sabato 23 gennaio 2016

Sul rapporto della Germania con la propria storia


Neil MacGregor: Germany. Memories of a Nation, Knopf

Risvolto

For the past 140 years, Germany has been the central power in continental Europe. Twenty-five years ago a new German state came into being. How much do we really understand this new Germany, and how do its people now understand themselves?
Neil MacGregor argues that uniquely for any European country, no coherent, over-arching narrative of Germany's history can be constructed, for in Germany both geography and history have always been unstable. Its frontiers have constantly floated. Königsberg, home to the greatest German philosopher, Immanuel Kant, is now Kaliningrad, Russia; Strasbourg, in whose cathedral Johann Wolfgang von Goethe, Germany's greatest writer, discovered the distinctiveness of his country's art and history, now lies within the borders of France. For most of the five hundred years covered by this book Germany has been composed of many separate political units, each with a distinct history. And any comfortable national story Germans might have told themselves before 1914 was destroyed by the events of the following thirty years.
German history may be inherently fragmented, but it contains a large number of widely shared memories, awarenesses and experiences; examining some of these is the purpose of this book. Beginning with the fifteenth-century invention of modern printing by Gutenberg, MacGregor chooses objects and ideas, people and places which still resonate in the new Germany - porcelain from Dresden and rubble from its ruins, Bauhaus design and the German sausage, the crown of Charlemagne and the gates of Buchenwald - to show us something of its collective imagination. There has never been a book about Germany quite like it.



La memoria necessaria
di Salvatore Settis Repubblica 23.1.16
PERCHÉ la Germania ha tanto successo nel mondo? Perché sa fare i conti con il proprio passato, anzi assorbe la storia come ingrediente essenziale del futuro. La diagnosi è di Neil MacGregor, il brillante direttore del British Museum ora passato alla testa del nuovo Humboldt Forum di Berlino, nel suo ultimo libro (Germany. Memories of a Nation, Knopf). In un Paese come l’Italia, che coltiva la smemoratezza, la distrazione e la superficialità come altrettante virtù, può sembrare una provocazione. Ma proviamo a guardarci intorno. «L’America è famosa per essere a-storica », ha dichiarato Obama, aggiungendo «dimenticare è uno dei nostri punti di forza». Lo conferma il discorso d’insediamento di Bush II, che invitava gli americani a dimenticare il Vietnam, perché «una grande nazione non può permettersi memorie che fomentano discordia». Ma è meglio promuovere l’amnesia di marca americana o la memoria storica “alla tedesca”? La scuola italiana, riducendo di riforma in riforma lo spazio della storia (e della storia dell’arte) propende per l’arte della dimenticanza, forse più per sciatteria che per progetto.
Sul ruolo della storia nella vita di una nazione è tutta da leggere la conversazione di Obama con la grande scrittrice Marilynne Robinson (premio Pulitzer 2005), pubblicata dalla New York Review of Books. Dialogando con il Presidente, Robinson si chiede se l’America possa ancora dirsi una democrazia, intesa come «la conseguenza logica e inevitabile di un umanesimo religioso al più alto livello, da applicarsi all’immagine umana in quanto tale e al rispetto che le si deve». È qui che Obama parla di “amnesia americana”, contrapponendola alla memoria lunga di civiltà dove antichi eventi, come il contrasto fra sciiti e sunniti, provocano ancora feroci contrasti. «Noi americani dimentichiamo quel che è successo due settimane fa — continua Obama, incalzato da Robertson — Ma sono convinto che per incoraggiare la creatività è essenziale insegnare la storia ai nostri ragazzi», tanto più che «tenere in vita una democrazia comporta sangue, sudore e lacrime», e non una visione falsamente pacificata. E la memoria del passato (anche recente) mostra che la competizione senza contenuti annienta la democrazia. «Se potessi cancellare una parola dal vocabolario americano, sarebbe “competizione”» (Robinson), anche se «storicamente, l’America ha voluto “competere” creando un sistema scolastico migliore di altri, accrescendo gli investimenti in ricerca, credendo profondamente nella scienza e nei fatti, accogliendo talenti da tutto il mondo, promuovendo sistemi di sicurezza sociale » (Obama).
Quel che la scuola americana fa ora è l’opposto, risponde Robinson: «Stiamo dicendo alla gente che non troveranno lavoro a meno che non acquisiscano anonime competenze tecnologiche, e con questo linguaggio coercitivo stiamo dicendo alla gente che le loro vite sono fragili, alla mercé di una generica paura che impedisce ogni senso di sicurezza », e dunque ogni creatività. La retorica della competitività spinge a diminuire la protezione dei lavoratori, a devastare l’ambiente, a delocalizzare la produzione, a inseguire la logica della crisi, augurandosi che colpisca altri Paesi: ma è davvero questa, si chiede Robinson, la missione americana, avere la meglio sulla Cina o sull’Europa? Per uscire da questa logica miope, è necessaria la memoria e la conoscenza storica. Prendere coscienza della storia vuol dire (come in Germania) scegliere di ricordare quel che si è tentati di dimenticare. Accettare le proprie responsabilità rispetto al passato vuol dire allenarsi a costruire il futuro con piena responsabilità (fattore essenziale della democrazia).
Questa conversazione fra un Presidente e un’intellettuale che promuove la storia in nome della democrazia, della creatività e della felicità dei cittadini è (temo) impensabile in un’Italia dove segmentate “competenze” la vincono sulla conoscenza, dove gli slogan (“buona scuola”) sfrattano lo spirito critico, dove scuola e università puntano sempre meno a educare cittadini e sempre più a formare un’anonima forza-lavoro. È in questo quadro, in cui andiamo scopiazzando un’America che ha già avviato una qualche autocritica, che si va diffondendo come una peste il pregiudizio che gli studi umanistici vadano cestinati come inutili; e che intanto i migliori laureati delle nostre università (umanisti e no), dopo una formazione a nostre spese, emigrano a decine di migliaia.
Ma qual è la funzione degli intellettuali (di chi si ferma a pensare) in un mondo dominato dalla faciloneria e dall’amnesia? Proprio per questo, abbiamo sempre più bisogno di quei «mercanti di luce, che da ogni nazione ricavano il meglio, i libri, le idee, gli esperimenti, le memorie, i modelli di comportamento, e li trasportano in patria» (Francis Bacon). Chi pratica la storia e le scienze umane è davvero un «mercante di luce » che illumina il presente con idee per costruire il futuro. Ha ragione Marilynne Robinson: o la scuola è il microcosmo della democrazia, o non è. Vale in America, vale in Europa. Varrà in Italia? 

1 commento:

Mauro ha detto...

La Germania non ha mai fatto i conti col proprio passato. Semplicemente lo ignora e pensa solo al futuro. Questo è il segreto (sporco) del suo successo.