La Leggenda del Grande Inquisitore di Fëdor Dostoevskij è ambientata a Siviglia all’indomani di un immenso rogo con più di cento eretici bruciati. Il Cristo è tornato sulla terra ed è riconosciuto dalla folla festante, ma viene fatto prontamente arrestare dal cardinale Grande Inquisitore, il quale poi in piena notte si reca da lui e gli rivolge un lungo discorso per sostenere il merito della correzione della sua opera da parte del potere ecclesiastico al fine di renderla veramente adeguata al governo degli uomini, perché questi, contrariamente a quanto riteneva Cristo, non vogliono essere liberi ma anelano a trovare al più presto qualcuno cui consegnare il dono insidioso della libertà. Dice l’Inquisitore al Cristo: «Abbiamo corretto la tua opera fondandola sul miracolo, sul mistero e sull’autorità».
lunedì 4 maggio 2015
Liberi servi & cordate di minoranza nel Partito di Repubblica
Gustavo Zagrebelsky: Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l'enigma del potere, Einaudi, pagg. 298, euro 30
Risvolto
«L'Inquisitore e, con lui, gli inquisitori di ogni tempo e di ogni
specie dicono di noi che, per la nostra costituzione psichica, siamo
refrattari alla libertà e cosí giustificano - per il nostro bene -
l'inquisizione. Per l'Inquisitore, questa è una constatazione. Per noi
che leggiamo le sue parole, è una provocazione all'acquiescenza o alla
resistenza. Per questo siamo messi di fronte a una scelta che presuppone
un'opera di autocoscienza».
Dostoevskij tornò da un viaggio a Londra profondamente turbato: invece
di cogliervi il brivido luminoso del progresso - erano i giorni della
prima Esposizione universale - aveva scoperto che in quella città
regnava l'irrimediabile solitudine e la rassegnata disperazione di
un'umanità sottomessa. Aveva sperimentato il trauma immedicabile della
profezia: affacciatosi sul futuro, aveva passeggiato nel cantiere del
mondo d'oggi per ritrarsene spaventato. Questa illuminazione mediante le
tenebre avrebbe trovato felice compimento nel capitolo dei Fratelli Karamazov
dedicato al Grande Inquisitore. In esso Dostoevskij affronta temi
cruciali che riguardano la filosofia morale, la politica, la filosofia
della storia e della religione: pagine taglienti di grande letteratura,
in grado di scavare nell'animo umano senza schermi o mediazioni. Con
lucida passione, questo libro coglie ogni aspetto del celebre testo,
inquadrandolo dapprima all'interno dell'opera e della poetica dello
scrittore russo, per metterlo poi in relazione con il pensiero politico
della modernità, approfondendo infine le tante riflessioni che da esso
scaturiscono. All'autore interessano soprattutto gli aspetti legati alla
teoria del potere; e nel monologare dell'Inquisitore di fronte al
Cristo silenzioso - fino all'enigmatico bacio finale - ritrova numerosi e
sbalorditivi agganci con il nostro tempo presente, che per molti
aspetti sembra dare compimento al cinico nichilismo dell'Inquisitore: su
tutti, la tendenza degli uomini ad accettare di vedersi sottrarre la
vera libertà scambiandola per quella misera e obbediente di un apatico
conformismo.
***
«Nel punto in cui, con l'annuncio di propositi suicidi, culmina il
disgusto di Ivàn Karamazov per il male assurdo e ingiustificato del
mondo, illustrato con brevi e sconvolgenti quadri della malvagità umana
tratti non dalla fantasia ma dall'osservazione, Dostoevskij introduce
l'atto d'accusa contro il Cristo, responsabile di tanta afflizione.
L'Inquisitore propone l'inquisizione come rimedio, come medicina
efficace per estirpare la causa del male che affligge l'umanità. La
causa è la libertà. "Sei venuto a portare nel mondo la libertà. Ma la
libertà, per le tue creature, è solo impazienza e sofferenza. È un dono,
ma avvelenato". Si può restare indifferenti di fronte a una tale
sentenza? No, non si può. Essa contiene, sí, una condanna del Cristo ma
la condanna presuppone una concezione della natura umana. L'Inquisitore
e, con lui, gli inquisitori di ogni tempo e di ogni specie dicono di noi
che, per la nostra costituzione psichica, siamo refrattari alla libertà
e cosí giustificano - per il nostro bene - l'inquisizione. Per
l'Inquisitore, questa è una constatazione. Per noi che leggiamo le sue
parole, è una provocazione all'acquiescenza o alla resistenza. Per
questo siamo messi di fronte a una scelta che presuppone un'opera di
autocoscienza».
Quel sentimento di libertà che nasce dal silenzio e dalla bellezzaDalla Leggenda del Grande Inquisitore ai rischi che corrono le moderne democrazie. Il nuovo saggio di Gustavo Zagrebelsky
di Vito Mancuso Repubblica 4.5.15
La Leggenda del Grande Inquisitore di Fëdor Dostoevskij è ambientata a Siviglia all’indomani di un immenso rogo con più di cento eretici bruciati. Il Cristo è tornato sulla terra ed è riconosciuto dalla folla festante, ma viene fatto prontamente arrestare dal cardinale Grande Inquisitore, il quale poi in piena notte si reca da lui e gli rivolge un lungo discorso per sostenere il merito della correzione della sua opera da parte del potere ecclesiastico al fine di renderla veramente adeguata al governo degli uomini, perché questi, contrariamente a quanto riteneva Cristo, non vogliono essere liberi ma anelano a trovare al più presto qualcuno cui consegnare il dono insidioso della libertà. Dice l’Inquisitore al Cristo: «Abbiamo corretto la tua opera fondandola sul miracolo, sul mistero e sull’autorità».
La Leggenda del Grande Inquisitore di Fëdor Dostoevskij è ambientata a Siviglia all’indomani di un immenso rogo con più di cento eretici bruciati. Il Cristo è tornato sulla terra ed è riconosciuto dalla folla festante, ma viene fatto prontamente arrestare dal cardinale Grande Inquisitore, il quale poi in piena notte si reca da lui e gli rivolge un lungo discorso per sostenere il merito della correzione della sua opera da parte del potere ecclesiastico al fine di renderla veramente adeguata al governo degli uomini, perché questi, contrariamente a quanto riteneva Cristo, non vogliono essere liberi ma anelano a trovare al più presto qualcuno cui consegnare il dono insidioso della libertà. Dice l’Inquisitore al Cristo: «Abbiamo corretto la tua opera fondandola sul miracolo, sul mistero e sull’autorità».
Ma ha ragione l’Inquisitore a sostenere che gli uomini non vogliono
essere liberi oppure la sua tesi è un ennesimo inganno del potere per
giustificare se stesso? Gli uomini vogliono o non vogliono essere
liberi? E se lo vogliono, perché c’è il potere? E se non lo vogliono,
perché l’ideale della libertà ha tanto fascino su di loro?
Questo nodo concettuale è all’origine dell’ossimoro che fa da titolo al
nuovo libro di Gustavo Zagrebelsky, Liberi servi . Può un servo essere
libero? E può un uomo libero desiderare di essere servo? Il sottotitolo,
L’enigma del potere, rimanda così all’enigma più radicale della libertà
di cui il potere è controllo e senza cui non esisterebbe. Ma ancora una
volta: che cosa rappresenta per l’essere umano la libertà? È il suo
bene più caro o un peso di cui liberarsi? E chi ha ragione: il Cristo
che vuole gli uomini liberi, oppure l’Inquisitore che «per il loro bene»
si prefigge di liberarli dalla libertà?
Sono mirabili le analisi sul testo di Dostoevskij condotte da
Zagrebelsky in pagine dense di pensiero e di erudizione eppure mai
pesanti o compiaciute ma sempre al servizio dell’intelligenza del
lettore. Le si può paragonare a una cascata di variazioni musicali,
“Variazioni Dostoevskij”, si potrebbe dire ispirandosi a Bach. E come
nelle Variazioni Goldberg c’è un’aria principale cui seguono trenta
composizioni tra loro legate ma al contempo indipendenti, così nel libro
di Zagrebelsky al centro c’è l’analisi della Leggenda da cui si
dipartono riflessioni sul senso della politica, del potere, della
religione, della bellezza. Il vertice è raggiunto quando l’autore si
chiede chi sia oggi il Grande Inquisitore. Quale potenza oggi amministra
«le uniche tre forze capaci di vincere e soggiogare per sempre la co-
scienza di questi deboli ribelli», cioè «il miracolo, il mistero,
l’autorità»? Quali sono i miracoli, i misteri e l’autorità di cui gli
umani oggi si nutrono a spese della libertà?
In Occidente l’Inquisitore non veste più ricchi abiti cardinalizi né il
ruvido saio francescano, servono ben altri paramenti per sedurre la
sensibilità contemporanea. Così Zagrebelsky: «La tecnologia e il
laboratorio, alimentati dalla finanza, saranno forse la fucina
dell’essere umano liberato dalla libertà e programmato per essere docile
o aggressivo a seconda delle circostanze. I dodicimila per ogni
generazione (cioè gli assistenti dell’Inquisitore) saranno forse questi
diafani tecnici in camice bianco che maneggiamo provette e denaro».
Siamo al cospetto del problema della libertà, trattato qui non
chiedendosi se la libertà esista o no, perché Dostoevskij, e con lui
Zagrebelsky, non hanno dubbi nel respingere il determinismo che
riconduce l’essere umano all’ambiente o ai geni e nell’affermare che gli
umani sono liberi, se non altro lo dimostra l’esistenza della noia, che
in loro non sorgerebbe se fossero del tutto determinati, ma che,
sorgendo, segnala la reale frattura tra ambiente e individui e la
libertà di questi ultimi. Il problema della libertà è trattato piuttosto
sotto il profilo politico: che farne? come utilizzarla? alimentarla
vivendo nell’inquietudine o consegnarla trovando spensieratezza?
Per l’Inquisitore gli umani non sanno reggere il peso della libertà e
per questo gridano: «Salvateci da noi stessi». Commenta Zagrebelsky:
«Questa è la grande scoperta di teoria politica: chi toglie agli esseri
umani la libertà non agisce contro, ma secondo natura… si basa su una
propensione istintuale, la mediocrità, l’istinto del gregge». Si tratta
della «rivelazione dell’ultima verità del mondo degli umani, una verità
terribile e oscena ».
Non rassegnandosi a ciò, Zagrebelsky lancia un grido di allarme e offre
al contempo l’indicazione di una possibile salvezza. L’allarme è dato
dal fatto che «l’umanità si è cacciata senza accorgersene in un
meccanismo che la sta distruggendo strangolando la sua libertà». Tale
situazione-capestro si concretizza in imminenti catastrofi: ecologica
(da cui la necessità di ripensare la Terra come organismo vivente),
politica (la fine della progettualità e l’adeguazione alla logica della
governance o della stabilità fine a se stessa), sociale (il Palazzo di
cri- stallo, la Torre di Babele, il gregge, il formicaio mondiale),
spirituale (la fine del libero pensiero e l’uomo trasformato da artefice
in artefatto).
La liberazione proposta da Zagrebelsky è a prima vista decisamente
impolitica: «Silenzio, solitudine, buio», una ricetta adeguata per la
vita interiore ma ben poco efficace per la vita esteriore, mentre la
politica, come scrive lo stesso autore, vive dell’accordo tra le due
dimensioni: «Il problema politico è tutto qui: come accordare
l’interiorità con l’esteriorità… facendo sì che ciò che sta nelle
coscienze, l’ éthos, collimi con ciò che sta nel potere, il kratos ». In
realtà perché vi possa essere accordo occorre che prima vi sia vita
interiore, in assenza della quale la politica è ridotta a mera
amministrazione.
Per questo la proposta densa di interiorità di Zagrebelsky ha una grande
valenza politica. Scrive: «Il silenzio è il punto di partenza da cui si
può iniziare un’opera di costruzione autonoma della coscienza». È il
primato della dimensione spirituale della vita, da intendersi non in
opposizione alla prassi ma come posizionamento consapevole di sé in
rapporto al mondo: «Fare silenzio non significa tagliare i ponti dalla
realtà, ma sottrarsi alla pressione esteriore condizionante che annulla
l’autonomia del proprio pensare».
Ma c’è una novità: oltre alla valenza politica il silenzio assume in
Zagrebelsky anche un’inedita valenza spirituale, quando scrive che da
esso «può nascere una vibrazione all’unisono in cui si è se stessi e,
contemporaneamente, immersi in una totalità: una totalità che non ci è
estranea e che non ci guarda beffarda, ma che ci tende la mano amica,
come una promessa, una primizia». Parole che descrivono alla perfezione
l’esperienza umile e discreta della mistica in quanto unione. Con chi?
Risponde l’autore: «In mancanza d’altro nome, quest’unità possiamo
chiamarla, nella lingua della nostra cultura, dio, deus sive natura ,
essere».
Per Zagrebelsky la salvezza dalla massificazione degli Inquisitori
d’ogni tempo e d’ogni divisa passa dall’esperienza della bellezza, «la
bellezza pacificata dell’armonia » che è «giustezza di rapporti».
Scrive: «La bellezza è in rapporto con la giustizia e la giustizia può
davvero salvare il mondo». Anche qui però egli va al di là della
semplice dimensione politica: «È qualcosa che avvertiamo familiare
quando la calma tra dentro e fuori dell’essere entra in noi, ma che, al
tempo stesso, ci sorprende come la scoperta o la riscoperta di qualcosa
che avevamo perduto. Questo è ciò che dà speranza di “salvazione” e che
ci pacifica con noi stessi e con il mondo». E ancora: «La pace non è
nella natura degli uomini presi singolarmente; è invece nel rapporto con
la natura del mondo, cioè del creato. Con un passo in più si può dire
che l’essere umano sarà salvato quando… s’immerge e si confonde nella
bellezza del creato. Questo rappresenta la filocalía… sentire la
presenza della divinità nella bellezza del mondo». È, conclude,
«l’armonia dell’universo — ciò che Dostoevskij chiama Dio».
A partire dalla Leggenda del Grande Inquisitore il libro di Zagrebelsky
offre un’analisi di tutta l’opera dostoevskjiana collocandosi tra le sue
grandi interpretazioni filosofiche, accanto a Rozanov, Berdjaev, Thomas
Mann, George Steiner, Evdokimov, Pierre Pascal, Pareyson, Givone. Il
suo libro è critica letteraria e insieme trattato filosofico e politico.
In esso emerge anche una vena di mistica naturale finora inedita in
Zagrebelsky e che rende il suo libro ancor più dostoevskijano.
In nome di Dostoevskij ribelliamoci a un mondo docile
Un saggio sul Grande Inquisitore e l’enigma del potere per un essere umano che non sia liberato dalla sua libertà
Enzo Bianchi Tuttolibri 20 6 2015
È forse possibile esporre e interpretare Dostoevskij senza interloquire continuamente nel discorso? Parlare di lui senza parlare con lui? È questo tipo di fedeltà che egli richiede». Le parole di Luigi Pareyson citate da Gustavo Zagrebelsky nella premessa del suo Liberi servi, danno il tono di un testo denso e affascinante su «Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere». È infatti un continuo andirivieni tra gli scritti del gigante della letteratura russa che accompagna sempre il lettore: uno coglie l’attualità etica o politica di un passo della Leggenda del Grande Inquisitore e viene trasportato al cuore de
I Fratelli Karamazov e, da lì, immerso nell’intera opera e nella vita stessa di Dostoevskij e della Russia del suo tempo, anzi, è ricondotto al cuore dell’umanità di ogni tempo. Per poi dover ritornare a quella scena indimenticabile del bacio silenzioso di Gesù prigioniero al Grande Inquisitore.
Zagrebelsky si cimenta da par suo con un’impresa straordinaria: non tanto leggere e interpretare una volta di più quell’archetipo sulla libertà e la servitù umane, quanto scavare nel percorso esistenziale dell’autore russo per intessere con quelle pagine e con il loro autore un dialogo fecondo sull’animo umano e sulla civiltà contemporanea. Davvero Dostoevskij non lo si legge: si discute con lui e, grazie a lui, si discute con se stessi e tra noi. Le trecento fitte pagine di Zagrebelsky ci intrigano fin dai titoli che ne scandiscono le parti e i capitoli: ciascuno dischiude un mondo interiore e collettivo, richiede riflessione per assimilarne la portata, pone domande (una dozzina di incipit recano il punto interrogativo), interpella il lettore in prima persona. Si ha come l’impressione che l’autore di Liberi servi abbia fatto proprio lo schema dialogico autore-lettore così adatto a Dostoevskij: leggiamo una pagina e vorremmo telefonare all’autore, inviargli un’osservazione, suggerirgli un’aggiunta. Poi, poche pagine più avanti, troviamo nero su bianco quello che avevamo creduto essere il nostro personalissimo punto di vista…
Certo, il bagaglio professionale ed esistenziale di Zagrebelsky – già professore di Diritto costituzionale e presidente della Corte costituzionale, sempre in prima fila per la difesa dei diritti umani – lo porta a privilegiare le ricadute del pensiero dostoevskijano sull’etica pubblica e sulla gestione del potere, ma non viene mai meno quell’afflato spirituale che attraversa le pagine dell’autore russo. Del resto lo scandaglio dell’animo umano che Dostoevskij opera con tragica sapienza nel suo romanzo è attualissimo anche nella nostra società postindustriale e liquida. Un altro sapiente interprete di Dostoevskij, Rowan Williams, arcivescovo emerito di Canterbury, ha giustamente osservato che «terrorismo, abuso di minori, assenza dei padri e frammentazione della famiglia, secolarizzazione e sessualizzazione della cultura, futuro delle democrazie liberali, scontro tra culture e natura dell’identità nazionale «sembrano proprie di questo travagliato inizio del XXI secolo, ma in realtà sono pressoché onnipresenti nell’opera di Dostoevskij».
Ma l’approccio eminentemente politico in senso alto con cui Zagrebelsky affronta il pensiero di Dostoevskij concentrato nel racconto del Grande Inquisitore non trascura la profonda portata spirituale di un’opera che non cessa di interpellare ogni cercatore di senso e di etica: il rapporto tra Cristo e la verità; come credere in un Dio che è la fonte di ispirazione per una santa ribellione contro le sofferenze umane e, al contempo, l’origine prima di un mondo in cui queste sofferenze hanno luogo; come conciliare un Vangelo annunciato ai poveri e i piccoli con le sue esigenze quasi impossibili da soddisfare; come reagire all’«oppressione che suscita desiderio d’oppressione»; come leggere miserie e grandezze dell’essere umano a partire dalla categoria biblica dell’immagine e somiglianza di Dio?
È proprio questa alta tensione spirituale che porta Zagrebelsky a ribadire in conclusione dell’opera quella sua «idea, così ingenuamente astratta, di un ritorno all’interiorità per contrastare l’omologazione crescente delle nostre società». Idea astratta, forse, ma portatrice di senso e di potenzialità immense per resistere a «tecnologia e laboratorio, alimentati dalla finanza» che vorrebbero produrre «l’essere umano liberato dalla libertà e programmato per essere docile o aggressivo a seconda delle circostanze». Che sia proprio questa interiorità ritrovata la forza che ispirava l’autore del Siracide quando profetizzava: «uomini liberi serviranno un servo sapiente»? Abbiamo bisogno anche oggi di persone libere che liberamente e reciprocamente si mettono a servizio di una «sapienza» di vita, di una vita sapida, gustosa per tutti.
* Priore della comunità di Bose
La trappola della servitù volontaria
Saggi. «Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere», un denso e avvincente saggio di Gustavo Zagrebelsky per Einaudi
Paolo Ercolani Manifesto 29.10.2015, 0:20
Il più inquietante ed oscuro giallo della vicenda umana ha come trama fondamentale il potere. Un giallo che per troppo tempo, e forse ancora oggi, ci si è illusi di svelare concentrando l’attenzione principalmente (quando non soltanto) su quelli che Tacito chiamava i misteri del potere (arcana imperii). Come se questi disegni misteriosi dovessero provenire, ipso facto, da una realtà già costituita che si avvale di quella sua forza per sottomettere delle vittime ignare e impotenti.
Eppure il vero meccanismo segreto che costituisce il potere e lo rende sovrano, avviene quando esso non è ancora tale (almeno non in forma compiuta), grazie a una sorprendente alleanza con quello che si rivela il complice più formidabile, impensabile ed efficace del potere stesso. Quello che, in un giallo perfetto, si rivela essere il vero colpevole che abbiamo avuto sempre sotto gli occhi senza riuscire a scorgerlo mai. Perché come sapevano bene gli antichi, a partire da Omero e dal suo Tiresia, coloro che sanno vedere oltre e lontano, in un mondo oscurato dai bagliori del potere e dei suoi corifei, sono proprio i ciechi. Mentre invece i nostri occhi sono abbacinati da fin troppe luci fastose e spettacolari, ed è in questa orgia di immagini velanti che, lo dimentichiamo volentieri, gli occhi diventano orbi anche per la troppa luce, oltre che per il buio (Platone, mito della caverna).
In nome della sicurezza
È in quella felice dimenticanza che un esperto lettore di gialli individuerebbe l’indizio fondamentale per scorgere il misterioso colpevole. Già, ma allora chi è questo segreto, impensabile, controverso complice del Potere, che lo aiuta a costituirsi a guisa di un idolo i cui dogmi diventano indiscutibili e impenetrabili? La vittima. Noi stessi. L’essere umano, che stando all’insegnamento di Freud rinuncia presto e volentieri a quella che è una delle cause maggiori della sua angustia ed inquietudine. La libertà. A cui l’uomo rinuncia in cambio della sicurezza. Di una tutela superiore che gli può essere fornita da un potere vissuto come onnisciente e onnipotente proprio perché siamo stati noi a concedergli le chiavi tanto della nostra anima quanto del nostro corpo. Una vicenda che affonda le sue radici nella notte dei tempi, quella del potere a cui l’uomo si sottomette per scelta consapevole e agognata. Ma che raggiunge la sua apoteosi concettuale e letteraria nella Leggenda del Grande Inquisitore, narrata da Dostoevskij in un capitolo memorabile e controverso del suo I fratelli Karamazov.
A ricostruire tale vicenda della miseria umana di fronte al potere, incentrandola sul dialogo dell’Inquisitore con Gesù, declinato al tempo stesso a guisa di costante termine di paragone e apoteosi della vicenda stessa, è Gustavo Zagrebelsky in un sapiente e denso volume come Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere (Einaudi, pp. 292, euro 30). Volume, sia detto per inciso, il cui difetto più grande e forse unico è attribuibile all’editore, che lo ha stampato senza indice tematico né dei nomi, spoglio di quella cura editoriale che sarebbe necessaria (e anche redditizia) per un testo così importante.
Che l’uomo si sia sempre sottomesso al potere in seguito a una scelta ragionata, è un fatto che l’autore ricostruisce con innegabile maestria. Ma a sorprendere è l’inquietante salto qualitativo che avvertiamo tra le pagine del grande scrittore russo. Sì, perché in lui non leggiamo più di un uomo la cui aspirazione massima è la libertà, di cui pure è disposto a sacrificarne una parte in favore di un potere che gli garantisca anche protezione. Bensì la storia, inenarrabile, inconcepibile, perfettamente capace di negare integralmente l’immagine illuministica che vogliamo avere dell’essere umano, è quella di un uomo che per natura è portato a rifuggire la libertà. Il suo è un vero e proprio anelito all’addomesticamento, alla servitù volontaria e dispensatrice di ogni insidiosa e disagevole responsabilità.
Il palazzo di cristallo
Da queste fondamenta sotterranee e per troppo tempo tenute all’oscuro, si erge il grande «palazzo di cristallo» del vero potere. Quello che togliendo agli uomini la libertà si mostra loro (e viene da essi rispettato) a guisa di un benefattore che esegue i dettami della natura. A differenza di quel Cristo che invece, col suo lottare per la libertà dell’uomo e in generale per affermare i valori dell’umanità, si rivela il vero nemico del genere umano, colui che lo grava del peso più tragico e insostenibile.
Quella di Dostoevskij si rivela a tutti gli effetti come una potente e oscena tras-valutazione di tutti i valori in forma letteraria (su fondamenti molto simili rispetto a quella che Nietzsche stava compiendo in forma filosofica).
Al Cristo che si presentava come «la Verità» («ego sum veritas») il Pilato ammirato da Nietzsche rispondeva in maniera beffarda: «Quid est veritas?» (che cosa è verità?). Al Cristo silente di Dostoevskij, invece, l’Inquisitore tormentato (perché è lui a farsi carico della tragica verità del genere umano) imputa una colpa originaria e inemendabile: aver condannato l’umanità a quella libertà da cui lui, per il bene dell’umanità stessa, si è dato il compito di liberarla.
In questo modo, secondo Zagrebelsky, Dostoevskij mette in scena il momento fondativo e originario del potere come lo conosciamo oggi. Ossia un potere (che Michel Foucault avrebbe definito «governamentale») tecno-finanziario, che si fa amare dalle sue stesse vittime perché regala loro il grande spettacolo della finzione illusoria ma rassicurante. Perché non governa contro la libertà, ma per mezzo di quella stessa libertà che gli uomini non vogliono e che quindi li spinge a conformarsi autonomamente a determinate norme.
In cui essi, alla stregua di «negri bianchi», si sottomettono totalmente ai dogmi del «potere pastorale» in cambio della «carità organizzata», cioè della possibilità di consumare i frutti del proprio lavoro nei grandi «palazzi di cristallo» che oggi sono i centri commerciali. Oppure di divertirsi tra le maglie isolanti e massificanti al tempo stesso della grande Rete virtuale.
Quello di Zagrebelsky è un libro che, con densità di riferimenti, sapienza e chiarezza di linguaggio, racconta lo scandalo indicibile del mondo umano. Segretamente desideroso di vendere al Diavolo la propria figlia primogenita. Libertà.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento