È vero o falso quanto Antonio Maria Costa racconta? Comunque sia
Scaccomatto all' Occidente è una buona occasione per leggere con altri
occhi la storia dei nostri giorni e comprendere, prima che sia troppo
tardi, che noi europei ci troviamo coinvolti ancora una volta nel Grande
Gioco.
Intrigo internazionale per capire il continente in cui viviamo
Scaccomatto all’Occidente, il romanzo (quasi) a chiave di Antonio Maria Costa
Marco Zatterin Stampa 25 2 2016
Licenza di scrivere. Anzitutto Pierre Giorgio Bosco - «Pierre G» per amici, conoscenti e rivali - è «bello e simpatico». Si approssima alla cinquantina senza che gli anni ne abbiano fiaccato la voglia di correre fra una notizia e l’altra, e fra un Paese e l’altro. Lavora alla Enn, una Cnn europea, e la qualifica gli attribuisce il ruolo di inviato di punta per gli affari internazionali. Ha una madre francese e un padre piemontese, doppio Dna che rassoda l’anima di cittadino del mondo. Vive il giornalismo come una missione. Vuole informare gli europei di questo scorcio di secolo, ma finisce per essere il portavoce di quelli perduti nei massacri che hanno insanguinato la storia continentale di ogni secolo. «A cosa è servito?», si chiede.
Inevitabile che finisca nei guai e rischi la vita in intrighi pericolosi, circondato naturalmente da donne affascinanti e sempre ben informate. Antonio Maria Costa - classe 1941, torinese, già dirigente europeo, alto funzionario alla vecchia Banca per l’Est (Bers) e all’Ocse, infine vicesegretario Onu per la lotta a traffico di droga e criminalità - racconta le avventure dello scatenato e spesso preoccupato reporter con la leggerezza divertita di chi viene dall’altra parte, dal mondo in cui le notizie nascono e, in genere, si cerca di tenerle nascoste. La forma del romanzo lo aiuta a mantenere l’equilibrio. Con Scaccomatto all’Occidente (Mondadori) invita a entrare nel gioco degli specchi della geopolitica, catturati da un uomo e dalla sua vita stravolta da effetto domino avviato dalla scomparsa di un’arma «che ogni dittatore del mondo vorrebbe».
Nella testa di Pierre G, un «nuovo europeo», ogni cosa sembra possibile e lo sarebbe se non fosse che, si scopre, sono in tanti a lavorare perché la sua volontà di informare non si concretizzi. Ci sono i russi e i loro nemici, i cinesi e i servizi di mezzo mondo, gli americani, ma anche l’alta finanza, il governo tedesco con la Bundesbank che sfida la Bce. Tutti giocano un loro Risiko. Chi vincerà? Mosca o Pechino. Berlino? O l’Europa che nessuno sembra davvero amare sino in fondo, ma che alla fine diventa il denominatore comune per la salvezza.
Naturalmente c’è un complotto dietro ogni singola parola e singolo fatto che si accumula col passare rapido degli eventi. Vero o falso? A volte il confine è labile. Non esiste davvero un giornalista televisivo come Pierre G e non esiste una facilità di accesso alle fonti come quella che si incontra pagina dopo pagina. Questo serve però a ricordarci che siamo in un quadro narrativo. Anche se il cronista non è altro che pretesto e strumento che Costa usa per aprire a una storia diversa, a un romanzo quasi a chiave che somiglia spesso a un saggio nascosto, che parla del passato, del presente e del futuro dell’Europa.
Da quando il volume è stato pubblicato in inglese, col titolo The Checkmate Pendolum, molte delle sue profezie si sono avverate. È cresciuto lo scetticismo, s’è amplificata la voglia di dominio dei russi, la finanza buona e cattiva ha assunto un ruolo sempre più centrale. Mentre l’Europa annaspa per colpa dei suoi Stati. «La politica a Berlino è più opportunista che espansionista», dice Scottie Newman, immaginaria analista del Newsweek. Occhio americano. Cronaca di questi giorni, a ben vedere.
Costa ammette che molti personaggi del suo romanzo sono in realtà prestanome per figure reali. Il banchiere Di Mello è Mario Draghi?, viene da chiedersi. Sì e no. Perché, quando lo si chiede all’autore, la risposta è che lui tutta quella gente l’ha incontrata, «però questo è un romanzo». Così quando Pierre G arriva a compiere la sua missione di giornalista, al lettore resta il dubbio che tutto sia stato un pretesto per cominciarne un’altra, più personale. Quella che porta a cercare di capire il continente in cui viviamo, un universo che solo l’assenza reale di costanti minacce fisiche rende meno insidioso di quello in cui corre il cronista superuomo della Enn.
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