I duellanti del nichilismo Dostoevskij contro TolstojLa seduzione del nulla come malattia. E con Lev la risposta del cristianesimo
domenica 14 giugno 2015
Magris e Ossola su Dostoevskij e Tolstoj
I duellanti del nichilismo Dostoevskij contro TolstojLa seduzione del nulla come malattia. E con Lev la risposta del cristianesimo
di Claudio Magris Corriere 13.6.15
Un celebre saggio di Thomas Mann, dedicato a Dostoevskij, s’intitola
Dostoevskij — con misura . Titolo non felice, perché il confronto con un
autore e con la sua opera — specialmente se sono grandi, inquietanti e
sconvolgenti — non segue una dieta né le dosi prescritte nelle
assunzioni di medicinali. Nell’opera di un grande autore — tanto più
quanto più si tratta di un grande — ci si tuffa senza cautele e senza
remore, senza salvagenti, come in un mare agitato, oppure non ci si
tuffa. Ciò non significa abdicare al proprio giudizio e ai propri
valori, assoggettarsi idolatricamente alla sua grandezza; si fanno i
conti con i grandi creatori affrontandoli a viso aperto e senza
timidezza, anche contestandoli, in un dialogo e in un rapporto che, se
autentici, sono sempre, in quel momento, un incontro fra pari, fra due
persone che, in quella loro relazione — in questo caso nel momento della
lettura — sono sempre pari, indipendentemente da ciò che l’uno e
l’altro significano, al di fuori di questo loro dialogo, nella storia
del mondo. In ogni incontro, in ogni dialogo, il protagonista, come
nella Trinità, è lo spirito, ovvero il rapporto fra i due, in quel
momento soli faccia a faccia.Dostoevskij è un autore che sconvolge sin dalle fondamenta le nostre
certezze, le nostre difese, il nostro accomodamento col mondo. Se si
dovessero indicare una data e un’opera quale nascita della narrativa
contemporanea, la scelta più giusta cadrebbe sulle Memorie del
sottosuolo : l’uomo del sottosuolo, che Nietzsche identificava col suo
superuomo (o oltreuomo, come è stato proposto da Gianni Vattimo) è l’Io
scisso, plurimo, riluttante alla corazza della coscienza, che sarà,
nelle forme più varie, il protagonista della letteratura occidentale per
quasi due secoli e probabilmente lo è ancora. Allo stesso tempo
Dostoevskij ha posto, come forse nessun altro scrittore, le domande
ultime sul destino dell’uomo, sulla sofferenza e sull’amore; sulla
salvezza e sulla perdizione dell’uomo.
Dostoevskij e Nietzsche hanno vissuto a fondo il nichilismo quale verità
esistenziale e storica dell’epoca; il primo l’ha considerato una
malattia da cui guarire, mentre il secondo l’ha celebrato — o meglio si è
forse costretto a celebrarlo — come una liberazione da festeggiare. Il
futuro della nostra civiltà, scriveva parecchi anni fa Vittorio Strada,
dipenderà anche da quale dei due avrà avuto ragione.
A documentare l’inquietante, inesauribile centralità di Dostoevskij —
per quel che riguarda le questioni essenziali della nostra vita, della
nostra storia, del nostro destino individuale e politico — è uscito ora
un grande saggio di Gustavo Zagrebelsky, Liberi servi. Il Grande
Inquisitore e l’enigma del potere (Einaudi) che affronta con incalzante
acutezza e appassionata partecipazione i temi sconvolgenti dell’opera di
Dostoevskij, della radicale domanda sul nulla e sul potere, con tutte
le sue implicazioni. Un libro col quale bisogna misurarsi a fondo.
Come in Dostoevskij, pure in Tolstoj la letteratura, proprio perché così
incredibilmente grande, trascende il pur altissimo valore poetico per
toccare le estreme domande sulla vita, le cose ultime in cui si giocano
la salvezza o la perdizione dell’umano. Alla vasta, multiforme e
variamente approfondita critica sul rapporto, spesso conflittuale, fra i
due giganti si è aggiunto un breve, essenziale saggio di Graziano
Bianchi, dal taglio discorsivo più che analitico e di una intensa forza
sintetica. Dostoevskij legge «Anna Karénina» , dice il titolo del saggio
di Bianchi, che fa parte di un’ampia, profonda e insieme scorrevole
raccolta di saggi A occhio nudo , dedicati a vari autori, ma
soprattutto, pur in altri capitoli della raccolta, ai due Dioscuri
russi, in particolare all’autore di Delitto e castigo .
Bianchi non è un critico letterario, bensì un avvocato che ha alle
proprie spalle un’attività legale di grande rilievo, sempre accompagnata
da una dominante passione per la letteratura, la musica, la
problematica religiosa e l’arte in genere, cui negli ultimi anni si è
dedicato sempre più. Del resto i legami e le profonde, anche complesse e
contraddittorie affinità fra diritto e letteratura attraversano i
secoli, in una feconda, talora polemica ma sempre vitale
compenetrazione, da Antigone ai notai poeti della scuola siciliana, dal
Mercante di Venezia a Heine, a Kleist o a Satta. Bianchi si è occupato
di Beethoven, sempre con una competenza e uno scrupolo filologico
arricchiti dalla vivacità e dalla libertà del «dilettante» (che spesso
falsamente si identifica con superficiale) ossia di chi si occupa per
amore di poesia e di arte. Dilettante — parola cara a Goethe — è chi
conosce e trasmette il piacere della lettura.
Dostoevskij lettore di Tolstoj. I due titani conoscono, ognuno,
l’incommensurabile valore dell’altro. Per Dostoevskij Anna Karénina è
opera «perfetta» e «nulla nelle attuali letterature europee può ad essa
paragonarsi». Tolstoj, secondo Steiner, nella sua fuga estrema nella
morte si sarebbe portato con sé I fratelli Karamàzov .
I rapporti difficili fra i due nascono non tanto — e non certo solo —
dall’invidia, meschinità poco intelligente che sembra allineare fra i
letterati più che in altre confraternite e che è banale non solo in un
genio ma in ogni uomo. Lo scontro avviene — e Bianchi lo illustra con
partecipe e appassionata lucidità — fra il cristianesimo pacifista e
umanitario senza Cristo di Tolstoj, che Dostoevskij rifiuta, e la
centralità del Cristo, e di una fede in un Dio trascendente, per
l’autore dei Demoni . Ma lo scontro avviene soprattutto nella visione
della Russia, metafisico luogo d’incontro fra Oriente e Occidente, come
sottolineava già Merežkovskij, e portatrice di una missione universale e
di un nuovo cristianesimo. Dostoevskij, che si pone dalla parte degli
umiliati e offesi — per parafrasare il titolo di un altro suo romanzo —
rinfaccia a Tolstoj di scrivere una «letteratura del proprietario
terriero» e gli rinfaccia pure l’interesse per la gente futile come
Vronski e i suoi pari che «non possono parlare altro che di cavalli».
Tolstoj, d’altra parte, parla, non certo meno faziosamente, di «tutti
questi idioti adolescenti, Raskolnikov ecc., non reali».
Ma Dostoevskij rimprovera a Tolstoj — e in particolare al suo Levin, in
Anna Karénina — la mancanza di un «sentimento immediato per
l’oppressione degli slavi […] la diserzione […] il distacco dalla grande
comune causa russa». Il pacifismo di Levin gli appare un falso
umanitarismo, perché insensibile alle sofferenze del popolo russo e dei
popoli slavi — che Dostoevskij descrive massacrati, torturati e
violentati dai turchi — è contrario a prenderre le armi per difenderli.
Il pacifismo tolstojano — all’epoca della guerra russo-turca — appare a
Dostoevskij una insensibile resa al Male, un’egoistica divinizzazione
dell’Io.
L’universalità di Dostoevskij, che ha scandagliato come forse nessun
altro gli abissi della mente e del cuore umano, s’intreccia non solo a
una umanissima partecipazione alle sofferenze del proprio popolo, ma
anche alla visione di una missione universale del popolo russo che, per
quanto grandiosa, non è più accettabile delle missioni privilegiate e
speciali rivendicate da qualsiasi altro popolo, che tanto irritavano
Croce.
Il saggio di Bianchi non è un contributo alla slavistica, ma un
appassionato invito, oggi più attuale e necessario che mai, a rileggere i
grandissimi per trovare o rinsaldare grazie ad essi la nostra verità.
Non si sceglie fra Tolstoj e Dostoevskij, né fra Dante e Shakespeare o
fra Omero e Cervantes; anche nella grandissima letteratura, come nella
casa del Padre, ci sono molte dimore. Un mio compagno di scuola alle
medie credeva che Dostoevskij fosse il nome in russo di Tolstoj...
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