domenica 18 ottobre 2015

"Diritto d'amore": l'ex presidente del Pds popfilosofo

Stefano Rodotà: Diritto d’amore, Consorzio Festivalfilosofia - Laterza

Risvolto
Parlare di diritto d'amore non serve a legittimarlo, l'amore non ha bisogno di legittimazione. L'amore vuol farsi diritto per realizzarsi pienamente.
Le parole diritto e amore sono compatibili o appartengono a logiche conflittuali? Nell'esperienza storica, il diritto si è impadronito dell'amore. Lo ha chiuso in un perimetro, l'unico giuridicamente legittimo: il matrimonio. Un contratto di diritto pubblico, sorvegliato dallo Stato, basato sulla stabilità sociale, la procreazione, l'educazione dei figli e portatore di una morale ritenuta prevalente, quella cattolica. Obbedienza e subordinazione per le donne, logica autoritaria e patrimonialistica, un blocco compatto nel quale l'amore riusciva con fatica ad aprire qualche breccia. Oggi troviamo il futuro declinato in modo ben diverso dal passato e sembriamo prendere congedo da un diritto ostile all'amore. La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea vieta ogni discriminazione e legittima, in condizioni di parità, unioni diverse da quella matrimoniale. La Corte costituzionale italiana ha cominciato a riconoscere alle persone dello stesso sesso il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia. Ma se rivolgiamo lo sguardo alla società italiana, cogliamo ancora troppe tracce di una politica del disgusto che continua a ritenere inaccettabili i diritti dell'amore. Una politica che si nutre di pregiudizi, sorda ai richiami dell'Europa, ostacola l'abbandono delle discriminazioni e nega alle persone diritti fondamentali, come l'accesso paritario di tutte le coppie al matrimonio.

Rodotà Repubblica 14 settembre 2013 

Se il diritto è incompatibile con l’amore 
SIMONETTA FIORI Repubblica 18 10 2015
Nel nostro paese si fa fatica ad approvare perfino le unioni civili tra coppie omosessuali: il conflitto politico di questi giorni ne è l’ennesima dimostrazione. Ma l’attuale impasse si può leggere anche come l’ultimo atto di una lunga storia che merita di essere riassunta in termini brutali: diritto e amore, in Italia, sembrano inconciliabili. Solo un giurista come Stefano Rodotà, lettore appassionato di Montaigne, da sempre sostenitore della pienezza del vivere contro il carattere intollerante della norma, poteva scrivere un libro come Diritto d’amore : un’affascinante storia culturale che ripercorre il difficile rapporto tra giurisprudenza e sentimento. Una relazione tumultuosa che ha lasciato molte vittime (un tempo le donne, oggi gli omosessuali) e soprattutto tende a sacrificare il principio stesso dell’amore. Perfino i nostri padri fondatori – figure nobili come Calamandrei e Nitti – esitarono nel riconoscere «l’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi » perché in contrasto con la norma del codice civile che sanciva la superiorità del marito. Una gerarchia inaccettabile che da noi è sopravvissuta fino alla metà degli anni Settanta, quando intervenne la mano santa dei riformatori a ristabilire l’equità. Ma anche quel contributo fondamentale, pur avendo imboccato la giusta strada degli affetti, si fermò paralizzato davanti alla parola amore, che non viene mai pronunciata. «Fedeltà», «coabitazione», «collaborazione », ma mai «amore». E a restituire oggi la forza simbolica del sentimento a un’istituzione in crisi sembrano proprio le coppie omosessuali che invocano quel contratto essendone dolorosamente escluse (nonostante i richiami della carta europea dei diritti). Una lettura preziosa, Diritto d’amore, tra giurisprudenza e poesia, storia politica e storia sociale. In uscita da Laterza, a metà novembre.

+++ Speriamo che Rodotà non debba mai finire nella galleria di Non li abbiamo ascoltati . Peggio per noi . Titolo azzeccatissimo per una nutrita pattuglia di intellettuali il cui allarme non è mai stato raccolto. Poeti, registi, scrittori, artisti, filosofi mai estranei alla politica, che poi significa cercare le risposte ai bisogni collettivi. Sul finire del Novecento, a dispetto della discontinuità, avevano già captato fenomeni e dissoluzioni oggi ampiamente compiuti. «Il sentimento di ineluttabilità», lo chiama Eugenio Garin, quella sorta di anestetico morale con cui si tende ad accettare tutto, in nome del realismo. E poi l’impoverimento culturale denunciato da Attilio Bertolucci, l’Italia smemorata di Mario Luzi, l’insipienza di un’Europa sempre più muta avvistata da Mario Monicelli. Hanno lo sguardo lungo Nuto Revelli, Carlo Tullio-Altan, Tonino Guerra, Ettore Scola, Giuseppe Pontiggia, Dino Risi e i tanti maîtres à penser intervistati nel corso di vent’anni da Eugenio Manca, giornalista dell ’Unità scomparso di recente. Un volume di Ediesse, curato da Carlo Ricchini e Sergio Sergi, ne propone a novembre trenta testimonianze che sembrano raccolte in questi giorni. Segno che qualcosa si poteva fare, se fossimo stati un po’ meno sordi. Peggio per noi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

“Com’è povero il diritto se non parla d’amore”
 Intervista a Stefano Rodotà che in un saggio riflette su quanto poco le nostre leggi corrispondano ai mutamenti della vita affettiva
SIMONETTA FIORI Repubblica 18 11 2015
Per il diritto l’amore non esiste. Nel codice la parola non compare mai, segno di una insofferenza forse reciproca, di una incompatibilità che in Italia è più forte che altrove. Al conflitto permanente tra diritto e amore dedica bellissime pagine Stefano Rodotà, un giurista da sempre attento al tumultuoso rapporto tra l’irregolarità e l’imprevedibilità della vita e l’astrazione formale della regola giuridica (“Diritto d’amore”, Laterza). Inutile aggiungere da che parte stia Rodotà. Ed è superfluo anticipare che in questa storia protagonisti non sono solo il diritto e i sentimenti ma anche la politica. Con alcune vittime — un tempo le donne, oggi gli omosessuali — che guidano il cambiamento.

Professor Rodotà, diritto e amore sono incompatibili?
«Ancora una volta mi aiuta Montaigne, che definisce la vita un movimento volubile e multiforme. Il diritto è esattamente il contrario, parla di regolarità e uniformità, è insofferente alle sorprese della vita. Quando poi si entra nel terreno amoroso, la soggettività prorompe. E il diritto è decisamente a disagio ».
Perché?
«I rapporti affettivi possono essere qualcosa di esplosivo nell’organizzazione sociale. E dunque il diritto s’è proposto come strumento di disciplinamento delle relazioni sentimentali che non lascia
“Non c’è alcuna prova che figli cresciuti in famiglie omosessuali mostrino ritardi”
spazio all’amore. Basta ripercorrere due secoli di storia: nella tradizione occidentale il diritto per un lungo periodo ha sancito l’irrilevanza dell’amore. E di fatto ha sacrificato le donne, codificando una diseguaglianza».
In che modo?
«Il rapporto di coppia è stato riconosciuto in funzione di qualcosa che non ha nulla a che vedere con i sentimenti: la stabilità sociale, la procreazione, la prosecuzione della specie. Sulle logiche affettive hanno prevalso quelle patrimoniali. E se San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi predicava il possesso reciproco e paritario tra marito e moglie, da noi si è affermato il modello gerarchico maschilista che riduce il corpo delle donne a proprietà del marito ».
Questo modello gerarchico è perdurato in Italia fino alla metà degli anni Settanta del Novecento. Un’anomalia italiana anche questa?
«No, sul piano storico non direi. Il modello famigliare della modernità occidentale — dalla fine del Settecento in avanti — è stato terribilmente gerarchico. Dopo l’unificazione noi assorbimmo il codice francese firmato da Napoleone, che sanciva la più cieca obbedienza della moglie al marito. Pare che Napoleone durante la campagna d’Egitto fosse rimasto colpito dal modo in cui il diritto islamico disciplinava il rapporto tra moglie e marito».
Da noi la storia successiva è stata condizionata dalla Chiesa cattolica. Ma anche la politica ha contribuito ad anestetizzare i sentimenti.
«Sì, il matrimonio ha mantenuto il suo impianto gerarchico anche grazie all’influenza della Chiesa. Quanto alla politica, per una fase non breve della storia, si è mossa in una logica di disciplinamento delle pulsioni, nell’incontro tra il rigorismo cattolico e quello socialcomunista ».
Colpisce che anche i nostri padri costituenti — Calamandrei, Nitti, Orlando — si opponessero al principio dell’eguaglianza tra marito e moglie perché in conflitto con il codice civile.
«Incredibile. Nelle loro teste il modello matrimoniale consegnato alle regole giuridiche è un dato di realtà irriformabile. Non si rendevano conto che stavano cambiando le regole del gioco. E che la carta costituzionale stava sopra il codice civile».

Una rigidità che lei ritrova in una recente sentenza della Corte costituzionale, che dice no ai matrimoni gay in nome del codice civile.
«Sì, anche loro si piegano al codice che parla soltanto di matrimoni tra uomini e donne. Mi ha colpito il riferimento della Corte a una tradizione ultramillenaria del matrimonio: come se si trattasse di un dato naturale non soggetto ai mutamenti sociali e antropologici. Invece si tratta di una costruzione storica che è andata cambiando in Europa e in Italia. Ma l’Italia è l’unico paese che non vuole prenderne atto, nonostante abbia sottoscritto la carta dei diritti dell’Unione europea».
Una carta che nell'accesso al matrimonio cancella il riferimento alla diversità del sesso nella coppia

«E infatti è stato proprio quell’articolo, l’articolo nove, bersaglio di una forte pressione da parte della Chiesa. Pressioni passate sotto silenzio, che però io sono in grado di testimoniare, visto che ero seduto al tavolo della convenzione. Aggiungo che il riferimento alla tradizione millenaria della famiglia, pronunciato dalla nostra Corte costituzionale, non compare in nessun’altra giurisprudenza».

Oggi facciamo fatica ad approvare perfino le unioni civili. Perché succede?
«Si tratta di un conflitto molto ideologizzato, favorito dallo sciagurato radicamento dei cosiddetti “valori non negoziabili” e “temi eticamente sensibili”. Questi vengono sottratti al legislatore non perché il legislatore non se ne debba occupare ma perché il legislatore deve accettare il dato naturalistico e immodificabile ».
Una barriera che non esisteva ai tempi delle battaglie sul divorzio e sull’aborto.

«E infatti non ci fu la stessa intolleranza. Pur nell’ostinata contrarietà, la Dc prendeva atto che erano intervenute novità sociali non più trascurabili».
Il disgelo era cominciato negli anni Sessanta, quando l’amore cessò di essere fuorilegge.
Solo nel 1968 la Corte costituzionale cancellò il reato di adulterio per le donne. E nel 1975 arriva il nuovo diritto di famiglia, che mette fine al modello gerarchico.
«Sì, alle logiche proprietarie subentrano quelle affettive. E tuttavia anche in quella occasione il legislatore trattenne la sua mano di fronte alla parola amore. Si parla di fedeltà, collaborazione, ma non d’amore».
Ma si può mettere la parola amore in una legge?
«Qualcuno sostiene: più il diritto se ne tiene lontano, meno lo nomina, meglio è. Però bisogna domandarsi: il diritto non nomina l’amore perché lo rispetta fino in fondo o perché vuole subordinarlo ad altre esigenze come la stabilità sociale? Per un lungo periodo della storia italiana è stato così».
C’è il diritto d’amore delle coppie omosessuali, che devono poter accedere al matrimonio. Ma c’è anche il diritto d’amore dei figli, che devono poter essere amati da un padre e da una madre. Come si conciliano questi due diritti?

«Non c’è alcuna evidenza empirica che figli cresciuti in famiglie omosessuali mostrino ritardi sul piano del sviluppo della personalità e dell’affettività. E allora, domando, i figli dei genitori

single?».

I genitori single — forse più di tutti gli altri — sanno che i figli hanno bisogno di un padre e di una madre, di una figura maschile e di una femminile. E anche la psichiatria formula dubbi sulle adozioni delle coppie gay.

«Lei pone una questione che però non si risolve con l’uso autoritario del diritto. Prima riconosciamo pari dignità a tutte le relazioni affettive e prima saremo in grado di costruire dei modelli culturali adatti a questa nuova situazione. Finché manteniamo il conflitto e l’esclusione, tutto questo diventa più difficile».
Lei dice: il matrimonio egualitario porta con sé la legittimità delle adozioni.
«Certo. Se una volta raggiunto questo risultato si vuole discutere, si potrà farlo senza ipoteche ideologiche. È una storia che non finisce. Come non si finisce mai di rispondere alla sollecitazione di Auden: la verità, vi prego, sull’amore».
L’amore come libera scelta
L’abbandono dei vincoli con cui lo Stato avvolgeva la vita sentimentale degli individui nel saggio di Rodotàdi Remo Bodei Il Sole 13.12.15
Nell’accostare il diritto all’amore il libro di Stefano Rodotà propone, fin dal titolo, un apparente paradosso che sfida frontalmente il comune sentire. Siamo, infatti, abituati a ritenere che tra questi termini esista un’intrinseca incompatibilità: consideriamo il diritto legato indissolubilmente alla dimensione pubblica e a norme astratte e costrittive, mentre assegniamo all’amore la sfera privata, la spontaneità e la vita nella sua incodificabile natura. Spesso, in sintonia con la politica, il diritto sembra inoltre preposto a garantire l’ordine, a disciplinare gli affetti, a proteggere le istituzioni del matrimonio e della famiglia piuttosto che ad assicurare l’autonomia degli individui; a sua volta, a causa dell’imprevedibilità che lo caratterizza, l’amore si mostra invece quale inaggirabile minaccia a tali ordinamenti, perché li espone all’accidentalità degli incontri individuali e all’arbitrio soggettivo di chi si ama.
Il diritto di famiglia ha, di conseguenza, posto la volontà delle persone e la logica degli affetti sotto il diretto controllo dello Stato, che ha di mira la stabilità del matrimonio, la procreazione, l’educazione dei figli e la continuazione della specie: vincoli ai quali l’amore cerca costantemente di sottrarsi, spesso con esiti dolorosi e, talvolta, tragici. Del resto, il matrimonio è stato a lungo dettato da regole di genere economico e politico, dal patrimonio e da alleanze di tipo familiare o dinastico, che non tenevano conto del mondo dei sentimenti, se non marginalmente o in forma residuale: si fondava, prevalentemente, su un contratto che includeva la subordinazione della donna, la piena disponibilità del suo corpo e la sua obbedienza indiscussa al marito.
A partire dal Settecento, in funzione dell’accresciuta consapevolezza dei diritti dell’uomo e, più raramente, di quelli della donna, tale modello comincia a vacillare. Sul piano della letteratura, della filosofia e del costume inizia ad affermarsi l’idea dell’amore come libera scelta delle persone, sottratta alla decisione di padri o tutori. Più o meno direttamente, si trasporta sul piano dell’amore, da un lato, l’idea newtoniana dell’irresistibile attrazione reciproca dei corpi celesti (è il caso di Giulia o la Nuova Eloisa di Rousseau, del 1761) e, dall’altro, quella delle affinità elettive tra sostanze chimiche (come farà Goethe con Le affinità elettive, del 1809).
In assenza di un quadro istituzionale favorevole, gli individui rivendicano il loro diritto all’amore, non in nome di scelte razionali e coscienti, ma di una sorta d’ineluttabile e reciproca attrazione fatale. Un simile genere di emancipazione fa tuttavia socialmente pagare un elevato prezzo all’adulterio provocando tragedie tutte al femminile. Si pensi alla fine di Giulia che, in una sorta di simbolico autosacrificio, affoga nel lago di Ginevra e a quella dell’Ottilia goethiana, che, dopo aver perduto il bambino nato fuori dal matrimonio, anche lui annegato in un lago, si lascia morire d’inedia. L’attrazione che unisce gli amanti si manifesta ora come dovuta alla selvaggia e oscura forza degli istinti, in grado di disgregare la civiltà che le tiene a bada grazie, appunto, alle istituzioni.
La domanda che Stefano Rodotà si pone in questo volume (esemplare nelle sue affilate argomentazioni, nell’analitica lucidità e nella capacità di articolare un’ampia gamma di varianti senza oscurare le principali tesi sostenute) è se sia possibile conciliare queste due potenze, il diritto e l’amore. Se, in altre parole, sia possibile, per un verso, “liberare l’amore”, riconsegnandolo alla vita nella sua ricchezza e variabilità, e, per l’altro, trasformare il diritto da aggressivo gendarme dei sentimenti in rispettoso fautore del primato della persona. Il diritto deve riconoscere i propri limiti e far posto al non diritto: «La norma giuridica non ha il fine, esplicito o non dichiarato, di impadronirsi dell’amore, ma lo specifico, e limitato, ruolo di apprestare le strutture necessarie all’autodeterminazione, grazie alle quali le persone possano effettuare liberamente le proprie scelte e costruire liberamente la propria personalità».
Gli individui conquistano in tal modo la sovranità nei confronti degli Stati e delle Chiese. Questo diritto fondamentale all’autodeterminazione non è stato finora in Italia pienamente riconosciuto, anche perché si è incongruamente subordinato il dettato costituzionale – l’articolo 32, secondo cui «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana» – al Codice Civile. Altrove si è, al contrario, espressa una nuova sensibilità. Ad esempio, l’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea distingue tra «il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia» e la Corte suprema americana, nonché i Tribunali costituzionali di Portogallo e Spagna, hanno riconosciuto il diritto al matrimonio anche alle coppie omossessuali. Osserva Rodotà che «proprio l’accesso alla libertà, più che quello ad un semplice istituto giuridico, spiega ciò che ad alcuni continua ad apparire inspiegabile – la pretesa delle coppie omosessuali di potersi sposare».
L’amore vuol farsi diritto perché rivendica questo strumento allo scopo di rafforzare la dignità delle persone e per realizzare le sue potenzialità. Un amore, dunque, dal punto di vista giuridico, a “bassa istituzionalizzazione”, che riscopre nel passato alcuni precedenti delle sue attuali aspirazioni, per quanto siano state di breve periodo e di natura aristocratica. Vengono ricordati, per i secoli XII e XIII, il De amore di Andrea Cappellano, il quale sosteneva che «per ragioni di matrimonio non è giusto rinunciare all’amore», mostrando che tale istituzione non è necessariamente l’unica via al suo compimento e – sempre nello stesso periodo, in Provenza e in Aquitania – le “corti d’amore”, composte in prevalenza da nobili dame, che giudicavano e avevano autorità in quest’ambito.
Una liberazione dell’amore di tale portata può suscitare timori e perplessità di cui l’autore è consapevole. Non è, in effetti, rischioso lasciare che si scarichino sulle coppie e sui singoli responsabilità cui non sono sufficientemente preparati? Non può la volubilità dei rapporti amorosi favorire la loro incostanza e mettere in pericolo la crescita dei figli? Non può l’aleatorietà degli impegni all’interno della coppia indebolire il senso di responsabilità individuale e generare ’farfalloni amorosi’ che procurano sofferenza in chi è tradito o lasciato?
Indubbiamente, l’amore, come tutti i sentimenti, è anche fonte di dolore, ma diversa è la sofferenza prodotta da un potere esterno da quella soggettiva di chi soffre: «L’abbandono di vincoli, con i quali lo Stato avvolgeva libertà e amore, viene oggi condannato con un argomento ingannevole, secondo il quale la coppia sarebbe abbandonata a se stessa, e quindi regolata dalla legge del più forte. La realtà ci narra una storia diversa, quella di un sistema matrimoniale che istituzionalizza disparità di diritti e subordinazione».
Per evitare il rischio sempre incombente d’instabilità nella coppia è, pertanto, necessario un rapporto di reciprocità, di dialogo, di solidarietà. «Ancora uno sforzo, in nome dell’amore», conclude Rodotà. Uno sforzo, aggiungo, che dovrebbe concentrarsi su una più intensa educazione sentimentale, ancora in gran parte disattesa e inattuata.
Stefano Rodotà, Diritto d’amore, Laterza, Roma-Bari, pagg. 152, € 14,00 

Nessun commento: