sabato 17 ottobre 2015

Un nuovo blocco storico: il Mulino con Renzi, contro la democrazia moderna e contro i "populismi"

Serve energia per fronteggiare il populismo
Carioti Corriere 16 10 2015

Populismo contro tecnocrazia: un conflitto sempre più aspro, ma anche una morsa in cui molte democrazie europee, a cominciare dall’Italia, rischiano di rimanere stritolate. A meno che non si affermino leadership politiche dotate di energie eccezionali. È la diagnosi poco rassicurante che il politologo Sergio Fabbrini ha consegnato al nuovo numero della rivista «Il Mulino», diretta da Michele Salvati, nell’ambito di un ampio dossier dedicato al malessere politico dilagante in molti Paesi dell’Unione.  
Il populismo, osserva Fabbrini, è un dato strutturale nelle democrazie liberali, poiché esprime l’insofferenza per i vincoli che le regole costituzionali pongono all’esercizio del potere politico investito dal voto dei cittadini. Ma le Costituzioni europee approvate dopo il 1945 hanno anche un contenuto sociale, «sono divenute lo strumento per legittimare il diritto del popolo ad avere diritti». Quindi possono essere brandite come un’arma dalle opposizioni in funzione antioligarchica, soprattutto in una fase di crisi dello Stato sociale. 
Il fenomeno si è accentuato negli ultimi anni, sottolinea Fabbrini, perché le forze politiche tradizionali hanno delegato sempre più le decisioni difficili e impopolari a istanze non legittimate dal voto. E la nascita dell’euro ha portato il tutto all’esasperazione: una «drammatica emigrazione verso l’alto della sovranità monetaria e di bilancio» ha conferito a organismi intergovernativi il compito di assumere deliberazioni che si ripercuotono sui singoli Stati, tra i quali si è creata una gerarchia di fatto a seconda della loro capacità di rispettare i parametri su cui si fonda la valuta comune. 
Per giunta le istanze intergovernative hanno affidato la gestione di quei parametri «ad agenzie tecnocratiche», tipico esempio la cosiddetta «trojka» incaricata di tenere sotto controllo la Grecia, che applicano un modello tendente a ridurre gli spazi della discrezionalità politica. Ne consegue che gli abitanti dei Paesi più deboli (ma anche di realtà più solide come la Francia) si sentono espropriati della sovranità e accorrono sotto le bandiere dei movimenti populisti, di destra o di sinistra, che ne guidano la ribellione contro i diktat delle burocrazie di Francoforte e di Bruxelles. 
Fabbrini non crede che i vecchi partiti, incapaci d’incidere sulle scelte intergovernative e sempre meno rappresentativi, possano arginare questa ondata impetuosa. Servono invece «forti leader di governo», pronti a impegnarsi in una lotta su due fronti per riformare contemporaneamente le istituzioni europee in senso sovranazionale e i sistemi economicosociali dei rispettivi Paesi in senso efficientista. L’impresa si presenta titanica. Ma l’alternativa è «implodere dentro la retorica populista», come è successo alla Grecia, con l’unica speranza che governanti giunti al potere cavalcando il risentimento verso l’Unione «si convertano sulla strada di Damasco» e adottino un approccio riformatore «come forse sta succedendo ad Alexis Tsipras». Non pare una prospettiva in cui si possa confidare.  
Perciò, pur non nominando Matteo Renzi, Fabbrini sembra considerarlo l’ultima carta dell’Italia, un Paese particolarmente a rischio perché in ritardo nella modernizzazione economica, sprovvisto di partiti solidi, poco influente a livello europeo. Se l’attuale capo del governo dovesse fallire o retrocedere, sarebbero guai: una convinzione che Fabbrini condivide con il direttore del «Mulino» Salvati, il cui articolo su questo fascicolo s’intitola Renzi, stick to your guns. Che si può tradurre liberamente: «Matteo, tieni duro».

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