Gianni Cuperlo mi ha mandato il suo programma Gli ho scritto che mi sembrava interessante e poi ho aggiunto che era il modo migliore per preservare il sistema capitalistico Non mi ha risposto ma vorrei dirgli che non ero per nulla ironico
lunedì 16 dicembre 2013
Emanuele Severino: la socialdemocrazia come ultimo baluardo del capitalismo postmoderno
Ecco perché la giovane Italia sta andando in malora
Gianni Cuperlo mi ha mandato il suo programma Gli ho scritto che mi sembrava interessante e poi ho aggiunto che era il modo migliore per preservare il sistema capitalistico Non mi ha risposto ma vorrei dirgli che non ero per nulla ironico
Gianni Cuperlo mi ha mandato il suo programma Gli ho scritto che mi sembrava interessante e poi ho aggiunto che era il modo migliore per preservare il sistema capitalistico Non mi ha risposto ma vorrei dirgli che non ero per nulla ironico
di Silvia Truzzi il Fatto 15.12.13
EMANUELE SEVERINO è nato a Brescia il 26 febbraio 1929. Alunno del
Collegio Borromeo, si laurea a Pavia nel 1950, discutendo una tesi su
Heidegger e la metafisica con il suo maestro, Gustavo Bontadini. L’anno
successivo, a 22 anni, ottiene la libera docenza in Filosofia teoretica.
Dal 1954 al 1970 insegna Filosofia all’Università Cattolica di Milano
(diventando ordinario nel ‘62). Le pubblicazioni di quegli anni entrano
in forte conflitto con la dottrina ufficiale della Chiesa, suscitando
discussioni nel mondo cattolico e nell'ex Sant'Uffizio. Nel 1970 la
Chiesa proclama – negli Acta apostolica – l’insanabile opposizione tra
il pensiero di Severino e il Cristianesimo. Viene chiamato
all’Università Ca’ Foscari di Venezia dove è tra i fondatori della
Facoltà di Lettere e Filosofia e dove ha diretto l’Istituto di Filosofia
fino al 1989. Ha insegnato anche Logica, Storia della filosofia moderna
e contemporanea e Sociologia. Nel 2005 l’ateneo veneziano l’ha
proclamato Professore emerito. Insegna Ontologia fondamentale presso la
Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.
È accademico dei Lincei e Cavaliere di Gran Croce. Da oltre trent’anni
collabora con il Corriere della Sera.
L’umanità è molto vecchia, l’eredità, gli incroci hanno dato una forza
insuperabile alle cattive abitudini, ai riflessi viziosi”, ammonisce
Proust ne La prigioniera. Il taxi attraversa Brescia, gelida.
L'indicazione stradale è precisa e, nel finale, perfino letteraria: “La
via è lunga, io abito in quel tratto di strada dove amava passeggiare
Foscolo”. Giunti nei pressi dei luoghi cari al poeta – che a Brescia,
oltre ad amare appassionatamente una gentildonna, diede alle stampe i
Sepolcri- si apre la porta di casa di Emanuele Severino. Entriamo non
senza timori (ben riposti: il primo scivolone arriva al minuto tre, su
un frammento de La gaia scienza di Nietzsche), in un soggiorno che
ospita mille libri, un pianoforte a coda e un'imponente scultura del
figlio Federico. È un Orfeo che ha perduto Euridice: “È così, testa a
terra e piedi in aria”, spiega il professore, “e getta in faccia lo
sconvolgimento del cuore”. Per capire qual è lo sguardo di un filosofo
sull’Italia (e se Proust – di cui il professore si occupa ne La
filosofia futura – aveva ragione), partiamo da Leopardi, perché al piano
di sotto c’è uno studio “riservato” dove il professore ha scritto i due
libri dedicati al poeta di Recanati.
Professore, quel “Piangi, che ben hai donde, Italia mia” è un grido di dolore sempre valido?
Sì, ma dobbiamo dire che le spiegazioni della crisi del nostro tempo
rimangono molto in superficie anche quando vogliono andare in
profondità. Il fenomeno di fondo, che non viene adeguatamente
affrontato, è l’abbandono, nel mondo, dei valori della tradizione
occidentale; e questo mentre le forme della modernità dell’Occidente si
sono affermate dovunque. Un abbandono che si porta via ogni forma di
assoluto – e innanzitutto Dio. Dio è morto...
... come la canzone...
Il professor Severino scoppia a ridere: Veramente come Nietzsche! Poi
lui aggiunge: “E noi l’abbiamo ucciso”. Muore, dicevo, ogni forma di
assolutezza e di assolutismo, dunque anche quella forma di assoluto che è
lo Stato moderno, che detiene – dice Weber – “il monopolio legittimo
della violenza”. Questo grande turbine che si porta via tutte le forme
della tradizione è guidato dalla tecnica moderna – ed è irresistibile
nella misura in cui ascolta la voce che proviene dal sottosuolo del
pensiero filosofico del nostro tempo. Il turbine travolge anche le
strutture statuali. Investe innanzitutto le forme più deboli di Stato.
Cosa pensa dei movimenti di piazza di queste settimane?
La trasformazione epocale di cui parlo non è indolore: il vecchio ordine
non intende morire, ma è sempre più incapace di funzionare, soprattutto
in Paesi come l’Italia. E il nuovo ordine non ha ancora preso le
redini. È la fase più pericolosa (non solo per l’Italia).
La disperazione sociale è evidente e molto preoccupante.
Per quel che prima ho detto, la vita sociale, anche in Italia, non è più
adeguatamente garantita. La protesta è inevitabile e la situazione
potrebbe peggiorare. La “politica” autentica del nostro tempo consiste
nel capire la radicalità della trasformazione in atto sul Pianeta, cioè
deve lasciare la guida alla razionalità scientifico-tecnologica,
destinata a imporsi con la morte del vecchio mondo.
Tra le forme più deboli di Stato c’è l’Italia?
L’Italia è uno Stato acerbo. Ha 150 anni su per giù. Ma soprattutto ha
alle proprie spalle una storia di frazionamento
politico-economico-sociale, dove si sono imposte forze che hanno avuto
nel mondo un peso ben maggiore di quello dell’Italia unita. Pensi, ad
esempio, allo Stato pontificio. La sua storia attraversa l’intera storia
europea: qualcosa di molto più consistente e visibile che non l’Italia.
Non mi sembra un caso che Putin venendo in Italia vada prima dal Papa,
nel centro mondiale della cattolicità, e solo dopo da tutti gli altri…
Un secondo esempio? La Repubblica di Venezia. A suo tempo era
l’equivalente dell’Inghilterra del XIX secolo. Potenze, dunque che non
solo sono state al centro della vita mondiale, ma hanno organizzato la
società in modo che lo Stato italiano sarebbe poi stato avvertito come
un corpo estraneo da gran parte della popolazione della Penisola. Di qui
il marcato individualismo degli Italiani.
È questo il motivo per cui non abbiamo un senso dello Stato consolidato come in altri Paesi?
Sì, la “novità” del nostro Stato è tra i principali. Ma un secondo
motivo – ce ne sono molti: parlo di quelli che qui mi vengono in mente –
è che durante la Guerra fredda l’Italia ha avuto il più forte partito
comunista dell’Occidente: il Pci è arrivato quasi al potere e in un modo
democratico. Si verificarono due processi, diciamo concorrenti: il Pci
andava progressivamente social-democratizzandosi e il consenso
aumentava. Il problema era fare in modo che il primo processo fosse più
veloce del secondo. Altrimenti sarebbero stati guai, nel senso di una
reazione violenta del mondo occidentale che non avrebbe consentito
all'Italia di entrare nella sfera di influenza sovietica. La marcia del
comunismo verso la socialdemocrazia è uno degli esempi rilevanti di
quello che chiamo “il tramonto degli immutabili” (cioè degli “dèi”). Il
Pci era radicato nel marxismo, cioè, innanzitutto, in una filosofia. La
cui crisi è iniziata quando la sinistra europea – si pensi ad esempio a
Rudolf Hilferding – ha incominciato a spingere il comunismo da una
gestione filosofica a una scientifica del movimento rivoluzionario,
trasformandolo, appunto, in socialdemocrazia.
Però lei ha scritto un libro intitolato Capitalismo senza futuro.
Anche il capitalismo, infatti, ha alle spalle una visione filosofica
prevalentemente assolutistica, del mondo (individuo e proprietà come
valori assoluti). Gli si fa torto quando lo si tratta come un semplice
mezzo per aumentare il profitto. In Italia è più debole; ma la presenza
dell’assolutismo cattolico e, fino a ieri, di quello comunista fa si che
l’abbandono della tradizione abbia da noi un maggiore effetto
traumatico rispetto ad altri Paesi. Ma poi – ritornando al tema della
mancanza di senso dello Stato – essa porta con sé individualismo
esasperato e corruzione. E, in proposito, sembra che la Guerra fredda
sia stata già dimenticata. È finita da pochissimo. In Occidente il
comunismo è finito, ma è come se avessimo davanti un gigante morto. È in
putrefazione, ma dà luogo a forme biologiche diverse e ingombranti. La
contrapposizione tra il blocco sovietico e quello occidentale è stata
una situazione di mors tua, vita mea. Ognuno ha adottato qualsiasi mezzo
per contrastare l’avversario...
Per esempio?
Penso alla sostanziale “alleanza” tra Stati Uniti e mafia: meglio stare
con i delinquenti non comunisti che con i comunisti. Ora, il denaro
americano arrivava soprattutto per aiutare i partiti anticomunisti; ma
la gestione politica di questo denaro non poteva essere un fatto
pubblico; inevitabile, allora, la collusione tra Stato e illegalità. Che
è sopravvissuta anche dopo la fine dell’Urss. D’altra parte la
magistratura è stata ingenua nel voler assumere un atteggiamento
all’insegna del fiat iustitia et pereat mundo.
Qual è stata l’ingenuità?
Pensare di poter spingere fino in fondo le indagini sulle responsabilità
e illegalità prodottesi dalla inevitabile collusione tra Stato e
criminalità .
Sta parlando di Tangentopoli?
Un esempio potrebbe essere questo. Ma vado anche più in là: mi riferisco
al mondo capitalistico. La magistratura ha voluto fare qualcosa che non
era accaduto nemmeno con la fine del fascismo. Togliatti non ha
incriminato
correità. E nel nostro sistema l’azione penale è obbligatoria.
E questo produce un dramma! Non sto dicendo che si sarebbe potuto
evitare. Il giudice è ovviamente obbligato a indagare e a dare sanzioni,
ma è anche ovvio che il vincitore – il capitalismo – non accetta di
essere punito per aver usato mezzi che gli hanno consentito di vincere
il nemico mortale.
La lunga gestazione della decadenza di Berlusconi è la prova che non
esiste una sanzione sociale per alcuni comportamenti. E questo determina
che alla fine i giudici selezionano la classe politica, nel senso che
se uno non è stato condannato può fare tutto quello che vuole. Se il
presidente degli Stati Uniti dice una bugia si deve dimettere.
Ma certo! Aggiungo che 25 anni fa scrivevo, nel libro da lei richiamato,
che era meglio che la Fininvest scendesse in campo politicamente,
piuttosto che trattenere del tutto nell’ombra il proprio operare.
Lo sottoscrive?
Sì, meglio questo di una destra che agisce con lo stile della P2.
Meglio, per l’Italia, che esprima pubblicamente i propri progetti,
almeno in parte.
Anche se si fanno le leggi ad personam? Non è pericoloso dire certe cose
in un Paese dove i magistrati vengono tacciati di essere un cancro?
Condivido il senso della domanda. Ma proprio perché ho scritto libri
come Il declino del capitalismo e Capitalismo senza futuro, quanto le
sto dicendo non può passare per un’apologia del capitalismo e delle sue
degenerazioni. (Non è nemmeno un’apologia del marxismo). È la
constatazione di alcuni dei fattori per i quali la destinazione della
tecnica al dominio del mondo produce in Italia una crisi più grave che
altrove. E non dimentichiamo le tragedie e gli scompensi determinati
dalla dittatura fascista.
Che ricordi ha dell’Italia fascista?
Rispetto ai nostri temi sono irrilevanti. Il più terribile, per me, è un
ricordo personale, legato alla morte di mio fratello Giuseppe nel 1942,
ventunenne. Un giovane straordinario. Aveva otto anni più di me.
Studente alla Normale di Pisa, era stato obbligato, per legge, a
diventare volontario del Regio Esercito Italiano, nel Corpo degli
Alpini, sul fronte francese: la sua morte mi ha segnato. Non posso dire
di aver respirato, da ragazzino, l’esecrazione per quanto, in seguito,
ho saputo e capito essere il fascismo. Ho studiato dai Gesuiti: ricordo
il saluto fascista all’uscita della scuola. Lì ho incontrato padre Auer,
che aveva conosciuto Hitler da vicino. Andavo a lezione da lui perché
volevo imparare il tedesco. Era stato intimo del giovane Hitler e mi
raccontava di un uomo assolutamente disturbato, che se le cose non
andavano come lui voleva, aveva incredibili accessi d’ira, si rotolava
per terra. Un matto. Nelle mie conversazioni con padre Auer,
ripensandoci ora, davo per scontato che i nazisti fossero dei matti.
Si evoca, con una certa frequenza, un’incapacità dell’Italia di fare i conti con il passato. Cosa ne pensa?
Le rispondo parlando di un filosofo, Giovanni Gentile, che mio fratello
ascoltava a Pisa, perché è stato la figura più profonda del fascismo.
Amo dire che non era Gentile a essere fascista, ma il fascismo a tentar
di essere gentiliano. Gentile è stato uno dei grandi gestori del “grande
turbine” di cui parlavamo all’inizio: il suo pensiero è profondamente
antiassolutista e antitotalitario, Mussolini non lo capiva. Da vecchio
liberale aveva visto nel fascismo l’occasione per realizzare la sua
riforma della scuola. Un’ottima riforma, per quell’Italia. Oggi – anche
qui, per la debolezza delle nostre strutture statali – si fanno tra
l’altro concorsi universitari dove si applicano retroattivamente
disposizioni pateticamente dipendenti dalla cultura inglese e americana.
Anche l’idea di studiare la filosofia da un punto di vista storico è
sua: un’idea purtroppo rovinata dai manuali che non hanno capito che
cosa sia un storia filosofica della filosofia. Comunque, gli scritti
politici di Gentile considerano il fascismo come un “esperimento”, non
certo come un assetto assoluto e immodificabile.
Evasione fiscale e corruzione: sono una nostra “tara genetica”?
Una tara storica, come prima le dicevo. L’evasione fiscale è un furto ai
danni di tutti. Se c’è da costruire una strada io devo metterci anche
la parte degli evasori. Certo, molti artigiani e piccoli imprenditori,
se non evadessero, fallirebbero. Tutti sanno queste cose. Però conosco
anche tanti cattolici ai quali molti uomini di Chiesa facevano capire
che se non avessero ritenuto “giusto” pagare le tasse dello Stato,
avrebbero fatto bene a non pagarle. Questo Papa, da buon pastore, sta
cercando di cambiare le cose. Ma non vorrei che si perdesse di vista che
la “corruzione” di fondo è l’“evasione” del mondo dal passato
dell’Occidente. Vorrei dire che il processo in cui le strutture del
passato stanno andando in malora è come la febbre: se non la si avesse
non si potrebbe guarire. Stiamo andando verso un mondo gestito dalla
razionalità tecnologica; ed è probabile che l’Italia, proprio perché ha
avuto gli inconvenienti di cui abbiamo parlato, anticipi i tempi
rispetto agli altri popoli meno febbricitanti. (Mi lasci dire anche,
molto sottovoce, che nonostante la sua destinazione al dominio del
mondo, la civiltà della tecnica è ciò che chiamo “la forma più rigorosa
della Follia estrema”. Ancora più sottovoce: la Follia estrema è credere
nel carattere effimero, temporale, contingente, casuale, dell’uomo e
della realtà: è la convinzione che ogni cosa venga dal nulla e vi
ritorni. Però la difesa suprema dall'angoscia suscitata da questa
convinzione – la difesa che nella tradizione è costituita, in ultimo, da
Dio – è diventata la tecnica. Ovunque, la tecnica sta diventando la
forma più radicale di salvezza, che oggi ha soppiantato qualsiasi altra
forma di rimedio contro la morte. Mi affretto a lasciare questo tema,
tanto più importante quanto più a sottovoce ne parliamo).
Anche in politica ci si affida alla tecnica come extrema ratio. Si è
trattato, nel caso del governo Monti, del disvelamento di una bugia?
Rispondo ad alta voce. Una quindicina d’anni fa avevo criticato sia
Monti sia Abete quando promuovevano l’unione di “solidarietà” ed
“efficienza” (capitalistica). Abete, allora presidente di Confindustria,
declinava tale unione, mi sembra, sul piano di una solidarietà più
laica che cattolica; Monti la intendeva come solidarietà cattolica. Ma
l’“efficienza” capitalistica è incompatibile con la “solidarietà” in
senso cristiano. Quando Monti divenne premier, scrissi un articolo sul
Corriere della Sera in cui dicevo che l’affacciarsi del suo governo
“tecnico” aveva ben poco a che vedere con la destinazione della tecnica
al dominio, quale viene intesa nei miei scritti. Proprio perché Monti
dichiarava di voler coniugare l’efficienza capitalistica con la
solidarietà in senso cattolico, quel governo “tecnico” – era prettamente
politico, un po’ mascherato. Ancora, l’economia comanda la politica e
quindi un economista può essere più politicizzato (cioè “ideologizzato”)
di un politico. Data la tendenza di fondo del corso storico ritengo
tuttavia che ci si debbano aspettare governi che, sempre più, guidino le
società sulla base dell'efficienza tecno-scientifica piuttosto che di
quella capitalistica, e che a questa forma di efficienza resti sempre
più subordinata l’istanza solidaristica.
Le ideologie sono morte ma forse sono scomparse anche le idee. Destra e sinistra esistono ancora?
In ogni gruppo sociale ci sono quelli soddisfatti del proprio tenore di
vita e tendono alla conservazione – la “destra” – e quelli che invece
soddisfatti non sono e tendono al cambiamento – la “sinistra”.
Qual è la visione del mondo dello schieramento “progressista”?
Guardi: l’onorevole Gianni Cuperlo mi ha mandato un’email con il suo
programma, chiedendomi cosa ne pensassi. Gli ho risposto che era un
programma interessante, anche per il suo intento di collegarsi alla
sinistra europea. Poi ho aggiunto che il suo progetto era il modo
migliore per salvaguardare il capitalismo. Non mi ha più risposto. Ma
vorrei dirgli che in quella mia aggiunta non c’era ombra di ironia.
Perché il modo migliore per salvaguardare il capitalismo?
Ormai la sinistra, non solo italiana, non è più nemmeno
socialdemocrazia, che mirava all’abolizione delle classi e del
capitalismo per via democratica. Ormai anche il Pd è lontanissimo da
queste aspirazioni, immerso com’è nella fede, peraltro diffusissima,
della validità dell’organizzazione capitalista della società.
Curiosità mondana: guarda la televisione?
Quando c’è un buon film e, quasi sempre, il telegiornale.
E i talk show?
All’inizio i litigi dei politici erano abbastanza divertenti; adesso
annoiano. Ma se vogliamo parlare di televisione non possiamo lasciar da
parte Internet. C’è contesa per la “conquista dello spazio”; nemmeno il
“cyberspazio” ha un unico padrone e i grandi gruppi economici se lo
contendono. Chi vuole imporsi sul mercato, deve utilizzare televisione e
Internet e tutti i mezzi telematici. Lo strumento (il mezzo) però è
destinato a prevalere sugli scopi economico-ideologici. Anche perché ciò
che più colpisce lo spettatore non è tanto il messaggio quanto
piuttosto la capacità di Internet e televisione di comunicare qualsiasi
messaggio. (Un esempio, questo – e torno a parlare sottovoce – del
processo, inevitabile, nel quale la tecnica è destinata al dominio, cioè
a servirsi, essa, delle grandi forze che ancora s’illudono di poter
continuare, loro, a servirsi di essa. Ma nemmeno la tecnica ha l’ultima
parola).
Nussbaum, le "emozioni politiche", la banalità dell'ovvio: la corrente liberal non ha più nulla da dire
Risvolto
How can we achieve and sustain a “decent” liberal society, one that aspires to justice and equal opportunity for all and inspires individuals to sacrifice for the common good? In this book, a continuation of her explorations of emotions and the nature of social justice, Martha Nussbaum makes the case for love. Amid the fears, resentments, and competitive concerns that are endemic even to good societies, public emotions rooted in love—in intense attachments to things outside our control—can foster commitment to shared goals and keep at bay the forces of disgust and envy.
How can we achieve and sustain a “decent” liberal society, one that aspires to justice and equal opportunity for all and inspires individuals to sacrifice for the common good? In this book, a continuation of her explorations of emotions and the nature of social justice, Martha Nussbaum makes the case for love. Amid the fears, resentments, and competitive concerns that are endemic even to good societies, public emotions rooted in love—in intense attachments to things outside our control—can foster commitment to shared goals and keep at bay the forces of disgust and envy.
Great democratic leaders, including Abraham Lincoln, Mohandas Gandhi,
and Martin Luther King, Jr., have understood the importance of
cultivating emotions. But people attached to liberalism sometimes assume
that a theory of public sentiments would run afoul of commitments to
freedom and autonomy. Calling into question this perspective, Nussbaum
investigates historical proposals for a public “civil religion” or
“religion of humanity” by Jean-Jacques Rousseau, Auguste Comte, John
Stuart Mill, and Rabindranath Tagore. She offers an account of how a
decent society can use resources inherent in human psychology, while
limiting the damage done by the darker side of our personalities. And
finally she explores the cultivation of emotions that support justice in
examples drawn from literature, song, political rhetoric, festivals,
memorials, and even the design of public parks.
“Love is what gives respect for humanity its life,” Nussbaum writes, “making it more than a shell.” Political Emotions is a challenging and ambitious contribution to political philosophy.
La filosofa americana, ieri a Bologna per la Lettura del Mulino, rilancia il patriottismo “buono” di Lincoln, Martin Luther King, Gandhi e Mazzini
massimiliano panarari La Stampa 15/12/2013
«Non si governa solo con la fredda razionalità»
Martha Nussbaum: la politica non vive senza emozioni
di Giuseppe Sarcina Corriere 15.12.13
BOLOGNA — L’idea di Nazione (con la maiuscola) divide istintivamente gli studiosi e l’opinione pubblica. La parola «patriottismo» evoca sentimenti retorici, palesemente logorati nell’epoca dell’interdipendenza mondiale. Ma non sempre è così, sostiene, forse un po’ a sorpresa, la filosofa Martha Nussbaum, nata a New York nel 1947.
Il suo percorso comincia nel 1986 con il libro La fragilità del bene , dove mette in luce la vulnerabilità dei principi etici, per poi approdare all’analisi delle teorie in tema di giustizia sociale.
Lo schema per compiere scelte pubbliche sui «beni primari» in modo imparziale, messo a punto da John Rawls (Una teoria della giustizia , 1971), va corretto, secondo Nussbaum, con la versione redistributiva proposta da Amartya Sen. Ma non è sufficiente. Per la studiosa americana è necessario prendere in considerazione un’altra, decisiva variante: le emozioni. A Bologna, ospite della ventinovesima edizione della «Lettura del Mulino», Marta Nussbaum ha offerto un estratto del suo ultimo libro, Le emozioni politiche. Quanto conta l’amore per la giustizia , che in Italia uscirà fra qualche mese presso lo stesso Mulino, la casa editrice bolognese che ha pubblicato gran parte delle sue opere.
Incontrando i giornalisti, la filosofa ha fornito una chiave di lettura utile anche per l’attualità europea: «Chi fa politica spesso considera le emozioni come un aspetto estraneo all’attività pubblica, lasciando il monopolio delle spinte emotive alle forze populiste. È un errore che chi lotta per la giustizia non dovrebbe commettere».
Il concetto di patriottismo si presta a questo tipo di verifica, che ieri Nussbaum ha condotto nell’Aula magna dell’Università, davanti, tra gli altri, a Romano Prodi, ai ministri Fabrizio Saccomanni e Carlo Trigilia, al governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.
«Il patriottismo ha il volto di Giano», un significato bifronte, ha esordito la filosofa, citando quanto accadde a Chicago (città dove ora insegna) nel 1892, all’epoca della «Columbian Exposition». L’evento si trasformò in una dimostrazione plastica di segregazione, con l’esclusione dei neri e delle fasce più povere della popolazione, proprio nel momento in cui si sarebbe dovuta celebrare, invece, l’unità della nazione americana. «Il patriottismo — sono le parole di Nussbaum — è come Giano. Guarda all’esterno, richiamando l’individuo ai suoi doveri verso gli altri, al sacrificio per il bene comune. Eppure, con altrettanta chiarezza, guarda all’interno, invitando coloro che reputano se stessi “buoni” o “veri” americani a distinguersi dagli stranieri e dai sovversivi, e quindi ad escluderli».
Da quel 1892 il patriottismo ha seminato sciagure nel mondo. La relatrice del Mulino cita, un caso su tutti, il patriottismo-nazionalismo di Hitler. Nello stesso tempo però altri sentimenti, altre forze si sono fatte valere, «hanno contato nella storia». Nussbaum torna indietro fino a Giuseppe Mazzini, alla sua etica del sacrificio ispirata all’amore per la patria. I «buoni esempi» continuano con Abraham Lincoln, Martin Luther King, Gandhi.
In termini morali il sentimento positivo del patriottismo significa superare il ripiegamento su se stessi, per avidità ed egoismo. In termini politico-filosofici si traduce nella capacità di evitare «i tre pericoli della passione patriottica sbagliata», che Nussbaum paragona al mostro a tre teste di Scilla. Vale a dire: «l’esclusione» di una parte dei cittadini; «la coercizione», cioè l’obbligo a sottostare alle ritualità retoriche della nazione; «l’uniformità acritica», il conformismo nel nome astratto della patria.
Dall’altro lato il «buon patriottismo» deve essere in grado di scantonare anche «il gorgo di Cariddi»: l’atteggiamento freddo di chi pensa che la razionalità sia sufficiente per motivare le persone. Le persone hanno bisogno di emozioni per sentirsi cittadini della patria? È la domanda di Aristotele, cui la filosofa americana risponde con un sì convinto. Hanno bisogno di emozioni e di amore.
«Non si governa solo con la fredda razionalità»
Martha Nussbaum: la politica non vive senza emozioni
di Giuseppe Sarcina Corriere 15.12.13
BOLOGNA — L’idea di Nazione (con la maiuscola) divide istintivamente gli studiosi e l’opinione pubblica. La parola «patriottismo» evoca sentimenti retorici, palesemente logorati nell’epoca dell’interdipendenza mondiale. Ma non sempre è così, sostiene, forse un po’ a sorpresa, la filosofa Martha Nussbaum, nata a New York nel 1947.
Il suo percorso comincia nel 1986 con il libro La fragilità del bene , dove mette in luce la vulnerabilità dei principi etici, per poi approdare all’analisi delle teorie in tema di giustizia sociale.
Lo schema per compiere scelte pubbliche sui «beni primari» in modo imparziale, messo a punto da John Rawls (Una teoria della giustizia , 1971), va corretto, secondo Nussbaum, con la versione redistributiva proposta da Amartya Sen. Ma non è sufficiente. Per la studiosa americana è necessario prendere in considerazione un’altra, decisiva variante: le emozioni. A Bologna, ospite della ventinovesima edizione della «Lettura del Mulino», Marta Nussbaum ha offerto un estratto del suo ultimo libro, Le emozioni politiche. Quanto conta l’amore per la giustizia , che in Italia uscirà fra qualche mese presso lo stesso Mulino, la casa editrice bolognese che ha pubblicato gran parte delle sue opere.
Incontrando i giornalisti, la filosofa ha fornito una chiave di lettura utile anche per l’attualità europea: «Chi fa politica spesso considera le emozioni come un aspetto estraneo all’attività pubblica, lasciando il monopolio delle spinte emotive alle forze populiste. È un errore che chi lotta per la giustizia non dovrebbe commettere».
Il concetto di patriottismo si presta a questo tipo di verifica, che ieri Nussbaum ha condotto nell’Aula magna dell’Università, davanti, tra gli altri, a Romano Prodi, ai ministri Fabrizio Saccomanni e Carlo Trigilia, al governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.
«Il patriottismo ha il volto di Giano», un significato bifronte, ha esordito la filosofa, citando quanto accadde a Chicago (città dove ora insegna) nel 1892, all’epoca della «Columbian Exposition». L’evento si trasformò in una dimostrazione plastica di segregazione, con l’esclusione dei neri e delle fasce più povere della popolazione, proprio nel momento in cui si sarebbe dovuta celebrare, invece, l’unità della nazione americana. «Il patriottismo — sono le parole di Nussbaum — è come Giano. Guarda all’esterno, richiamando l’individuo ai suoi doveri verso gli altri, al sacrificio per il bene comune. Eppure, con altrettanta chiarezza, guarda all’interno, invitando coloro che reputano se stessi “buoni” o “veri” americani a distinguersi dagli stranieri e dai sovversivi, e quindi ad escluderli».
Da quel 1892 il patriottismo ha seminato sciagure nel mondo. La relatrice del Mulino cita, un caso su tutti, il patriottismo-nazionalismo di Hitler. Nello stesso tempo però altri sentimenti, altre forze si sono fatte valere, «hanno contato nella storia». Nussbaum torna indietro fino a Giuseppe Mazzini, alla sua etica del sacrificio ispirata all’amore per la patria. I «buoni esempi» continuano con Abraham Lincoln, Martin Luther King, Gandhi.
In termini morali il sentimento positivo del patriottismo significa superare il ripiegamento su se stessi, per avidità ed egoismo. In termini politico-filosofici si traduce nella capacità di evitare «i tre pericoli della passione patriottica sbagliata», che Nussbaum paragona al mostro a tre teste di Scilla. Vale a dire: «l’esclusione» di una parte dei cittadini; «la coercizione», cioè l’obbligo a sottostare alle ritualità retoriche della nazione; «l’uniformità acritica», il conformismo nel nome astratto della patria.
Dall’altro lato il «buon patriottismo» deve essere in grado di scantonare anche «il gorgo di Cariddi»: l’atteggiamento freddo di chi pensa che la razionalità sia sufficiente per motivare le persone. Le persone hanno bisogno di emozioni per sentirsi cittadini della patria? È la domanda di Aristotele, cui la filosofa americana risponde con un sì convinto. Hanno bisogno di emozioni e di amore.
La democrazia antica e quella moderna
Domenico Musti: Demokratía. Origini di un'idea, Laterza
Risvolto
Alle radici di una esperienza politica e di una idea che hanno cambiato il corso della storia dell'Occidente. Iniziando dall'origine e dalla storia della stessa parola "demokratía", Musti segue l'evoluzione di questa idea sia dal punto di vista del modificarsi delle istituzioni democratiche sia, soprattutto, illuminando il progressivo maturare di quei valori - libertà, uguaglianza, trasparenza ecc. - che proprio allo sviluppo della democrazia sono strettamente legati. Nuova luce viene così gettata su una straordinaria esperienza, riferimento costante di ogni successiva forma di democrazia. Domenico Musti insegna Storia greca presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma La Sapienza.
Alle radici di una esperienza politica e di una idea che hanno cambiato il corso della storia dell'Occidente. Iniziando dall'origine e dalla storia della stessa parola "demokratía", Musti segue l'evoluzione di questa idea sia dal punto di vista del modificarsi delle istituzioni democratiche sia, soprattutto, illuminando il progressivo maturare di quei valori - libertà, uguaglianza, trasparenza ecc. - che proprio allo sviluppo della democrazia sono strettamente legati. Nuova luce viene così gettata su una straordinaria esperienza, riferimento costante di ogni successiva forma di democrazia. Domenico Musti insegna Storia greca presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma La Sapienza.
Ripubblicate le registrazioni di Ernesto De Martino
Risvolto
La
spedizione in Basilicata (30 settembre-31 ottobre 1952) è considerata
l’atto di nascita dell’etnomusicologia italiana perché per la prima
volta si effettuarono registrazioni sul campo secondo criteri
organicamente unitari. Realizzate con i mezzi tecnici messi a
disposizione dalla RAI, all’interno di un’indagine antropologica
condotta da un’équipe formata da Ernesto De Martino, Diego Carpitella,
Vittoria de Palma, Franco Pinna e Marcello Venturoli, le rilevazioni
interessarono i comuni di Matera, Grottole, Ferrandina, Pisticci,
Colobraro, Valsinni, Stigliano, Tricarico, Marsico Vetere, Viggiano e
Savoia di Lucania.
Confluite nella raccolta 18 degli Archivi di
Etnomusicologia, le registrazioni rivelano un mondo musicale di qualità e
ricchezza inimmaginabili: straordinarie voci femminili, suonatori di
organetto, canti alla zampogna e al cupa cupa, nei più vari repertori,
dalle ninne nanne ai lamenti funebri, dai canti di lavoro ai canti di
questua, dalle tarantelle ai canti infantili. La musica pervadeva in
tutti i suoi momenti essenziali la vita di quei contadini e pastori che
manifestavano una sorprendente capacità di gioia, festa, scherzo,
ironia, creatività e poesia.
Con un denso apparato critico, che per la prima volta affronta in
modo approfondito la trascrizione del testo poetico dei canti, e con un
significativo apparato iconografico, con fotografie di Franco Pinna e
Arturo Zavattini, il volume con i tre cd allegati restituisce in
edizione pressoché integrale una raccolta di fondamentale importanza per
la conoscenza della storia e della cultura musicale del meridione
d'Italia.
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La spedizione in Basilicata (30 settembre-31 ottobre 1952)
è considerata l’atto di nascita dell’etnomusicologia italiana perché per la
prima volta si effettuarono registrazioni sul campo secondo criteri
organicamente unitari. Realizzate con i mezzi tecnici messi a disposizione
dalla RAI, all’interno di un’indagine antropologica condotta da un’équipe
formata da Ernesto De Martino, Diego Carpitella, Vittoria de Palma, Franco
Pinna e Marcello Venturoli, le rilevazioni interessarono i comuni di Matera,
Grottole, Ferrandina, Pisticci, Colobraro, Valsinni, Stigliano, Tricarico,
Marsico Vetere, Viggiano e Savoia di Lucania.
Confluite nella raccolta 18 degli Archivi di Etnomusicologia,
le registrazioni rivelano un mondo musicale di qualità e ricchezza
inimmaginabili: straordinarie voci femminili, suonatori di organetto, canti
alla zampogna e al cupa cupa, nei più vari repertori, dalle ninne nanne ai
lamenti funebri, dai canti di lavoro ai canti di questua, dalle tarantelle ai
canti infantili. La musica pervadeva in tutti i suoi momenti essenziali la vita
di quei contadini e pastori che manifestavano una sorprendente capacità di
gioia, festa, scherzo, ironia, creatività e poesia.
Le storiche registrazioni di Diego Carpitella ed Ernesto de Martino che segnarono la nascita dell'etnomusicologia in un volume e tre cd pubblicati da Squilibri
Antonello Colimberti Europa 14 dicembre 2013
Viaggio ad Harar
Uno dei patrimoni dell'umanità per l'Unesco, è il luogo in cui finisce e inizia la storia del Paese. Fra i luoghi sacri dell'islamismo, il cristianesimo e la memoria di Rimbaud
Stenio Solinas - il Giornale Dom, 15/12/2013 -
Coniglio di Giada
Gli Stati Uniti hanno tagliato i fondi alla ricerca. Si aprono nuovi orizzonti per il gigante asiatico
Atterraggio morbido della sonda Yutu sulla superficie lunare alle 21,12 di ieri
Una missione compiuta finora solo da Usa e Urss, Pechino nuova potenza spaziale
di Virginia Lori l’Unità 15.12.13
Ventuno e dodici minuti, ora di Pechino. È il momento esatto che
consacra l’ingresso della Cina nella sua era spaziale, con l’allunaggio
della sonda Yutu, Coniglio di giada, lanciata lo scorso 2 dicembre e
trasportata a bordo della navicella Chang’e3, grazie alla spinta del
razzo Lunga marcia 3B. Erano 37 anni che sulla Luna non arrivava una
missione terrestre, eravamo ancora nel Novecento, una distanza siderale,
e la Cina era lontana dal diventare il gigante che è. Oggi Coniglio di
giada annuncia al mondo che Pechino ha tutte le carte per trasformarsi
in una super-potenza ad ogni livello: finora il suolo lunare era stato
toccato solo dalla tecnologia statunitense e sovietica.
Le tv di Stato cinesi hanno mostrato in diretta le immagini dell’arrivo
sulla Luna. La navicella ha ridotto la sua velocità a 15 chilometri
orari a poca distanza dalla superficie lunare. A 100 metri dal suolo ha
attivato i propulsori per consentire una discesa mobida, spegnendoli a
soli 4 metri dal contatto. Per l’allunaggio è stata scelta un’area
pianeggiante, senza grandi masse rocciose, la Baia degli arcobaleni,
parte del Mare Imbrium l’occhio destro del volto che da terra sembra di
vedere sulla Luna.
DODICI MINUTI
In tutto ci sono voluti 12 minuti. Poi è stato il tempo di mandare una
cartolina a casa un’immagine rossastra della superficie butterata del
nostro satellite in attesa di calare la piccola rampa per la discesa di
Yutu, rover di 120 chili di peso, che con una velocità oraria di 200
metri raccoglierà e invierà dati a terra e testerà le nuove tecnologie
cinesi. La navicella e Coniglio di giada un nome scelto con una
consultazione online alla quale hanno partecipato 3,4 milioni di persone
e che richiama una leggenda cinese secondo la quale sulla Luna viveva
un coniglio della dea Chang’e come primo compito dovranno fotografarsi a
vicenda e inviare le immagini a terra.
«La Cina sta dicendo: stiamo facendo qualcosa che solo altri due Paesi
al mondo hanno fatto prima gli Stati Uniti e l’Unione sovietica», questo
il messaggio che arriva da Pechino secondo Dean Cheng, ricercatore
della Heritage Foundation. Non è in realtà la prima avventura spaziale
di Pechino. Un’altra navicella cinese in passato ha orbitato intorno
alla Luna e raccolto dati, prima di compiere uno schianto programmato
sul suolo lunare. La Cina ha inviato il suo primo astronauta nello
spazio nel 2003. Stavolta però c’è un salto di qualità della missione.
Il rover sarà controllato da terra in diverse fasi delle sue passeggiate
lunari e con ogni probabilità avrà il compito di preparare un’eventuale
missione umana sulla Luna, nel prossimo decennio.
Oltre alla ricaduta tecnologica e militare, l’ambizioso programma
spaziale della Cina è sostenuto dall’esercito e la presenza di Yutu avrà
anche una funzione di presidio spaziale per monitorare le attività
altrui la missione lunare di Coniglio di giada vuole anche segnalare la
candidatura cinese ad ospitare prossimi lanci di natura commerciale
nello spazio, in concorrenza con quelli che finora sono stati leader nel
settore. Gli Stati Uniti detengono ancora una netta supremazia
tecnologica nel settore spaziale, ma Washington alle prese con i conti
pubblici in rosso ha stretto i cordoni della borsa alla Nasa e la
ricerca ne soffre. Al contrario, Pechino sta investendo enormemente, in
questo come in altri settori, e sta mostrando una capacità insospettata
fino a pochi anni fa. «Con l’esplorazione spaziale Usa moribonda, si
apre una finestra alla Cina per essere percepita come leader della
tecnologia globale, nonostante gli Stati Uniti abbiano ancora più assets
nello spazio e una tecnologia più avanzata», sottolinea Joan
Johnson-Freese dello Us Naval War College.
Pechino ha già in programma per il 2017 una missione per raccogliere
campioni lunari da riportare a terra. Poi se tutto procede toccherà agli
astronauti cinesi.
Zheng He
Il più grande ammiraglio di tutti i tempi
di Frank Viviano Repubblica 15.12.13
Ho sentito pronunciare il nome dell’ammiraglio per la prima volta nel
1982 da un ispettore di polizia corrotto. Era un dispotico funzionario
di Sumatra. La città di Padang, dove spadroneggiava l’ispettore, è
abbarbicata a un estuario acquitrinoso sul versante dell’isola che dà
sull’Oceano Indiano. Mi ero fermato alla stazione di polizia per
chiedere una cartina geografica, non sembrandomi che vi fosse alcuna
logica apparente nelle strade di Padang, ed essendo stanco di vagare
senza scopo alla ricerca di un albergo. L’ispettore, bendisposto e
cordiale nei confronti di chiunque potesse assicurargli un guadagno,
indicò un edificio di tre piani in cemento più su, lungo la strada.
«Tutti gli stranieri alloggiano lì. C’è l’aria condizionata» disse. Poi
fece un cenno con la mano a un sottoposto, e apparve un vassoio con
duetazze di caffè. Esaurimmo i preliminari: di dove ero originario
(Detroit; l’ispettore ne aveva sentito parlare); Ronald Reagan (lo
ammirava); il mio lavoro («Ah, giornalista»). Il suo viso si oscurò per
un momento. Poi passò ai fatti: «Ora le mostro qualcosa». Il sottoposto
portò un fagotto di tela e lo appoggiò sulla scrivania. L’ispettore lo
disfece, allentando con cautela tutte le pieghe del tessuto fino a
tirarne fuori una piccola tazza. Sulla sottile membrana di ceramica,
quasi trasparente, era dipinto con uno smalto vitreo azzurro-blu chiaro
un drago rampante. La sua bellezza, fragile e pura, era straordinaria.
«Dinastia Ming» disse l’ispettore. «È un relitto di una nave naufragata
nello stretto di Malacca. Può darsi fosse una delle navi di Cheng Ho,
che combatté vicino Sumatra». Non avevo idea di chi stesse parlando.
L’ispettore fece un sorriso e scrisse «100 US $» su un pezzetto di
carta. Pagai senza tirare sul prezzo. Alcune settimane dopo, a
Singapore, appresi che «Cheng Ho» era il nome dialettale di Zheng He, un
ammiraglio cinese del XV secolo. «Si sentono raccontare molte cose su
di lui, ma non si sa mai a cosa credere» mi riferì un antiquario.
«Dicono che fosse un eunuco». La tazza col drago divenne il mio
talismano. La lasciai presso un’amica a San Francisco e le facevo visita
ogni volta che andavo atrovare lei. Tutto avrebbe potuto concludersi
semplicemente così, con un talismano e un’ossessione occasionale, se non
fosse stato per la mia amicizia con uno studioso di Berkeley che per i
suoi meriti era un personaggio quasi leggendario: Frederic Wakeman Jr.
(1937-2006), tra i più stimati e illustri storici ed esperti sinologhi
della sua generazione. Fred mi aiutò a svelare i misteri della tazza col
drago, e insieme a quelli una saga straordinaria, quasi dimenticata per
mezzo millennio.
Poche storie di sopravvivenza — e di trionfo finale — sono più degne di
essere conosciute di quella di Ma He, un bambino di dieci anni travolto
dai cavalieri Ming che seicento anni fa invasero le pendici
dell’Himalaya. Fu scaraventato a terra e castrato, prassi consueta per i
giovani prigionieri alla fine del XIV secolo. Quel bambino, reso orfano
e mutilato in un’atroce mattina del 1382, nel 1405 sarebbe diventato il
secondo uomo più potente della nazione più grande e progredita del
mondo, l’ammiraglio supremo dei mari occidentali che sembra balzare
fuori dal rotolo di pergamena Ming fotocopiata che si trova sulla
scrivania dove sto scrivendo. Quel bambino sarebbe diventato il più
grande navigatore in cinquemila anni di storia cinese.
Eppure, per nascita, avrebbe dovuto occuparsi di tutto fuorché di mari, e
non era neppure cinese. Ma He era nato nella valle centrale della
provincia di Yunnan situata a oltre 1830 metri sopra il livello del
mare, e a oltre due mesi di viaggio dal porto più vicino. Era figlio di
un ufficiale di basso grado dell’impero mongolo, un musulmano dell’Asia
centrale rimasto ucciso dalle truppe Ming durante l’invasione.
Nell’ordine naturale delle cose, in Cina era un yi ren,un barbaro. Ma
He, barbaro ed eunuco, fu istruito per diventare domestico al seguito di
Zhu Di, principe di Yan, quarto figlio di Zhu Yuanzhang, fondatore
della dinastia Ming. Possiamo soltanto provare a indovinare quali
debbano essere state le pietre miliari dell’ascesa spettacolare di Ma He
nel corso dei quindici anni seguenti. Ciò che sappiamo con certezza è
che Ma He intorno ai venticinque anni divenne il capo dello staff del
principe, e de facto il governatore di Nanchino, la capitale Ming, e uno
stratega importante nelle guerre che consolidarono la conquista del
Regno di Mezzo da parte della dinastia. Nel 1402 l’ambizioso Zhu Di
espropriò il trono al nipote, il secondo reggente Ming, e si
autoproclamò Yongle, “l’imperatore eternamente trionfante”. In pratica,
ogni monumento che oggi associamo all’Epoca gloriosa della Cina — dal
massiccio prolungamento della Grande Muraglia, alle migliaia di templi
riccamente adornati, all’immensa Città Proibita eretta nella nuova
capitale imperiale Pechino — è opera dell’imperatore Yongle.
Il massimo dell’ambizione di Zhu Di, tuttavia, fu raggiunto dominando la
più imponente flotta della storia. Per quarantaquattro secoli la Cina
era stata un impero terrestre, delimitato e alimentato dai suoi possenti
fiumi. I loro spartiacque furono uniti nel Gran Canale di 1770
chilometri, iniziato nel 500 a. C. e ingrandito in maniera fenomenale da
Zhu Di. Alla fine del XV secolo, la Cina si trovò una rete di 120.700
chilometri di corsi d’acqua navigabili. In contrapposizione a ciò, la
caratteristica distintiva della marina cinese nel 1402 era un variegato
assortimento di imbarcazioni da carico a basso pescaggio, che ben di
rado si avventurava più lontano di un miglio o due dalle coste amiche.
La storia a questo punto prende una piega imprevista: tra le prime
decisioni ufficiali dell’imperatore Yongle c’è una commessa per la
costruzione di 3500 navi. Ma He, uomo del tutto privo di esperienza in
mare, è chiamato a vigilare sulla costruzione della flotta e in seguito a
comandarla. Nel 1404 è ribattezzato Zheng He, dal nome del cavallo da
guerra preferito di Zhu Di.
Le navi Ming sono incredibilmente più larghe di qualsiasi altra il mondo
abbia mai visto. La conquista europea dei mari del pianeta iniziò
intorno al 1490, quando Vasco
deGamasalpòindirezionedell’IndiaeCristoforoColomboperleAmeriche.Tutte le
loro sette navi sarebbero entrate benissimo sul ponte principale di
7400 metri quadrati della nave ammiraglia di Zheng He. E gli equipaggi
europei di 260 persone avrebbero rappresentato soltanto l’uno per cento
dei trentamila marinai di Zheng He. Queste cifre sbalorditive,
tramandate nel corso dei secoli, furono a lungo considerate solo una
leggenda. Poi, in un pomeriggio primaverile del 1962, sotto un cielo
coperto, alcuni operai che stavano dragando una trincea allagata sul
lungofiume di Nanchino urtarono con le loro pale un pezzo di legno
sotterrato lungo quasi undici metri. Si trattava della barra di un
timone, affondato nel fango accanto ai resti in disfacimento di un
timone la cui superficie arriva a coprire quarantadue metri quadrati,
grande a sufficienza da consentire di manovrare una nave delle
dimensioni di una portaerei del XX secolo. Solo che risaliva a seicento
anni prima.
Il 10 ottobre 1405 la flotta segue la corrente dello Yangtze verso il
mare. Secondo il calendario cinese è il primo giorno della Luna del
Crisantemo del terzo anno di regno dell’Imperatore Eternamente
Trionfante, sovrano di Da Ming, la Dinastia della Grande Luce. Ogni
timoniere controlla la propria bussola — un’invenzione cinese,
utilizzata per la prima volta nella storia come strumento per la
navigazione proprio in questo viaggio — e fissa la rotta verso sud, fino
allo stretto di Singapore, per poi virare a ovest nell’Oceano Indiano.
Nei trent’anni successivi la flotta da guerra Ming percorse metà globo
terrestre nel corso di sette epici viaggi, costruendo una rete di
avamposti commerciali e diplomatici che andava dall’odierno Vietnam
all’Africa orientale. Sebbene in Cina la storia di Zheng sia stata
dimenticata per secoli, egli è stato una presenza quasi divina nel
sudest asiatico e oltre. A Giava e nella Penisola Malese mi hanno
mostrato strani templi a lui dedicati, nei quali Zheng è raffigurato a
uno stesso tempo come un venerato imam musulmano e come un saggio
buddista. In remoti villaggi nella giungla lungo il confine tra Somalia e
Kenya, alcuni uomini di una tribù africana dagli occhi a mandorla mi
hanno detto di essere i discendenti dei marinai di quella flotta che
avevano fatto naufragio. Si diceva che Zheng fosse stato alto due metri e
tredici, e che la circonferenza della sua vita fosse arrivata al metro e
mezzo. Come mi aveva anticipato l’antiquario di Singapore al quale
avevo fatto vedere la mia tazza, era difficile capire in che cosa
credere.
Soltanto la prova incontestabile di quel gigantesco timone mi ha indotto
a proseguire le mie ricerche fino al 2003, quando mi sono imbattuto in
un saggio accademico redatto un decennio primada Fred Wakeman. Avevo
“conosciuto” Fred Wakeman nel giugno 1989, quando mi telefonò al Kowloon
Hotel di Hong Kong. Da molti mesi ero incaricato di co- prire le
notizie del movimento democratico cinese per ilSan Francisco Chronicle.
La maggior parte dei giornalisti in quella tumultuosa primavera rimase
bloccata a Pechino. A maggio, invece, io mi ero messo in viaggio per
riferire dell’impatto che il movimento stava avendo al di fuori della
capitale. Nelle settimane antecedenti e seguenti al giorno in cui
l’esercito fece irruzione in Piazza Tiananmen, il 4 giugno, spedii i
miei articoli da una mezza dozzina di province diverse. Il 10 giugno la
Gong An (la polizia di sicurezza dello stato) mi arrestò in una
cittadina sul delta del Fiume delle Perle. E fui espulso dal paese. Il
telefono squillò intorno all’una di notte, non molto dopo essermi
registrato in albergo. «Frank? Sono Fred Wakeman». Voleva dettagli su
quello che avevo visto. Voleva la mia opinione in proposito, e sapere
che idea mi fossi fatto sulla direzione imboccata dalla Cina. «Tu sei
lì, Frank» mi disse. «Tu sei il nostro uomo sul posto». Fred Wakeman,
così sapevo, aveva occupato la carismatica cattedra del famoso Centro di
studi cinesi di Berkeley. Era stato molto influente durante e dietro le
quinte dei negoziati degli Stati Uniti con Pechino degli anni Settanta,
aveva dato inizio a ricerche e scambi tecnologici che avevano rivestito
un ruolo cruciale nello sviluppo economico della Cina. Fu un po’ come
se mi avesse telefonato Einstein per avere una mia opinione sulla
relatività. Non mi venne in mente di chiedere a Fred notizie sul mio
ammiraglio del XV secolo. Del resto, era risaputo che Fred si occupava
della Cina del XIX e del XX secolo. Poi, un giorno, su un sito web di
Singapore, trovai una versione ridotta del saggio accademico da lui
letto a Washington D. C. alla Convenzione del 1992 in qualità di
presidente dell’Associazione storica americana. L’argomento della sua
dissertazione era Zheng He. Le osservazioni che Fred fece ai suoi
colleghi storici offrivano una rigorosa cronistoria dei viaggi dei Ming.
Secondo i suoi calcoli, sulla base di quanto aveva letto consultando
tutte le fonti disponibili, nel primo viaggio del 1405 si diressero
verso l’India 62 colossali baochuan — “giunche tesoro” — di nove alberi.
Ogni nave era lunga più o meno 137 metri e larga nella sua parte più
ampia 55. «Un vascello di quelle dimensioni avrebbe potuto trasportare
almeno tremila tonnellate, mentre nessuna delle navi di Vasco de Gama
superava le trecento», sottolineò Fred, assaporando il paragone, «e
ancora nel 1588 nessuna nave mercantile inglese superava le quattrocento
tonnellate». Erano scortate da centinaia di «navi per cavalli» a otto
alberi, destinate alla cavalleria Ming; da navi silos a sette alberi; da
navi per le truppe a sei alberi, e da navi da combattimento a cinque
alberi. A bordo di quella immensa città galleggiante, continuò Fred,
erano imbarcati «diciassette ambasciatori e vice ambasciatori imperiali
eunuchi; 62 ufficiali e ciambellani eunuchi; 95 capi militari; 207
comandanti di brigata e di compagnia; 3 segretari di alto livello del
ministero; 2 maestri di cerimonia del dipartimento di stato per i
cerimoniali; 5 chiaroveggenti; 128 medici; e 26.803 tra ufficiali,
soldati, cuochi, approvvigionatori, segretari e interpreti». Cosa per me
di gran lunga più importante, la relazione di Fred descriveva un
terribile scontro avvenuto nel 1406 tra le navi da guerra di Zheng e i
pirati cantonesi nello stretto di Malacca. I pirati furono sonoramente
sconfitti, e la maggior parte delle loro navi cariche di bottino andò a
fondo, proprio al largo di Sumatra. La tazza! Il collegamento tra quella
battaglia e il naufragio di una nave di pirati razziatori nel 1982 era
una questione puramente ipotetica, che si reggeva su scarne
informazioni. Ma dopo undici anni di ricerche, per me fu abbastanza.
Chiamai immediatamente Fred per ringraziarlo e spiegargli ogni cosa. «Ce
ne è voluto di tempo prima che trovassi quel documento!» disse ridendo.
Pochi giorni dopo nella mia casella di posta elettronica arrivò da Fred
un allegato: i suoi appunti per quella relazione. Erano oltre dieci
pagine scritte a spazio uno. La quarantaduesima nota a piè di pagina mi
fece conoscere Ma Huan, che si autodefiniva un «semplice boscaiolo» e un
amico musulmano di Zheng, in grado di parlare arabo e fungere quindi da
interprete per l’ammiraglio. Ma Huan aveva tenuto un diario molto
dettagliato negli anni trascorsi a bordo della flotta Ming. E quel
diario divenne la mia cartina geografica, la mappa da seguire quando nel
2004 tornai in Cina per un servizio per il National Geographic, e
iniziai a ripercorrere, questa volta con informazioni molto più
affidabili, i viaggi di Zheng He. Il diario di Ma Huan, intitolato Ying
Yai Sheng-lan (“Panoramica generale delle sponde oceaniche”) fu
pubblicato nel 1451, alla vigilia della morte del suo autore.
Il diario, come la storia che esso narra, sembrava disperso e si sapeva
dell’esistenza teorica di tre sole copie. Un modesto picco di interesse
per il diario ci fu dopo la scoperta nel 1962 della barra del timone di
Nanchino, quando un esiguo gruppo di studiosi (tra i quali il mentore
stesso di Fred a Berkeley, lo storico della Cina Joseph Levenson) iniziò
a ricostruire la saga perduta della flotta dell’imperatore Yongle. I
ricercatori avevano poche fonti concrete sulle quali fare affidamento.
Oltre il 90 per cento dei molti milioni di documenti che un tempo si
trovavano custoditi negli archivi Ming di Pechino e Nanchino era andato
distrutto per ordine degli imperatori che vennero dopo di lui, quando la
dinastia abrogò la politica marittima oceanica di Zhu Di, sposando
l’isolazionismo che avrebbe caratterizzato le relazioni estere della
Cina per i secoli a venire. La maggior parte delle navi fu data alle
fiamme e ai mercanti cinesi si proibì di viaggiare all’estero.
Nell’oscurità angosciante di questo vuoto, la pergamena dell’interprete
fu come un’esplosione di luce.Ying Yai Sheng-lanè il resoconto di un
testimone diretto della vita quotidiana e delle scoperte della flotta.
Ha la grezza schiettezza dell’esperienza concreta, lo stupore della
scoperta di un mondo nuovo e spesso esotico e bizzarro, lontano migliaia
di miglia dal mondo conosciuto fino ad allora. Ma Huan è divertito dal
Siam, l’odierna Thailandia, dove «i mariti sono fieri di offrirci le
loro mogli, e considerano l’intimità sessuale con gli stranieri un onore
reso alla bellezza delle loro donne». Per quanto riguarda gli uomini,
si osserva nella pergamena, «quando raggiungono i vent’anni con un fine
coltello si incide loro il prepuzio, come noi faremmo con una cipolla, e
vi si inserisce una dozzina di piccole perline. Quando poi la pelle si
rimargina, le perline assomigliano a un grappolo di acini che produce un
suono tintinnante, considerato vera e propria musica». L’autore del
diario svolge ricerche sul commercio delle spezie nella città indiana di
Cochin (oggi Kochi), descrive il primo mercato di materie prime al
mondo, riporta una storia raccontata dagli ebrei di Cochin su un
sant’uomo di nome Moshie che punì il suo popolo perché adorava un
vitello d’oro. I mercanti di gioielli di Ceylon raccontano a Ma che i
loro rubini sono lacrime cristallizzate del Buddha. E per ordine di
Zheng egli prende parte anche all’haj, il pellegrinaggio islamico alla
Mecca. Ma Huan parla di uno strano animale africano, alto cinque metri e
con un collo lungo tre, e immagina che sia una sorta diqilin, lontano
parente del leggendario unicorno (benché sia più simile a una giraffa).
Spiega i dieci usi di una noce di cocco, ed elenca gli uccelli, gli
animali, le piante di ogni paese che visita. Molto più di un semplice
diario, Ying Yai Sheng-lanè un trattato sulla società e la natura di
mezzo pianeta nel XV secolo, è il resoconto dettagliato di un’impresa
straordinaria: la flotta di Zheng, la più letale in circolazione,
avrebbe vigilato assiduamente sui mari per trent’anni, senza conquistare
nessuno stato straniero e senza annettere una fetta qualsiasi di
territorio. Come diceva il fu Franz Schurmann, altro leggendario
sinologo di Berkeley, la visione che stava dietro quell’impresa
mastodontica era «un mondo di scambi, più che un mondo di conflitti». Un
mondo inimmaginabile, per gli standard dell’imperialismo occidentale
che arrivò alla ribalta il secolo dopo.
Ci sono buoni motivi per ritenere che Zheng sapesse che la lotta contro
l’isolazionismo era già persa. Dopo aver superato la foce dello Yangtze
sulla sua nave ammiraglia, si fermò al largo di Chang Le, un porto nella
provincia di Fujian dove nei precedenti viaggi aveva già fatto salire a
bordo uomini dell’equipaggio e rifornimenti. Una stele di granito fu
eretta in quel porto, incisa per mano dello stesso Zheng, che vi elencò
tutti gli approdi della sua flotta, «complessivamente in oltre trenta
paesi piccoli e grandi». La stele riportava le avventure condivise da
Zheng e dai suoi marinai: le terrificanti ondate sollevate da un
uragano; il ruolo che la flotta aveva avuto nel riportare sul suo trono
perduto il legittimo re dello Sri Lanka; le zebre, i leoni, i leopardi e
gli struzzi portati all’imperatore Yongle in regalo da parte dei
sultani delle città-stato africane; e in dettagli grafici molto chiari
l’annientamento della flottiglia pirata, che presumibilmente fece andare
a fondo nello stretto di Malacca la mia tazza col drago. Intento
dichiarato del monumento — l’iscrizione lo diceva chiaramente — era
quello di consentire la riscrittura della storia, fissare «gli anni e i
mesi dei viaggi» nella pietra, «allo scopo di lasciarne il ricordo
imperituro». Si crede che Zheng sia morto nel 1432 o all’inizio del
1433, prima del ritorno della flotta in Cina, e che sia stato sepolto in
mare al largo delle coste indiane. Mi sono recato a vedere la stele di
Chang Le nel 2004. Dopo sei secoli era ancora leggibile ed esposta con
orgoglio in un piccolo museo. Da un certo punto di vista era servita
allo scopo.
La storia di Zheng He ha vissuto un recupero di primaria importanza
nella nazione che per oltre 500 anni l’aveva messa a tacere. Il bambino
che nel 1382 giaceva su una collina di Yunnan, dopo aver perso i
genitori ed essere stato mutilato, adesso è considerato un eroico
precursore dell’odierna Cina in piena espansione, il presagio stesso
della sua ascesa come colosso globalizzante nel 2011. Fred Wakeman, che
nella nostra epoca si è tanto adoperato al pari di molti altri studiosi
per riabilitare la figura di Zheng, si sarebbe permesso di dissentire.
Nutriva seri dubbi, già dieci anni fa, sulle tattiche di esportazione di
Pechino all’estero, e sul dispotismo del suo partito unico a livello
interno. Non è questo ciò che Fredaveva in mente quando alla fine degli
anni Settanta aveva aiutato la Cina a intraprendere il processo di
modernizzazione. Come l’ammiraglio eunuco dei mari occidentali, Fred è
stato un inguaribile cittadino di un mondo più promettente. Il mondo
dell’autenticoscambio.
(Traduzione di Anna Bissanti) © Frank Viviano 2013
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