martedì 1 novembre 2016

La faccia come il Riotta: distruggono democrazia e Welfare, bombardano mezzo mondo in nome di Dio e della eccezionalità americana o occidentale, ma "nazionalisti" e "populisti" sono i russi, i cinesi e persino il povero Corbyn

Risultati immagini per bush blairBREXIT, LA LIBERTÀ DI CAMBIARE IDEA 
TONY BLAIR Rep 3 11 2016
LA DOMANDA urgente di un pensiero lucido, o la sua grave penuria, non si faceva sentire così acutamente da quando sono sceso in politica, quarant’anni fa.
La Gran Bretagna procede rapida verso l’attuazione dell’Articolo 50, il che implica che da marzo prossimo saremo coinvolti in un negoziato per uscire dall’Ue. Ci accingiamo a ciò senza avere un’idea chiara di quello che significa uscire dall’Ue e dal Mercato unico europeo. Nondimeno, qualsiasi invito a rallentare è deplorato alla stregua di un rifiuto della volontà popolare. Ci viene ricordato di continuo che il popolo britannico «si è espresso». Ciò è vero, ma non c’è un motivo per rimanere in silenzio o accettare qualsiasi versione di Brexit finiremo col negoziare. Possiamo benissimo andare avanti a parlarne e discuterne. Questa si chiama democrazia. La nostra “volontà” non è espressione immutabile delle nostre idee.
In primo luogo, vediamo la tesi secondo cui possiamo scegliere tra diversi tipi di Brexit ma ci è precluso scegliere di non realizzarla. Cerchiamo di chiarire le cose. Sapevamo di votare sull’uscita dall’Ue. Non sapevamo qual è l’alternativa all’appartenenza all’Ue. All’epoca è stato come approvare un cambio di casa senza aver visto quella nella quale si andrà ad abitare. Ci sarà un negoziato. E, a mano a mano che andrà avanti, saremo molto più consapevoli di quanto siamo adesso. Basti pensare a quanto ne sappiamo oggi. La nostra moneta ha subìto la più brusca svalutazione che ci sia mai stata dal Mercoledì Nero. Naturalmente, ciò rende più economiche le esportazioni. Se l’inflazione dovesse aumentare, però, le famiglie dei lavoratori attivi che ricevono sussidi vedranno diminuire le loro entrate. Nei loro piani di investimento alcune grandi aziende stanno già dando segnali di cambiamento — anche in questo caso sfavorevole. Molte altre preferiscono attendere ciò che i negoziati comporteranno. Ricordo l’efficace slogan del referendum, incollato su un autobus della campagna, annunciare stentoreamente 350 milioni di sterline in più alla settimana per il Servizio sanitario nazionale. Oggi di quest’ultimo — prossimo alla crisi — non si parla quasi più, perché l’attenzione è rivolta ai tentativi di ridurre al minimo le spese di Brexit.
Se la spesa alimentare diventerà più cara a causa dei più alti costi delle importazioni, a risentirne di più saranno le famiglie a basso reddito. Presto sarà anche necessario dimostrare la totale infondatezza di un’altra illusione, quella secondo cui negozieremo tutto ciò insieme a una cricca di astuti imprenditori tedeschi. Lo stallo nel trattato commerciale Ceta tra Canada ed Europa mostra che il potere è nelle mani di politici che si comportano come fanno spesso i politici quando tutelano interessi campanilistici a discapito del bene comune. Solo che nelle nostre trattative saranno coinvolti 27 politici di questo tipo, più il Parlamento europeo! In simili circostanze, è stravagante affermare che, avendo preso la nostra decisione, adesso sia impossibile modificarla o rettificarla. La questione non è capire se ignoriamo la volontà del popolo, ma se a mano a mano che si acquisiscono informazioni, la “volontà” popolare non stia evolvendo. Abbiamo il diritto di cercare di persuadere la gente e di sostenere un’argomentazione senza essere criticati perché affermiamo che quella decisione rappresenta una catastrofe per il Paese che amiamo. In questo momento c’è un punto su cui dobbiamo averla vinta: mantenere praticabile ogni opzione.
Dobbiamo rispettare il voto popolare. Ma anche credere che i cittadini possano considerare un’argomentazione migliore. Dobbiamo creare la capacità di mobilitare. Dobbiamo rompere l’alleanza che ci ha portato a Brexit. Non si tratta di un evento dissennato: la Gran Bretagna dovrebbe affrancarsi dai vincoli che l’Europa impone e dal suo modello socialdemocratico, e offrirci un nuovo modello economico. Si tratterebbe di creare un libero mercato, libertà di commercio, normative light, una bassa imposizione fiscale e minori tutele sociali. Non è una visione impossibile. Ma non è ciò per cui i sostenitori di Brexit hanno votato.
Il Servizio sanitario nazionale? Troppo costoso. Un numero inferiore di migranti? Ne avremmo bisogno. Una rappresentanza di lavoratori nei consigli di amministrazione e un capitalismo più equo? Non rientrano in questo modello. Ma che senso avrebbe lasciare l’Europa per poi importarne le leggi sul lavoro? Il nostro vantaggio competitivo starebbe nell’assenza di simili normative. Questa visione è di un futuro che potrebbe funzionare. E tuttavia non è il futuro per il quale si è espressa la Gran Bretagna. Né sono sicuro che così potrebbe avvenire e ci troveremmo nella situazione peggiore: esclusi dal mercato europeo, ma soggetti al modello vigente alle sue frontiere. La dolorosa ristrutturazione si trasformerebbe in una perdita permanente di reddito e in un Paese più povero.
Ma non basta. Dobbiamo dare risposte alle domande di importanza cruciale sollevate dalla Brexit e dalla situazione politica odierna. La Brexit è una conseguenza delle politiche in evoluzione nel mondo occidentale. Il centro è spinto ai margini da un virulento populismo di sinistra e di destra. I politici di centro si sentono così malridotti da assumere per difetto una specie di scomoda consonanza con il populismo. Dobbiamo essere in grado di dare risposte alle pressioni e alle ansie sugli immigrati; alla sensazione che dopo i cambiamenti della globalizzazione troppe persone siano state lasciate indietro; alla preoccupazione per i redditi stagnanti, la penuria di alloggi e il sovraccarico dei servizi pubblici. In nessun caso dovremmo cedere alla rabbia. Anzi, dovremmo poterla canalizzare nell’unico modo che funziona: con soluzioni concrete che portino cambiamento. Se non lo faremo, è indispensabile capire che quella rabbia non scomparirà. Presto arriverà un’altra ondata di progressi tecnologici. Il mondo in via di sviluppo andrà ancora più avanti. La sfida della globalizzazione diventerà maggiore. Se non saremo riusciti a far comprendere quali sono le risposte a questa sfida allora cadremo preda di un’incursione nel populismo ancora più sconsiderata di quella sperimentata fino a questo momento.
Dall’intero dibattito post-Brexit è assente un unico elemento, fondamentale: come influenzeremo la controparte del negoziato. Sappiamo che il voto britannico è stato simbolico di una percezione europea diffusa. L’Europa farebbe bene a procedere a un esame di coscienza. I suoi fallimenti sono stati decisivi per il successo della Brexit. Dalla Difesa europea alle trattative commerciali con gli Stati Uniti, l’Europa è più debole senza la Gran Bretagna. Molti europei lo sanno. Adesso dovremmo collaborare con loro. Rimanere non significa rimanere in un’Europa identica.
Il mondo oggi è pericoloso perché la politica in Occidente sta correndo il rischio di perdere la sua capacità di negoziare e la sua natura. Brexit ha sempre voluto dire qualcosa di più di “uscita della Gran Bretagna dall’Ue”. Ecco quindi che torno su un punto centrale: manteniamo aperte le nostre opzioni. Siamo un popolo sovrano. Possiamo prendere una decisione e possiamo cambiare idea. Decidere di farlo dipende soltanto da noi.
Traduzione di Anna Bissanti Copyright The New European ( Questo articolo è stato pubblicato su The New European, un nuovo giornale per coloro che in Gran Bretagna vorrebbero restare nella Ue)
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Sei mesi per vincere la battaglia contro i nazionalismi 
Gianni Riotta Busiarda 1 11 2016
I sei mesi che ci separano da Pasqua, 16 aprile 2017, saranno i più pericolosi e colmi di tensione internazionale, secondo gli esperti «ottimisti» dalla fine della Prima Guerra Fredda, nel 1989, secondo i «pessimisti», dalla crisi dei missili sovietici a Cuba, 1962. Pochi giorni fa, al Council on Foreign Relations, think tank storico dei Kennan, Harriman, Acheson, gli uomini che elaborarono la strategia democratica contro l’Urss, si sono riuniti Fiona Hills, Robert Legvold e Stephen Cohen, gli ultimi saggi Usa sulla Russia di oggi. Cohen persuaso che l’aggressività di Vladimir Putin dipenda dagli errori dei presidenti Usa, da Clinton a Obama, Hills e Legvold, a ragione, certi che Mosca, a prescindere dalle mosse occidentali, abbia un disegno autonomo, riportare il paese al ruolo, anche solo psicologico, di grande potenza perduto con la caduta del Muro di Berlino. Nessuno ha però escluso che le frizioni in corso, Ucraina, Siria, Iraq, con la squadra navale russa nel Mediterraneo e missili antiaerei di Mosca già puntati contro la «no fly zone» cui pensa Hillary Clinton, possano sfociare, presto, in guerra aperta.
La II Guerra Fredda è più calda, in potenza, della prima, perché il fronte non passa dall’Europa orientale, cuscinetto di Stati voluto con gli accordi di fine guerra a Yalta da Stalin, ma a ridosso della Russia, Artico, Paesi baltici, bacino del Donec, Donbass. Ogni errore di comunicazione è dunque scontro diretto potenziale con il Cremlino. La Cina, con Xi Jinping che controlla il partito come nessuno dopo Mao, guarda Mosca e Washington fronteggiarsi, e presidia in armi gli accessi al Mar Cinese Meridionale - da lì passano merci e materie prime cruciali -, pronta ad avvantaggiarsi di ogni errore altrui, già aprendo al violento leader filippino Duterte scontento di Obama.
Se i sondaggi hanno ragione, Hillary Clinton debutterà alla Casa Bianca: ma con l’Europa ripiegata sulle trattative impossibili di Brexit, l’epidemia austerità e la fine del sogno politico comunitario, anche la Nato languirà - quante polemiche per un battaglione italiano, uno!, schierato sul Baltico -, e l’idea di difesa europea, buona in sé, finisce per soffondere nebbia fitta sull’Atlantico. Trump presidente sarebbe un azzardo totale, mischiando la resa virtuale a Mosca, con sprazzi di belligeranza isterica.
Il caos strategico è rabbuiato dall’ondata di nazionalismo, con la premier inglese May a insultare i «cittadini globali» ed evocare la xenofobia da pub dei John Bull locali, e Marine Le Pen, in pectore presidente francese 2017, a vantarsi dalla copertina della rivista Foreign Affairs «La Francia è sempre stata più potente da sola, da “Francia”. Io voglio riscoprire la forza francese». In realtà, «da sola», la Francia venne travolta da russi, inglesi e tedeschi nell’800 e nel ’900 vide Hitler passeggiare vittorioso sotto la Tour Eiffel, ma a Le Pen interessa rinfocolare il nazionalismo che brucia, tossico, ovunque, dagli slogan «L’America torni grande» di Trump agli insulti dell’ungherese Orban all’Italia. 
La miccia che può innescare ogni deflagrazione nei prossimi mesi è la sfiducia crescente nella democrazia tra i nostri cittadini, seminata da classe dirigente mediocre, crisi economica, stagnazione della crescita, smarrimento della identità tra individui e comunità. Gli elettori che premiano i populisti, destra e sinistra, son persuasi che il centralismo politico e industriale di Mosca e Pechino «funzioni meglio» di democrazia e libero mercato. Ai comizi di Trump i fan vanno con t-shirt decorate dal volto macho di Putin e, nelle interviste alla scrittrice premio Nobel Aleksievic, i moscoviti lamentano: «Per la democrazia non siamo nessuno, con l’Urss almeno sapevamo di esser russi».
La «classe globale», invisa a May, Le Pen, Trump, Sanders e Corbyn e ai nostri populisti domestici ha perduto la battaglia del consenso, per snobismo, avidità, mancanza di fiducia nei nostri valori. Se non vogliamo che, come sempre nella Storia, il nazionalismo liberi i suoi figli rabbiosi, razzismo, antisemitismo, totalitarismo, dobbiamo ripartire da pochi, semplici, ideali e riforme: lavoro, sviluppo, ricerca, apertura alle altre culture ma con fierezza e difesa della nostra. La democrazia non può essere vista come la frigida burocrazia dell’Unione Europea che stima occhiuta un +0,1% mentre l’Italia è tormentata dai terremoti, o la mucca obesa foraggiata dai dollari delle lobby in America. I sei mesi che ci dividono da Pasqua son troppo pochi perché questa battaglia possa essere vinta, ma abbastanza per capire se stiamo perdendola, per sempre.
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Tra eredità e Bruxelles distratta Perché soffia a Est il vento populista
di Valerio Castronovo Il Sole 2.11.16
Che cosa c’è al fondo dell’ondata di nazional-populismo che ha preso il sopravvento nella maggior parte dei paesi dell’Europa centro-orientale? Ancor prima che i loro attuali governi erigessero una cintura di muri e reticolati alle proprie frontiere contro gli immigrati, diversi motivi hanno concorso alle fortune politiche dei movimenti d’impronta nazionalistica.
Innanzitutto era rimasto nei paesi dell’Est un grumo di risentimenti per un’anticamera, lunga dieci anni, prima di venire ammessi nel 2004 nella Comunità europea (anche se intanto avevano beneficiato dei fondi strutturali europei e di altre forme d’aiuto, essenziali per le loro fragili economie). D’altra parte l’allargamento delle frontiere della Ue era avvenuto soprattutto per l’esigenza di evitare che alla lunga si creasse a Est una situazione di pericolosa instabilità politica, senza peraltro che questo passo fosse stato preparato convenientemente da una fase di “approfondimento” (come consigliava Jacques Delors e prevedeva il Trattato di Lisbona) in cui venissero messe a punto adeguate riforme nella governance della Ue. Col risultato che sarebbero poi emerse in piena luce le difficoltà, dovute a forti differenze di ordine strutturale, che rendevano particolarmente accidentato il processo d’integrazione dei nuovi partner. Fu anche per questo che al loro interno si diffuse la sindrome di essere dei paesi di seconda o terza fila nell’ambito della Ue. Ciò che contribuì alla riscoperta, in chiave autoreferenziale e nazionalistica, di determinati tratti identitari etnico-religiosi e retaggi storico-culturali mai dissoltisi del tutto durante i regimi comunisti e adesso strumentalizzati politicamente dall’ultradestra.
S’era dunque già diffuso un clima segnato da fermenti ed empiti nazionalistici quando sopraggiunse l’emergenza immigrazione. Sta di fatto che, pressoché in contemporanea con l’accordo siglato a Bruxelles ai primi di ottobre del 2015 per una redistribuzione entro la fine dell’anno di 100 mila profughi, in Polonia il partito ultraconservatore di Jaroslaw Kaczynski riportò nelle elezioni una straripante vittoria su quello liberale di centro del presidente in carica del Consiglio europeo Donald Tusk e polverizzò pressoché tutti quelli di centro-sinistra. Questo suo exploit non fu dovuto a una situazione di malessere economico (in quanto era in corso da otto anni un processo di sviluppo ininterrotto) ma, appunto, a motivi di carattere prettamente nazionalistico a cui i polacchi erano d’altronde estremamente sensibili: da un lato, la diffidenza viscerale di sempre nei confronti della Russia, ulteriormente accresciutasi dopo l’annessione della Crimea, e quindi a una domanda di sicurezza, assicurata di fatto dagli Usa; dall’altro, un’insofferenza non più latente per la posizione preminente della Germania, nei cui confronti la Polonia intendeva far valere le sue prerogative di principale potenza regionale nell’Est europeo. D’altronde a Varsavia non s’erano mai scordati che un tempo appartenevano all’area d’influenza polacca l’Ucraina, la Galizia e le regioni del Baltico.
A moventi frondisti verso Bruxelles sostanzialmente analoghi si doveva il trionfo del Fidesz, il partito nazional-populista di Viktor Orbán in Ungheria nelle elezioni del 2010 con quasi il 68 per cento dei suffragi, replicato due anni dopo all’insegna di un indirizzo spiccatamente conservator-autoritario. A non contare il successo ottenuto da un gruppo ancor più oltranzista, con nostalgie asburgiche e di tendenze neonaziste, come Jobbik. Se nella Repubblica Ceca il partito conservatore euroscettico di Petr Fiala ha cominciato a far sentire la sua voce, e se in Slovacchia il principale partito della destra conservatrice si è piazzato solo al terzo posto nelle elezioni del 2012, invece in Crozia la “Coalizione patriottica”, guidata dal partito nazional-conservatore dell’ex capo dei servizi segreti Tomislav Karamarko, ha ottenuto nel 2013 la maggioranza dei seggi distanziando lo schieramento di centro-sinistra e poi vinto (con Andrej Plenkovic) anche le recenti elezioni anticipate di settembre. Né mancano a Zagabria quanti vorrebbero riabilitare gli “ustascia” di Ante Pavelic, alla guida dello Stato croato sorto nel 1941 sotto l’egida dei nazifascisti. Il modo con cui il nazismo è stato spiegato nella Ddr, come frutto essenzialmente dell’imperialismo, ha lasciato tuttora il segno nelle regioni orientali della Germania dove stanno diffondendosi nazionalismo e xenofobia. Ma se in vari paesi dell’Est il nazionalismo, accoppiato al populismo, è oggi prorompente, va detto che i vertici della Ue non si sono resi conto per tempo del fatto che costituiva un carburante politico altamente infiammabile. E ciò a causa di una navigazione di piccolo cabotaggio e della carenza di una visione lungimirante da parte di Bruxelles. 

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