domenica 22 aprile 2012
Codevilla conferma la tesi di Luciano Gallino sulla lotta delle elites contro le classi subalterne
La lotta di classe al contrario
di Stefano Feltri
il Fatto 22.4.12 da Segnalazioni
Per
uscire dalla crisi sappiamo cosa fare: ridurre il debito, tagliare la
spesa pubblica, rendere più competitivi i lavoratori, aumentare il ruolo
dei privati nell'economia. Sappiamo tutte queste cose, ma non ci è
chiarissimo perché le sappiamo. Anche gli economisti più assertivi, tipo
Francesco Giavazzi e Alberto Alesina sul Corriere della Sera, faticano a
dimostrare che queste sono le ricette migliori. Bisogna fare così e
basta, perché lo dicono gli economisti più autorevoli, quelli ascoltati
dai mercati. Cioè loro.
LUCIANO GALLINO sostiene una spiegazione
sorprendente nella sua semplicità: questo genere di misure non sono
neutre e indiscutibilmente giuste, ma la traduzione in politica
economica della “Lotta di classe dopo la lotta di classe”, come si
intitola il nuovo libro del sociologo torinese pubblicato da Laterza
(un'intervista a cura di un’altra sociologa, Paola Borgna). L'analisi di
Gallino corrisponde al passo indietro che, in un museo, permette di
vedere un quadro come un insieme invece che come somma di dettagli. La
tesi è questa: nei primi 70 anni del Novecento la lotta di classe ha
portato a una ridistribuzione verso il basso delle risorse: la
costruzione dei sistemi di welfare ha protetto milioni di persone dalla
povertà e dalle incertezze, la pressione dei sindacati ha ridotto la
quantità di lavoro e ne ha migliorato la qualità, l'istruzione di massa
ha permesso mobilità sociale. La classe dei lavoratori ha vinto la
battaglia. Ma la guerra è continuata, è iniziato un “contromovimento”
come lo chiamava Karl Polanyi. I numeri di Gallino sono difficili da
confutare: tra il 1976 e il 2006 crolla la percentuale dei redditi da
lavoro sul Pil, misura di quanta parte della ricchezza nazionale finisce
nelle tasche dei lavoratori. Tra il 1976 e il 2006, nei 15 Paesi più
ricchi dell'area Ocse, si passa dal 68 al 58 per cento. In Italia i
redditi da lavoro scendono addirittura al 53 per cento. Questo
significa, ricorda Gallino, che i lavoratori dipendenti hanno perso 240
miliardi di euro all'anno. Ma pagano comunque moltissime tasse e tuttora
in Italia l'aliquota più bassa dell'Irpef (23 per cento) è maggiore di
quella sui proventi finanziari, passata nel 2012 dal 12,5 al 20 per
cento. Non è colpa della globalizzazione, sostiene Gallino. È la lotta
di classe. Perché mentre i lavoratori dipendenti diventavano più poveri,
altri si arricchivano. Una superclass globale, ma fortemente radicata
anche all'interno delle singole nazioni, si appropriava di quella
ricchezza sottratta ai lavoratori. La teoria (neo) liberista, che
secondo Gallino è una delle espressioni più compiute della lotta di
classe, sostiene che se il Pil cresce tutti ci guadagnano, che rimuovere
gli ostacoli alla crescita, rendere il lavoro più flessibile e i salari
più competitivi, alla fine è nell'interesse di tutti. Il filosofo John
Rawls affermava nei suoi principi di giustizia che una disuguaglianza è
accettabile soltanto se migliora la condizione anche di chi ha meno. E
Gallino dimostra che all'arricchimento di pochi, soprattutto nella
finanza, ha corrisposto un impoverimento della base della piramide
sociale, con la perdita della capacità di essere una classe “per se”
(soggetto attivo, consapevole di avere interesse comuni).
IL LIBRO DI
GALLINO costringe a una perenne ginnastica mentale, perché a ognuno
delle dimostrazioni della violenza della nuova lotta di classe al
lettore scatta subito la risposta mainstream. I nostri lavori sono poco
produttivi? Dobbiamo accettare meno diritti e più flessibilità, o la
disoccupazione. Sbagliato, risponde Gallino: con un minimo di coscienza
dell'essere classe anche i sindacati dovrebbero porsi il problema di far
aumentare i salari dei lavoratori cinesi e indiani, denunciando le
condizioni di sfruttamento, invece che rassegnarsi a veder scendere
quelli italiani o americani.
C'è un punto di fragilità nel libro di
Gallino: l'ascesa della finanza, il trionfo del capitalismo a debito e
la conseguente crisi di finanza pubblica non è soltanto un prodotto di
questa lotta di classe. Ma anche, per dirla sempre con termini marxisti,
l'epilogo di una crisi di sovrapproduzione: i poveracci americani
ricorrevano a carte di credito e mutui subprime per avere uno stile di
vita che non potevano permettersi e mantenere artificiosamente alto il
livello dei consumi. In Europa le finanze allegre della Grecia hanno
permesso ai greci di continuare a comprare prodotti tedeschi, e così
via. La bolla della finanza, insomma, non ha contagiato l'economia
reale, come sostiene Gallino, ma si fonda sulle sue debolezze. Dopo aver
letto il libro di Gallino, quando si vedono Mario Monti ed Elsa Fornero
accampare spiegazioni scivolose sulla necessità di ridurre le tutele al
lavoro, viene da parafrasare Bill Clinton: “É la lotta di classe,
stupido”.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento