pro­prio i cie­chi. Men­tre invece i nostri occhi sono abba­ci­nati da fin troppe luci fastose e spet­ta­co­lari, ed è in que­sta orgia di imma­gini velanti che, lo dimen­ti­chiamo volen­tieri, gli occhi diven­tano orbi anche per la troppa luce, oltre che per il buio (Pla­tone, mito della caverna). 

In nome della sicurezza 
È in quella felice dimen­ti­canza che un esperto let­tore di gialli indi­vi­due­rebbe l’indizio fon­da­men­tale per scor­gere il miste­rioso col­pe­vole. Già, ma allora chi è que­sto segreto, impen­sa­bile, con­tro­verso com­plice del Potere, che lo aiuta a costi­tuirsi a guisa di un idolo i cui dogmi diven­tano indi­scu­ti­bili e impe­ne­tra­bili? La vit­tima. Noi stessi. L’essere umano, che stando all’insegnamento di Freud rinun­cia pre­sto e volen­tieri a quella che è una delle cause mag­giori della sua angu­stia ed inquie­tu­dine. La libertà. A cui l’uomo rinun­cia in cam­bio della sicu­rezza. Di una tutela supe­riore che gli può essere for­nita da un potere vis­suto come onni­sciente e onni­po­tente pro­prio per­ché siamo stati noi a con­ce­der­gli le chiavi tanto della nostra anima quanto del nostro corpo. Una vicenda che affonda le sue radici nella notte dei tempi, quella del potere a cui l’uomo si sot­to­mette per scelta con­sa­pe­vole e ago­gnata. Ma che rag­giunge la sua apo­teosi con­cet­tuale e let­te­ra­ria nella Leg­genda del Grande Inqui­si­tore, nar­rata da Dostoe­v­skij in un capi­tolo memo­ra­bile e con­tro­verso del suo I fra­telli Kara­ma­zov. 
A rico­struire tale vicenda della mise­ria umana di fronte al potere, incen­tran­dola sul dia­logo dell’Inquisitore con Gesù, decli­nato al tempo stesso a guisa di costante ter­mine di para­gone e apo­teosi della vicenda stessa, è Gustavo Zagre­bel­sky in un sapiente e denso volume come Liberi servi. Il Grande Inqui­si­tore e l’enigma del potere (Einaudi, pp. 292, euro 30). Volume, sia detto per inciso, il cui difetto più grande e forse unico è attri­bui­bile all’editore, che lo ha stam­pato senza indice tema­tico né dei nomi, spo­glio di quella cura edi­to­riale che sarebbe neces­sa­ria (e anche red­di­ti­zia) per un testo così importante. 
Che l’uomo si sia sem­pre sot­to­messo al potere in seguito a una scelta ragio­nata, è un fatto che l’autore rico­strui­sce con inne­ga­bile mae­stria. Ma a sor­pren­dere è l’inquietante salto qua­li­ta­tivo che avver­tiamo tra le pagine del grande scrit­tore russo. Sì, per­ché in lui non leg­giamo più di un uomo la cui aspi­ra­zione mas­sima è la libertà, di cui pure è dispo­sto a sacri­fi­carne una parte in favore di un potere che gli garan­ti­sca anche pro­te­zione. Bensì la sto­ria, ine­nar­ra­bile, incon­ce­pi­bile, per­fet­ta­mente capace di negare inte­gral­mente l’immagine illu­mi­ni­stica che vogliamo avere dell’essere umano, è quella di un uomo che per natura è por­tato a rifug­gire la libertà. Il suo è un vero e pro­prio ane­lito all’addomesticamento, alla ser­vitù volon­ta­ria e dispen­sa­trice di ogni insi­diosa e disa­ge­vole responsabilità. 

Il palazzo di cristallo 
Da que­ste fon­da­menta sot­ter­ra­nee e per troppo tempo tenute all’oscuro, si erge il grande «palazzo di cri­stallo» del vero potere. Quello che togliendo agli uomini la libertà si mostra loro (e viene da essi rispet­tato) a guisa di un bene­fat­tore che ese­gue i det­tami della natura. A dif­fe­renza di quel Cri­sto che invece, col suo lot­tare per la libertà dell’uomo e in gene­rale per affer­mare i valori dell’umanità, si rivela il vero nemico del genere umano, colui che lo grava del peso più tra­gico e insostenibile. 
Quella di Dostoe­v­skij si rivela a tutti gli effetti come una potente e oscena tras-valutazione di tutti i valori in forma let­te­ra­ria (su fon­da­menti molto simili rispetto a quella che Nie­tzsche stava com­piendo in forma filosofica). 
Al Cri­sto che si pre­sen­tava come «la Verità» («ego sum veri­tas») il Pilato ammi­rato da Nie­tzsche rispon­deva in maniera bef­farda: «Quid est veri­tas?» (che cosa è verità?). Al Cri­sto silente di Dostoe­v­skij, invece, l’Inquisitore tor­men­tato (per­ché è lui a farsi carico della tra­gica verità del genere umano) imputa una colpa ori­gi­na­ria e ine­men­da­bile: aver con­dan­nato l’umanità a quella libertà da cui lui, per il bene dell’umanità stessa, si è dato il com­pito di libe­rarla.
In que­sto modo, secondo Zagre­bel­sky, Dostoe­v­skij mette in scena il momento fon­da­tivo e ori­gi­na­rio del potere come lo cono­sciamo oggi. Ossia un potere (che Michel Fou­cault avrebbe defi­nito «gover­na­men­tale») tecno-finanziario, che si fa amare dalle sue stesse vit­time per­ché regala loro il grande spet­ta­colo della fin­zione illu­so­ria ma ras­si­cu­rante. Per­ché non governa con­tro la libertà, ma per mezzo di quella stessa libertà che gli uomini non vogliono e che quindi li spinge a con­for­marsi auto­no­ma­mente a deter­mi­nate norme. 
In cui essi, alla stre­gua di «negri bian­chi», si sot­to­met­tono total­mente ai dogmi del «potere pasto­rale» in cam­bio della «carità orga­niz­zata», cioè della pos­si­bi­lità di con­su­mare i frutti del pro­prio lavoro nei grandi «palazzi di cri­stallo» che oggi sono i cen­tri com­mer­ciali. Oppure di diver­tirsi tra le maglie iso­lanti e mas­si­fi­canti al tempo stesso della grande Rete virtuale. 
Quello di Zagre­bel­sky è un libro che, con den­sità di rife­ri­menti, sapienza e chia­rezza di lin­guag­gio, rac­conta lo scan­dalo indi­ci­bile del mondo umano. Segre­ta­mente desi­de­roso di ven­dere al Dia­volo la pro­pria figlia pri­mo­ge­nita. Libertà.

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