Il fenomeno Mancuso: l’aspirante eretico sogna una condanna
Sono circa centoquarant'anni che l'Italia ha cancellato le facoltà di Teologia dalle università. I vescovi, che se ne dolsero, alla fin fine si sono crogiolati nell'illusione di formar meglio il clero nei seminari propri, fatta salva la formazione in franchising dei movimenti, in anni recenti. Gli anticlericali, che credevano di aver espunto la superstizione dal sapere, si godono l'oroscopo di Stato e pagano la parcella a «Jupiter e le sue stelle» ogni mezzanotte. La Santa Sede non ha mai mancato di far passi ufficiali presso il Governo italiano ogni qual volta in una forma o nell'altra s'è adombrata l'idea che l'Italia potesse avere una Divinity School, come quelle che formano il sapere critico sul fatto religioso di cui la società ha bisogno per riempire il vuoto dove l'ignoranza secolarista e l'arroganza bigotta si intrecciano voluttuosamente, pericolosamente. In quel vuoto prospera una nuova letteratura che potremmo dire «profondista». Libri, spesso libroidi (il copyright è di Gian Arturo Ferrari), che esplorano con leggiadra superficialità temi immensi, e si aggiungono con tutta la loro superba insignificanza in fondo a lunghissimi scaffali nei quali s'è stratificato il più fine ed umile rovello intellettuale. I «profondisti» sono di due generi. Da un lato ci sono i «profondisti» ecclesiastici, non di rado vescovi, che ci aggiornano sorridenti sui loro pensieri. Come quelli — è solo l'ultimo caso, non l'unico o il più grave — raccolti da monsignor Giovanni D'Ercole, missionario, telepredicatore, arcivescovo dell'Aquila, nelle 223 pagine di Nulla andrà perduto (Piemme), pensate per rispondere non solo ad Alice (che in una email gli ha confidato di non avere «più niente da chiedere a questa vita di merda», pagina 7), ma agli «uno, nessuno, centomila!» sui quali si distende il suo sguardo. Dall'altro c'è Vito Mancuso, creatore di un «profondismo» tutto suo, benedetto dal successo. Dopo qualche opera più tecnica, il suo primo bestseller s'impose ai tanti che, seguendo Giuliano Ferrara, si convinsero che chi parla molto di Dio probabilmente «fa» teologia. Nel 2011, dopo una decisiva intervista con Corrado Augias, usciva Io e Dio. Una guida dei perplessi (Garzanti): che ha avuto ottima risposta, ma ha mancato l'obiettivo che traspariva da ogni pagina — e cioè ottenere quella condanna vaticana che avrebbe confermato l'importanza eversiva delle tesi dell'autore. Per fortuna, verrebbe da dire, l'autorità ecclesiastica ha concentrato attenzioni e censure su un teologo vero come Andrés Torres Queiruga, messo sotto processo per la sua «ponerologia». Il successo dell'ultimo Obbedienza e libertà (Fazi) — neppure questo riuscirà ad ottenere la sanzione cui ambisce l'autore — conferma l'esistenza di un «fenomeno Mancuso». Perché il pubblico adora sentirsi dire da un «io» convinto che lui ha «sottoposto a critica» e liquidato questo o quel dogma e che per ciò stesso chi prende quell'«io» sul serio partecipa del riscatto degli eretici ammazzati dall'Inquisizione. E piace al lettore la semplificazione giustiziera della storia, grazie alla quale l'autore «dimostra» incongruenze ed errori del magistero cattolico in una anti-apologetica non meno stucchevole di quella che si vorrebbe ripudiare. Chi volesse davvero riflettere troverà dei libri utili — la Prima lezione di teologia di Giuseppe Ruggieri (Laterza) è uno di questi: ma sono profondi, non profondisti. Vuoi mettere?
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