lunedì 25 gennaio 2016

Un romanzo su Copernico



























Copernico, modello di esilio esistenziale 
Scrittori irlandesi. Tra l’arte del «nascondimento» e quella della «rivelazione», una fuga metaforica: "La musica segreta", un romanzo su Copernico 

Enrico Terrinoni Alias Manifesto 14.2.2016, 6:00 
«L’esilio è un sogno di gloriosi ritorni. L’esilio è la visione della rivoluzione…un paradosso senza fine: guardare avanti guardando sempre indietro»: questo disse Salman Rushdie a John Banville, che nel 1993 lo intervistò per la «New York Review of Books» trovandolo molto cambiato rispetto all’ultima volta che si erano incontrati, dieci anni prima. Banville si aspettava un uomo «iroso, teso, loquace e indignato» e ebbe invece la sensazione di trovarsi davanti a una persona avvolta in una tristezza, che tuttavia in qualche modo lo aiutava a vivere. L’esilio è una insulation in space e una isolation in spirit, come ricordò in un famoso sermone natalizio sulla solitudine di Cristo il reverendo Frederick W. Robertson, a metà dell’Ottocento. Ma è anche una condizione filosofica, a volte adottata consapevolmente per riuscire a tornare in sé e a parlare di quanto ci circonda. Fu quanto accadde a Joyce e, in tempi recenti al suo conterraneo John Banville, il cui celebre libro su Copernico, pubblicato originariamente nel 1976, torna oggi in libreria col titolo La musica segreta (traduzione di Irene Abigail Piccinini, Guanda, pp. 336, euro 19.50).
Banville ha abituato i suoi lettori a uscire dalle mura e dai confini del sé come da quelli della sua Irlanda, e lo ha fatto scrivendo una serie di libri di ambientazione «continentale». Anche riguardo ai generi letterari che frequenta sembra abitare spazi dislocanti, almeno stando ai thriller che firma con lo pseudonimo Benjamin Black.
Nel romanzo dedicato a Copernico, il giovane scienziato polacco alle prese con la voglia di correggere l’errore principale del sistema tolemaico, il geocentrismo, vive in un esilio esistenziale del tutto peculiare, nutrito di tensione e di angoscia. Le sue ricerche potrebbero portarlo, ciò che non accadrà, a un corpo a corpo violento con l’autorità accademica e religiosa del proprio paese: uno scontro simile quello che avrebbe messo alle strette, decenni dopo, filosofi e scienziati come Bruno e Galileo.
Orfano di madre e chiuso caratterialmente, il giovane Copernico è una figura sofferta. Vive con il fratello e l’anziano padre, ma non riesce a stabilire con nessuno dei due un rapporto alla pari. Dopo la morte del padre, assieme al fratello Andreas viene affidato allo zio Lucas, un canonico della chiesa cattolica del Regno di Polonia. Immerso negli studi universitari, alieno ai rapporti sociali, e soprattutto, facilitato dalla propria attitudine alla speculazione e alla ricerca, Copernico volge gli occhi alle sfere celesti, come consolazione alle proprie ansie, e tra Bologna, Padova e Ferrara, comincia a formulare quella teoria eliocentrica che diverrà per lui una vera e propria ossessione.
Lo consuma nell’angoscia, il desiderio di superare l’insegnamento dei maestri, ma anche la consapevolezza di non riuscire del tutto a emanciparsene, come emerge, ad esempio, in un concitato scambio di battute con un accademico, che produce nel giovane Nicolaus un balbettio interiore: «Nicolaus si lanciò subito nel discorso che andava preparando da giorni. Balbettava e sudava, dominato dall’ansia di fare colpo. Pitagora! Platone! Nicola Cusano! I nomi di quei morti illustri gli rotolavano fuori dalla bocca scontrandosi nello stretto corridoio come grandi sfere di pietra. Quasi non sapeva quello che stava dicendo. Si sentiva come intrappolato negli ingranaggi di qualche inesorabile macchinario spaventoso ma farsesco. Eraclide! Aristotele!»
Il confronto con gli ambienti del sapere, Copernico lo affronta non sorretto da certezze né dalla saggezza del dubbio, ma talvolta in preda a un fatalismo pessimista che gli dona tinte timorose di modernità. La rivelazione, subitanea e inaspettata, secondo la quale il sole, non la terra, è al centro delle dinamiche celesti, lo entusiasma e lo spaventa al tempo stesso, e nella ricerca spasmodica di far tornare i conti si perde nell’impossibilità dei propri calcoli: calcoli legati a orbite circolari e concentriche, che lo forzano a rimanere all’interno della limitante logica astronomica tradizionale e istituzionale: «Tu metti in discussione Tolomeo? Ricordati questo: a chi pensa che non ci si possa fidare completamente degli antichi, le porte della nostra scienza sono senz’altro precluse. Rimarrà davanti a quelle porte chiuse a farneticare come un pazzo dei movimenti dell’ottava sfera e avrà quello che si merita, poiché crede di poter corroborare le proprie farneticazioni calunniando gli antichi».
Stretto tra l’intuizione del futuro e la forza attrattiva di un passato ancora impossibile da confutare, Copernico sperimenta un esilio interiore, che via via nel romanzo traduce nell’incapacità di intendere la scienza come soluzione reale ai problemi dell’esistenza. Uno tra i maggiori studiosi della fiction di John Banville, Derek Hand, ha individuato quale peculiarità del libro un equilibrato bilanciamento tra l’arte del «nascondimento» e quella della «rivelazione». Nel romanzo – osserva – Banville «si riposiziona consapevolmente all’interno di una cornice letteraria europea e internazionale, sfuggendo metaforicamente a quella che potremmo considerare la limitatezza dell’Irlanda e di preoccupazioni irlandesi». Sarebbe questo il modo escogitato da Banville per trovare una scappatoia dal «disordine del proprio mondo, ritraendosi in un passato distante». Ma quella speranza di scappare dai confini dell’universo tutto irlandese in cui finiscono per rintanarsi tanti scrittori suoi conterranei, è forse soltanto un gioco dialettico, poiché anche in questo romanzo il protagonista mostra una certa familiarità con intrighi nazionali e divisioni religiose settarie che sono ben presenti, sebbene i motivi siano cambiati nel tempo, a un pubblico irlandese.
Il 28 novembre scorso, a Dublino, nel teatro della National Gallery of Ireland, durante una lettura integrale dell’Inferno John Banville ha fatto la sua comparsa, con tanto di buste dello shopping al seguito, per leggere – nella magistrale traduzione inglese di Seamus Heaney – il canto XXXIII, quello dei traditori della patria. Il tributo di Banville andava all’internazionalismo letterario che da sempre lo riguarda e che nacque forse proprio dal successo del suo romanzo giovanile su Copernico, un libro dato alle stampe oramai più di quarant’anni fa; solo nel romanzo gemello, La notte di Keplero, si sarebbero specificate le peculiarità letterarie di John Banville, che non a torto oggi è considerato una delle voci più significative nel canone irlandese contemporaneo.

Copernico, visione e fallimento Il grande scienziato e la sua ultima rivoluzione (mancata): sentire la musica segreta dell’universo26 feb 2016 Corriere della Sera Di Pietro Citati
Inseguiva la cosa più profonda: l’essenza, la verità. Sapeva che Tolomeo s’era sbagliato Sembrava gravato da una conoscenza intollerabile o da una sterminata innocenza
Di John Banville, nato in Irlanda nel 1945, il pubblico italiano conosce soprattutto L’intoccabile, pubblicato nel 1997 (Guanda): un romanzo straordinario, forse il più bel romanzo europeo degli ultimi cinquant’anni; ricco, vasto, terribilmente comico, dominato da una fantasia fiammeggiante e grottesca. All’inizio della propria carriera Banville aveva scritto La notte di Keplero, La lettera di Newton e La musica segreta, un bellissimo libro uscito in questi giorni dall’editore Guanda (traduzione di Irene Abigail Piccinini). Tutti e tre questi libri sono dedicati ai protagonisti della rivoluzione cosmologica moderna: quando l’Europa fu presa da una ispirata malattia, che aveva come sintomi la cupidigia, una curiosità colossale, e una specie di irresistibile allegria. L’eroe della Musica segreta è Nicolaus Koppernigk. Come è sua abitudine, John Banville ricostruisce l’ambiente nel quale egli crebbe: il porto di Torún, sulla Vistola, uno splendido caos assordante, con lo stridore degli argani, le cantilene e le imprecazioni degli scaricatori; la Polonia e la Germania del sedicesimo secolo, sovrani, vescovi e studiosi di astronomia. Nel 1496 Copernico lasciò la Polonia: raggiunse Bologna, con quella piatta aria immobile che gli gravava pesantemente sui polmoni. Infine Roma, madida di paura: dove si parlava di portenti e di prodigi; sangue pioveva dal cielo a mezzogiorno, fragori di zoccoli soprannaturali scuotevano la notte, misteriosi gridi riempivano l’aria.
Molti dicevano che era il regno dell’Anticristo, e che la fine era vicina. Il figlio del papa, Cesare Borgia, tornò vittorioso dalla Romagna, cavalcando in trionfo con il suo esercito per le strade di Roma in festa. Sembrava che il Signore delle Tenebre fosse venuto a farsi acclamare dalle folle in delirio. Dio era stato deposto: Rodolfo Borgia governava in sua vece. Copernico detestava Roma: gli ricordava un vecchio leone morente al sole, con la pelliccia fulva graffiata e puzzolente, sulla quale si moltiplicavano i pidocchi, in un ultimo carnevale convulso. Egli non si chiedeva se quella fosse la fine, o se un’ultima, terribile benedizione sarebbe stata impartita alla città e al mondo.
A Roma Copernico incontrò la filosofia ermetica, derivata dai misteriosi testi di Ermete Trismegisto, secondo i quali l’universo è un’ampia rete di azioni interdipendenti e simpatetiche. Apprese che, dopo la morte, gli uomini si sarebbero riuniti al Tutto: l’uomo spirituale, l’anima libera e splendente sarebbe ascesa attraverso le sette sfere di cristallo del firmamento, liberandosi a ogni sfera di una parte della sua natura mortale, fino a trovare piena redenzione nell’Empireo. Quando Copernico immaginava quell’anima fiammeggiante levitare verso l’alto, un’esultanza indicibile si impadroniva di lui.
Copernico ritornò in Polonia. Sulla torre di Heilsberg aveva un osservatorio. La sua stanza assomigliava più al covo di un alchimista che allo studio di uno scienziato moderno: come la trovò al suo ritorno, la scienza era ancora l’antica confusione di incantesimi e talismani e segni segreti. Lo studio era provvisto di ogni apparecchio che fosse di ausilio all’arte dell’astronomia: globi di rame e di bronzo, astrolabi, quadranti, il triquetrum più intricato, una rappresentazione dell’universo di squisita fattura, con sfere e bacchette d’oro.
In passato Copernico si era spesso rifugiato nella scienza per difendersi dall’orrore della vita, facendo di lei una specie di trastullo. Ora comprese che doveva essere una disciplina fredda e straziante da accettare consapevolmente, obbedendo alle sue regole. Inseguiva la cosa più profonda: il nocciolo, l’essenza, la verità. Obbediva alla faticosissima necessità di trovarsi a distanza ravvicinata dal mondo, di cui aveva bisogno: ma questo mondo non doveva contaminare le sue visioni, inquinando con la propria volgarità la purezza trascendente delle teorie celesti. Una volta si chiese se al fondo di tutto non ci fosse una forza selvaggia ribollente, la quale, torcendosi in oscure passioni, tutto produce, sia ciò che è grande sia ciò che è insignificante. Forse sotto ogni cosa si nascondeva un vuoto senza fondo, mai colmo. Allora, la vita non sarebbe stata altro che disperazione.
Copernico sapeva che Tolomeo, nell’Almagesto, si era sbagliato, e che da allora la scienza dei pianeti era stata una vasta cospirazione per salvare i fenomeni. Pensava che il Sole, non la Terra, stesse al centro del mondo, e che il mondo fosse molto più vasto di quanto Tolomeo immaginasse. Il Sole era il centro di un universo immensamente espanso: la nota fondamentale della musica segreta. Dicendo, e scrivendo così, egli temeva di essere confutato, insultato, messo in ridicolo. Infatti i dotti del tempo lo insultarono: le persone comuni provavano dispiacere al fatto che la vecchia Terra fosse deposta e relegata nel buio del firmamento, saltellando e piroettando agli ordini di un muto e tirannico dio del fuoco. Copernico venne invitato a partecipare al Concilio Lateranense sulla riforma del calendario: ma rifiutò, adducendo come scusa la convinzione che questa riforma non andasse portata avanti senza aver prima determinato con maggior precisione il moto del Sole e quello della Luna. Pensava che l’astronomo è un cieco che, con la matematica come unico sostegno, debba compiere un viaggio pericoloso e interminabile attraverso innumerevoli luoghi desolati.
Per tutta la vita Copernico cercò di diventare se stesso, scoprendo il proprio io. Non sapeva per quale ragione, questo misterioso io gli era sempre sfuggito. La vita scorreva al di sopra di lui, in una corrente e, sotto la corrente, lui aspettava, senza sapere che cosa. Cominciò a soffrire di insonnia: spesso di notte si avventurava per la città, immergendo il cervello febbrile nella fredda aria notturna. Sentiva che l’intelletto lo dominava, rinchiudendolo in una sublimità asfissiante; e liberò in sé stesso l’uomo fisico, che per tutta la vita aveva atteso di essere liberato. I sensi avrebbero avuto il loro momento di gloria. Eppure, stranamente, il corpo liberato sembrò ignorare cosa fosse la libertà appena ritrovata.
Alla fine, Copernico ebbe la sensazione di svanire a poco a poco: il suo io fisico stava evaporando: diventava trasparente; era soltanto mente; una specie di grigia ameba fantasma, che vorticava silenziosamente nell’aria. C’era in lui una mancanza, che andava al di là del naturale distacco dello scienziato. Dietro le sue azioni e i suoi gesti, si estendeva una sottile corda tesa di inesprimibile angoscia, che si allungava nel nulla. A tratti, sentiva in sé una muta intensità e ferocia, che spaventava chi gli si avvicinava. Sembrava gravato da una conoscenza segreta e intollerabile, o da una sterminata innocenza, che si difendeva dal mondo degli uomini con un piccolo sogghigno grigio.
Con ferocia, violenza, istinto tragico, John Banville racconta in bellissime pagine la vita di Copernico negli ultimi anni: la sua paura di parlare, di scrivere, di pubblicare. Aveva cercato di intravedere «quella cosa, appassionata eppure calma, intensa e remota, favolosa eppure ordinaria, quella cosa che è tutto ciò che importa e il grande miracolo»: la musica segreta dell’universo. Ma non ci riuscì: tutto si perse in un grande fallimento. «Ho mancato in tutto quello che mi ero ripromesso di fare: discernere la verità, il significato delle cose», disse. Non gli restava che morire. Si ritrasse dal regno della vita: giaceva, ammasso informe di carne e sudore e muco, nel più primitivo e rudimentale stato dell’essere, come un oggetto quasi morto dal respiro impercettibile.

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