domenica 6 marzo 2016
Almirante persino meglio come drammaturgo che come boia
Un atto unico, scritto durante la militanza a Salò, mostra un sentimento molto più ostile verso i partigiani di quello che i repubblichini si attribuivano
Amedeo Osti Guerrazzi Busiarda 6 3 2016
Tra le carte dell’Archivio Centrale dello Stato è emerso un breve «atto unico» scritto da Giorgio Almirante quando era capo di gabinetto del ministro della Cultura popolare della Repubblica sociale italiana. Almirante è stato una delle figure più carismatiche e coerenti della destra italiana del dopoguerra, e ha sempre rivendicato con orgoglio il suo passato nella Repubblica di Mussolini.
Alla pari di molti altri reduci di Salò, Almirante ha difeso tenacemente la sua scelta di campo del 1943, giustificandola come l’unica scelta possibile per «salvare l’onore della Patria». Una scelta inoltre che intendeva raccogliere tutti gli italiani sotto una comune bandiera per respingere gli invasori anglo-americani. Come nell’intera memorialistica saloina, anche Almirante ha invece accusato i «comunisti», o comunque i partigiani, di aver voluto la guerra civile, attaccando alle spalle i fascisti repubblicani.
Non rientra esattamente in questo quadro «pacificatore» il breve «atto unico» pubblicato da Almirante su Mi Cup. Foglio del gruppo fascista della Cultura popolare (28 ottobre 1944), una specie di bollettino ciclostilato evidentemente pensato per gli impiegati del ministero. Il pezzo si intitola Il Soldato Badogliano, ed è una specie di dialogo a più voci, ispirato al teatro di Pirandello, tra un soldato dell’esercito regio e la sua famiglia. In una notte passata in una trincea, appaiono come in sogno ad un soldato del regno del Sud i suoi familiari. La gioia del soldato, che finalmente può rivedere i suoi cari, viene fermata immediatamente dal padre, che lo accusa di aver tradito la patria e di combattere al soldo del nemico. A questo punto il «soldato badogliano» tenta una timida difesa anche nei confronti di Luigi, un personaggio che sembrerebbe essere il fratello del soldato.
Il soldato: «Ma io non sono un traditore. Io porto una divisa».
Luigi: «Infangata».
Il soldato: «Arrischio la vita…».
Luigi: «Al soldo del nemico».
Il soldato: «Infine, sono un soldato».
Luigi: «Pronto a sparare contro i tuoi fratelli».
Il soldato: «Ah, questo no! Non puoi dirlo soltanto a me, a noi! Anche i miei fratelli, dalla vostra parte, si preparano a sparare contro di me».
Il Padre: «I tuoi fratelli non hanno cambiato parte, non hanno cambiato bandiera, non hanno cambiato fede, alleato, nemico. Cominciarono la guerra guardando in volto un avversario, la continuano contro lo stesso avversario. Impugnarono le armi per difendere una causa [...]; mantengono il giuramento».
Il soldato: «Ma italiani siamo anche noi!».
Il padre: «No, voi calpestate il suolo italiano, come lo calpestano i vostri amici, americani, canadesi, neozelandesi, francesi, marocchini e indù; e mentre essi, tutti, anche i più selvaggi tra i più selvaggi, hanno una casa e una famiglia, o almeno dei compatrioti lontani; voi non avete più nulla che vi leghi a questa terra [...]».
[…]
No figlio. Non esiste perdono. Al di là, forse. Su questa terra non possiamo più perdonare, neppure ai figli, neppure ai fratelli».
Il testo si conclude con il soldato badogliano che in un impeto di rabbia rinnega padre e madre.
Al di là del mero documento, il lavoro del futuro segretario dell’Msi è interessante perché rivela quella che era la mentalità dell’epoca. Come detto, l’intera produzione memorialistica degli ex fascisti repubblicani ha sempre difeso Salò con la volontà di difendere tutti gli italiani, anche gli avversari, e solo la intrinseca malvagità dei comunisti avrebbe fatto scoppiare la guerra civile. Una guerra civile scoppiata contro la stessa volontà degli italiani, tra i quali «non vi era odio», come scrisse Almirante nella sua autobiografia. In questo pezzo di Almirante si vede perfettamente invece come per i fascisti gli avversari fossero niente altro che dei «venduti all’oro nemico», dei traditori che avevano perso completamente ogni diritto a chiamarsi italiani.
Tale mentalità si inserisce perfettamente in quella politica del fascismo (dal 1919 in poi) che dipingeva l’avversario politico, anche il più inerme, anche il più indifeso, come niente altro che l’espressione dell’«anti Italia», nient’altro che un «negatore della Patria», contro il quale qualunque mezzo era legittimo. E’ insomma un testo che documenta dall’interno, e senza i filtri, gli abbellimenti e le auto censure attivate nel dopoguerra, la reale mentalità dei fascisti repubblicani, per i quali chi combatteva contro il fascismo e Mussolini era soltanto un «rinnegato», al quale veniva negata ogni dignità morale e, cosa ben più grave, ogni diritto.
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