Il nuovo presidente prepara una svolta radicale rispetto a Obama e agli ultimi quarant’anni di diplomazia Usa. Rapporti stretti con Putin per arginare Pechino, ormai considerata un partner sleale. E con l’invito del Cremlino ai colloqui di pace riparte la trattativa sulla Siria
NEW YORK. Rivoluzione copernicana. Il mondo di Trump è un capovolgimento di prospettive e strategie, una rotazione a 180 gradi rispetto a Barack Obama. La Russia al posto della Cina come partner indispensabile. Gli anti-europei come interlocutori privilegiati sul Vecchio continente. Patto di ferro con Israele. Pugno duro su Iran e Cuba. Il vero ostacolo da superare per questo ribaltamento è all’interno del partito repubblicano dove la destra classica non è certo filo- russa. Ma la politica estera è il terreno “sovrano” del presidente, dove subisce meno condizionamenti. C’è anche il cambiamento radicale nello stile: come si è visto su Cina-Taiwan, il neo-presidente può provocare un terremoto internazionale con un solo tweet. Nel caso di un presidente degli Stati Uniti si può adattare il detto di Marshall McLuhan («il medium è il messaggio»), nella sua proiezione internazionale «lo stile è sostanza ». Quanto Trump sia deciso a stravolgere l’eredità obamiana, lo conferma lui stesso in un’intervista al Wall Street Journal dedicata alla politica estera. Non ci sono novità rispetto ad altre sue prese di posizione, ma questa è di per sé una notizia: gli scandali multipli sugli hacker russi e le incursioni ordinate da Vladimir Putin non lo hanno scosso né smosso. Insieme all’intervista, arriva la notizia che a fine dicembre il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il generale Michael Flynn, ha scambiato sms e telefonate con l’ambasciatore russo a Washington, Sergei Kislyak, proprio mentre Obama varava le ultime sanzioni alla Russia per punirla delle ingerenze nella campagna elettorale. Dunque la squadra Trump, anche nella sua componente militare, manovra alle spalle di Obama per rassicurare Putin.
L’esatto contrario con la Cina. La rivoluzione copernicana non è solo rispetto all’era Obama, ma rispetto a 40 anni di politica estera americana. È negli anni Settanta che il viaggio di Richard Nixon e Henry Kissinger in Cina, il disgelo con Mao Zedong, inaugura un’era in cui l’America “gioca la carta cinese contro Mosca”, si avvicina alla Repubblica Popolare per indebolire il blocco sovietico. I passi successivi saranno balzi da gigante quando nel 2001 la Cina entrerà nel Wto, cooptata dagli americani nel commercio globale. Per Trump non esistono dogmi. Come già dimostrò accettando la telefonata della presidente di Taiwan, lui rimette in discussione perfino il principio che esiste “una sola Cina”, quella di Pechino, un assioma che consentì il ristabilimento delle relazioni diplomatiche fra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare nel 1979. Tutto torna ad essere negoziabile, fungibile. Al centro della questione cinese c’è l’aspetto economico. Trump accusa Pechino di concorrenza sleale in particolare attraverso la manipolazione del renminbi, la svalutazione competitiva. Ci sono gli estremi di una guerra commerciale perché se il Tesoro Usa denuncia formalmente la “manipolazione valutaria”, può far scattare ritorsioni immediate e pesanti.
L’Europa non è in cima ai pensieri di Trump se non in chiave negativa. La Nato costa troppo al contribuente americano, se gli europei vogliono una difesa efficiente se la paghino. La simpatia verso i populisti anti-euro è istintiva per Trump che suggerì a Londra di nominare Farage come ambasciatore negli Usa. Theresa May potrebbe essere il primo leader europeo invitato a Washington nel nuovo corso. In Francia sia una vittoria di Marine Le Pen che di François Fillon possono andar bene a Trump.L’economia di Trump Più barriere, meno tasse e Wall Street apre un creditoDow Jones ha guadagnato il 9% da quando è stato eletto e pure i critici ammettono: il protezionismo potrebbe funzionareFEDERICO RAMPINI Rep 16 1 2017
CHE TRUMP non ami i media è un fatto piuttosto noto, ma nessun presidente aveva ancora mai pensato di “cacciare” i giornalisti dalla Casa Bianca. The Donald un pensierino (o forse anche qualcosa di più) lo ha fatto.
Wall Street smentendo tutte le previsioni è in luna di miele con Donald Trump, da quando lui è stato eletto l’indice Dow Jones ha guadagnato il 9% e il solo settore della finanza “vale” ben 460 miliardi di dollari in più. Perfino un radicale di sinistra come il premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz offre a Trump una – sia pur limitata – apertura di credito: il suo protezionismo potrebbe funzionare. Almeno nel breve termine. Stiglitz ragiona così: i dazi e le barriere che immagina Trump contro Cina e Messico possono violare i trattati, ma prima che arrivino le sanzioni dei tribunali internazionali (Wto) gli Stati Uniti incasserebbero un miglioramento del loro deficit estero. Inoltre l’America dipende meno della Cina dalle esportazioni. In un braccio di ferro tra i due colossi dell’economia globale, è Pechino che ha più da perdere perché il suo modello di sviluppo nell’ultimo quarto di secolo è trainato dall’export, mentre l’America è il più grosso mercato aperto ai prodotti altrui. Siamo nell’ambito delle ipotesi, delle simulazioni, della “teoria dei giochi” su mosse e contro-mosse di un’ipotetica guerra commerciale che alla fine potrebbe danneggiare tutti.
La stessa sospensione di giudizio – almeno da parte dei mercati – vale per l’altra ipotesi di lavoro di Trump: riducendo poderosamente le tasse alla fine si ridurrà il deficit pubblico, perché una crescita più forte arricchisce tutti, fisco incluso. Né bisogna preoccuparsi degli effetti redistributivi all’incontrario – la riduzione della pressione fiscale va a vantaggio delle imprese e dei ricchi – perché chi ha più mezzi investirà di più, creando lavoro e redditi per tutti gli altri. Queste teorie risalgono ai tempi di Ronald Reagan, quando i guru del neoliberismo erano Milton Friedman e Arthur Laffer, le mode ideologiche si chiamavano “curva dell’offerta” e “ trickle- down effect”. Quest’ultimo, l’effetto-cascata, sta a dire che se aiuti i ricchi quelli investendo aiutano tutti gli altri e la loro prosperità si diffonde come tanti rigagnoli che scendono giù per la piramide sociale. In quanto alle finanze pubbliche, l’idea che un forte sgravio fiscale paradossalmente finisca col curare deficit e debito, fu contestata a destra dai rigoristi dell’austerity (George Bush padre la definì “ Vodoo economics”, una teoria economica degna degli stregoni e della magia nera). La sinistra è un po’ più possibilista: i tragici effetti dell’austerity europea dimostrano che l’ossessione per ripianare i deficit uccide la crescita.
Trump non è un ideologo, può procedere sperimentando. E tastando il terreno con il Congresso, che avrà quasi sempre l’ultima parola. Per l’economia, a differenza che in politica estera, i poteri del presidente sono limitati. Le grandi leggi di bilancio, entrate o spese, devono passare attraverso Camera e Senato. Dove c’è una corrente repubblicana di falchi anti-deficit, che può creargli dei problemi se le prime mosse di Trump sono destabilizzanti per i conti pubblici. Però all’inizio dovrebbe esserci una luna di miele anche in sede parlamentare, la maggioranza repubblicana non vorrà mettersi subito di traverso al suo presidente. Il quale ha dimostrato di saper maneggiare la comunicazione meglio di tutti i suoi avversari.
L’effetto-annuncio è quello che lui sta saggiando dall’8 novembre. Con i casi Carrier e Ford, è intervenuto personalmente su due multinazionali che stavano spostando fabbriche in Messico e oplà: i top manager si sono inchinati al futuro presidente, gli stabilimenti e i posti di lavoro restano in America. Fiat Chrysler a sua volta ha annunciato un miliardo di nuovi investimenti negli Usa. Trump manovra abilmente minacce, promesse, lusinghe. Offre – sempre che il Congresso glielo approvi – un formidabile sconto della tassa sugli utili, dal 35% al 15%. Di che agevolare anche il rimpatrio di capitali da parte di tutte quelle multinazionali (Apple & C.) che li hanno parcheggiati all’estero. La torta in gioco, se si guarda all’insieme degli investimenti esteri diretti delle multinazionali Usa, è di 5.000 miliardi: basterebbe farne rientrare una frazione e già sarebbe un bel colpo. Il castigo per chi non sta al gioco sono dazi punitivi, fino al 35%. Probabilmente illegali, ma se il bluff funziona, forse basta agitare lo spauracchio. Nell’elenco dei favori promessi alle imprese c’è la bandiera classica della destra liberista, la deregulation.
Anche finanziaria, donde l’esultanza di Wall Street. E con un forte accento sulla sua dimensione energetica e ambientale: Trump ha più volte denunciato le politiche di Obama contro il cambiamento climatico come una persecuzione dell’industria americana. Lui vuole tornare alla massima libertà di uso delle energie fossili di cui gli Stati Uniti abbondano. Il piano di investimenti in infrastrutture è la cosa più “di sinistra” che lui ha promesso di fare: Hillary Clinton e Bernie Sanders lo volevano anche loro.
È anche una cosa di buon senso, vista la tremenda decrepitudine di aeroporti, autostrade, ferrovie, rete elettrica. Il problema è il costo. Mille miliardi di investimenti, sia pure in parte privati (ma con sgravi fiscali e quindi a carico del contribuente), saranno uno dei bocconi indigesti da far digerire al Congresso repubblicano.
( 2 - continua) ©RIPRODUZIONE RISERVATA



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