Risvolto
La pioggia di fine estate è implacabile e lava
via ogni traccia: ecco perché stavolta la scena
del crimine è un enigma indecifrabile. Una sola
cosa è chiara: chiunque abbia ucciso la donna,
ancora non identificata, l’ha fatto con la
cura meticolosa di un chirurgo, usando i propri
affilati strumenti per mettere in scena una
morte.
Perché la morte è uno spettacolo.
Lo sa bene, Enrico Mancini. Lui non è un
commissario come gli altri. Lui sa nascondere
perfettamente i suoi dolori, le sue fragilità. Si
è specializzato a Quantico, lui, in crimini seriali.
È un duro. Se non fosse per quella inconfessabile
debolezza nel posare gli occhi
sui poveri corpi vittime della cieca violenza
altrui. È uno spettacolo a cui non riesce a riabituarsi. E quell’odore. L’odore dell’inferno,
pensa ogni volta.
Così, Mancini rifiuta il caso.
Rifiuta l’idea stessa che a colpire sia un killer
seriale. Anche se il suo istinto, dopo un solo
omicidio, ne è certo. E l’istinto di Mancini non
sbaglia: è con il secondo omicidio che la città
piomba nell’incubo. Messo alle strette, il commissario
è costretto ad accettare l’indagine…
E accettare anche l’idea che forse non riuscirà
a fermare l’omicida prima che il suo disegno si
compia. Prima che il killer mostri a tutti – soprattutto
a lui – che è così che si uccide.
Una città eterna alla Edgar Allan Poe Thriller. «È così che si uccide» di Mirko Zilahy, uscito per Longanesi. Una Roma che somiglia alla metropoli di «Blade Runner», colpita da pioggia incessante, diventa il set di efferati delitti. E la trama del libro assume risvolti psicoanalitici, tra rimozioni e «ombre»
Mauro Trotta Manifesto 30.3.2016, 0:03
La prima sensazione che si prova dopo aver letto il libro di esordio di Mirko Zilahy, intitolato È così che si uccide (Longanesi, pp. 411, euro 16,40) è che una Roma così non si era mai vista. Una Roma da sempre associata al suo clima mite, al sole, al caldo, per tutti i diciannove giorni in cui si svolgono gli avvenimenti narrati, è flagellata ininterrottamente dalla pioggia. Quasi come se una vicenda così oscura come quella narrata in questo thriller, avesse bisogno di un tale scenario cupo e inusuale. Uno scenario che sembra rispecchiare l’interiorità dei personaggi principali, le loro paure, le loro angosce, il loro dolore. Una situazione che se da un lato sembra richiamare opere letterarie e cinematografiche di grande successo – Blade runner in primis – fa venire in mente in realtà un piccolo capolavoro della letteratura italiana, Malacqua di Nicola Pugliese. Qui è un’altra città da sempre sinonimo di sole e bel tempo, ovvero Napoli, che mostra il su lato oscuro e magico durante quattro giorni di pioggia ininterrotta.
Ma la Roma narrata da Zilahy risulta inconsueta non solo per il clima, ma anche per il contrasto che presenta tra le sue architetture più note, antiche o barocche, e i suoi luoghi di archeologia industriale. Scavi archeologici, l’ex mattatoio, il Gazometro saranno gli scenari degli efferati delitti al centro del romanzo. E acquisteranno una dimensione terrificante, esemplificata magistralmente dalla visione del Colosseo e del Gazometro, percepiti quasi come immensi mostri che si stagliano nella cupa atmosfera, riecheggiando in qualche modo l’atmosfera della Londra Vittoriana o di alcuni racconti di Edgar Allan Poe.
La storia raccontata, a prima vista, rispecchia tutti i crismi del thriller. Il commissario Enrico Mancini, unico profiler della questura romana – si è specializzato a Quantico in crimini seriali – viene chiamato a indagare su di un serial killer che sta terrorizzando la città. Ma se lo sviluppo della storia, il succedersi degli omicidi, lo scenario retrostante sono tutti elementi tipici di questo genere di racconto, altri fattori risultano davvero inconsueti. Innanzi tutto la stessa figura dell’investigatore, il quale, dopo aver perso la moglie a causa di un cancro, non sopporta più la vista dei cadaveri, l’odore di morte, le porte chiuse. E che ha bisogno di indossare sempre un paio di guanti, quasi a rimarcare la volontà di separazione dal mondo esterno. Mancini, poi, sta seguendo un’altra indagine a cui tiene molto e non vuole trovarsi assolutamente coinvolto in quella che fin dal principio sente come una storia di omicidi seriali. C’è poi il rapporto che si instaurerà un po’ alla volta col killer, non a caso chiamato «l’Ombra».
Una strana relazione fondata su di un dolore profondo e che più che ricalcare gli schemi tradizionali sembra richiamarsi alla psicologia junghiana, suggerendo quasi che l’assassino incarni la parte oscura dell’inconscio del commissario o, forse, che entrambi gli antagonisti siano proiezioni delle profondità della psiche dell’autore. Del resto se c’è Jung nel romanzo non manca neppure Freud: Caterina De Marchi, una componente della squadra di Mancini, si troverà a rivivere la scena rimossa all’origine della sua incontrollabile paura per i topi.
Caratterizzato da una scrittura avvincente, all’interno della quale l’autore riesce ad integrare magistralmente registri medi ed alti, da livelli di suspence elevati – il libro si legge davvero tutto d’un fiato – da elementi di denuncia sociale e politica (si affrontano argomenti quali la sanità, le scorie delle centrali nucleari, la vita dei Rom) quello che più sembra caratterizzare maggiormente il romanzo di Mirko Zilahy è la sua capacità di essere letto a vari livelli, di mostrare, secondo il punto di vista in cui si pone il lettore elementi e temi differenti. Come se si trattasse di una complessa anamorfosi, ovvero una di quelle «immagini distorte, mostruose e indecifrabili che, se viste da un certo punto dello spazio o riflesse con accorgimenti vari, si ricompongono, si rettificano, infine svelano figure a prima vista non percepibili».
Le leggi della fisica ci spingono tutti sottoterra
Zilahy, già traduttore de «Il cardellino», esordisce con un super thriller ambientato in una Roma piovosa dimostri d’acciaio e cemento. Protagonista un commissario che avverte da lontano «l’odore dell’inferno»
24 gen 2016 Libero FELICE MODICA
Cheunatraduzionebenfatta richieda sapienza di scrittore è banale.
Scontato, anche, aspettarsiqualcosa di buono dall’esordio
letterariodiMirko Zilahy, traduttore, tra l’altro, de Il cardellino di
DonnaTartt (Pulitzer 2014), oltre che insegnante di lingua eletteratura
italiana in Irlanda. È veramente una bella notizia, però, che È così che
si uccide ( Longanesi, pp. 410, euro 16,40) abbia tutte le carte
inregolaperdiventare un bestseller e dare una bella boccata d’ossigeno
all’editoria italiana. Intanto, esce contemporaneamente in Spagna,
Germania, Francia, Grecia e Turchia, e questo qualcosa vorrà dire. Ma,
soprattutto, una volta che il volumone si prende in mano, risulta
impossibile separarsene. Posso testimoniarlo, e dovrei anche
risentirmene, visto che, alla lettura, almomento dedicosolo le ore
notturne. D’altra parte, quelle piùadatteaunthriller così... Scritto in
buon italiano (e non è poco)... Con una grande tensione narrativa e tre
protagonisti che tengonola scena dafuoriclasse: il commissario,
l’assassino e Roma.
Il primo è un duro segnato da sfortunate vicende personali con, nei
confronti del suo lavoro, un rapporto di odio-amore. Formatosi a
Quantico, in Virginia, il commissarioManciniè ilmiglior profiler
italiano, specializzato nel dare la caccia ai serialkiller, dicui studia
e ricostruisce lapsicologia, le fantasie malate, i simbolismi,
finoaunprocessodiquasi identificazione. Un numero Uno che non riesce più
a posare gli occhi su un cadavere, che indossa i guanti perché non
sopporta più ilcontatto conl’esterno. Rifiuta l’idea stessa dell omicida
seriale, non ne può più, ha raggiunto la saturazione e di fronte
all’odore dolciastro del sangue, allamorte che incombe, a quello che
chiama «l’odoredell’inferno», vorrebbe fuggire, negare quanto, invece,
il suo infallibile istinto gli ha suggerito da subito.
L’assassino è invece «l’Ombra», laqualedisseminagli scenari dei suoi
efferati delitti di indizi che solo un uomo con un
passatoeunaformamentis comequelli diMancini può essere in grado di
decifrare. Delittiesemplari, veri paradigmi del modo in cui si
puòuccidere. Come spessoaccade, si individuano diversi punti di contatto
tra la preda e il cacciatore e, tra l’altro, i ruoli sono resi
sapientemente interscambiabili.
Ma c’è un terzo protagonista, forse il più originale e azzeccato. È
Roma, non quella di San Pietro e del Colosseo, ma la Roma dei suoi
quasi sconosciuti (anche se immensi) mostri d’acciaio e cemento. Il
grande Gazometro, coi suoi forni che inghiottivano le vite di fuochisti e
operai, un Colosseometallico altoquasicentometri; ilmattatoio del
Testaccio (dove oggiha sede ilMacro, ilmuseo d’arte contemporanea), che
tingeva rosse di sangue le acque del Tevere; le Ciminiere della Mira
Lanza. Epoi i sitidelle centrali termonucleari di Trino Vercellese,
Caorso, Garigliano, Latina. Una capitale chepare calata inunadimensione
dickensiana e vittoriana, damodello di archeologia industriale di
periferia anglosassone.
n’atmosfera ancormeglio resa ambientando l’intero romanzo sotto la
pioggia sferzante, con un cielo livido e certe periferie
tiberinesimiliaunaDite infernale, popolata da ratti e gigantesche nutrie
carnivore, laddove la terra stessa pare (e probabilmente è) avvelenata,
esalando vaporimefitici, radioattivi. Eppure anche questa Roma ha il
suo fascino, la sua bellezza letteraria.
In tali scenari si svolge la complessa e avvincente caccia
all’uomo che il commissario e la sua squadra conducono contro un serial
killer crudele e intelligente, ma non del tutto sprovvisto di umanità.
Una squadra compostada gregaridiprim’ordine, con un capitano che, a
sorpresa, pur essendosi formato negli Usa, nontrascura
ivecchimetodid'indagine: carta epenna; né gli insegnamenti dell’anziano
maestro. Coltiva ilsensodell’onore edell’amicizia. È, insomma, un po’
all’antica, eperquesto ciè simpatico. Mancini è un disilluso. Sa che «la
realtà non esiste». Lo dimostrano le sue indagini, provando ogni giorno
come ilmondo visto frontalmente sia illeggibile. Come se fosse
raffigurato conquella tecnica pittorica chiamata anamorfosi, per cui un
oggetto viene dipinto secondo una prospettiva diversadaquella centrale,
inmodoche, guardandoilquadrofrontalmente, risulti invisibile.
Ilcommissario ha capito, soprattutto, chele leggi dellafisica e della
balistica ci spingono tutti verso terra. Meglio, sottoterra...
Nondimeno, va avanti perché sa bene che andare avanti è l’unico modo
concesso all’uomo per distrarsi dal terribile conto alla rovescia che è
la vita.
Nessun commento:
Posta un commento