TEMPO DI OLIGARCHIE E DI CHIARIMENTI
GUSTAVO ZAGREBELSKY 12/10/2016 Rep
L’OLIGARCHIA è la sola forma di democrazia, ha sostenuto Eugenio Scalfari nei suoi due ultimi editoriali su questo giornale. Ha precisato che le democrazie, di fatto, sono sempre guidate da pochi e quindi altro non sono che oligarchie. Non ci sarebbero alternative: la democrazia diretta può valere solo per questioni circoscritte in momenti particolari, ma per governare è totalmente inadatta. O meglio: un’alternativa ci sarebbe, ed è la dittatura. Quindi — questa la conclusione che traggo io, credo non arbitrariamente, dalle proposizioni che precedono — la questione non è democrazia o oligarchia, ma oligarchia o dittatura. Poiché, però, la dittatura è anch’essa un’oligarchia, anzi ne è evidentemente la forma estrema, si dovrebbe concludere che la differenza rispetto alla democrazia non è di sostanza.
TUTTI I governi sono sempre e solo oligarchie più o meno ristrette e inamovibili; cambia solo la forma, democratica o dittatoriale. Nell’ultima frase del secondo editoriale, Scalfari m’invita cortesemente a riflettere sulle sue tesi, cosa da farsi comunque perché la questione posta è interessante e sommamente importante. Se fosse come detto sopra, dovremmo concludere che l’articolo 1 della Costituzione (“L’Italia è una repubblica democratica”; “la sovranità appartiene al popolo”) è frutto di un abbaglio, che i Costituenti non sapevano quel che volevano, che hanno scritto una cosa per un’altra. Ed ecco le riflessioni.
Se avessimo a che fare con una questione solo numerica, Scalfari avrebbe ragione. Se distinguiamo le forme di governo a seconda del numero dei governanti (tanti, pochi, uno: democrazia, oligarchia, monarchia) è chiaro che, in fatto, la prima e la terza sono solo ipotesi astratte. Troviamo sempre e solo oligarchie del più vario tipo, più o meno ampie, strutturate, gerarchizzate e centralizzate, talora in conflitto tra loro, ma sempre e solo oligarchie. Non c’è bisogno di chissà quali citazioni o ragionamenti. Basta la storia a mostrare che la democrazia come pieno autogoverno dei popoli non è mai esistita se non in alcuni suoi “momenti di gloria”, ad esempio l’inizio degli eventi rivoluzionari della Francia di fine ‘700, finiti nella dittatura del terrore, o i due mesi della Comune parigina nel 1871, finita in un bagno di sangue. Dappertutto vediamo all’opera quella che è stata definita la “legge ferrea dell’oligarchia”: i grandi numeri della democrazia, una volta conquistata l’uguaglianza, se non vengono spenti brutalmente, evolvono rapidamente verso i piccoli numeri delle cerchie ristrette del potere, cioè verso gruppi dirigenti specializzati, burocratizzati e separati. Ogni governo realmente democratico non è che una fugace meteora. In quanto autogoverno dei molti, fatalmente si spegne molto presto.
Tuttavia, la questione non è solo quantitativa. Anzi, non riguarda principalmente il numero, ma il chi e il come governa. Gli Antichi, con la brutale chiarezza che noi, nei nostri sofisticati discorsi, abbiamo perduto, dicevano semplicemente che l’oligarchia è un regime dei ricchi, contrapposto alla democrazia, il regime dei poveri: i ricchi, cioè i privilegiati, i potenti, coloro che stanno al vertice della scala sociale contro il popolo minuto. In questa visione, i numeri perdono d’importanza: è solo una circostanza normale, ma non essenziale, che “la gente” sia più numerosa dei “signori”, ma i concetti non cambierebbero (dice Aristotele) se accadesse il contrario, se cioè i ricchi fossero più numerosi dei poveri. Si può parlare di oligarchia in modo neutro: governo dei pochi. Ma, per lo più, fin dall’antichità, alla parola è collegato un giudizio negativo: gli oligarchi non solo sono pochi, ma sono anche coloro che usano il potere che hanno acquisito per i propri fini egoistici, dimenticandosi dei molti. L’oligarchia è quindi una forma di governo da sempre considerata cattiva; così cattiva che deve celarsi agli occhi dei più e nascondersi nel segreto. Questa è una sua caratteristica tipica: la dissimulazione. Anzi, questa esigenza è massima per le oligarchie che proliferano a partire dalla democrazia. Gli oligarchi devono occultare le proprie azioni e gli interessi particolari che li muovono. Non solo. Devono esibire una realtà diversa, fittizia, artefatta, costruita con discorsi propagandistici, blandizie, regalie e spettacoli. Devono promuovere quelle politiche che, oggi, chiamiamo populiste. Occorre convincere i molti che i pochi non operano alle loro spalle, ma per il loro bene. Così, l’oligarchia è il regime della menzogna, della simulazione. Se è così, se cioè non ne facciamo solo una questione di numeri ma anche di attributi dei governanti e di opacità nell’esercizio del potere, l’oligarchia, anche secondo il sentire comune, non solo è diversa dalla democrazia, ma le è radicalmente nemica. Aveva, dunque, ragione Norberto Bobbio quando denunciava tra le contraddizioni della democrazia il “persistere delle oligarchie”. Se ci guardiamo attorno, potremmo dire: non solo persistere, ma rafforzarsi, estendersi “globalizzandosi” e velarsi in reti di relazioni d’interesse politico-finanziario, non prive di connessioni malavitose protette dal segreto, sempre più complicate e sempre meno decifrabili. Se, per un momento, potessimo sollevare il velo e guardare la nuda realtà, quale spettacolo ci toccherebbe di vedere?
Annodiamo i fili: abbiamo visto che la democrazia dei grandi numeri genera inevitabilmente oligarchie e che le oligarchie sono nemiche della democrazia. Dovremmo dire allora, realisticamente, che la democrazia è il regime dell’ipocrisia e del mimetismo, un regime che produce e nutre il suo nemico: il condannato che collabora all’esecuzione della sua condanna. Poveri e ingenui i democratici che in buona fede credono nelle idee che professano!
C’è del vero in questa visione disincantata della democrazia come regime della disponibilità nei confronti di chi vuole approfittarne per i propri scopi. La storia insegna. Ma non ci si deve fermare qui. Una legge generale dei discorsi politici è questa: il significato di tutte le loro parole (libertà, giustizia, uguaglianza, ecc.) è ambiguo e duplice, dipende dal punto di vista. Per coloro che stanno in cima alla piramide sociale, le parole della politica significano legittimazione dell’establishment; per coloro che stanno in fondo, significa il contrario, cioè possibilità di controllo, contestazione e partecipazione. Anche per “democrazia” è così. Dal punto di vista degli esclusi dal governo, la democrazia non è una meta raggiunta, un assetto politico consolidato, una situazione statica. La democrazia è conflitto. Quando il conflitto cessa di esistere, quello è il momento delle oligarchie. In sintesi, la democrazia è lotta per la democrazia e non sono certo coloro che stanno nella cerchia dei privilegiati quelli che la conducono. Essi, anzi, sono gli antagonisti di quanti della democrazia hanno bisogno, cioè gli antagonisti degli esclusi che reclamano il diritto di essere ammessi a partecipare alle decisioni politiche, il diritto di contare almeno qualcosa.
Le costituzioni democratiche sono quelle aperte a questo genere di conflitto, quelle che lo prevedono come humus della vita civile e lo regolano, riconoscendo diritti e apprestando procedimenti utili per indirizzarlo verso esiti costruttivi e per evitare quelli distruttivi. In questo senso deve interpretarsi la democrazia dell’articolo 1 della Costituzione, in connessione con molti altri, a incominciare dall’articolo 3, là dove parla di riforme finalizzate alla libertà, all’uguaglianza e alla giustizia sociale.
Queste riflessioni, a commento delle convinzioni manifestate da Eugenio Scalfari, sono state occasionate da una discussione sulla riforma costituzionale che, probabilmente, sarà presto sottoposta a referendum popolare. Hanno a che vedere con i contenuti di questa riforma? Hanno a che vedere, e molto da vicino. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Pd, le ragioni che allontanano la scissione
Federico Geremicca Busiarda 12 10 2016
Allontanata dagli stessi potenziali protagonisti come chiacchiericcio o ipotesi da film di fantascienza, una scissione all’interno del maggior partito italiano rischia - al contrario - di trasformarsi nell’approdo possibile (se non inevitabile) di una crisi interna che si trascina, di fatto, dal giorno dell’elezione di Matteo Renzi a segretario del Pd.
I maggiori «sospettati» di lavorare alla divisione del Partito democratico (e cioè Bersani, Speranza e Cuperlo, leader delle minoranze interne) hanno nettamente smentito, ieri, di avere nell’orizzonte una tale possibilità. Qualcuno (Bersani) lo ha fatto con la tradizionale ironia: ci vuole l’esercito della Pinotti per cacciarmi via; qualcun altro (Speranza) rifiutando addirittura di entrare nel merito della questione: per me la scissione non esiste. Ma è la motivazione con la quale Gianni Cuperlo ha negato l’ipotesi, invece, a permettere un minimo di ragionamento su quel che il futuro potrebbe davvero riservare.
«Quando la sinistra si è divisa - ha annotato Cuperlo - la mattina dopo non si è risvegliata più forte e autorevole, né con maggiori consensi: ma solitamente più fragile».
Potrebbe sembrare una dichiarazione rassegnata o pessimista: in realtà, è solo la fotografia di quel che è accaduto in epoca ragionevolmente recente (escludendo, dunque, la scissione che portò, a Livorno, alla nascita del Pci). È una considerazione sottoscrivibile anche oggi, in presenza - cioè - di un Pd che si starebbe «spostando a destra sotto la spinta «modernista» di Matteo Renzi?
Ovviamente, nulla di certo può esser detto in assenza di controprove (che almeno a parole, per altro, nel Pd nessuno dice di voler cercare). Ma poiché dall’avvento dell’«usurpatore» (Renzi, naturalmente) diversi abbandoni eccellenti hanno già punteggiato la vita del Pd, qualche valutazione è forse possibile. L’addio al partito democratico di personalità come Cofferati, Civati, D’Attorre e altri non è paragonabile - in tutta evidenza - ad una eventuale scissione di tutte le minoranze che oggi vivono nel Pd: eppure, quegli addii qualcosa forse insegnano.
La prima, è che il vizio capitale della sinistra italiana (divisioni, appunto; gelosie, personalismi e leaderismi poco sostenuti dal necessario consenso) sembra tutt’altro che guarito. Tra Rifondazione comunista, Sel, Possibile e quant’altro, è in atto da mesi una sorta di inconcludente «guerra fredda», intorno alla cessione di un briciolo di sovranità che permetta la nascita di un soggetto politico unitario (cosa che Sinistra italiana, in tutta evidenza, ancora non è). Si è infatti osservato un tourbillon di veti incrociati e leaderismi che ha fatto gettare la spugna perfino all’uomo che da più parti veniva indicato come il possibile leader di un nuovo partito della sinistra: e cioè Maurizio Landini, letteralmente scomparso, da qualche tempo, dai radar della politica italiana (non certo, naturalmente, del sindacalismo...).
La seconda cosa che quegli abbandoni dovrebbero aver insegnato, è che non basta autoproclamarsi «più di sinistra» per aver successo in un mercato politico le cui regole e il cui tasso di ideologizzazione sono profondamente cambiati. E’ una banalità: ma molte delle risposte e delle ricette tradizionali della sinistra (non solo italiana) non funzionano più. E basta volgere lo sguardo alle dinamiche in atto nell’intera Europa per riceverne conferma.
Dunque, ricostruire una credibile (e appetibile) sinistra di governo, non è opera semplice. E immaginare di farlo a partire da una scissione che i più interpreterebbero come semplice insofferenza verso l’attuale segretario, potrebbe rendere l’impresa ancor più spericolata. È per questo che una scissione del Pd non sembra ragionevolmente alle porte. Per questo e per altro, naturalmente. Compresa una banale, seppur remissiva, considerazione: che i leader passano e i partiti - salvo scatafasci - restano. Il Pd, onestamente, avrà molti problemi ma non sembra certo sull’orlo di un tracollo. Tutto, dunque, consiglierebbe alla minoranza pd di restare dov’e e continuare dall’interno la propria battaglia. Ma gli umori sono quelli che sono: e non è detto che logica e prudenza alla fine abbiano il sopravvento.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Cuperlo: il rispetto degli altri è decisivo. Serve un sistema di voto che ci riavvicini agli elettori
«Temo una rottura del nostro mondo Questo partito non è più una comunità»
intervista di Alessandro Trocino Corriere 12.10.16
ROMA
Gianni Cuperlo è amareggiato. Intervenire alla Direzione non è stato
facile: «Sono giorni pesanti. Mi sembra che nel partito si sia smarrito
il senso della comunità. Ogni volta che si interviene, sembra che ci si
debba giustificare».
Renzi ha aperto sull’Italicum: è sincero o sta solo prendendo tempo?
«Spero
sia consapevole che, comunque la si pensi, il Paese ha bisogno di
ridurre le distanze. Anche allargare il consenso su una nuova legge
elettorale e sull’elezione diretta dei senatori, è un modo per farlo. E
forse è una via per svelenire il clima e limitare una frattura con una
parte del nostro popolo».
Vi siederete nel comitato proposto da Renzi?
«Certo. Ho detto che si è riaperto un sentiero e abbiamo il dovere di percorrerlo. Lavoro perché si arrivi in fondo».
Cosa chiedete in concreto per cambiare idea?
«Che
il Pd avanzi una sua proposta incardinata sui principi della
rappresentanza, di collegi capaci di riavvicinare gli elettori agli
eletti e un incentivo ragionevole alla governabilità. Ma per me il tema
dominante è quanto questa leadership voglia investire su un campo più
largo di noi e su un nuovo centrosinistra».
Senza un accordo sulla legge elettorale, lei voterà No. E ha annunciato anche le dimissioni da deputato. Con che stato d’animo?
«Sono
preoccupato e dispiaciuto come tanti. Temo una rottura del nostro mondo
perché so che il prezzo lo pagherebbero le persone ed è per questo che
chi è alla guida del Pd e del governo dovrebbe farsi carico di dialogo,
ascolto e unità. Poi, per carattere, guardo al giorno dopo e in questo
senso mi chiedo come non stressare un Paese già provato dalla crisi
peggiore della sua storia. Davanti a questo scenario so io per primo che
le mie dimissioni sono l’ultimo dei problemi».
Anche gli altri
della minoranza, per essere coerenti, dovrebbero farlo? Bersani dice che
è un «gesto nobile» ma serve qualcuno che rappresenti il No.
«Ma
no. La mia è una scelta personale che ho creduto giusto assumere anche
per sgombrare il campo da una polemica sbagliata sul principio della
coerenza».
C’è una scissione di fatto di «etica politica», di concezione della politica, tra voi e la maggioranza?
«Non
voglio alimentare scomuniche ma vedo differenze nel modo di intendere
la comunità, la selezione della classe dirigente, l’idea di partito.
Avere opinioni diverse su questioni rilevanti non dovrebbe mettere in
discussione il rispetto degli altri. Un partito non si rompe perché non
si è d’accordo sul procedimento legislativo. Si rompe se vengono meno la
ragione e la funzione che lo hanno visto nascere».
Dopo un vostro no, sarà inevitabile una scissione?
«Lo ripeto, lavoro per rinnovare le ragioni dello stare insieme».
Perché non ha difeso Giachetti, quando Marino lo chiamava, come ha detto, «maggiordomo»?
«Ho
sostenuto Giachetti con convinzione. Quel giudizio di Marino era
sbagliato. Come sempre è un errore ridurre la polemica a insulto. È una
responsabilità di una classe dirigente».
Si parla di Franceschini per il dopo Renzi. È un nome spendibile? Chi c’è in alternativa? E lei correrà?
«Il
mio cruccio non è cosa avverrà dopo Renzi. Vorrei affrontare l’oggi e
farlo con la consapevolezza dei rischi che investono la qualità delle
nostre democrazie e il bisogno di aggredire le enormi diseguaglianze e i
nuovi muri che turbano l’Europa tutta. Sul resto, sinceramente, non
merita parlare»
La conta nella minoranza svela un’altra minoranza: in dodici per la riforma
di Alessandro Trocino Corriere 12.10.11
ROMA
Miguel Gotor dice che «servirebbe un miracolo». Aggiunge, senza troppa
convinzione: «D’altronde siamo tutti credenti». Ma la mistica del
referendum è solo un modo per esorcizzare una mutilazione che si sente
prossima. E che porta la sinistra del Pd a immaginarsi diversa, se non
divisa. Il punto, però, è capire quanto pesi davvero la sinistra del No e
quanto rappresenti il Paese che andrà alle urne il 4 dicembre, per
confermare o meno la riforma costituzionale.
I numeri veri,
naturalmente, si sapranno il 5 dicembre. Ma già ora è guerra di
posizione, con sondaggi usati come arma contundente dalle due parti. La
maggioranza sventola analisi del voto dove risulta che gli elettori del
Pd stanno con il Sì almeno all’83%, come da sondaggio di Nando
Pagnoncelli di qualche giorno fa. Per Antonio Funiciello, braccio destro
di Luca Lotti, sono anche di più: «Siamo intorno al 90%». Non la
pensano così quelli della minoranza. Gotor parla del «20-25%» dei No tra
gli elettori del Pd. E Roberto Speranza si spinge fino al 30. Dati che
arruolano però anche i «non so».
Prendiamo il sondaggio di Ixe
(Weber) per Agorà : tra gli elettori del Pd i Sì sono al 73%, i No al
16, i «non saprei» all’11. Mettendoli insieme, con beneficio
d’inventario, si arriva al 27%. Gotor parla di «quasi 2 milioni di
elettori». Ma i calcoli son complicati. Perché gli indecisi sono molti e
le appartenenze contano fino a un certo punto. È vero che per il No si
schierano apparati come l’Anpi e la Cgil. Ma è anche vero che pure nella
minoranza del Pd c’è una quota che voterà Sì. Secondo i calcoli della
sinistra pd, alla Camera su circa 35 esponenti delle aree di Roberto
Speranza e Gianni Cuperlo, saranno circa 25 quelli che voteranno No. Più
compatta la delegazione del No al Senato dove, su una ventina,
probabilmente solo un paio diranno Sì, Erica D’Adda e Lodovico Sonego.
Per il Sì anche un bersaniano doc come il giovane deputato Enzo Lattuca:
«Non è un sacrilegio. Anche Bersani, che si definisce moderatamente
bersaniano, non considererà traditore chi si esprime diversamente».
Renzi
sospetta che il No al referendum sia una prova generale di scissione. E
in direzione ha fatto una battuta: «Hanno perfino pronto il logo»,
riferendosi ai comitati «democratici per il No». Stefano Di Traglia,
animatore del comitato e portavoce di Bersani, nega: «Ma no, quel logo
muore il 5 dicembre. E poi non sarebbe un bell’inizio per un partito,
cominciare con un No nel logo».
Per ora, però, siamo ufficialmente
ancora alla trattativa. E alla commissione sull’Italicum proposta da
Renzi. Come dice Gotor, «le commissioni in Italia si fanno quando non si
vuole fare niente». E Speranza lo dice apertamente: «A noi pare una
perdita di tempo». Ma a parte lo scarsissimo ottimismo, la minoranza
andrà con un suo rappresentante. Tra gli altri, ci saranno il
vicesegretario Lorenzo Guerini in qualità di coordinatore, i due
capigruppo Ettore Rosato e Luigi Zanda, e il presidente Matteo Orfini.
C’è
chi però sta già lavorando in un’altra direzione. È Massimo D’Alema
che, assente alla direzione, sta girando l’Italia in un tour per il No.
Oggi alle 16, insieme a Gaetano Quagliariello, partecipa a un’iniziativa
promossa a Roma dalle loro rispettive fondazioni, Italianieuropei e
Magna Carta. Dove non si limita ad esporre le ragioni del No, ma
presenta un disegno di legge costituzionale bipartisan e alternativo
alla riforma che prevede la riduzione dei parlamentari e la loro
elezione a suffragio diretto.
La sinistra e il tormento della scissione infinita
Dalla nascita a Livorno del Partito comunista fino a Rifondazione. Tutte le volte in cui ha prevalso la rottura
di Pierluigi Battista Corriere 12.10.16
N
o, la scissione mai, dicono. Giammai. Neanche per sogno. Ci devono
cacciare. Devono chiamare l’esercito. Eppure nel Pd riaffiora un incubo,
un’ossessione, una maledizione che non abbandona mai la sinistra. Anche
in Gran Bretagna i laburisti blairiani sono tentati dalla scissione con
la maggioranza di Corbyn che ha conquistato il Labour. In Germania i
socialdemocratici sono in crisi nera da quando è spuntata la scissione
di Oskar Lafontaine. La sinistra italiana ha la pulsione della
scissione. Un impulso potentissimo che ha costellato la sua storia di
rotture, separazioni, frammentazioni. Il Pd forse non è sull’orlo della
scissione, come dicono tutti, e si capisce l’insofferenza di Bersani
verso le voci che ne prefigurano l’ineluttabilità. Eppure c’è sempre
quell’ombra. Quel tarlo che corrode da sempre i partiti costruiti su
basi ideologiche, e la sinistra, che lo voglia o no, è la regina della
politica ideologica.
Scissione, in fondo, non è che la versione
secolare e mondana dello scisma. E colpisce i movimenti fortemente
identitari, quelli più portati a una visione trasformatrice,
rigeneratrice, messianica del futuro e meno i partiti più pragmatici. La
Democrazia cristiana, che pure la simbologia religiosa la portava sin
dal nome, non viveva di scissioni, perché al suo interno convivevano
pragmaticamente anime diversissime e addirittura contrapposte tra loro.
Quante differenze tra Moro, Andreotti, Fanfani: ma c’erano le correnti
che erano tanti partiti in un partito e non si separavano mai. Anche
Dossetti era molto ideologico, vedeva nella politica la fonte di una
rinascita millenaristica: lui se ne andò ma i dossettiani rimasero e non
pensarono mai di scindersi dai dorotei, o dagli andreottiani, o dai
morotei, dalla destra moderatissima e clericale e dalla sinistra
cattocomunista del partito. Lo Scudo crociato era la corazza comune, ma
mai con la scissione incorporata. Anche a destra l’ossessione della
scissione colpiva il partito più ideologico di tutti, il Msi, che
infatti visse numerose, violente separazioni, da Ordine nuovo negli anni
Cinquanta, a Democrazia nazionale negli anni Settanta.
Ma la
sinistra è stata l’atmosfera propizia, il terreno fertile di ogni
scissionismo. Il Partito comunista nasce a Livorno da una clamorosa
scissione e subito dovette difendersi dalla smania scissionistica dei
seguaci di Amadeo Bordiga. Il Partito socialista ha avuto una vitalità
scissionistica molto pronunciata. Finita la guerra, il frontismo
filocomunista di Pietro Nenni scatenò la scissione socialdemocratica di
Giuseppe Saragat, che non voleva la subalternità della sinistra
socialista allo strapotere di quella comunista. Poi, con la nascita del
centrosinistra, il socialismo nenniano seppellisce definitivamente la
stagione frontista (grazie anche alla rottura del ’56 con l’invasione
sovietica dell’Ungheria) con il comunismo togliattiano e con l’ingresso
nel governo con la Dc nasce per protesta il Psiup. Si tenta la
riunificazione socialista, Psu, che rimettere sotto lo stesso tetto il
Psi e il Psdi, ma alle elezioni è un tracollo, e il Psiup, dopo una
disastrosa prova elettorale nel 1972, confluisce nel Pci. Ma non basta,
c’è ancora un altro capitolo di questa vertigine scissionistica, perché
una parte di psiuppini, capeggiati da Vittorio Foa, non vuole farsi
riassorbire dal Pci e dà perciò vita al Pdup, che con l’unificazione
(provvisoria) con Il manifesto prende il nome di Pdup per il comunismo.
Inutile
parlare della febbre scissionista dei gruppi della sinistra
extraparlamentare perché uno studioso delle dinamiche politiche a
sinistra degli anni Settanta potrebbe impazzire per individuare qualche
differenza significativa tra Pcd’I linea rossa, Pcd’I linea nera,
Servire il popolo e Stella rossa (forse qualcuno era più stalinista che
maoista, qualcun altro più maoista che stalinista, chissà). Ma con la
scissione del Pci dopo la Bolognina il partito della Rifondazione
comunista che ne è scaturito si è a sua volta ripetutamente scisso,
prima con Diliberto, poi con Vendola (a sua volta sostenuto dagli
scissionisti Pd di Fabio Mussi) da una parte e Ferrero dall’altra, senza
dimenticare Marco Rizzo. Un’ossessione, un’ombra. Un incubo che, si
capisce, si cerca di scacciare via.
di Federico Geremicca La Stampa 12.10.16
Allontanata
dagli stessi potenziali protagonisti come chiacchiericcio o ipotesi da
film di fantascienza, una scissione all’interno del maggior partito
italiano rischia - al contrario - di trasformarsi nell’approdo possibile
(se non inevitabile) di una crisi interna che si trascina, di fatto,
dal giorno dell’elezione di Matteo Renzi a segretario del Pd.
I
maggiori «sospettati» di lavorare alla divisione del Partito democratico
(e cioè Bersani, Speranza e Cuperlo, leader delle minoranze interne)
hanno nettamente smentito, ieri, di avere nell’orizzonte una tale
possibilità. Qualcuno (Bersani) lo ha fatto con la tradizionale ironia:
ci vuole l’esercito della Pinotti per cacciarmi via; qualcun altro
(Speranza) rifiutando addirittura di entrare nel merito della questione:
per me la scissione non esiste. Ma è la motivazione con la quale Gianni
Cuperlo ha negato l’ipotesi, invece, a permettere un minimo di
ragionamento su quel che il futuro potrebbe davvero riservare.
«Quando
la sinistra si è divisa - ha annotato Cuperlo - la mattina dopo non si è
risvegliata più forte e autorevole, né con maggiori consensi: ma
solitamente più fragile».
Potrebbe sembrare una dichiarazione
rassegnata o pessimista: in realtà, è solo la fotografia di quel che è
accaduto in epoca ragionevolmente recente (escludendo, dunque, la
scissione che portò, a Livorno, alla nascita del Pci). È una
considerazione sottoscrivibile anche oggi, in presenza - cioè - di un Pd
che si starebbe «spostando a destra sotto la spinta «modernista» di
Matteo Renzi?
Ovviamente, nulla di certo può esser detto in
assenza di controprove (che almeno a parole, per altro, nel Pd nessuno
dice di voler cercare). Ma poiché dall’avvento dell’«usurpatore» (Renzi,
naturalmente) diversi abbandoni eccellenti hanno già punteggiato la
vita del Pd, qualche valutazione è forse possibile. L’addio al partito
democratico di personalità come Cofferati, Civati, D’Attorre e altri non
è paragonabile - in tutta evidenza - ad una eventuale scissione di
tutte le minoranze che oggi vivono nel Pd: eppure, quegli addii qualcosa
forse insegnano.
La prima, è che il vizio capitale della sinistra
italiana (divisioni, appunto; gelosie, personalismi e leaderismi poco
sostenuti dal necessario consenso) sembra tutt’altro che guarito. Tra
Rifondazione comunista, Sel, Possibile e quant’altro, è in atto da mesi
una sorta di inconcludente «guerra fredda», intorno alla cessione di un
briciolo di sovranità che permetta la nascita di un soggetto politico
unitario (cosa che Sinistra italiana, in tutta evidenza, ancora non è).
Si è infatti osservato un tourbillon di veti incrociati e leaderismi che
ha fatto gettare la spugna perfino all’uomo che da più parti veniva
indicato come il possibile leader di un nuovo partito della sinistra: e
cioè Maurizio Landini, letteralmente scomparso, da qualche tempo, dai
radar della politica italiana (non certo, naturalmente, del
sindacalismo...).
La seconda cosa che quegli abbandoni dovrebbero
aver insegnato, è che non basta autoproclamarsi «più di sinistra» per
aver successo in un mercato politico le cui regole e il cui tasso di
ideologizzazione sono profondamente cambiati. E’ una banalità: ma molte
delle risposte e delle ricette tradizionali della sinistra (non solo
italiana) non funzionano più. E basta volgere lo sguardo alle dinamiche
in atto nell’intera Europa per riceverne conferma.
Dunque,
ricostruire una credibile (e appetibile) sinistra di governo, non è
opera semplice. E immaginare di farlo a partire da una scissione che i
più interpreterebbero come semplice insofferenza verso l’attuale
segretario, potrebbe rendere l’impresa ancor più spericolata. È per
questo che una scissione del Pd non sembra ragionevolmente alle porte.
Per questo e per altro, naturalmente. Compresa una banale, seppur
remissiva, considerazione: che i leader passano e i partiti - salvo
scatafasci - restano. Il Pd, onestamente, avrà molti problemi ma non
sembra certo sull’orlo di un tracollo. Tutto, dunque, consiglierebbe
alla minoranza pd di restare dov’e e continuare dall’interno la propria
battaglia. Ma gli umori sono quelli che sono: e non è detto che logica e
prudenza alla fine abbiano il sopravvento.
Bersani: il premier sia più umile e la smetta di paragonarsi a Prodi
“Una commissione per la legge elettorale? Non si nega a nessuno Se voto No non mi dimetto. Se perdiamo non venitemi a chiamare”
intervista di Ilario Lombardo e Francesca Schianchi La Stampa 12.10.16
In
mattinata, l’aveva detta così: «Solo se la Pinotti schiera l’esercito
mi si potrà far fuori dal mio partito. Quella è casa mia». Pierluigi
Bersani è l’uomo più ricercato del giorno e ha voglia di rispondere a
chi parla di scissioni imminenti. Nel pomeriggio l’ex segretario dem
riceve il vignettista Sergio Staino, neo-direttore dell’Unità, che mesi
fa disse a quelli della minoranza Pd che con Togliatti sarebbero finiti
in Siberia.
Perché non è intervenuto in direzione?
«Bastavano Gianni Cuperlo e Roberto Speranza a dire le cose come stanno».
La commissione Pd sulla legge elettorale è un’apertura concreta di Renzi, o no?
«(Sorride)
Una commissione non si nega a nessuno. Io ho detto a Guerini che noi
della minoranza ne faremo parte solo per rispetto a lui».
Cuperlo ha detto che se voterà no si dimetterà da deputato. Lo farà anche lei?
«Quello
di Cuperlo è un gesto generoso, ma non è una linea politica. E poi:
qualcuno dovrà pur rimanere a testimoniare per il No».
Accetterebbe un confronto tv con Renzi?
«Credo non lo farebbe lui. Io, comunque, non faccio il portavoce del fronte del No».
Come spiegherà agli elettori il No a un riforma che aveva votato in Parlamento?
«Spiegherò
che c’è un problema di democrazia, come dicevo già un anno fa. Oggi
tutti parlano del pericolo proveniente dal combinato disposto
Italicum-riforma costituzionale. Quando lo sostenevo io, eravamo in
pochi. Per quel motivo si è dimesso un capogruppo, Speranza, e io per la
prima volta in vita mia non ho votato la fiducia al mio partito».
Renzi dice che eravate voi i sostenitori del doppio turno...
«Il
doppio turno di collegio, che è ben altra cosa. Lui parla tanto della
legge dei sindaci... ma il sindaco è l’amministratore di un grande
condominio che è il Comune, non fa leggi, non stampa moneta».
Scenari sul dopo referendum. Se vince il No?
«Non si andrà al voto subito perché bisognerà prima fare una legge elettorale».
Se vince il Sì?
«Può
essere che si vada a votare. Ma può benissimo succedere che il Pd
perda, e vinca qualcun altro. A quel punto però, non mi venissero a
cercare, eh...»
Qual è il pericolo, scusi?
«Visto cosa sta
succedendo in Europa, e nel mondo? Io ho l’orecchio a terra, sento il
magma che si muove sotto. E poi non pensiamo che la destra nel Paese non
ci sia...»
Con l’Italicum si conosce subito il vincitore: non è un bene?
«Possiamo
anche saperlo nel pomeriggio, se è per questo. Andiamo da Giletti,
estraiamo a sorte una persona e gli diamo il cento per cento. Dai, non
scherziamo... Se insisti a semplificare, alla fine trovi qualcuno che
semplifica più di te. Anche un rappresentante della nouvelle vague del
socialismo francese come Macron ha detto che se c’è la febbre non puoi
rompere il termometro».
Smentisce la scissione, anche per il futuro?
«Sembra
di assistere al referendum tra repubblica e monarchia. Anche allora,
dentro la Dc votarono diversamente, ma il giorno dopo erano tutti
democristiani allo stesso modo. Come avvenne nel Pci con l’aborto: mica
tutti votarono a favore».
Il clima così è da congresso permanente, però.
«Il
congresso sarà importante se separeremo i ruoli di segretario e
premier. E non lo dico perché voglio far fuori Renzi. Sarebbe un gesto
di generosità per riaggregare il centrosinistra, aprirlo al civismo,
alle associazioni. Dobbiamo uscire dalla logica del faccio tutto io e
guardare fuori per vedere cosa c’è intorno a noi».
Renzi si è augurato di non passare i prossimi 30 anni a chiedersi chi ha ucciso il Pd, come avete fatto con l’Ulivo.
«Gli
consiglio più umiltà: non si paragoni a Prodi, già questo segnala una
perdita di dimensioni, sia dal punto di vista delle personalità che ne
facevano parte - c’era gente come Ciampi - che da quello della spinta
riformista. Potrei parlare per ore delle riforme che abbiamo fatto. Era
un governo dove ci davamo del lei e non facevamo una legge di Bilancio
in dieci minuti per andare al Tg. Ripetono di guardare al futuro?
Cominciamo a non lasciare troppi debiti».
È contrario a più flessibilità?
«Sono favorevole: ma una famiglia si indebita per investire, non per regalare bonus».
Pier Luigi Bersani esclude scissioni: “I
democratici sono casa mia, mi caccia solo la Pinotti con l’esercito”.
Ma
avverte: “Il partito è solamente un veicolo, mi preme ricostruire un
centrosinistra più largo” “Il premier vuole le urne il prossimo anno dico No per evitarle Pronto a sfidarlo in tv”
La commissione per rivedere l’Italicum? Quella non si nega a nessuno. Andremo solo per simpatia verso Guerini La vita finisce dove comincia... Lo dice l’Edipo Re di Pasolini. Bisogna restare a sinistra e guardare al civismo Mi chiamano tanti, gente un po’ dentro un po’ fuori dal Pd, democristiani di quelli buoni, non rutelliani
intervista di Andrea Carugati e Goffredo De Marchis Repubblica 12.10.16
ROMA.
«La vita finisce dove comincia ». Pier Luigi Bersani ha appena
pronunciato la smentita di rito sulla scissione, con un pizzico
d’ironia: «Il Pd è la mia casa, per cacciarmi la Pinotti deve mandare
l’esercito». Ma pochi minuti dopo, alla buvette di Montecitorio, torna a
ragionare con preoccupazione sul futuro del Partito democratico. E
prende a prestito la scena finale dell’Edipo Re di Pasolini con quella
frase a tutto schermo: «La vita finisce...».
Niente mucche nel
corridoio, stavolta. Non è una delle solite metafore bersaniane. Segna
invece la gravità del momento: «Ho detto che a Renzi il cuore lo porta a
destra. A me invece mi farà restare sempre qui, a sinistra ». Nel Pd?
«Il Pd è un veicolo, l’orizzonte è un centrosinistra largo, che guardi
anche fuori dal partito, coinvolgendo il civismo, le associazioni».
Secondo l’ex segretario, il referendum e il prossimo congresso dem
sanciranno questo bivio: «Bisogna scegliere tra il Partito di Renzi e un
nuovo centrosinistra. Io mi batterò per questo. Quando dico che vanno
separate le cariche di premier e segretario lo dico perché il Pd si deve
mettere a disposizione di questo progetto con generosità. Anche
rinunciando ad un nostro candidato premier. È l’unico modo - spiega -
per fare fronte a una destra che c’è in tutta Europa, non più liberale e
nemmeno liberista, protezionista semmai, con le persone e coi beni, in
grado di illudere i lavoratori e i ceti più deboli». L’esempio che usa
Bersani è la nuova premier britannica Theresa May. «Ma l’avete sentita?
Questo magma sta venendo su anche nella società italiana e alle elezioni
ce ne accorgeremo. È come l’Ulivo del 1996, una cosa che riuscì a
nascere in pochi mesi perché nella società c’era già. Solo la destra
italiana può riuscire a buttare questo biglietto vincente per mancanza
di leadership… ». E il centrosinistra? «Se ammainiamo tutte le nostre
bandiere verremo travolti da questa roba. E io già vedo il film: se
vince il Sì, Renzi e i suoi tirano dritto per la loro strada. Ma dopo
non mi vengano a cercare. Anzi, tra due anni sarò io che li vado a
cercare se vince questa destra qua. Perché una cosa è chiara: puoi anche
vincere il referendum e poi perdere le elezioni politiche».
Bersani
appare già proiettato sulle prossime elezioni: «Se vince il No si vota
nel 2018, perché serve un governo per fare la legge elettorale. Se vince
il Sì forse si vota prima, e quel Sì sarà interpretato come un via
libera all’Italicum». L’ex segretario respinge le accuse di
strumentalità, di votare No il 4 dicembre dopo aver votato tre volte Sì
alla riforma Boschi: «Io avevo già avvertito del pericolo, della
semplificazione, quando si votò l’Italicum: Lo dissì all’assemblea dei
deputati: in un sistema politico multipolare non puoi avere un sistema
che elegge il sindaco d’Italia. Un sindaco può governare anche col 25%
perchè amministra un grande condominio. Come si fa a fare un paragone
con il presidente del Consiglio? Il Paese è una cosa molto più
complicata».
E la commissione per cambiare l’Italicum proposta dal
premier? Bersani allarga le braccia: «Una commissione non si nega a
nessuno, noi ci andremo per simpatia verso Guerini...». Renzi vi accusa
di voler sabotare un governo riformista, come accadde a Prodi nel 1998.
«Ma come fa a paragonarsi a Prodi? Ci vogliono più umiltà e senso delle
dimensioni. In quel governo c’erano Ciampi e Napolitano, ci davamo del
lei, mica facevamo la legge di Bilancio in 10 minuti per andare ai tg.
Abbiamo lasciato il debito al 103 per cento, ora è al 133 per cento, ma
vedo che si continua a chiedere flessibilità per fare i bonus e altri
debiti. Renzi parla tanto di futuro, poi carica così le spalle dei
nostri figli».
L’ex segretario non ha alcuna intenzione di seguire
l’esempio di Cuperlo, che vuole dimettersi da deputato se alla fine
voterà No: «Un bel gesto, ma non può diventare una linea politica »,
sorride. «Qualcuno dovrà pur restare qui a difendere le ragioni del No,
almeno un portavoce... ». Sarà sempre così popolare tra i militanti ora
che è schierato contro la Ditta? «Continuerò a andare dove mi invitano e
spiegherò la mia posizione». In fondo, non è facile liberarsi di uno
come lui, e infatti nel corridoio della Camera lo abbraccia Sergio
Staino, il mitico compagno Bobo, che mesi fa voleva spedire in Siberia
«Pierluigi» e ora cerca di trattenerlo nel Pd. «E poi guardate che io
non sono Mago Magò, non è che se io votassi Sì la gente mi seguirebbe.
Molti dei nostri sono già sul No, come quelli che venivano ad ascoltarmi
nella campagna per le comunali, applaudivano, ma alla fine mi dicevano:
“Guarda che io il Pd non lo voto più”». E i sondaggi che raccontano di
una base dem sul Sì oltre l’80 per cento? Non giustifica la strategia
renziana della caccia a destra? «I sondaggi?», alza la voce Bersani.
«Abbiamo già perso un sacco di voti nostri e quegli elettori che faranno
al referendum? ».
L’ex segretario conferma che non aderirà a
comitati del No. Ma ora si sente più libero: «Mi chiamano tante
associazioni che sono un po’ dentro e un po’ fuori dal Pd. Ci sono anche
tanti democristiani di quelli buoni, non rutelliani». Un confronto tv
con Renzi lo farebbe? «Non lo accetterebbe lui. Ma sulla democrazia sono
pronto a un faccia a faccia con chiunque, anche col premier». Dopo aver
detto che il segretario l’ha trattata come un rottame, sono arrivati
messaggi da palazzo Chigi? Bersani comincia a ridere, e la limonata
quasi gli va di traverso.
Retromarcia Bersani, «scissione mai» Il No è il fischio d’inizio del congresso
Democrack
Riforme. L’ex segretario:«Nessuno mi butterà fuori dal mio partito,
cioè da casa mia. Servirebbe l’esercito. Cuperlo si sfila? Gesto
personale». Italicum, una commissione non si nega a nessuno. Ma il tempo
è scaduto, nel Pd al via i comitati del No
di Daniela Preziosi manifesto 12.10.16
ROMA
Un passo avanti, due indietro. È bastata tornare a evocare sui giornali
la scissione che Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza si sono
precipitati in Transatlantico – ieri mattina – a spiegare ai cronisti
che avevano capito male. «Nessuno mi butterà fuori dal mio partito, cioè
da casa mia. Ci può riuscire solo la Pinotti schierando l’esercito»,
scherza amaro l’ex segretario. Anche il giovane ex presidente dei
deputati esclude la rottura: «Qualunque sia l’esito del referendum
lavorerò con tutte le mie energie per tenere unito il Pd. Per me la
scissione non esiste».
Certo, il solitario colpo di teatro di
Gianni Cuperlo – l’annuncio delle dimissioni da deputato se dovesse
finire per votare no al referendum – ha messo tutti i suoi compagni in
difficoltà. Grazie a quello che in pubblico viene definito «gesto
generoso» nella giornata di ieri ha iniziato a spirare un venticello
assai poco gentile nei confronti della minoranza Pd, un venticello che
sussurrava: «Ma non dovrebbero dimettersi tutti quelli che hanno votato
sì per tre volte alla modifica costituzionale ed ora invece si sono
trasformati in attivisti del No?». Tesi inedita nel mondo democratico,
ma evidente il contagio a 5 stelle avanza. Bersani gela i buttafuori:
Cuperlo si dimetta, «ma dimettersi non è una linea politica. Qualcuno
dovrà pur rimanere».
Rimarranno loro, dunque, quel che resta dei
bersaniani, reduci dei tempi in cui erano maggioranza schiacciante: meno
di tre anni fa. Oggi la minoranza è tormentata fra la fuga verso il
nulla della propria base e la resistenza dei quadri desiderosi di
rientrare in gioco,in qualche modo, al congresso del 2017. Dalla parte
del tormento ci sono i «non comitati» dei Democratici per il No, ormai
partiti e in rotta di allontanamento dal Pd. «Non sarò il portavoce del
No», giura Bersani, ma «c’è un pezzo della nostra gente che stiamo
perdendo. E non c’entrano i sondaggi che vengono citati sull’80 per
cento del nostro elettorato pronto a votare Sì al referendum. Quei
sondaggi comprendono tutti coloro che si dicono disposti a votare il Pd.
Ma quanti erano quelli disposti a votare il Pd dopo le europee?».
Dalla
parte della resistenza ci sono invece i parlamentari. Per i quali la
scelta del No dovrebbe essere depurata dell’aura triste y final che i
media le costruiscono intorno. «Non è che dopo il referendum sulla
Repubblica i Dc che votarono monarchia sono andati via», ragiona ancora
Bersani. E Nico Stumpo, ex uomo macchina dei suoi tempi, ricorda che
«sulle questioni costituzionali non c’è alcun vincolo di partito». E
dunque comunque vada il referendum non c’è nessun automatismo vverso la
scissione. E nessuna ragione politica: se vincerà il No il Pd sarà
investito da un ciclone in cui è difficile capire chi resterà in piedi;
se vincerà il Sì forse sarà interesse di Renzi coprirsi il proprio
fianco sinistro; motivo per il quale guarda di buon occhio i movimenti
discreti intorno all’ex sindaco Giuliano Pisapia.
La minoranza
resistente vuole fare la sua parte a congresso, e prendersi la sua quota
di consenso: e di candidati. Contro «chi vuole semplificare all’eccesso
con un’idea che rischia di tagliare le radici» rappresentando «chi
pensa a un Pd che vuole una sinistra larga, un Pd che si offre al Paese
come forza di governo ma non può fare tutto da solo», ancora Bersani.
Anche lui ha incontrato Pisapia e anche lui lo guarda come possibile
riferimento di una sinistra radical ma alleabile.
Quanto alla
scelta del No, quella è presa. Anche se «un tavolo non si nega a
nessuno». Ieri Speranza e Cuperlo hanno confermato la l disponibilità
alla commissione proposta da Renzi per discutere di un nuovo Italicum,
convinti però che sia Renzi a doversi fare carico della proposta. Anche
perché nella riunione della direzione Pd si sono sentite idee diverse,
almeno una per corrente. E ieri era tutto un fiorire di ipotesi e
emendamenti alle ipotesi. Della commissione faranno parte il
vicesegretario Lorenzo Guerini, il presidente Matteo Orfini (giovane
turco), i capigruppo Zanda e Rosato (entrambi area Franceschini), e poi
un esponente delle minoranze che sarà indicato oggi. Forse anche il
ministro Martina vuol far sedere la sua componente al tavolo. Per la
prima e unica volta che si riunirà, il tempo di prendere atto che non
c’è più tempo.
«Quesito incompleto Così si chiede un plebiscito»
di Dino Martirano Corriere 12.10.16
ROMA
«Con un quesito così eterogeneo non si rispetta la libertà di voto
degli elettori». Il presidente emerito della Consulta Valerio Onida
sintetizza così il motivo che lo ha spinto a rivolgersi al Tribunale
civile di Milano (e con un altro ricorso al Tar del Lazio) per rimettere
alla Corte costituzionale la questione di legittimità del quesito
referendario.
Perché l’elettore potrebbe essere ingannato dal quesito?
«Non
tanto ingannato dal quesito, ma leso nella sua libertà di voto per non
potersi esprimere in modo diverso sui diversi aspetti eterogenei della
riforma. Lo stesso titolo della legge non cita molti punti della legge
di revisione costituzionale: l’elezione del presidente della Repubblica,
l’approvazione a data certa dei ddl governativi, il controllo
preventivo di costituzionalità della legge elettorale, la disciplina del
referendum».
Quale sarebbe il vizio di una legge che tocca 47 articoli della Carta?
«Quello
di voler fare una “grande riforma” mentre lo spirito del 138 è la
revisione puntuale di singoli aspetti della Costituzione, della sua
“manutenzione”. Non del suo cambiamento complessivo, quasi che
occorresse una “nuova Costituzione”. Solo Berlusconi, finora, ha
tentato, senza fortuna, la strada della “grande riforma”».
Lo «spacchettamento» del quesito sarebbe servito?
«Sarebbe
necessario, data l’eterogeneità del contenuto della legge. Ma nessuno
dei soggetti che hanno chiesto il referendum lo ha proposto. Solo i
radicali ci hanno provato, senza però ottenere il consenso dei soggetti
legittimati».
Cosa succede ora se il tribunale rimette il giudizio alla Consulta?
«Si
chiede di estendere anche al referendum costituzionale quello che essa
affermò chiaramente, nella sentenza 16/1978, a proposito del referendum
abrogativo: cioè che è inammissibile un quesito referendario eterogeneo,
che trasforma il referendum in un plebiscito su un programma politico».
Verso il 4 dicembre. Le istanze a Tar e Tribunale
«Quesito eterogeneo», anche Onida ricorre e chiede la sospensione
di Donatella Stasio Il Sole 12.10.16
ROMA
È un uno-due pesante quello sferrato ieri dal presidente emerito della
Consulta Valerio Onida contro il quesito referendario del 4 dicembre, e
che potrebbe sfociare in una «sospensione degli atti del procedimento
referendario»(con conseguente rinvio del voto). Con due ricorsi
presentati insieme alla professoressa Barbara Randazzo, e rivolti al
Tribunale civile di Milano e al Tar del Lazio, Onida contesta la
chiarezza e l’omogeneità del quesito che, per la sua «eterogeneità»,
«viola la libertà di voto» dell’elettore mettendolo di fronte a un
«prendere o lasciare l’intero pacchetto senza la possibilità di valutare
le sue diverse componenti». Ma sia al giudice civile che al Tar si
chiede di investire preventivamente la Consulta per verificare la
legittimità costituzionale della legge sul referendum (n.352/1970) là
dove non prevede l’obbligo di scissione del quesito; e la Corte, a sua
volta, dovrà valutare, in via d’urgenza, anche l’eventuale «sospensione»
del procedimento referendario. Poiché, infatti, il referendum è stato
indetto per il 4 dicembre, il suo svolgimento «comprometterebbe
irrimediabilmente» il diritto degli elettori di esprimere un voto
libero, rendendo «inutile» una successiva pronuncia della Consulta. Ci
sono quindi i presupposti, secondo Onida, affinché la Corte eserciti
quei poteri di sospensione previsti in presenza del «rischio di un
pregiudizio grave e irreparabile per i diritti dei cittadini».
I
ricorsi di Onida arrivano dopo quelli presentati solo al Tar del Lazio
da M5S e Sinistra italiana. In quello dell’ex presidente della Consulta
si chiede che il giudice amministrativo «prima sospenda e poi annulli»
il decreto di indizione del referendum, nonché «ogni atto preliminare,
connesso o conseguenziale» ma, anche qui, previa - se necessaria -
rimessione alla Consulta per verificare se gli articoli 4, 12 e 16 della
legge 353/70 siano costituzionalmente legittimi là dove «non prevedono
che, qualora la legge sottoposta a referendum abbia contenuto plurimo ed
eterogeneo, agli elettori debbano essere sottoposti tanti quesiti
distinti - a cui l’elettore possa rispondere affermativamente o
negativamente - quanti sono gli articoli o le parti della legge che
abbiano oggetti omogenei».
Questione identica, appunto, a quella
sottoposta al Tribunale civile, al quale si chiede di «accertare e
dichiarare» il diritto degli elettori a partecipare al referendum «nel
rispetto della libertà di voto, violata dall’eterogeneità del quesito
così come risultante dal decreto di indizione». La tesi sostenuta nel
ricorso è che nella riforma proposta al voto «sono implicati almeno
dieci diversi aspetti, tra loro autonomi»: modifica delle funzioni,
composizione e elezione del Senato; rapporti tra governo, maggioranza e
opposizione; procedimento legislativo e decretazione d’urgenza;
iniziativa legislativa popolare, referendum; elezione e funzioni del
Presidente della Repubblica; principi della Pa; soppressione del Cnel;
abolizione delle province; modifiche dei rapporti tra Stato, regioni ed
enti locali; elezione dei giudici della Consulta. Proporre questo
«variegato complesso di modifiche mediante un unico quesito» significa
mettere l’elettore di fronte all’alternativa secca di «prendere o
lasciare l’intero pacchetto».
L'ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida La via giudiziaria: «Stop al referendum su un solo quesito»
Riforma
costituzionale. Piovono ricorsi. L’ex presidente della Consulta Onida
si rivolge al giudice di Milano e al Tar, già coinvolti. Arrivano altri
tribunali
di Andrea Fabozzi il manifesto 12.10.16
Piovono ricorsi
contro il referendum costituzionale, nella speranza di alzare una diga
giudiziaria laddove sono falliti tutti i tentativi politici di frenare
la corsa del presidente del Consiglio. Il ricorso, anzi i ricorsi, di
ieri si segnalano soprattutto perché a proporli è l’ex presidente della
Corte costituzionale Valerio Onida. Costituzionalista autorevole,
avversario della riforma costituzionale Renzi-Boschi, sei mesi fa aveva
promosso un appello per il No sottoscritto da 55 suoi colleghi che si
concludeva con una nota critica sul quesito referendario, che essendo
unico «fa prevalere in un senso o nell’altro ragioni politiche estranee
al merito della legge». Per la stessa ragione, e cioè per tutelare il
diritto al voto libero che un solo Sì o un solo No su una riforma
complessa non garantiscono, ieri Onida ha depositato un ricorso al
tribunale civile di Milano con procedura d’urgenza e uno al Tar del
Lazio,
I «processi» al referendum si accavallano. A Milano pende
quello sollevato dagli avvocati Tani, Bozzi e Zecca per le identiche
ragioni sostenute adesso da Onida – il manifesto ne aveva parlato il 22
settembre -, la prossima udienza è prevista per il 20 ottobre a meno che
la prima sezione civile non decida di unificare i procedimenti (cosa
che allungherebbe i tempi e Onida non si augura affatto). La richiesta
alla giudice in entrambi i casi è che venga rimessa alla Corte
costituzionale la legge 352 del 1970 che disciplina i referendum, nella
parte in cui non prevede l’obbligo di quesiti omogenei e la possibilità
di più quesiti differenziati anche per il referendum costituzionale
(com’è per il referendum abrogativo, dopo due sentenze del 1978 e del
1987 della Corte costituzionale). Il tribunale civile però, quando anche
decidesse di investire la Consulta, non può fermare il treno del
referendum, in calendario il 4 dicembre. Ed è impossibile che la Corte
decida in tempo. Al più si porrebbe un problema politico, e cioè quello
di far votare gli italiani per cambiare la Costituzione su un quesito
che potrebbe essere, poi, dichiarato incostituzionale.
Il Tar
potrebbe invece sospendere il decreto del presidente della Repubblica
che ha convocato le urne, e dunque il referendum. È quello che chiede
Onida, come già prima di lui gli avvocati Palumbo e Bozzi e i
parlamentari di Sel e M5S De Petris e Toninelli. Questi ultimi hanno
chiesto al giudice amministrativo una decisione urgente nel merito,
sollevando il problema del quesito sulla scheda, giudicato ingannevole e
non rispettoso della legge (che è sempre la stessa 353/70) perché non
riporta l’elenco degli articoli della Costituzione che sarebbero
modificati dalla riforma. Sul punto il Tar deciderà il prossimo 17
ottobre e in teoria potrebbe ordinare una riformulazione del quesito,
facendo inevitabilmente slittare la data del referendum. Onida, e con
lui Barbara Randazzo, docente di diritto pubblico a Milano, chiedono
invece che anche il Tar rimetta la questione della costituzionalità
della legge sul referendum alla Consulta, ma che soprattutto nel
frattempo sospenda il decreto del presidente della Repubblica e dunque
questo referendum. Altrimenti, si spiega nel ricorso, il diritto al voto
libero sarebbe irreparabilmente leso.
Onida, da ex presidente
della Consulta che cita in giudizio il presidente della Repubblica e
mezzo governo (per ragioni tecniche), ha contato ben dieci «aspetti
autonomi» contenuti nella riforma – dalle modifiche al senato
all’elezione del capo dello stato, dall’abolizione del Cnel alle novità
nei rapporti stato-regioni – sui quali considera sbagliato chiedere agli
elettori un solo Sì o un solo No. Ma non trascura di criticare la
formula messa a punto dagli uffici del Quirinale nel decreto firmato da
Mattarella, dove si parla di «referendum confermativo» cedendo alla
retorica renziana, quando il referendum costituzionale è semmai
oppositivo: «La circostanza che in questo caso sia stato chiesto anche
dalla maggioranza non può avere l’effetto di trasformare la natura della
consultazione».
A sostegno dell’iniziativa di Onida si è mossa la
rete degli avvocati «anti-Italicum» di Felice Besostri, che ha già
portato la legge elettorale davanti alla Consulta. Ricorsi analoghi
saranno presentati in altri tribunali italiani, tra i primi Trieste,
Genova, Perugia Napoli e Salerno. E venerdì arriverà al Tar del Lazio un
nuovo ricorso contro il quesito unico, firmato questa volta dai
radicali Magi e Staderini e dal professor Lanchester.
Il 4 dicembre come prova generale delle elezioni
di Massimo Franco Corriere 12.10.16
L’unica
cosa chiara, nel fumo polemico che si sprigiona dal Pd, è che «dalla
mezzanotte del 4 dicembre tutti penseranno alle elezioni...». Dicendolo,
l’ex segretario Pier Luigi Bersani si riferisce anche a sé. E infatti
aggiunge: «Non è detto che, se vince il Sì, il Pd poi vincerà le
elezioni». Ma tutto sembra destinato ad accelerarsi una volta finita la
consultazione: per ognuno dei protagonisti e dei comprimari di questa
fase politica. Congresso dem, eventuale scissione, ruolo di Matteo
Renzi, prospettive della legislatura, rapporti con il M5S: sono problemi
che emergeranno subito dopo.
Ma non prima. Per questo la
minoranza dem per ora si è limitata a minacciare un’uscita dal partito, e
lo stesso Renzi continua a usare parole di formale apertura alle
ragioni degli avversari interni. Sono gli imperativi di una logica
referendaria che cerca di salvare almeno il simulacro dell’unità
interna; ma in realtà ha già un sapore elettorale. Il voto del 4
dicembre viene considerato come un surrogato e un anticipo di quello
politico. Il contorno di ricorsi ai Tribunali amministrativi contro la
formulazione dei quesiti, le accuse al governo di monopolizzare la tv di
Stato, e di usare strumentalmente le misure economiche, ne sono
appendici naturali. La stessa decisione di una par condicio tra fautori
del Sì e del No nelle apparizioni televisive ricalca garanzie
elettorali. Il tentativo dei Cinque Stelle è di accreditare una partita
truccata: un’operazione imitata da alcuni settori di Forza Italia che
invocano perfino la presenza di osservatori internazionali per garantire
la regolarità del referendum. L’obiettivo è di screditare Palazzo Chigi
e il «suo» referendum, additando tutte le forzature, vere o presunte,
che sarebbero compiute dal premier.
Ecco perché, nei giorni
scorsi, i sindaci grillini hanno minacciato di abbandonare l’Anci,
l’Associazione dei Comuni italiani. L’accusa è quella di essere «un club
del Pd»: tranne poi precisare che il M5S deciderà a gennaio, quando
saranno chiari numeri e rapporti di forza. E ieri è arrivato l’ennesimo
blog velenoso di Beppe Grillo, stavolta contro il ministro
dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Renzi, a sentire il leader del M5S,
gli avrebbe «dato mandato di forzare sulle previsioni di crescita. E
magicamente il governo trova i soldi per elargire le solite
mancette...».
È il tema più controverso e scivoloso, per un
premier alle prese con i vincoli europei e con un’economia che non
riesce a dare veri segnali di ripresa. Per questo i Cinque Stelle
martellano su Padoan, facendosi forti delle perplessità espresse anche a
livello istituzionale sui numeri di Palazzo Chigi. E poi, tenere i toni
alti su questo tema serve a Grillo per distogliere l’attenzione dal
pasticcio delle firme false che, secondo l’accusa, sarebbero state
scoperte nelle liste presentate dal M5S in Sicilia nel 2012.
Le due facce del Pd prima e dopo il voto
di Lina Palmerini Il Sole 12.10.16
Il
referendum non è «l’Apocalisse» e il giorno dopo sarà come il giorno
prima, senza conseguenze sul Governo. Lo diceva Bersani parlando del
«no» ma il Pd ha dato ben altre prove in passato. Nel 2013 non ha retto
la sconfitta elettorale, nel 2014 ha cambiato un premier. Quale faccia
avrà il 5 dicembre?
Non è scontato quello che diceva ieri
Pierluigi Bersani conversando con i giornalisti a Montecitorio. Magari è
auspicabile ma niente di quello che è accaduto in passato nel Pd porta
alla soluzione descritta dall’ex segretario. Naturalmente lo scenario su
cui i cronisti lo incalzavano era quello della vittoria del no, vera
incognita sulle sorti politico/istituzionali. E il perno di questo
assetto, oggi, è ancora il Pd che in questi anni ha deciso e votato due
governi, eletto due presidenti della Repubblica ma solo dopo numerosi
travagli. Nel 2013 la sconfitta di Bersani portò a una spaccatura
profonda e a un cortocircuito per cui non si riuscì a formare un Governo
e nemmeno a eleggere un nuovo capo dello Stato. Il partito si frantumò
nelle votazioni segrete sul presidente della Repubblica, se ne uscì con
il bis di Napolitano ma poi il segretario fu costretto a dimettersi.
Subito dopo nacque il Governo Letta.
Dopo un anno, fu una
direzione del medesimo partito che sfiduciò Letta e spalancò le porte a
Matteo Renzi dopo la sua vittoria alle primarie. Oggi il referendum
propone un bivio simile. Difficile pensare come Bersani che il giorno
dopo sarà come il giorno prima. Innanzitutto perché in questi anni i
Democratici hanno sempre mostrato due facce, due versioni di sé. Prima e
dopo le elezioni del 2013, prima e dopo le primarie di quello stesso
anno. Anche legittimamente sono state cambiate le carte politiche sul
tavolo perché la vittoria o la sconfitta sono fatti dirimenti in
democrazia di cui un partito deve prendere atto. Difficile che il “no”
sia privo di effetti, forse non sarà l’Apocalisse ma proietterà
certamente una nuova faccia del Pd.
Se già oggi il partito arriva
diviso al referendum, tra la minoranza verso il no e il resto del
partito per il sì, è chiaro che la sconfitta del premier alle urne
aprirà una nuova resa dei conti. I renziani addebiteranno la sconfitta
anche alla minoranza, si rivedranno le correnti che finora hanno deciso
le sorti dei governi: i giovani turchi o l’area di Franceschini.
Insomma, il giorno dopo sarà un giorno come gli altri del passato in cui
si aprirà una resa dei conti. Su Renzi premier e su Renzi segretario.
Forse la minoranza non chiederà le dimissioni del Governo, come diceva
ieri Bersani, ma è possibile che le chiedano come segretario del Pd. E
una risposta già l’ha data ieri il leader nella trasmissione Politics:
«Il Congresso si farà nel dicembre dell’anno prossimo». Dunque resterà
segretario Pd. Una minaccia di guerra non di pace.
Sarà compito di
Sergio Mattarella diradare la nebbia sul giorno dopo ma sarà più
complicato con un Pd in lotta, come è quello che si vede già in queste
ore. Difficile immaginare un Governo Renzi bis in queste condizioni. Con
i 5 Stelle e il centro-destra che vorranno un nuovo Esecutivo e una
conclamata divisione nel Pd. E con una nuova legge elettorale da fare.
L’eccesso di decisionismo di Renzi sul referendum
di Paolo Franchi Corriere 12.10.16
Dice
bene Aldo Cazzullo (Corriere, 5 ottobre): in questi tempi calamitosi è
molto imprudente sotto ogni cielo, per governi e capi di governo,
sottoporsi al giudizio popolare mediante referendum. Tra tutti gli
esempi che Cazzullo fa, per compararli al caso italiano, il più calzante
è ovviamente quello di Cameron, che, sul no alla Brexit, ha puntato
tutto in una volta sola e in una volta sola ha perso tutto. Matteo
Renzi, come è noto, aveva fatto la medesima scelta sul referendum
costituzionale o, per essere più precisi, sul combinato disposto tra il
referendum e l’Italicum: in caso di sconfitta, non solo lascio la guida
del governo, ma abbandono la politica. Da qualche tempo, si sa, ha
corretto (anche se a giorni alterni) il tiro, un po’ per le autorevoli
sollecitazioni del presidente della Repubblica in carica e del
presidente emerito, un po’ perché deve essersi reso conto di aver
imboccato una strada assai perigliosa. Nessun combinato disposto, per
cominciare: alla legge elettorale si può rimettere mano, e fa nulla se
il governo, caso più unico che raro, per approvarla ha posto in più
circostanze la fiducia.
Quanto alla riforma costituzionale, niente
di personale, ci mancherebbe. Di più: aver messo sul piatto con tanta
forza le proprie sorti di premier e di leader di partito è stato un
errore che ha fornito armi propagandistiche ai sostenitori del No. I
quali però, lungi dal prendere cavallerescamente atto della sua pubblica
(semi) ammenda, continuano imperterriti a rinfacciarglielo e a
personalizzare una contesa che invece, come insegna il galateo politico e
istituzionale, dovrebbe avere per oggetto il merito dei cambiamenti
introdotti.
Lasciamo pure da parte il fatto che in politica la
cavalleria non è di casa, e, se sbagli, anche se è vero che errare è
umano, nessuno, neanche chi, come la minoranza del Pd, ha sbagliato più
di te, ti perdonerà l’errore. Ed evitiamo anche di soffermarci, visto
che la percentuale degli indecisi è ancora altissima, su quanto rendono
noto i sondaggi di Nando Pagnoncelli, ripresi da Cazzullo, secondo i
quali gli elettori in maggioranza approvano i singoli capitoli della
riforma, ma chiamati a pronunciarsi sul suo insieme propendono per il
No. Forse è proprio la categoria dell’«errore», salita all’onore delle
cronache e delle analisi politiche dopo l’intervento di Giorgio
Napolitano alla scuola di politica del Pd, a funzionare poco.
Nei
congressi democristiani, quando eravamo più giovani, si diceva, anche se
la realtà sembrava quanto meno più complessa, che la Dc era «sempre
tesa» verso qualche nobile obiettivo; in quelli comunisti che,
«nonostante errori, limiti, ritardi e contraddizioni», la linea del
partito si era rivelata saggia e giusta. Ma erano, appunto, altri tempi,
tempi in cui formule come quella democristiana del «progresso senza
avventure» o quella togliattiana del «rinnovamento nella continuità»
avevano un senso, eccome, agli occhi non solo dei militanti, ma di
milioni di elettori.
Da allora tutto è cambiato, anche se non
necessariamente in meglio. A nessuno passerebbe per la testa di
sostenere che il futuro ha un cuore antico, anche le decisioni più
importanti — comprese quelle che riguardano non solo i viventi, ma pure
le generazioni a venire, come è, o dovrebbe essere, per le Costituzioni —
hanno un orizzonte temporale molto limitato, che grosso modo coincide
con quello politico di chi le prende, e spesso confonde il presente con
l’eternità. E la tentazione di mettere politicamente in gioco la testa
per vedere consacrata la propria leadership in rapporto diretto, anzi,
in comunione con il popolo sovrano rischia di farsi irresistibile,
almeno per chi si considera, e vuole essere considerato, un uomo
politico di tipo nuovo, del tutto diverso dai suoi predecessori e dalla
gran parte dei suoi colleghi.
Bettino Craxi, alla vigilia del
referendum sul decreto di San Valentino sulla scala mobile, promosso dai
comunisti contro di lui, disse che, in caso di vittoria dei No, si
sarebbe dimesso da presidente del Consiglio un minuto dopo aver appreso
il risultato: e questa affermazione, all’epoca, parve a molti troppo
forte. Il Renzi di qualche mese fa ha detto la stessa cosa, ma con una
differenza sostanziale: il referendum il presidente del Consiglio lo ha
fortissimamente voluto e, per così dire, improntato di sé, non certo
subito, come fu per il pur «decisionista» Bettino. Nel senso che lo ha
caricato della sua concezione della politica, del potere, dello stile di
comando, del rapporto tra governanti e governati. In una parola, di se
stesso. Prendere o lasciare. Se vinco, vinco tutto. Se perdo, perdo
tutto.
Un errore? Può darsi. Ma, nel caso, un errore di sostanza,
una volta si sarebbe detto di visione del mondo e di strategia, non
certo di tattica elettorale, e dunque assai difficile da correggere in
corso d’opera. Forse è per questo, nonostante la memoria si sia fatta
molto corta, che la grande maggioranza degli italiani che sostengono
Renzi, esattamente come la grande maggioranza di quelli che lo
avversano, faticano tanto ad archiviarlo, e continuano a pensare al
referendum come a un giudizio di Dio. Anche se vengono esortati
quotidianamente, e giustamente, a votare da cittadini responsabili, e
non da tifosi.
Vincono i partiti
Ugo De Siervo, presidente emerito della Consulta e ordinario di diritto costituzionale a Firenze
Il Senato dell’Italicum “Assemblea selezionata senza criterio”
Su quegli scranni finiranno i rampanti, o chi non ha avuto incarichi locali: saranno i partiti a scegliere
Repubblica 12.10.16
ROMA. Professor Ugo De Siervo, la riforma taglia 220 seggi senatoriali, non è positiva una sforbiciata a politici e costi?
«Che
gli organi legislativi si riducano nei loro componenti non è negativo,
ma sarebbe opportuno un ridimensionamento anche della Camera, che invece
resta con 630 deputati, il che crea certamente una sproporzione».
Il
nuovo Senato deve rappresentare le realtà territoriali, per questo sarà
composto da 74 consiglieri regionali, oltre che da 21 sindaci. Perché
il No contesta questa scelta?
«Prima di tutto se la nuova
assemblea deve diventare la voce delle autonomie, è irragionevole e
sbagliato che non possa legiferare sul riparto delle competenze tra
Stato e Regione, su cui ha solo un potere consultivo. Allora di cosa
dovrebbe occuparsi? Quanto alla scelta dei consiglieri non risponde a
nessuna qualificazione oggettiva. Almeno si potevano chiamare i
governatori, o chi ricopre un ruolo particolare in Regione. Alla fine
saranno selezionati i più rampanti, o magari quelli che non hanno avuto
gli incarichi locali cui ambivano. La scelta è affidata ad una pura
discrezionalità politica».
Però dovrà essere varata una legge elettorale ad hoc che tenga conto delle scelte dei cittadini.
«Credo
ci sarà una estrema difficoltà a tenere conto della volontà degli
elettori. Si chiacchiera tanto di rispetto della sovranità popolare, ma
la classe politica è sempre più scelta dalle strutture interne dei
partiti».
Consiglieri e sindaci dovranno venire spesso a Roma per fare i senatori. Ritiene conciliabili i due ruoli?
«Non
so come faranno, con il doppio lavoro, ad assolvere ai numerosi compiti
attribuiti al Senato. Anche perché la partecipazione al processo
legislativo da parte del Senato dovrà avvenire in termini molto stretti.
Ad esempio, sulle leggi di bilancio, che sono fondamentali, il Senato
avrà solo 15 giorni per esprimere il suo parere. E per chi ha già un
altro lavoro significa farlo in due week end».
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