mercoledì 16 marzo 2016

Piero compilatore di liste degli amici, sostenitore seriale di Bersani e Vendola, accoglierebbe anziano ex presidente del consiglio baffuto se non sfila la poltrona a Fratoianni



E' incredibile con quale arroganza i più ostinati difensori del centrosinistra improvvisamente abbiano scoperto quanto il centrosinistra faceva cagare; per poi subito teorizzare un centrosinistra di nuovo conio [SGA].

Le vecchie strade del centro-sinistra 
La mossa di D'Alema. Nel nostro Paese c’è bisogno di un partito di sinistra, che abbia intelligenza del tempo presente, radicamento nella società, progetto e visione. Non di un’alleanza per vincere le elezioni

Piero Bevilacqua Manifesto 16.3.2016, 23:57 
L’analisi sferzante e sarcastica che D’Alema ha fatto del suo partito, nella nota intervista al Corriere, seguita da tanto rumore, colpisce più per l’autorevolezza del vecchio dirigente e per il campo da cui proviene, che per la sua originalità. Non pochi commentatori avevano già mostrato per tempo che cosa fosse diventato il Pd di Renzi. Non lo dico per sminuire l’efficacia politica di quel messaggio, utile quanto meno per svegliare tanta parte del popolo della sinistra (forse anche qualche vecchio intellettuale) che crede ancora di appartenere al partito che fu di Berlinguer. Ma lo sottolineo per più sostanziali ragioni. Intanto la mossa tattica nasconde una grave insidia. Sarebbe un errore non vedere le complicazioni che una scissione del Pd, capeggiata da D’Alema, creerebbe al nascente soggetto politico della sinistra. La tentazione di dar vita a una riedizione del centro-sinistra diventerebbe così forte da esercitare un irresistibile potere di attrazione su alcuni dei protagonisti oggi al lavoro, disarticolando l’intero progetto. È un timore che non nasce certo dalla pretesa settaria di costruire in purezza un partito privo di contaminazioni con la realtà e con la storia. Ma che al contrario è fondato sull’analisi storica. Il bisogno drammatico del nostro Paese è oggi la costruzione di un partito di sinistra, che abbia intelligenza del tempo presente, radicamento nella società, progetto e visione. Non di una formula di alleanza per vincere le elezioni. 
Occorrerebbe notare che mai è venuta dai dirigenti del Pd (e delle sue precedenti incarnazioni) una seria autocritica delle scelte compiute da questa mutevole formazione negli ultimi 30 anni, mai un serio sforzo di ricostruzione storica per comprendere in profondità quel che era avvenuto nei rapporti tra il partito e la classe operaia italiana, le grandi masse popolari, le figure intellettuali, un tempo forza e punto di riferimento del vecchio Pci. Allorché gli intellettuali concorrevano allo sforzo di comprendere un mondo che si aveva l’ambizione di trasformare, e non servivano per vincere dei turni elettorali. Senza questa riflessione storica l’avvento di Renzi appare come un caso fortuito, ed è invece la continuazione coerente di un percorso. Il jobs act del presente governo conclude un itinerario avviato nel 1997 con la prima riforma del lavoro firmata da un ministro di centro-sinistra. La «buona scuola» e l’emarginazione dell’Università, pur con tutti i distinguo necessari, continua sulla scia delle riforme avviate da Luigi Berlinguer, ed è continuata senza soluzioni di continuità tra governi di centro-destra e di centro-sinistra. La filosofia della contrattazione programmata, quella politica che ha dato mano libera ai costruttori di devastare senza vincoli le nostre città, di cementificare il territorio, è stata accettata di fatto da tutti i governi nazionali degli ultimi 30 anni e ora viene rinvigorita dal cosiddetto «sblocca Italia». E si potrebbe continuare. 
In realtà è mancata e manca, anche in chi critica Renzi, non solo la capacità di guardare dentro la natura del riformismo del centro-sinistra, ma di vedere a quali imperiosi interessi dell’epoca esso di fatto ha finito col rispondere. Perché dopo 1989 nulla è più stato come prima. Il tracollo dell’Urss non ha messo all’angolo solo i vecchi partiti comunisti, ha colpito anche la socialdemocrazia europea. Il potere del capitalismo occidentale, rivitalizzato dai governi della Thatcher e di Reagan, e coadiuvato dalla nuova intellettualità neoliberista, ha affondato la sua critica demolitrice anche contro la burocratizzazione del welfare, la rigidità corporativa dei sindacati, il crescente peso fiscale dello Stato: tutte costruzioni, in buona parte, della sinistra europea del dopoguerra. Debolezze che racchiudevano tuttavia conquiste e diritti. E questo bisogna proprio dirselo: la sinistra, tutte le sinistre maggioritarie europee, hanno accettato quella critica, l’hanno fatta propria. Se non si comprende tale passaggio si capisce ben poco della storia europea degli ultimi decenni. Dopotutto, di che stupirsi? Le teorie neoliberistiche non prospettavano una società pauperistica. Al contrario, esse promettevano una straordinaria ripresa dello sviluppo, cioé del processo di accumulazione capitalistica, sol che la macchina economica fosse stata liberata da “lacci e laccioli”. Maggiore produzione di ricchezza che si sarebbe ripartita automaticamente fra tutti. Nessuna meraviglia, dunque, se, in seguito all’accettazione di tale lettura, i vecchi partiti popolari si son dovuti muovere in uno spazio ristretto e in un’unica direzione: indietreggiare, indietreggiare lentamente, lasciare sempre più libertà ai gruppi industriali e finanziari e nel frattempo gestire presso i ceti popolari il processo di riduzione progressiva del welfare. Una ritirata, diventata sempre più ardua quando gli effetti della globalizzazione si sono manifestati in tutto la loro pienezza. Allorché le imprese occidentali delocalizzate hanno messo in concorrenza i salari operai del Bangladesh con quelli di Stoccarda e di Torino. La costituzione dell’Ue poteva essere un’occasione per battere nuove strade. Qualcuno si ricorda della promessa di costruire una “economia sociale di mercato”? Com’è noto, né gli ex comunisti italiani, né gli altri partiti della sinistra europea sono stati in grado di incidere sulla filosofia neoliberistica dei trattati su cui si veniva costruendo l’Unione, sulla fragilità costitutiva dell’euro, sull’architettura complessiva dei poteri, alcuni dei quali, come la Bce, sottratti a ogni controllo democratico. 
Ebbene, la vicenda di questi ultimi 30 anni trova pochi storici dentro il vecchio schieramento della sinistra perché il tentativo riformatore, compiuto nel cono d’ombra del nuovo potere del capitale, è fallito. E’ morto con la Grande Crisi esplosa nel 2008. Sia il progetto neoliberista di un Nuovo Ordine mondiale dello sviluppo, che il tentativo di una sua gestione riformista, sono caduti insieme. E tale verità trova nuove verifiche nel presente. Mentre la Bce inonda di denaro le banche del continente, la disoccupazione resta fuori controllo, i ceti medi si assottigliano, si espandono le aree di povertà, le diseguaglianze si fanno più aspre, si riduce il welfare, si restringono gli spazi della democrazia, il lavoro si compra ormai con un voucher come un viaggio ai tropici. Ebbene, nonostante questo debordante potere del capitale (o esattamente per questo?) l’agognata crescita non riparte. Il capitalismo pare una balena spiaggiata nelle secche delle sue iniquità. 
Dunque, un nuovo soggetto politico, che realisticamente si deve muovere su un terreno riformatore, non può prescindere da una rilettura radicalmente classista della storia recente del mondo. Occorre porre al centro, come ha ricordato Gallino, la consapevolezza che il capitale sta muovendo guerra al lavoro e alle sue conquiste storiche. E tale presa d’atto non può venire da una riedizione del centro-sinistra e dal ripescaggio dei suoi vecchi protagonisti. Il tentativo in corso di cambiar strada deve avere l’ambizione di lasciarsi alle spalle il vecchio industrialismo sviluppista, unico orizzonte culturale degli uomini e delle donne di quella pur illustre tradizione. Non può non nutrirsi delle nuove culture ecologiche, di un ripensamento radicale delle forme della produzione industriale e della durata del lavoro, di una nuova attenzione ai caratteri del nostro territorio, al destino del bene comune delle città e al loro carattere ecosistemico, ai limiti che il riscaldamento climatico pone nell’uso delle risorse, a un nuovo immaginario – che è un salto di civiltà – in cui il rapporto uomo natura sia dominato dalla cura e non più dallo spirito di predazione.

Un candidato anti Renzi. Anzi due
Amministrative Roma. Sinistra senza pace, una lettera a Marino: ritirati. Ma per ora lui va avanti. E Fassina pure. L’ex sindaco sconvoca l’incontro, riunione della ’vecchia’ Sel a caccia un patto fra i due. E per non spaccarsi  di Daniela Preziosi il manifesto 16.3.16
Due tegole, due dita negli occhi. Nel giorno in cui Ignazio Marino, di ritorno da Pittsburgh (in Pennsylvania, dove ha lavorato a lungo prima di darsi alla politica) aveva invitato a cena i ’quasi alleati’ di Sinistra italiana – Stefano Fassina, Nicola Fratoianni, Paolo Cento e Alfredo D’Attorre – per firmare l’accordo di ’reciprocità’ sulle primarie della sinistra (chi perde si impegna a sostenere l’altro, dovrebbe essere scontato ma evidentemente non lo ), due ’fattacci’ hanno fatto saltare tutto, pane e companatico. Il primo fattaccio l’ex sindaco se l’è letto scodellato sulla prima pagina di Repubblica: il dossier dell’autorità anticorruzione di Raffaele Cantone con l’elenco delle irregolarità di Roma Capitale fra il 2012 e il 2014, quindi un arco di tempo che coinvolge tanto la giunta Alemanno che la sua. Marino cerca subito di parare il colpo: «Un’indagine che si aggiunge a quella sui conti che avevo richiesto e ottenuto e che impegnò per sei mesi la guardia di Finanza in Campidoglio. Rivendico con orgoglio di essere stato io a volere questa collaborazione», scrive su facebook.
Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 25-10-2015 - Roma - Italia Cronaca Manifestazione in sostegno di Ignazio Marino in Campidoglio. Nella foto Ignazio Marino Photo Vincenzo Livieri - LaPresse 25-10-2015 - Rome - Italy News Demonstration to support Ignazio Marino in Campidoglio
Foto LaPresse
L’altro ’fattaccio’ lo legge su una lettera a lui indirizzata – a mezzo stampa – firmata da un senatore romano di Sel, Massimo Cervellini, e da trenta dirigenti locali. Gli chiedono senza mezzi termini di farsi da parte: serve ’discontinuità’ per la Capitale, anche rispetto alla sua giunta: «Hanno prevalso spesso decisioni dall’alto che hanno creato tensioni e incomprensioni», scrivono, e ora la candidatura Marino «da un lato ci inchioderebbe inevitabilmente in una posizione di difesa dell’esperienza di governo» e «dall’altro darebbe alibi e argomenti a chi vuole creare confusioni e sospetti. La giustizia deve fare il suo corso e siamo fiduciosi che ciò avverrà in tempi brevi e con piena soddisfazione da parte tua, ma non possiamo correre il rischio di ritrovarci in piena campagna elettorale con un rinvio a giudizio». C’è del veleno nella coda: lo scorso febbraio si sono chiuse due inchieste che hanno coinvolto il sindaco, una sul caso dei famosi scontrini e l’altra sui contratti di consulenza per la onlus Imagine della quale era presidente. C’è il rischio di un rinvio a giudizio, forse due. Garantisti o no, è evidente che non sarebbe un buon inizio della campagna elettorale.
La mossa dei trenta vendoliani è di fatto un assist al candidato Stefano Fassina, che da sempre chiede le primarie in caso di altri nomi in campo. Ma per celebrarle ora si scopre che c’è un problema: in queste ore si sta mettendo a fuoco che fra Fassina e Marino ci sono differenze di programma. E non di dettaglio, come spiega l’ex pd Alfredo D’Attorre: «Ci sono opinioni differenti sulla gestione del debito di Roma, sul nuovo stadio, sulla politica delle privatizzazioni. Ma è una discussione di merito, sono certo che entro 48 ore arriverà una soluzione». Ma intanto l’ex sindaco sconvoca l’appuntamento di ieri sera. Restando sulle generiche per il futuro. «Non c’è alcun incontro in programma», spiegano i suoi. Non negando l’intenzione di candidarsi comunque, anche autonomamente alla coalizione di sinistra che lo corteggia. Marino è convinto di essere la miglior carta contro il Pd. Fassina pensa di no, ma sa che se l’ex sindaco decidesse di correre si porterebbe via una fetta dell’elettorato antirenziano. Un rebus. I due si potrebbero rivedere presto. Ma intanto salta anche la riunione della coalizione romana, convocata per oggi con l’idea di discutere di un accordo generale. Che non c’è.
Panico nel quartier generale di Sinistra italiana, nella sinistra romana la temperatura è altissima. Paolo Cento, segretario di Sel Roma, butta acqua sul fuoco per ricucire con l’ex sindaco ma anche evitare l’implosione generale: «In queste ore Sel è al lavoro per costruire una proposta ampia e convincente per la città. Con il nostro candidato Fassina abbiamo avviato un percorso programmatico e di aggregazione. Sel considera la disponibilità di Marino un fatto importante e siamo convinti che questo percorso vada portato avanti a partire da un programma condiviso e da procedure democratiche e inclusive sulla eventuale scelta di candidature».
Ma intanto ieri notte in gran fretta si è riunita la segreteria di Sel allargata ai parlamentari per cercare un rimedio alla tensione fra ex sindaco e ex viceministro. Una tensione che poi è l’altra faccia delle divisioni interne di Sel fra sostenitori dell’uno e dell’altro. Fino a tarda serata resta il rischio di due candidature parallele. Ma entrambe le fazioni sono consapevoli che in caso di corsa separata i due candidati rischiano entrambi percentuali inservibili. Per non parlare delle probabili conseguenze su tutto il processo costituente di Sinistra italiana. Lo spazio di un accordo è stretto: Marino ha già dato dimostrazione di saper fare di testa propria. E c’è anche un’altra variabile: il rischio che ora il Pd lanci un’opa su tutta l’area, offrendo una lista arancione a sostegno di Roberto Giachetti. 

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