giovedì 11 febbraio 2016

In Italia è nata la Sinistra del Vermont. Clinton disperata




















Perché Obama manca alle Primarie Usa
Tutti i candidati di oggi non hanno la personalità e la leadership del Presidente

di David Brooks Repubblica 11.2.16
CON l’avanzare della stagione delle primarie sono preda a una strana sensazione: mi manca tanto Barack Obama. Certo, molte delle sue decisioni politiche non mi trovano d’accordo e sotto certi aspetti la sua presidenza mi ha deluso. Mi auguro che la prossima rappresenti un cambio di filosofia.
Ho però l’impressione che in tutta questa campagna si sia registrato un calo generale di livello. A un tratto sono venuti a mancare totalmente o in parte quegli elementi di personalità e leadership che Obama possiede e che forse abbiamo dato troppo per scontato.
Il primo e il più importante è la sua fondamentale integrità. L’amministrazione Obama si distingue per una sostanziale assenza di scandali rispetto alle amministrazioni Reagan e Clinton, basta pensare all’impatto dell’affare Iran-Contra e dello scandalo Lewinsky.
Sul versante Obama c’è stato ben poco, il presidente e il suo staff hanno dimostrato una fondamentale rettitudine. Hillary Clinton è costretta a continue dichiarazioni per giustificare comportamenti o decisioni non proprio irreprensibili. Obama, al contrario, non ne ha mai avuto bisogno.
Non solo il presidente e sua moglie hanno dato prova di massima integrità personale, ma si sono circondati di persone di alto profilo. C’è tanta gentaglia che gravita attorno alla politica, anche nella campagna della Clinton e l’amministrazione del governatore Chris Christie. Il team di Obama, invece, ha sempre chiuso le porte a questi personaggi.
Il secondo elemento mancante in questa campagna è il fondamentale senso di umanità. Donald Trump non ha fatto che ribadire l’impegno a fermare l’immigrazione musulmana. Una cosa del genere la si può promettere solo se si considerano gli americani musulmani un’astrazione. Obama, invece, si è recato in visita a una moschea, e a viso aperto ha tenuto un meraviglioso discorso di fronte ai musulmani, riaffermando i loro diritti in quanto americani.
Il presidente ha dato ripetuta prova di grande attenzione e rispetto per la dignità del prossimo. Facciamo un esempio: immaginate che Barack e Michelle entrino a far parte del comitato direttivo dell’associazione di beneficenza cui aderite. Sareste ben lieti di accogliere persone così nella vostra comunità. Potreste dire in tutta sincerità lo stesso di Ted Cruz? L’umanità di un presidente si manifesta nelle occasioni inattese, ma importanti.
La terza qualità di Obama che si fa rimpiangere in questa campagna è la lucidità nel prendere decisioni. In questi anni molti del suo entourage hanno lamentato come il presidente non avesse seguito i loro consigli, ma quasi tutti hanno dichiarato che la loro opinione era stata tenuta in profonda considerazione.
Obama fondamentalmente promuove i suoi valori il più possibile, nei limiti in cui lo permette la situazione. Bernie Sanders, invece, è talmente accecato dai suoi valori che sembra rifiutare la realtà.
Pensiamo alla sanità pubblica. L’approvazione della riforma sanitaria di Obama ha portato a due colossali sconfitte alle elezioni di medio termine. Come ha osservato Megan McArdle su Bloomberg View, l’Obamacare ha danneggiato una piccola percentuale di americani, la riforma di Sanders lascerebbe insoddisfatti decine di milioni di clienti delle compagnie assicuratrici, distruggendo il settore e imponendo nuovi aumenti delle imposte, provocando un terremoto sociale di proporzioni epiche.
Pensare di far approvare la riforma Sanders in una Washington polarizzata e in un paese che nutre profonda diffidenza nei confronti del governo equivale a vivere sulle nuvole. Obama sarà anche stato troppo cauto, soprattutto in Medio Oriente, ma quanto meno è in grado di capire la realtà della situazione.
Il quarto elemento che manca nelle primarie in corso è la compostezza sotto pressione. Il nervosismo mostrato da Marco Rubio in occasioni importanti come l’ultimo dibattito, vederlo muoversi come un automa, sudare, abbrancare la bottiglia dell’acqua, può anche avere un fascino, perché dimostra che è una persona normale. Io, personalmente, sono del parere che Obama pecchi di eccessiva sicurezza in se stesso, ma un presidente deve sapersi mantenere equilibrato a fronte di enormi pressioni. Obama lo ha fatto, soprattutto mentre infuriava la crisi finanziaria. Dopo il dibattito di sabato, Rubio lascia dei dubbi sotto questo aspetto.
Il quinto elemento è un ottimismo tenace. Ascoltare Sanders o Trump, Cruz e Ben Carson equivale a sguazzare nella pornografia del pessimismo, per arrivare alla conclusione che questo Paese è sull’orlo del crollo totale. Ma non è vero. I problemi esistono, ma sono meno gravi di quelli di quasi tutte le altre nazioni del globo.
Le decisioni sagge sono motivate più dalla speranza e dall’opportunità che dalla paura, dal cinismo, dall’odio e dalla disperazione. A differenza di molti degli odierni candidati, Obama non ha fatto appello a quelle passioni.
No, Obama non è perfetto. Troppo spesso si è mostrato sprezzante, freddo, rancoroso e chiuso. Ma in un mondo pieno di brutture, dove le democrazie perdono terreno, il tribalismo cresce, il sospetto e l’autoritarismo prendono il sopravvento, Obama emana un’integrità, un’umanità, uno stile e un’eleganza di cui tutti, credo, sentiremo un po’ la mancanza, chiunque sia il prossimo presidente.
Traduzione di Emilia Benghi © 2016 New York Times News Service

Troppi soldi e falsità la coppia “Billary” non funziona più

Clinton. Dietro alla sconfitta c’è il disgusto di tanti per Wall Street e per le centinaia di milioni già donati da banche e grandi gruppi

di Vittorio Zucconi Repubblica 11.2.16
Mi congratulo con il senatore ma sono io che rappresento la vera svolta
Combatterò per soluzioni vere che cambino realmente la vita delle persone
La sconfitta proprio nello Stato che nel 2008 le aveva regalato una delle sue rare vittorie su Barack Obama
WASHINGTON. Seguite i soldi. Per arrivare alle porte della Casa dei Clinton scoperchiata dal vento di un’insurrezione politica che ha fatto apparire un vecchio senatore di 74 anni più giovane e nuovo di Hillary Clinton, la strada da seguire è quella dei finanziamenti elettorali.
È il “big money”, è Wall Street, obiettivo comune degli opposti populismi di Trump e di Sanders, quello che sta affondando Hillary e che scuote, come non accadeva dalle ore di Monica la Birichina, la coppia più potente d’America.
I Clinton, perché sempre dei due come un insieme si deve parlare, sono vittime del loro successo. Quei 21 milioni incassati da lei per tenere discorsi a società come la Goldman Sachs (250mila a serata) incarnazione di tutto il male nell’immaginazione popolare, quei 163 milioni già versati nei suoi forzieri dai Super Pac, dovevano essere le ali per il volo della Prima Signora Presidente. Sono diventati la macina da mulino che il suo avversario e il disgusto popolare per la finanza rapace le ha appeso al collo.

E, come 28 anni or sono davanti all’assalto della Destra scatenata nell’impeachment i due Clinton sono soli, legati l’uno all’altra, nella battaglia per sopravvivere e salvare la loro vocazione politico-coniugale. Ora che la minaccia alla loro società, quella che era stata definita lo “Studio Billary”, non ha più il volto paffuto di una ragazza di vent’anni, ma le rughe e i capelli bianchi di un senatore di quasi 75, la battaglia sta ricreando tensioni che vanno ben oltre la crisi di un matrimonio. Bill è furioso con Hillary perché la accusa di avere ripetuto gli errori del 2008 quando sottovalutò sprezzantemente l’insidia del giovane afroamericano Obama e di essersi svegliata tardi. Lei, che si era circondata soprattutto di “consigliere”, di donne, per sottolineare quel “Fattore W”, come Woman, ha dovuto accettare l’ingaggio di due vecchi masnadieri delle campagne elettorali del marito, Sidney Blumenthal e David Brock, famosi “picchiatori” che daranno alla campagna anti- Sanders toni violenti. Lei è infelice, umiliata dai risultati e dalla necessità di tornare sotto l’ala di quell’ingombrante coniuge dal quale la vittoria troppo presto annunciata avrebbe dovuto affrancarla. Lui è invadente, logorroico, paternalistico negli interventi con la voce sempre nebbiosa che il pubblico ricorda. All’ultima ora della disastrosa campagna nel New Hampshire ha pronunciato un discorso concordato con lei e poi, indossato un camicione di flanella a scacchi rossi e neri da boscaiolo, è andato off script, fuori copione, improvvisando un attacco a Sanders non autorizzato dalla squadra della moglie. Con lite nella notte.
Bill è tornato il padre padrone che sa come si deve fare. Hillary la moglie che, nonostante il curriculum scintillante, dimostra — all’occhio cinico ed esperto del marito — un’invincibile debolezza nel contatto con le folle. È un’artificiosità che accredita, implicitamente, il sospetto che sia una persona insincera e non affidabile. Piccoli errori, ma che fanno imbestialire il marito, maestro dell’improvvisazione, come quel discorso di concessione della sconfitta nel New Hampshire che lei ha pronunciato leggendolo dal teleprompter, dal “gobbo” davanti al podio. Nel terrore di improvvisare e di “sciogliersi i capelli” come lui consiglia metaforicamente, portandoli lei corti. Come ha detto Dick Morris, il
political operator che proprio Clinton ingaggiò nei giorni del Sexgate, tra i soci della “Billary Spa” esiste una differenza cruciale: lui sembrava sincero anche quando mentiva, lei sembra mentire anche quando è sincera. Un handicap che fa sospettare anche l’ex stratega di Obama come David Axelrod che il problema di Hillary sia Hillary, la sua mancanza di quel carisma che il marito emanava a ondate e che lei, in pubblico, non riesce a esprimere, paralizzata dall’apparenza di preparatissima secchiona. Tanto diversa dalla Hillary conosciuta in privato, spontanea, allegra, intelligente, vulnerabile.
E in questa sua visibile rigidità, prodotto forse dell’essere femmina che sente di doversi mostrare più preparata dei maschi, nell’aura d’insincerità — l’accusa che i sondaggi indicano come la prima ragione di chi non la vota — si chiude il percorso della strada dei soldi. Sembra che Hillary debba nascondere l’essere la candidata della “Casta”, la marionetta dell’Establishment e di quell’”Un per Cento” divenuto addirittura “Lo Zero virgola Uno per Cento” nella retorica di Sanders, costretta ad affidare soltanto al suo essere femmina quel poco di messaggio innovatore che le rimane. Ma che la goffa, patetica mobilitazione delle Nonne del Femminismo, come Gloria Steinem e Madeleine Albright ha sporcato, nella forzatura di genere che le giovani hanno trovato maternalistico e offensivo.
È Bill colui che piace alle donne più di quanto lei piaccia alle donne, soprattutto a quelle sotto i 40 anni che l’hanno scaricata. Ora, in vista del voto nella Carolina del Sud, la “paratia tagliafuoco” dove sarà costretta a vincere se vuole sopravvivere fino al primo marzo giorno di 24 primarie quando i soldi, nella politica all’ingrosso via spot tv, conteranno, Hillary torna di fronte al dramma costante della propria vita: tentare di vincere con lui o rischiare di perdere in proprio? Giorni durissimi, per questa coppia. Quello che Monica non riuscì a distruggere, un vecchio di 74 anni potrebbe spezzare. 


L’emergente Leonard la boccia: «Politica senza anima. Si dice femminista ma è solo per calcolo»
intervista di Serena Danna Corriere 11.2.16
A 27 anni Sarah Leonard è la rappresentazione perfetta della nuova intellettuale newyorkese: vive a Brooklyn, scrive saggi su politica e femminismo per due delle pubblicazioni più interessanti del momento, The New Inquiry e Dissent Magazine (nonché per l’antica rivista di sinistra The Nation ). Ha fatto parte del movimento di protesta Occupy Wall Street, ama bere birra artigianale nel Verso Loft di D.u.m.b.o., e ha appena pubblicato con Bhaskar Sunkara, direttore di Jacobin , altra rivista cult dei millennial, un libro-manifesto della sua generazione The Future We Want . Il suo prossimo presidente è Bernie Sanders.
Come mai le giovani donne stentano a identificarsi con Hillary Clinton?
«È un politico che conosciamo da decenni, ha sempre cambiato pelle a seconda delle circostanze. Oggi fa la femminista perché il tema delle donne domina il dibattito pubblico, ma è solo calcolo, senza anima né ideologia».
Eppure, al momento, rappresenta l’unica chance di avere una donna alla Casa Bianca.
«Capisco il lato simbolico della vicenda ma, come mi ha detto una rappresentante del sindacato delle infermiere, “vorrei tantissimo avere una donna presidente, ma non posso permettermi Hillary Clinton”. Il suo è un programma anti-femminista, se con questo termine intendiamo aiutare tutte le donne: non si può investire solamente sullo sfondamento del soffitto di cristallo a discapito degli altri piani del palazzo. La maggior parte delle donne vive lì, facendo debiti per pagare l’università, decine di lavori, senza poter stare a casa con un figlio appena nato. Non parla a loro Hillary Clinton».
Negli ultimi giorni è nato uno scontro tra le supporter e le oppositrici della candidata alle primarie democratiche. Lei come si pone rispetto all’apparente dualismo?
«Le sue sostenitrici vedono la forza di chi è riuscita — nonostante le vicende personali, le critiche, il sessismo — a superare le avversità e a farcela, sempre. Capisco la connessione emotiva che può scattare nelle donne, magari di un’altra generazione, che hanno subito la cultura maschile. Allo stesso modo comprendo l’attrice e regista Lena Dunham, sua giovane supporter: con tutte le critiche che ha ricevuto negli anni, è normale che veda nel percorso di Hillary un simbolo di riscatto. Ma i sentimenti personali non sono la politica, e le ricche donne di successo sono una minoranza».
Cosa le piace così tanto di Bernie Sanders?
«Che è rimasto sempre lo stesso in tutti questi anni ed è riuscito a raccogliere e farsi portavoce delle richieste emerse dai movimenti sociali degli ultimi anni, da Occupy a BlackLivesMatter. Ha capito cosa accomuna la maggior parte dei giovani americani: il desiderio di maggiore uguaglianza e di organizzarsi per essere più forti».

La vittoria di Bernie il socialdemocratico che parla ai cuori
Sanders. In New Hampshire ha stracciato la rivale. Resuscita lo spirito di Occupy Wall Street Fa presa sui giovani e sui tanti feriti dalla crisi

di Federico Rampini Repubblica 11.2.16
Il governo non è di un pugno di miliardari che finanziano i candidati
I progressisti vincono quando c’è un’alta affluenza alle urne
Il senatore del Vermont si è nettamente aggiudicato il New Hampshire, dopo la sconfitta sul filo in Iowa
MANCHESTER «Da qui è cominciata una rivoluzione politica — tuona Bernie Sanders raschiandosi la gola affaticata — con la partecipazione di cittadini che non avevano mai fatto politica prima. Il messaggio di queste primarie è che il governo del paese appartiene a tutti voi, non a un pugno di miliardari che finanziano i candidati ». Nella serata del suo trionfo alla primaria del New Hampshire, dopo avere inflitto un distacco umiliante a Hillary Clinton (60% contro 38%), il senatore del Vermont illustra questa “ricetta Sanders” che è la grande novità della campagna presidenziale in campo democratico.
«I progressisti vincono quando c’è un’alta affluenza alle urne, i conservatori vincono quando la gente è demoralizzata e non vota ». È la prima lezione che vuole sottolineare. La sua straripante affermazione ha coinciso con una partecipazione-record alle primarie. Neppure Barack Obama aveva portato così tanti a votare nel 2008. Per il 74enne Sanders il dato è importante, e non solo perché conferma la sua forza di trascinamento, soprattutto verso i giovani che sono solitamente i più astensionisti. È importante perché la “rivoluzione politica” che lui promette agli americani, ha come condizione essenziale proprio un terremoto elettorale, un balzo in avanti così forte nella partecipazione, da riportare una maggioranza democratica sia alla Camera che al Senato, per impedire quella paralisi tra esecutivo e legislativo che ha segnato la presidenza Obama.
In quelle sue parole c’è il primo ingrediente del fenomeno Sanders, la differenza abissale tra lui e la Clinton. Hillary aveva preparato una campagna perfetta a tavolino, ha un curriculum esemplare, nessuno discute la sua competenza. Sanders si presenta invece come il leader di una grande causa, il trascinatore di un movimento per risanare e rinnovare un’America turbata e insicura. Lei parla alla ragione, lui ha una presa formidabile sui cuori e sulle speranze. La divaricazione si ripete nei rispettivi atteggiamenti verso Obama. L’ex segretario di Stato non perde occasione per elogiare il presidente in carica e presentarsi come la continuatrice della sua opera (soprattutto dopo il disastro del New Hampshire, ha un disperato bisogno dell’endorsement dalla Casa Bianca). Sanders “continua Obama” in un senso diverso: ne raccoglie la promessa di cavalcare una mobilitazione permanente della società civile, per cambiare il paese; una promessa che contribuì alle due vittorie di Obama nel 2008 e nel 2012, e poi fu regolarmente disattesa. Qual è il modo migliore per difendere le grandi riforme di Obama (sanità, ambiente, matrimonio gay) da una destra decisa a smantellarle? La Clinton sostiene che la sua esperienza le consente di negoziare accordi bipartisan, proprio quelli che la destra negò a Obama. Sanders punta invece su un ribaltamento dei rapporti di forze, che riduca la destra in minoranza sia alla Camera sia al Senato.
Un “riallineamento” storico di quelle dimensioni riuscì a pochi presidenti: Franklin Roosevelt per i democratici, Ronald Reagan per i repubblicani. È credibile che il prossimo sia il “nonno sessantottino”? I giovani entusiasti che lo sostengono con percentuali bulgare vogliono credere di sì, che sia questa la via maestra al cambiamento.
Il suo programma lo stesso Sanders lo definisce “socialdemocratico”: sistema sanitario nazionale a gestione pubblica per rimediare la riforma incompleta di Obama che lascia troppo potere alle assicurazioni e a Big Pharma; università gratuita; salario minimo aumentato a livelli dignitosi; tasse sulla speculazione finanziaria di Wall Street. I repubblicani e la stessa Hillary sono convinti di poterlo affondare dimostrandone i costi fiscali: un prelievo di tasse di livello europeo sarebbe davvero una rivoluzione socialista, dopo 40 anni di egemonia neoliberista in America. Fu proprio Bill Clinton a decretare la resa della sinistra a quella egemonia, quando affermò il dogma che nessun democratico poteva riconquistare la Casa Bianca con la ricetta “tassa- e-spendi”. Sanders vuole dimostrare il contrario: che la bassa pressione fiscale americana è illusoria, perché sanità e università sono un onere insopportabile per i bilanci privati delle famiglie.
Ora per Hillary diventano cruciali gli appuntamenti ravvicinati del Nevada e del South Carolina. Là c’è un elettorato etnicamente più variegato. La saggezza convenzionale del clan Clinton dice: al Sud e a Ovest si gioca in casa grazie a neri e ispanici. Ma quel modo di calcolare a freddo il peso delle varie constituency storicamente legate ai Clinton, non fa i conti con la capacità di Sanders di creare un movimento, un’emozione nuova, facendo salire a livelli record l’affluenza alle urne. I giovani ispanici e neri potrebbero votare seguendo una mobilitazione generazionale, “l’insurrezione dal basso” che resuscita lo spirito di Occupy Wall Street. Quel movimento fu breve, effimero, ma la crisi che lo scatenò non è dimenticata. Dietro la scommessa di Sanders c’è questa convinzione: che l’impatto della crisi del 2008-2009 sulla condizione di vita, sulla psiche e sull’immaginario di una parte degli americani si avvicina allo shock della Grande Depressione, e come quello può partorire trasformazioni straordinarie, che Obama ha appena accennato.

Sanders batte Hillary e cerca il voto dei neri

Il socialista prima trionfa in New Hampshire poi va a New York dal reverendo Al Sharpton

di Francesco Semprini La Stampa 11.2.16
Il sorriso iconico della «regina nera» domina il tratto della Malcolm X boulevard sopra la 125 esima strada, dove un folto gruppo di persone si accalca dalle prime ore del mattino. Siamo ad Harlem, cuore nero di Manhattan, davanti al ristorante Sylvia’s, «the Queen of soul-food», il suo volto campeggia all’entrata circondato dalle grandi lampadine anni Settanta, quasi in attesa di due ospiti particolari: Al Sharpton, il reverendo paladino dei diritti civili degli afro-americani, ma soprattutto Bernie Sanders, la star della «notte magica» di Concord, quella che lo ha incoronato re dei democratici del New Hampshire.
Il candidato alla nomination di partito arriva direttamente dal «Granite State», reduce da un trionfo alle primarie col 60% dei voti contro il 38% di Hillary Clinton. Il senatore socialista («Sono un democratico sociale in stile scandinavo contrario alla collettivizzazione dei mezzi di produzione», ha rettificato lui ultimamente), è come se avesse giocato in casa, il New Hampshire è un feudo Democratico, confinante con il suo Vermont liberal. Ma è anche vero che Sanders ha fatto incetta di voti in ogni sacca elettorale, tra i giovani, nonostante i suoi 74 anni, gli operai, colletti bianchi, scoraggiati, indecisi e donne. Quel «tradimento rosa» che Hillary temeva alla vigilia. Ed ecco che Bernie dall’aula magna della Concord High School, dopo il verdetto dei seggi, parla di «futuro in cui credere».
La gente lo acclama chiamandolo il «candidato rock che nemmeno le tempeste riescono a fermare». Tempeste di neve come quella che si è abbattuta in New Hampshire durante il voto, e che ha seguito Sanders a New York, dove è sopraggiunto di gran lena, facendo prima una promessa. «Vinceremo perché il governo di questo Paese appartenga a tutta la gente - ha detto - vi assicuro vinceremo dappertutto per un vero cambiamento».
A partire dal Nevada, ma soprattutto dalla Carolina del Sud, prossime due tappe del carrozzone elettorale americano, propedeutiche al Super Tuesday del 1 marzo quando andrà a votare in blocco il Sud. Una partita che si giocherà su un terreno assai più difficile, quello dell’elettorato afro-americano e degli evangelici. Sanders sa che la strada verso la Carolina del Sud passa per New York, ad Harlem, dove Al Sharpton lo attende alle 9.30.
La «regina del soul food» non è nuova a vertici Dem organizzati dal reverendo battista, nel 2008 fu il turno di Barack Obama, a giorni sarà quello di Hillary. Ora tocca al re socialdemocratico del New Hampshire. Ci sono sostenitori e abitanti comuni curiosi di capire chi è veramente questo «bianco» che vuole allearsi nella eterna lotta dei neri. Questo ci dice Linda, 30 anni, contabile in un’assicurazione, che parla di «scelta cruciale a novembre». Eliott è un dottore in fase di specializzazione, è ebreo come Sanders, anche lui di Brooklyn: «La gente di New York è intelligente e sa quando un politico dice la verità, come Bernie, questa è l’unica occasione che abbiamo di salvare il Paese».
E la Clinton? «Un vampiro che succhia il sangue della brava gente». Bernie entra da Sylvia’s scortato dal Secret Service, parla con Al Sharpton venti minuti, il tempo di un caffè con crema di latte. Esce senza rilasciare dichiarazioni, solo sorrisi e mani alzate in segno di vittoria, torna subito a macinare chilometri e conquistare elettori, in primis afro-americani. «È la sua ossessione», ci rivelano fonti vicine allo staff.
Del resto i sondaggi lo danno indietro sulla Clinton in Carolina del Sud, 64 a 27%, con il 74% degli afro-americani a favore dell’ex First Lady e appena il 17% per lui (Nbc/Wsj). Al Sharpton parla di lui: «È un segnale molto importante che la mattina dopo una vittoria storica sia venuto ad Harlem a fare colazione con me». «Abbiamo affrontato la crisi dell’acqua di Flint, e il problema della brutalità della polizia - racconta - La mia preoccupazione è che quando nel gennaio 2017 un presidente nero uscirà dalla Casa Bianca non escano anche tutti i diritti conquistati dalla comunità afroamericana». Nessun «endorsement» annunciato per ora, ma il reverendo si tradisce quando qualcuno urla «Sanders-Sharpton per la santa alleanza». «Amico - risponde - ci puoi scommettere».

Il caso Bernie sfata un tabù: è il primo ebreo a vincere le primarie
di M. Ga. Corriere 11.2.16
«Come ti chiami?», «Bernie Sanderswitsky, ma quando arriverò in America cambierò nome: suona troppo ebreo». E’ uno dei passaggi più divertenti del duetto televisivo andato in onda sabato sera durante il Saturday Night Live : lo scrittore e attore satirico Larry David, ebreo anche lui, che spesso imita Sanders in Tv, nei panni di un viaggiatore su un transatlantico d’inizio Novecento che discute col vero Bernie, travestito da povero immigrato socialista ebreo che attraversa con lui l’Atlantico per andare a cercare fortuna in Usa. La vittoria di Sanders in New Hampshire fa sensazione non solo per le dimensioni e per il forte messaggio socialista, così insolito per le tradizioni politiche di un’America da sempre allergica al marxismo, ma anche perché è la prima nella storia di un candidato ebreo che si impone in una competizione elettorale Usa. Anche la settimana scorsa le primarie avevano fatto storia: Cruz primo ispanico vittorioso in Iowa. Per gli ebrei, comunità piccola ma autorevole e potente, c’è, però, una sensibilità particolare. «Mai un presidente nero, italiano o ebreo» recitava un vecchio detto americano, caduto in disuso dopo l’elezione di Obama. I tabù sono fatti per essere abbattuti, ma fin qui la Casa Bianca è stata davvero «off limits» per gli ebrei, anche per loro scelta. I due che si sono presentati fin qui, il senatore della Pennsylvania Arlen Specter e quello del Connecticut, Joe Lieberman, sono stati sconfitti nel 1996 e nel 2004. E Lieberman, il candidato più forte, non fu appoggiato nemmeno dagli ebrei: temevano che una sua vittoria avrebbe alimentato l’antisemitismo e che gli ebrei sarebbero stati considerati in qualche modo responsabili dei sacrifici richiesti dalle manovre di risanamento. Un rischio anche per Sanders. E c’è uno scenario ancora più insidioso: se saranno Trump e Sanders ad avere la «nomination», scenderà in campo Michael Bloomberg: miliardario di Wall Street, anche lui ebreo. Chissà cosa potrà uscire dalle labbra di Trump.

La vera «rivoluzione politica» di Bernie Sanders

Primarie Usa. I precedenti del ’68 e del ’72 non sono confortanti ma Hillary Clinton adesso sembra davvero il «vecchio establishment». E la domanda diventa legittima: può davvero vincere la nomination un ebreo socialista di settant'anni?
di Guido Moltedo
Le domande, adesso, dopo l’esito delle primarie in New Hampshire, sono semplici. Ma incredibilmente pertinenti. Bernie Sanders può arrivare fino in fondo? Fino alla vittoria? Può essere lui il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti? Può essere lui, alla fine, il prossimo presidente degli Stati Uniti? Può un signore nato nel 1941, che si autodefinisce «socialdemocratico», talvolta «socialista», un ebreo di Brooklyn che da giovane trascorse un periodo significativo in un kibbutz comunista del nord d’Israele, può essere lui a raccogliere l’eredità del primo presidente africano americano?
Già il porsi queste domande dà il senso e la dimensione di quanto è accaduto nel piccolo stato del New Hampshire, che alla convention democratica invia appena 23 delegati su quasi 5mila. Quindi un pugno di delegati.
Eppure le primarie del New Hampshire contano perché «definiscono» la competizione, e hanno contato di più questa volta, anche per il solo fatto che autorizzano gli elettori delle prossime tornate elettorali a porsi quelle «domande pertinenti», e dunque a valutare la corsa presidenziale e la propria partecipazione a essa come votanti con una prospettiva inedita e libera. La responsabilità di una scelta politica vera. Non tra lo starsene a casa e il minore dei mali ma tra due opzioni reali. Non un referendum su Hillary. Ma una competizione tra due contendenti veri.
Dopo l’elezione di un figlio di un immigrato, di un nero, l’altra svolta storica sarebbe stata rappresentata dalla nomination di una donna. Clinton, nella sfida con Barack Obama, non aveva usato questa carta preferendo puntare soprattutto sulla sua esperienza e affidabilità in contrasto con l’inesperienza dell’avversario, e su quella del sostegno dell’apparato del partito e dei mondi collegati in contrasto con l’improvvisazione (apparente) dell’organizzazione obamiana.
Questa volta Hillary ha decisamente messo in campo il suo essere donna, per mobilitare un elettorato, quello femminile, che sempre più è decisivo, non solo numericamente (ma anche perché le mogli e le fidanzate, dicono i sondaggisti, spesso influenzano il voto di mariti e compagni).
Sanders le sta sfilando anche quella carta, non solo perché l’elettorato femminile giovane non si considera inquadrato nella logica femminista anni 60/70 e valuta la propria libertà di scelta una conquista che non può essere compressa in alcun ambito precostituito e imposto, fosse pure quello della solidarietà femminile.
In Sanders molte giovani progressiste vedono il «loro» candidato, e non in Hillary, anche se donna. La considerano l’espressione dell’establishment, un establishment peraltro molto maschile e maschilista, come il potere.
Diversamente da Obama e diversamente da Hillary, Bernie non riflette la rivoluzione demografica incarnata dal primo presidente nero, né una rivoluzione di genere, come quella che potrebbe appunto significare Hillary Clinton. Rappresenterebbe quella che egli giustamente definisce una «political revolution», l’affermazione cioè, per la prima volta, di un candidato di sinistra sostenuto e finanziato da una diffusa e generosa militanza in barba ai poteri forti, agli apparati e alla potenza del loro denaro e delle loro organizzazioni.
    I precedenti storici non autorizzano a essere ottimisti.
Eugene McCarthy e George McGovern, che pure erano meno radical di Sanders, sono i due casi da tenere a mente. Il primo, nel 1968, vinse le primarie in New Hampshire, su una piattaforma di contestazione della guerra in Vietnam, e questo suo successo, unito ai sondaggi a lui favorevoli in Wisconsin, indusse il presidente in carica Lyndon B. Johnson a ritirare la sua candidatura per la rielezione.
Fu l’unico, anche se non disprezzabile, risultato conseguito da McCarthy, mentre George McGovern, nel 1972, anche lui candidato anti-war, ottenne la nomination democratica ma perse molto male contro Nixon.
Quel pensiero pone in primo piano il tema del voto utile. Un tema che porta acqua al mulino di Clinton.
Questa volta però non c’è sullo sfondo la guerra del Vietnam, non c’è il mondo bipolare. Se vince un socialista non è un regalo a Mosca. C’è una realtà fluida, più dinamica, più orizzontale. Anche perché alimentata dalla diffusione pervasiva delle nuove tecnologie.
Paradossalmente Hillary può essere considerata lei, come il «prodotto» di un’epoca passata, mentre Sanders, che pure è più anziano, è visto in maggiore sintonia con le sfide della realtà di oggi.
Come dice in un tweet Nate Silver, «le risposte di Clinton invocano costantemente gli ultimi cinquant’anni di storia americana, mentre Sanders è tutto sul qui e ora».

Ta-Nehisi Coates “Mio figlio mi ha convinto: scelgo Bernie”
intervista di Amy Goodman Repubblica 12.2.16
Ta-Nehisi Coates, autore del libro cult Between the World and Me ha criticato duramente Bernie Sanders per aver detto, al Black and Brown Forum dell’Iowa, di non appoggiare gli indennizzi per la schiavitù, perché tema «troppo controverso».
Cosa pensa dei risultati di voto in New Hampshire?
«Non mi sarei mai aspettato che un socialista dichiarato potesse ottenere quei numeri ed entrare in lizza per la nomination del Partito Democratico. Sono impressionato. Perché il passato di Hillary Clinton mi preoccupa. Mi inquietano le posizioni che aveva negli Anni ’90, quando vennero fatte leggi disgustose in termini di giustizia penale. Mi preoccupa che si fa pagare 600mila dollari da Goldman Sachs per le conferenze. Così, potendo scegliere e visto che non deve essere un’incoronazione, penso che il risultato sia una buona cosa».
Lei ha criticato Sanders per la sua opposizione ai risarcimenti per la schiavitù, ma lui sostiene che i soldi alle comunità nere vanno dati, ma investendo sui posti di lavoro. Contro le disuguaglianze.
«Sono d’accordo che bisogna combattere le disparità economiche. Solo, la questione di classe, per gli afroamericani, si pone in maniera diversa rispetto alle altre comunità. Non si può fare un confronto diretto tra la classe media afroamericana e la classe media bianca, tra afroamericani ricchi e bianchi ricchi. La ricchezza dei neri è comunque sempre minore. I quartieri dei neri sono sempre peggiori. Come le istituzioni e i servizi a loro dedicati. Quindi è sbagliata l’idea che ci possa essere una politica onnicomprensiva, per risolvere cose in realtà molto specifiche».
Tornando a Sanders...
«Mi aspettavo di più. Ma come ho già detto mi entusiasma vedere che nel Partito Democratico c’è un’opzione radicale, inconfondibilmente di sinistra. Solo, noi che siamo di sinistra dobbiamo essere i primi ad accettare l’idea che i neri sono stati specificamente colpiti e ci devono essere dei rimedi specifici, altrimenti non ci sono più speranze. In questo senso, scusatemi, mi aspetto di più dal senatore Sanders che dalla senatrice Clinton».
Questo vuol dire che voterà per Sanders?
«Sì, lo voterò. Ho cercato finora di evitare questa domanda perché sono un giornalista e voglio tenere separato il mio ruolo dal mio essere anche un privato cittadino. Ma non credo serva a molto schivare la domanda. Sì, lo voterò. Mi ha convinto mio figlio».

I sogni di Sanders nell’America dei neri la Clinton in difesa dei suoi voti black
Hillary spera che il 37% della popolazione afro in South Carolina fermi l’ondata del rivale che è a caccia di appoggi: ha ottenuto quello del rapper Mike e di Cornel Westdi Vittorio Zucconi Repubblica 12.2.16
WASHINGTON È AI FIGLI di Django, è agli eredi degli schiavi del Sud che Hillary Clinton chiede la liberazione dall’incubo della sconfitta. Nero è il colore della sua ultima speranza di vincere le elezioni e di respingere l’assalto del grande vecchio Bernie e della sua folla di giovani bianchi.
È in South Carolina, la terra degli schiavi, delle immense risaie coltivate dai deportati dall’Africa, del primo colpo sparato nel Forte di Sumter, a Charleston, che diede il via alla Secessione e alla Guerra, che la carovana della politica americana sta piantando i suoi tendoni e nessuno lo fa con tanta ansia quanto il “Clinton Travelling Circus”. Dopo gli antipasti dello Iowa e del New Hampshire, indigesti per lei e deliziosi per zio Bernie il populista, la South Carolina, con quel 37 per cento di popolazione di origine africana, deve essere la paratia stagna che fermi l’ondata di Sanders. O il suo avversario dilagherà dall’Atlantico verso il West e le Grandi Pianure, travolgendola.
Mentre i repubblicani affidano alla potente destra cristiana, alla enorme popolazione in uniforme, agli evangelici rinati in Cristo, l’ultima possibilità di fermare Donald Trump, il miliardario di New York che sembra incarnare tutto il secolarismo e l’esecrato libertinismo della “Sodoma sullo Hudson”, Hillary e Bernie si sono lanciati all’assalto di quel voto nero che alle Primarie democratiche produce oltre il 55% dei partecipanti. Per Sanders, che ha fatto la propria carriera politica sempre e soltanto nei ghetti bianchi del New England, dove la popolazione di colore non supera il 3 per cento, l’incontro con la Black America è la scoperta di un continente umano nuovo.
Diligentemente, il 60enne senatore ebreo venuto da Brooklyn sta facendo il giro delle sette chiese, simbolicamente e letteralmente. Ha incontrato uno dei predicatori e opinionisti più ascoltati nella comunità afro, il reverendo Al Sharpton ad Harlem, sperando in un’investitura pubblica che Sharpton ancora si riserva di dare. I suoi “surrogati”, e lui stesso, battono le chiese battiste della Carolina dove i Pastori, per fede e interesse, tradizionalmente appoggiano i democratici e compattano i loro greggi nei giorni delle votazioni. Ha raccolto l’appoggio di rapper, come killer Mike, e del politologo Cornel West, già sostenitore di Obama oggi deluso e tradito. E 10mila volontari di Sanders si stanno muovendo fra i 4 milioni e mezzo di abitanti dello Stato per bussare, pagati 5 dollari al giorno, alle porte delle chiese, delle case, dei saloon, delle fabbriche.
I sondaggi alla vigilia del sesto dibattito democratico dicono che zio Bernie è molto indietro, ma che anche nelle terre di Django il suo messaggio risuona. E se lui potrebbe essere sconfitto in South Carolina senza troppi danni, un’altra disfatta per Hillary e per la “Clinton Machine” di Billary qui potrebbe essere irrecuperabile. Lo sarebbe perché questo Stato da anni in transizione fra il passato ruspante di piantatori e cavalieri incappucciati del Klan e una comunità in continua crescita economica, culturale e demografica grazie a investimenti anche esteri lo ha reso meno scontato. Con 6,7 miliardi di dollari in fabbriche aperte da case automobilistiche, e lo stabilimento della Bmw che diventerà il primo nel mondo per la casa bavarese, la South Carolina è lo Stato americano che accoglie più investimenti stranieri in tutti gli Usa.
Ed è, dal 1992, Clinton Country, è riserva di caccia per il marchio lanciato dall’ex presidente, che fu definito dalla scrittrice Toni Morrison “il primo presidente nero della storia” e ora passato alla moglie. Anche nelle primarie del 2008, quando Obama comprensibilmente sconfisse Hillary, la signora raccolse più voti di quanti se ne aspettasse. Ma come ha scoperto dolorosamente nel New Hampshire, essere donna non garantisce affatto il voto della donne. Ed essere moglie “nera ad honorem” non assicura il sostegno della comunità afro. I maggiorenti della comunità di colore nazionale, il Black Caucus, il gruppo di deputati e senatori afro a Washington, la Naacp, la associazione nazionale per l’avanzamento della gente di colore, politici e pastori locali sono per Hillary, e con lei si faranno fotografare nei giorni che mancano al sabato del voto, il 27 febbraio, per quello che valgono. Molti degli elettori alle primarie — si calcola il 10 per cento — sono millennial, cresciuti attorno all’inizio del nuovo Millennio, ragazzi e ragazze di ogni carnagione che non hanno mai votato e che della storia d’amore con i Clinton nulla sanno e meno gli importa.
In un tempo che ha visto l’implicito razzismo delle polizie disinvolte nell’abbattere uomini con la pelle scura, in una nazione che, anche sotto la guida del “nero ad honorem” Clinton e del “quasi nero” Obama, accusato di essere africano di pelle, ma bianco di cuore, le promesse dell’establishment democratico potrebbero non convincere più. Sanders, l’anti-establishment, il nonno che tuona contro il carcere facile per i neri e per la giustizia ingiusta che risparmia i figli dei bianchi rinchiudendo invece un milione e mezzo di colored per gli stessi reati, tocca una corda profonda per chi crede che le vite dei “Black” debbano contare come quelle dei “White”. Se vuole vincere, Hillary dovrà raggiungere la mente toccando i cuori e convincere gli elettori del primo Stato del Sud chiamato al voto che lei non sarà come tutti i suoi predecessori: la piazzista di promesse, dimenticate il giorno dopo la vittoria. 

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