mercoledì 6 maggio 2015

Morin pedagogista

Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l'educazione
Edgar Morin: Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazioneRaffaello Cortina, pagine 120, euro 11

Risvolto
Sulle tracce di La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Edgar Morin auspica una riforma profonda dell’educazione, fondata sulla sua missione essenziale, che già Rousseau aveva individuato: insegnare a vivere. Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità e il legame con gli altri ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano Questo nuovo libro non si limita a ricapitolare le idee dei precedenti ma sviluppa tutto ciò che significa insegnare a vivere nel nostro tempo, che è anche quello di Internet, e nella nostra civiltà planetaria, nella quale ci sentiamo così spesso disarmati e strumentalizzati.

Edgar Morin Avvenire 6 maggio 2015

L’istruzione pericolosa 
Saggi. «Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione» di Edgar Morin, per Raffaello Cortina. Come ripartire da zero, facendo tabula rasa delle proposte governative sulla scuola 
Francesco Antonelli il Manifesto 6.6.2015
Una delle cose che balza mag­gior­mente agli occhi non appena si appro­fon­di­sce un po’ di più il per­corso dell’attuale pro­po­sta di riforma dell’istruzione, è la netta discre­panza tra l’idea di scuola con­te­nuta nel Dise­gno di legge (attual­mente in discus­sione, in seconda let­tura, al Senato) e l’idea emersa dalla Con­sul­ta­zione pub­blica che avrebbe dovuto (teo­ri­ca­mente) pre­pa­rarne i con­te­nuti.
La Con­sul­ta­zione ha fatto emer­gere, in par­ti­co­lar modo tra gli inse­gnanti, una visione coo­pe­ra­tiva e col­la­bo­ra­tiva del pro­prio lavoro, nella con­vin­zione dif­fusa che solo attra­verso la par­te­ci­pa­zione, la con­di­vi­sione inter­di­sci­pli­nare e il lavoro di gruppo sia pos­si­bile affron­tare le attuali sfide dell’educazione e della for­ma­zione. Defi­nite dal dif­fi­cile rap­porto tra per­corsi di sog­get­ti­va­zione dei gio­vani, esi­genze di pro­fes­sio­na­liz­za­zione e neces­sità di for­ma­zione alla cit­ta­di­nanza in un mondo globale. 
Die­tro que­sto approc­cio alla scuola c’è la con­sa­pe­vo­lezza di con­tri­buire a rian­no­dare, a più livelli, i fili del tes­suto socio­cul­tu­rale con­tem­po­ra­neo. Al con­tra­rio, il Dise­gno di legge del governo sposa una visione mana­ge­riale e mono­cra­tica della scuola, al cui cen­tro non ci sono né la col­let­ti­vità né il cit­ta­dino, ma l’individuo iso­lato (para­dosso che inve­ste tanto i docenti quanto i discenti), defi­nito prin­ci­pal­mente dal suo rap­porto poten­ziale o reale con il mercato. 
L’ultimo lavoro tra­dotto in Ita­lia del socio­logo fran­cese Edgar Morin Inse­gnare a vivere. Mani­fe­sto per cam­biare l’educazione (Raf­faele Cor­tina, euro 11), for­ni­sce un con­tri­buto per ana­liz­zare in pro­spet­tiva non solo il con­flitto che si sta gio­cando oggi in Ita­lia attorno all’istruzione, ma anche la tenuta com­ples­siva dell’idea con­tem­po­ra­nea di edu­ca­zione, tanto influen­zata dai modelli pri­va­ti­stici ed eli­tari sta­tu­ni­tensi – un con­te­sto nel quale la pros­sima bolla spe­cu­la­tiva desti­nata a scop­piare sarà pro­prio quella cau­sata dall’indebitamento delle fami­glie di classe media per far stu­diare i loro figli. 

Il libro di Morin, ponen­dosi come momento di sin­tesi divul­ga­tiva della sua ormai più che decen­nale rifles­sione sul rap­porto tra scuola e saperi nel mondo con­tem­po­ra­neo, non si con­cen­tra tanto sui modelli isti­tu­zio­nali dell’educazione quanto piut­to­sto sulla rela­zione edu­ca­tiva che si costrui­sce tra docenti e discenti, a tutti i livelli del pro­cesso for­ma­tivo. Agli albori della moder­nità e poi in maniera com­piuta nella società indu­striale, il rap­porto edu­ca­tivo era rigi­da­mente gerar­chico, essendo con­ce­pito il discente come una sorta di bar­baro da civi­liz­zare ed ele­vare attra­verso l’opera di un corpo di missionari-insegnanti inca­ri­cati non solo di tra­smet­tere cono­scenze ma anche una peda­go­gia nazio­nale e, in con­te­sti come quello della Fran­cia oppure dell’Italia post-unitaria, laica. Tanto chi era desti­nato per con­di­zione sociale al lavoro manuale (la mag­gio­ranza) quanto coloro i quali sareb­bero entrati a far parte della futura classe diri­gente (una spa­ruta mino­ranza) doveva appren­dere il rispetto dell’autorità.
La dif­fe­renza tra gli uni e gli altri stava nel fatto che, ovvia­mente, i secondi l’avrebbero anche eser­ci­tata, pro­du­cendo e soprat­tutto ripro­du­cendo una visione totale, sin­te­tica e gene­rale del corpo sociale e della dire­zione che avrebbe dovuto pren­dere il suo svi­luppo (in fondo que­sta era l’idea di scuola alla base della riforma Gen­tile del 1922–23, anche in Ita­lia). Sal­tato que­sto modello con l’avvento della sco­la­riz­za­zione di massa e la società post-industriale (in mezzo c’è il Ses­san­totto ma non solo), la ricom­po­si­zione dei modelli edu­ca­tivi che ci con­duce sino ad oggi passa per una sem­pre più accen­tuata spe­cia­liz­za­zione e fram­men­ta­zione dei saperi nell’ottica – domi­nante negli Stati Uniti post-reaganiani – che il rap­porto edu­ca­tivo deve si essere impron­tato ad auto­re­vo­lezza del docente e per­sua­sione del discente, ma per con­durlo all’estrema pro­fes­sio­na­liz­za­zione. Una tra­smis­sione di saperi con­ce­piti – anche quando di tipo uma­ni­stico – come pura­mente tec­nici e sle­gati da tutti gli altri. 
La mio­pia edu­ca­tiva domina l’educazione e l’istruzione del mondo con­tem­po­ra­neo. Per Morin, al con­tra­rio, il rap­porto edu­ca­tivo che occor­re­rebbe svi­lup­pare per rispon­dere in modo ade­guato alle sfide del mondo d’oggi (che richiede uno sguardo pro­spet­tico e un uma­ne­simo inte­grale e dif­fuso per annul­lare i rischi deri­vanti da mas­si­fi­ca­zione, fon­da­men­ta­li­smo e rischio di una cata­strofe eco­lo­gica glo­bale), dovrebbe essere cen­trato sul para­digma della com­ples­sità. Parola chiave tanto del dibat­tito delle scienze sociali almeno dalla fine degli anni Set­tanta quanto della pro­du­zione scien­ti­fica dello stesso Morin, il pen­siero della com­ples­sità con­si­ste nel met­tere in evi­denze i rap­porti e le rela­zioni tra i vari saperi e feno­meni sia sociali che natu­rali; mostrando costan­te­mente come tra l’essere cit­ta­dini, l’essere sog­getti indi­vi­duali e l’essere parte di un mondo fisico e natu­rale, vi sia costante e insop­pri­mi­bile connessione. 
Una cir­co­la­rità che resti­tui­sce la pro­fon­dità di un essere umano libe­rato dalla mio­pia della sola spe­cia­liz­za­zione pro­fes­sio­nale e tec­nica per rimet­terlo in col­le­ga­mento con il senso pro­fondo dell’educazione. Come già sot­to­li­neava Rous­seau nell’Emi­lio (1762) lo scopo dell’educazione è inse­gnare a vivere, cioè a stare in rela­zione con il mondo delle cose, degli uomini e con il pro­prio sé.
Accanto ai saperi inse­gnati in un’ottica com­plessa, occorre dun­que con­ce­pire il rap­porto edu­ca­tivo come segnato dalla neces­sità di tra­smet­tere e appro­fon­dire con la rifles­sione e l’auto-riflessione del docente e del discente, atti­tu­dini rela­zio­nali fon­da­men­tali, come la com­pren­sione, l’empatia, l’intelligenza emo­tiva. Dato che, nelle parole di Morin, un rap­porto edu­ca­tivo impron­tato all’ottica della com­ples­sità deve con­tri­buire al rag­giun­gi­mento di due fina­lità etico-politiche fon­da­men­tali: «sta­bi­lire una rela­zione di con­trollo reci­proco tra la società e gli indi­vi­dui attra­verso la demo­cra­zia, por­tare a com­pi­mento l’umanità come comu­nità planetaria». 
Un’ottica edu­ca­tiva che recu­pera una forte carica ideale e pro­spet­tica, non ridu­ci­bile al mito del mer­cato ma pen­sata per spin­gere in avanti lo svi­luppo sociale e rein­se­rire la scuola, a pieno titolo, nella società in modo da rife­con­darla; in modo latente, esat­ta­mente la visione di chi imma­gina un modello di scuola costruito sulla col­la­bo­ra­zione e la par­te­ci­pa­zione dei suoi pro­ta­go­ni­sti e non sullo stra­po­tere di un uomo (o di una donna) solo al comando.
Poi­ché la pre­oc­cu­pa­zione che tutti dovremmo avere e che sta in fondo alla base della pro­po­sta di Morin è quella espressa dalla domanda pro­vo­ca­to­ria ma illu­mi­nante dello scrit­tore Jaime Sem­prun: «a che figli lasce­remo il mondo?»

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