domenica 20 maggio 2012

L'ideologia delle neuroscienze ha espugnato le pagine culturali "Repubblica"

Neuroletteratura

Quando leggiamo certe frasi si attivano alcune zone del cervello, proprio come se facessimo quelle azioni

di Annie Murphy Paul  Repubblica 20.5.12 da Segnalazioni

Spesso diciamo che un romanzo ci conquista perché ci sembra di aver vissuto le emozioni che racconta. Ebbene secondo gli ultimi studi di psicologi e scienziati sarebbe davvero così. Ecco come


Perse tra gli squilli e i trilli dei nostri congegni digitali, le antiche virtù della lettura possono ormai apparirci remote – o addirittura obsolete. Dalla neuroscienza però emergono, inaspettatamente, alcuni dati che sembrano dimostrare il contrario, rivelando cosa accade nel nostro cervello quando leggiamo una descrizione particolareggiata, delle metafore evocative o un intenso scambio tra due personaggi. La letteratura, secondo la ricerca, stimola il cervello e modifica i nostri comportamenti.
I ricercatori sanno da tempo che le "classiche" aree del linguaggio, come quella di Broca e di Wenicke, giocano un ruolo importante nel modo in cui il cervello interpreta le parole scritte; tuttavia, solo negli ultimi anni si è appreso che la lettura attiva molte altre regioni del cervello – il che spiegherebbe perché rappresenta talvolta un´esperienza tanto vivida.
Ad esempio, parole come "lavanda", "cannella" e "sapone" suscitano una reazione non solo nelle zone del cervello adibite all´elaborazione del linguaggio, ma anche in quelle coinvolte nelle percezioni olfattive.
Uno studio condotto in Spagna nel 2006 e pubblicato dalla rivista NeuroImage ha preso in esame le reazioni di alcuni partecipanti, sottoponendoli a una risonanza magnetica funzionale (fMri) mentre leggevano alcune parole strettamente associate alla sfera olfattiva e altre, considerate neutre. Di fronte a termini quali "profumo" e "caffè", la corteccia olfattiva primaria dei soggetti si attivava, per poi tornare in ombra alla lettura delle parole "sedia" e "chiave".
Anche il modo in cui il cervello reagisce alle metafore è stato oggetto di studi approfonditi; mentre in passato alcuni scienziati sostenevano che le associazioni di tipo figurato – come "una giornata pesante" – risultano talmente familiari da essere elaborate dal cervello alla stregua di normali parole, lo scorso mese una squadra di ricercatori della Emory University ha reso noto, dalle pagine di Brain & Language, che la lettura di una metafora di tipo tattile causava nei soggetti da loro presi in esame l´attivazione della corteccia sensoriale, responsabile della percezione tattile. Così, mentre una metafora quale "il cantante ha una voce vellutata", o "aveva le mani ruvide" stimola la corteccia sensoriale, frasi come "il cantante ha una voce gradevole" e "aveva le mani forti" la lasciano indifferente.
Altre ricerche hanno poi evidenziato come le parole che descrivono il movimento stimolano le regioni del cervello diverse da quelle che elaborano il linguaggio. Uno studio condotto da Véronique Boulenger, scienziata cognitiva del Laboratorio francese delle dinamiche del linguaggio, ha rivelato attraverso delle scansioni cerebrali che la lettura di frasi come "Giovanni afferrò l´oggetto" e "Pablo diede un calcio alla palla" attiva la corteccia motoria: la stessa che coordina i movimenti del corpo. Non solo: quando il movimento descritto si riferisce a un braccio l´attività si concentra in una regione della corteccia motoria diversa da quella che reagisce quando il movimento descritto riguarda ad esempio la gamba.
A quanto pare, dunque, il cervello non scorge una grande differenza tra il racconto scritto di un´esperienza e il viverla in prima persona, dal momento che entrambi attivano le medesime regioni neurologiche.
Keith Oatley, professore emerito di psicologia cognitiva presso l´Università di Toronto (nonché autore a sua volta di romanzi), ipotizza che la lettura produce una vivida simulazione della realtà che «si proietta nella mente dei lettori esattamente come una simulazione al computer si proietta sul monitor». E i romanzi – ricchi come sono di dettagli fragranti, fantasiose metafore e descrizioni accurate dei personaggi e delle loro vicende – offrono un´esperienza particolarmente complessa.
Esiste poi almeno un caso in cui i romanzi superano la realtà, offrendo ai lettori un´opportunità che questa invece nega: quella di potersi addentrare nei pensieri e nelle sensazioni di altri individui. La letteratura rappresenta uno strumento impareggiabile per esplorare la vita sociale ed emotiva degli uomini.
La scienza dimostra inoltre che il cervello, così come reagisce alle descrizioni olfattive, tattili e di movimento come se si trattasse di esperienze vissute in prima persona, risponde alle interazioni tra personaggi letterari quasi come se si trattasse di incontri in carne e ossa.
Lo scorso anno Raymond Mar, psicologo presso la York University, in Canada, ha pubblicato sulla Annual Review of Psychology uno studio basato sull´analisi di ottantasei fMRI che evidenzia una considerevole sovrapposizione tra i circuiti cerebrali impiegati nella comprensione di trame scritte e quelli utilizzati per gestire le "reali" interazioni con altri individui – e, in particolare, le interazioni che richiedono di indovinare i pensieri e i sentimenti degli altri.
Le trame letterarie, che ci portano a identificarci nei desideri e nelle frustrazioni dei loro personaggi, a indovinare le loro motivazioni recondite e seguire le loro interazioni con amici e nemici, vicini e amanti, offrono un´opportunità unica per esercitare quella che gli scienziati definiscono "teoria della mente", ovvero la capacità da parte del cervello di costruire una mappa delle intenzioni altrui.
Stando ad altre ricerche, la lettura affinerebbe le nostre competenze sociali. In due studi compiuti in collaborazione con altri scienziati e pubblicati nel 2006 e nel 2009, Oatley e Mar riferiscono che gli individui che si dedicano con assiduità alla lettura di romanzi sembrano dotati di una maggiore capacità di comprendere gli altri, identificarsi con loro e vedere il mondo dal loro punto di vista. E i risultati non cambiano anche se si tiene conto della possibilità che ad essere attratti dai romanzi siano degli individui naturalmente predisposti all´empatia.
Un risultato analogo è emerso da uno studio condotto da Mar nel 2010 su dei bambini di età prescolare: maggiore era il numero di storie che a questi erano state lette e più la loro teoria della mente risultava avanzata. Lo stesso effetto che si produce con la visione di film, ma, stranamente, non dalla televisione (a questo proposito Mar ha ipotizzato che dal momento che i bambini guardano la televisione da soli ma vanno al cinema in compagnia dei genitori, il grande schermo fornisce loro «maggiori spunti di conversazione con i genitori sugli stati mentali»).
I romanzi, suggerisce Oatley, «forniscono degli stimoli particolarmente utili, perché le interazioni sociali sono estremamente complesse e richiedono di valutare miriadi di interazioni tra causa ed effetto. Così come le simulazioni al computer possono aiutarci ad apprendere alcune competenze complesse, come pilotare un aereo o prevedere che tempo farà, così i romanzi e i racconti possono contribuire a farci cogliere le complessità delle interazioni sociali».
Tutte queste scoperte giungono come una conferma per chiunque si sia mai sentito illuminato e arricchito dalla lettura di un romanzo, o si sia mai sorpreso a paragonare una ragazza coraggiosa a Elizabeth Bennet o un uomo barboso e pedante a Edward Casaubon (personaggio di Middlemarch di George Eliot, ndT). Da tempo avevamo intuito che leggere le grandi opere della letteratura allarga i nostri orizzonti e ci rende persone migliori. Oggi la scienza dimostra che ciò è più vero di quanto immaginassimo.
© Nyt - la Repubblica (Traduzione di Marzia Porta)
L´autrice ha recentemente pubblicato "Origins: How the Nine Months Before Birth Shape the Rest of Our Lives" (Origini: in che modo i nove mesi che precedono la nascita condizionano il resto della nostra vita).

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