martedì 15 gennaio 2013
Luigi Cavallaro legge il "Gramsci conteso" di Guido Liguori
Risvolto
Novant'anni di interpretazioni di Gramsci, una
mappa per orientarsi nelle letture, nei dibattiti e nelle polemiche -
dai giudizi dei suoi contemporanei alla diffusione mondiale della sua
fama, soprattutto a partire dagli anni Novanta, quando i marxismi e i
marxisti sembravano avviati verso un declino annunciato. Intorno alle
diverse interpretazioni di Gramsci che si susseguono e che il libro
racconta e spiega - da Gobetti e Prezzolini a Togliatti, da Bobbio ad
Althusser, agli odierni 'cultural studies' e 'subaltern studies' diffusi
soprattutto nel mondo di lingua inglese, dalle interpretazioni più
marcatamente politiche fino alle diatribe storiche e filologiche che
hanno corso oggi in Italia nelle sedi scientifiche come nei mass media -
si dipana la storia della cultura politica italiana del Novecento e uno
dei più significativi aspetti del lascito che essa ha saputo
trasmettere alla cultura mondiale di questo secolo. Comprendere i motivi
della presenza di Gramsci e la sua originalità è una tappa ineludibile
per capire da dove viene la sinistra italiana e quali sono oggi le
potenzialità del pensiero critico e del marxismo nel mondo.
FIGURE CONTESE
Gramsci, mille e una eresia
APERTURA - Luigi Cavallaro il manifesto 2013.01.11 - 10 CULTURA
Lo «spettro»
dell'intellettuale sardo sta ancora agitando le acque della storia.
Eterno dissidente, viene visto come capo della classe operaia, martire
antifascista, padre della politica unitaria, alfiere dell'eurocomunismo
Sicuramente, un «anno gramsciano» il 2012:
cioè un anno di polemiche intorno alla figura di Antonio Gramsci.
Alimentate da saggi e ricerche che hanno avuto ampia eco sulla stampa
quotidiana, esse hanno dato conferma di una perdurante attualità del
comunista sardo che di per se stessa necessiterebbe di una spiegazione,
essendo ormai trascorsi ben settantacinque anni dalla sua morte e oltre
venti dall'eclissi del movimento internazionale di cui il partito che
egli aveva concorso a fondare aveva costituito peculiare ed importante
espressione.
Beninteso, non è che la contesa su Gramsci sia in sé una
novità. Come documenta la preziosa ricostruzione di Guido Liguori,
almeno dal secondo dopoguerra il dibattito pubblico ha visto
contrapporsi due diverse letture dell'opera gramsciana: da un lato, c'è
stata quella di parte comunista, che si è accompagnata alle diverse
«svolte» politiche e culturali messe in atto dal Pci nella sua storia
settantennale e che in Gramsci ha visto di volta in volta il «capo della
classe operaia», il «martire antifascista», il «padre della politica di
unità» del secondo dopoguerra, l'ispiratore della «via italiana al
socialismo» e, giù giù, il critico ante litteram del totalitarismo
sovietico, l'alfiere dell'«eurocomunismo» e perfino il pensatore di un
altro comunismo possibile dopo la crisi dei «socialismi reali»;
dall'altra parte, c'è stata la lettura liberale, liberalsocialista e
lato sensu «azionista», che con accenti (e soprattutto in tempi)
differenti ha proposto ora un Gramsci irriducibilmente, inemendabilmente
e totalitaristicamente «comunista», dunque irrecuperabile alla causa
della democrazia, ora invece un Gramsci più intellettuale che politico,
costitutivamente «eretico» e addirittura «liberale», quando non proprio
«libertario».
Un approdo estremo
La
peculiarità delle polemiche dell'anno scorso, innescate specialmente
dalla pubblicazione di due saggi di Franco Lo Piparo e Giuseppe Vacca,
sta semmai nell'oscillazione fra due sponde che appaiono egualmente
inattendibili. Da una parte, infatti, si insiste (è il caso di Vacca)
nell'accreditare uno scollamento di Gramsci rispetto al leninismo, quale
almeno si delinea dopo la svolta staliniana del '29, salvo precipitare
nell'assurdo di supporre che Palmiro Togliatti e Felice Platone, negli
anni compresi tra il 1947 e il 1949 (e dunque contemporaneamente al
massimo dispiegarsi della più dura ortodossia staliniana), avrebbero
dato alle stampe le riflessioni di un «eretico» sospetto di
filotrockismo, facendone addirittura lo strumento intellettuale
principale per pensare «la formazione e la politica della nuova classe
dirigente italiana», come recitava la fascetta editoriale apposta alla
prima edizione einaudiana delle «Note sul Machiavelli» (1949).
Dall'altra parte, invece, si pretende (è il caso di Lo Piparo) di
svolgere fino all'estremo il tema della presunta «eresia» gramsciana in
direzione di un approdo nientemeno che al «liberalismo» (sia pure nella
forma ossimorica di un «comunismo liberale»), salvo dover supporre che,
non potendosi dare alle stampe la riflessione compiuta di uno che, in
realtà, dal comunismo si era distaccato definitivamente, Togliatti e
Platone avrebbero addirittura occultato o distrutto qualcuno dei
quaderni gramsciani: un'ipotesi che la quasi totalità degli studiosi
gramsciani - con Gianni Francioni in testa - ha definito «destituita di
ogni fondamento».
Che si tratti in entrambi i casi di interpretazioni
insostenibili non è difficile mostrare, e l'attenta ricostruzione del
dibattito da parte di Liguori (che non rinuncia, beninteso, a dispiegare
tra le righe la sua peculiare interpretazione del «ritmo del pensiero
in isviluppo» del pensatore sardo) offre più d'un ausilio in proposito.
In realtà, Gramsci è un leninista, per i motivi che a suo tempo aveva
spiegato Togliatti e che Carmine Donzelli è tornato nitidamente a
ribadire nella «Prefazione 2012» alla riedizione del suo commentario
alle note gramsciane sul Machiavelli.
Di più: giusta la decodifica
compiuta ormai vent'anni addietro in un importante studio di Nicola De
Domenico, bisogna riconoscere che Gramsci si mostra sostanzialmente
consentaneo anche rispetto alla «svolta» staliniana del 1929, almeno per
come gli si squaderna dopo aver appreso da una rivista inglese
(inviatagli dal solito Sraffa) della discussione filosofica suscitata
dal discorso di Stalin agli specialisti agrari - un discorso che ai suoi
occhi costituisce il prodromo del complemento egemonico necessario
rispetto al varo del primo piano quinquennale. Ne fa fede tutta
l'elaborazione del quaderno 11 (a cominciare dal «magnifico saggio» con
cui si sarebbe poi aperto il primo volume dell'edizione tematica
einaudiana) e della seconda parte del quaderno 10, in cui non soltanto
Gramsci spiega come i «recenti sviluppi» della discussione filosofica in
Urss abbiano superato l'inconsistenza teoretica e il codismo politico
dei «destri» (donde la critica a Bucharin), ma soprattutto come essi
siano in grado di portare la filosofia della praxis a «superare»,
incorporandole, le filosofie precedenti (e qui si situa il confronto con
Croce, che - dal versante liberale - analoga operazione aveva tentato
rispetto al marxismo).
Il dissidio di Gramsci rispetto alle posizioni
assunte dal Centro estero del Pcd'I, così come dalla Terza
Internazionale, concerne piuttosto il modo in cui «tradurre»
nazionalmente l'esperienza sovietica, e si appunta sulla linea del
«socialfascismo», che a Gramsci pare settaria e controproducente: questo
ci dicono le testimonianze dell'epoca, prima fra tutte il rapporto al
partito redatto nel 1933 da Athos Lisa (già recluso con Gramsci a Turi).
Sotto questo profilo, anzi, bisogna riconoscere che il confronto che i
Quaderni instaurano con Croce rappresenta la premessa per tradurre in
lingua nazionale gli insegnamenti del «più grande teorico moderno della
filosofia della prassi» (Lenin, certo, ma così come interpretato da
Stalin): le categorie di «storia etico-politica» e di «rivoluzione
passiva» sono infatti decisive per il lavoro di rielaborazione cui
Gramsci si dedica a partire dalla primavera del 1932 e che - attraverso
la riscrittura di appunti già presi e la stesura di nuovi testi - porta
alla compiuta sistemazione della teoria degli intellettuali (quaderno
12), del partito (quaderno 13) e delle forme di una possibile
rivoluzione passiva in Occidente (quaderno 19), non senza che vengano
dedicate chiose assai critiche a chi - come Ezio Riboldi, parlamentare
comunista anche lui carcerato a Turi - pretendeva di rinvenire
dell'America fordista il «faro» della nuova civiltà (quaderno 22).
Lettere critiche
Naturalmente,
al dissidio politico si aggiunsero rancori e diffidenze maturate sul
piano dei rapporti personali. Gramsci non dovette mai digerire né il
rifiuto di Togliatti di inoltrare nel '26 la lettera scritta al gruppo
dirigente del Pc sovietico, né che Togliatti non avesse impedito che gli
si recapitasse la «famigerata lettera» firmata Ruggero Grieco, né
ancora che il partito tentasse di accreditarsi sulla stampa
internazionale come artefice dei tentativi di liberazione,
determinandone (o comunque concorrendo a determinarne) rallentamenti o
fallimenti. Ed è proprio l'oggettività del dissidio con il Centro estero
del Pcd'I che può giustificare entro certi limiti una lettura «in
codice» della famosa lettera scritta da Gramsci il 27 febbraio 1933 per
la moglie Giulia: nei limiti in cui quella lettera testimonia di un
giudizio critico non certo nei confronti dell'orizzonte politico
comunista (come ha sostenuto implausibilmente Lo Piparo), ma più
semplicemente dei suoi compagni di partito, giudicati inaffidabili e
fors'anche non troppo interessati alla prospettiva di una sua
liberazione. Del resto è la stessa Tania che, trasmettendo la lettera a
Sraffa (affinché la inoltrasse al Centro estero), la definì «un
capolavoro di lingua esopica», e scrivendone a Gramsci disse di aver
compreso perfettamente che i riferimenti della lettera a Giulia «non si
riferiscono punto a ella». E anche se è vero che a tutt'oggi nessuna
delle decodifiche proposte può andare esente da critiche, non si può non
riconoscere che nessuna interpretazione letterale di quella lettera
appare ormai ulteriormente sostenibile.
Resta in ogni caso il fatto
che, così come è inverosimile pensare a un Gramsci approdato al
liberalismo (e magari pentitosi davanti a Mussolini e convertito al
cattolicesimo in articulo mortis: anche codeste scempiaggini è toccato
leggere sulle pagine sedicenti «culturali» di Repubblica e del Corriere
della Sera), perfino illogico è supporre che Togliatti e Platone,
nell'immediato dopoguerra, con Stalin al massimo della sua potenza, si
dedicassero a un monumentale lavoro di sistemazione del lascito
intellettuale di un... antistalinista! O ancora che nel 1937, alle
soglie del Grande Terrore, Togliatti potesse permettersi di appellare
quel medesimo antistalinista «capo della classe operaia italiana» senza
tema di finire per ciò solo sotto un metro di terra.
Semmai, quella
di Togliatti (senza il quale, nota a ragione Liguori, «il Gramsci che
tutto il mondo conosce forse non sarebbe mai esistito») sembra la
partita di un raffinato giocatore di scacchi. Che capisce a un certo
punto che deve chinare il capo e rinunciare a quella «traduzione in
lingua nazionale» che pure era necessaria affinché la rivoluzione in
Occidente non restasse un flatus vocis, ma si preoccupa al contempo che
la «via giusta» continui ad essere dissodata teoreticamente dal carcere
dal «capo della classe operaia italiana», al quale garantisce supporto
intellettuale e affettivo, con l'intento di tornare a percorrere quella
stessa via quando i tempi fossero stati più propizi.
Letta in
quest'ottica, la sua «famigerata» lettera a Dimitrov del 25 aprile 1941
(nella quale si legge che «i quaderni di Gramsci contengono materiali
che possono essere utilizzati solo dopo un'accurata elaborazione» perché
in «alcune parti potrebbero essere non utili al partito»), lungi dal
costituire la prova di una proditoria volontà censoria nei confronti
dell'antico compagno, come invece sostenuto da Lo Piparo, potrebbe
spiegare il lavoro di «smontaggio» che l'edizione tematica dei Quaderni
perpetrò, ad esempio, sulle tesi gramsciane circa il fascismo: perché -
come ha rimarcato ultimamente anche Luciano Canfora - di certo era
estranea alla koiné cominternista l'idea gramsciana che le riforme di
struttura attuate dal corporativismo fascista, a cominciare
dall'accresciuto peso dello stato nella direzione e gestione dei
processi economici, si muovessero oggettivamente (ossia in forma
«passiva») nella stessa direzione della pianificazione sovietica.
Che
questa per Gramsci fosse la «traduzione» corretta di Lenin non pare
francamente dubbio: vi sono ampie evidenze testuali che egli concepisse
l'egemonia in chiave totalitaria, seppure in un'accezione nutrita dalla
fiducia che fosse possibile costruire una «società regolata» in cui la
distinzione tra «società politica» e «società civile» venisse meno in
grazia di un «consenso spontaneo» alle dinamiche ideologiche che la
organizzano (ciò che invece il fascismo era costitutivamente incapace di
fare).
Un revenant
D'altra parte, se è vero
che l'accusa che è sempre stata rivolta da parte liberale all'assetto
dei rapporti di produzione venuto fuori dalla «costituzione economica»
degli anni '30 è la sua potenziale vocazione totalitaria (una vocazione
che in Italia, ma non solo, avrebbe toccato il suo apice a metà degli
anni '70, per poi dileguare nei decenni successivi sotto i colpi della
restaurazione capitalistica e della «modernizzazione»
post-sessantottina), possiamo forse comprendere le ragioni profonde di
questa continua riapparizione degli «spettri di Gramsci». Se ha ragione
Derrida a suggerire che non c'è fantasma né divenir-spettro dello
spirito senza un «ritorno al corpo», senza cioè un'«incorporazione
paradossale», potremmo infatti azzardare l'ipotesi che è solo il residuo
del potere statuale tuttora «incorporato» nelle strutture pubbliche
sopravvissute alla grande stagione privatizzatrice dell'ultimo
trentennio a permettere la continua riapparizione degli spettri di
Gramsci e con lui di Marx e Lenin, vanificando così il «lavoro del
lutto» della borghesia finanziaria e degli intellettuali suoi lacchè.
Si
dovrebbe aggiungere che quel potere è oggi come mai necessario per
tornare a reprimere le pretese di dominio del capitale finanziario e che
pensare di farne a meno in nome di fiabesche «autorganizzazioni dal
basso» equivale nei fatti a rinunciare alla stessa possibilità di
trasformazione della società e a ridurre la propria azione
«rivoluzionaria» all'agitazione propagandistica circa l'imminenza di un
fantomatico «crollo» del capitalismo. Ma al riguardo proprio Gramsci ha
detto parole definitive, e l'originale suona sempre meglio della
parafrasi.
BIBLIOGRAFIA
Da Togliatti a Canfora, un labirinto di riflessioni e interpretazioni
Giunto alla sua seconda edizione, l'accurato
volume di Guido Liguori, «Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e
polemiche 1922-2012» (Editori Riuniti university press, pp. 472, 23)
rappresenta uno strumento imprescindibile per chiunque voglia orientarsi
nell'ormai imponente dibattito generato dal lascito gramsciano. A
Liguori si deve, tra l'altro, anche la curatela dell'edizione più
recente degli scritti che Togliatti dedicò a Gramsci nell'arco di un
quarantennio: Palmiro Togliatti, «Scritti su Gramsci», Editori Riuniti,
2001. I due volumi che l'anno scorso hanno alimentato la querelle
intorno a Gramsci si devono rispettivamente a Giuseppe Vacca («Vita e
pensieri di Antonio Gramsci 1926-1937», Einaudi, pp. 367, 33) e Franco
Lo Piparo («I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il
labirinto comunista», Donzelli, pp. 144, 16), più volte discussi su
queste colonne. Vale la pena ricordare che contro l'ipotesi di un
«Gramsci liberale» lo stesso Lo Piparo si era espresso in un suo ben
diverso lavoro di una trentina d'anni fa (Lingua intellettuali egemonia
in «Gramsci», Laterza), che - detto per inciso - costituisce la migliore
confutazione possibile di quanto egli stesso ha provato a sostenere
trent'anni dopo. Per l'appartenenza di Gramsci all'orizzonte del
leninismo si veda da ultimo Carmine Donzelli, Prefazione 2012 a Antonio
Gramsci, «Il moderno Principe» (Donzelli, pp. 260, 20). Luciano
Canfora è tornato a discutere (anche) delle tesi gramsciane sul fascismo
nel suo recentissimo «Spie, Urss, antifascismo. Gramsci 1926-1937»,
Salerno editrice, pp. 349, 15.
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