lunedì 25 febbraio 2013
Roberto Esposito su Simone Weil
Da un testo di Simone Weil fino all’arte contemporanea
di Roberto Esposito Repubblica 23.2.13
C’è
qualcosa di enigmatico e di urtante – che cozza inevitabilmente col
senso comune – nello straordinario frammento di Simone Weil La persona e
il sacro, adesso edito da Adelphi, a cura di Maria Concetta Sala, con
una postfazione di Giancarlo Gaeta intitolata Il passaggio
nell’impersonale.
La questione è proprio quella racchiusa in
quest’ultimo termine. Cosa è l’impersonale e in che senso interpella il
pensiero? In quali scaturigini affonda e in quale direzione muove? Per
rispondere a queste domande bisogna partire dalla tesi più radicale
avanzata dalla Weil con il coraggio che le era proprio. Appena prima
della fine della guerra, nel momento in cui più forte soffiava il vento
del personalismo, rilanciato dagli interventi di Mounier e di Maritain,
subito recepiti nella Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani del
1948, Simone, solitariamente, afferma che «la nozione di diritto,
proprio per la sua mediocrità, trascina naturalmente al suo seguito
quella di persona, perché il diritto è relativo alle cose personali. È
posto a questo livello». Concludendo che «ciò che è sacro, lungi
dall’essere la persona, è quello che in un essere umano è impersonale».
Cosa
voleva dire? Come osava sfidare il più potente totem della cultura
democratica? Per capirlo bisogna leggere le pagine che, non solo in
questo testo, aveva dedicato al diritto romano e alla funzione
escludente che in esso giocava la categoria di persona. Tale termine, a
Roma, non designava per nulla il singolo individuo. Rimandava,
piuttosto, secondo l’etimo, alla sua maschera sociale, ad uno stato
giuridico che, pur comprendendo in astratto tutti gli esseri viventi, li
discriminava, ponendo gli uni nella piena disponibilità di altri. Al
punto che la maggioranza dei romani – esclusi i maschi liberi e adulti –
finiva per oscillare tra la categoria di persona e quella di cosa
posseduta. In tal modo proprio quel concetto, oggi assunto a garanzia
del rispetto per ogni individuo, è stato a lungo, e per certi versi
continua ad essere, un dispositivo di discriminazione tra “persone vere e
proprie” e semplici appartenenti al genere homo sapiens, come filosofi
liberali quali Peter Singer e Hugo Engelhardt continuano a teorizzare.
Del resto, se forse nessun altro ha colto la questione con la nettezza
provocatoria di Simone Weil, il riferimento, implicito o esplicito,
all’impersonale, come punto di unificazione dell’uomo con se stesso,
attraversa l’intero Novecento. Che rilievo abbia avuto nella nozione
freudiana di inconscio, volta appunto a decostruire le ingenue pretese
di autodominio del soggetto personale, è fin troppo evidente. Ma si può
ben dire che l’intera arte contemporanea – assai più pronta della
filosofia a recepire gli umori profondi del tempo – si costituisca nella
critica della nozione classica di soggetto. Basti pensare alla
decostruzione della figura in tutta la pittura novecentesca, almeno a
partire dal cubismo. Per non parlare della letteratura. Quando Maurice
Blanchot sostiene che «scrivere equivale a passare dalla prima alla
terza persona» (L’intrattenimento infinito, Einaudi 1977), si riferisce
appunto a quel processo sotterraneo che disloca tutta l’esperienza
letteraria novecentesca verso la terra dell’impersonale. E cosa di
diverso intendeva, il protagonista dell’Uomo senza qualità, quando
affermava che «poiché le leggi sono la cosa più impersonale del mondo,
la personalità non sarà ben presto che l’immaginario punto d’incontro
dell’impersonale» (Einaudi 1965)? Essendo venuta meno l’identità
personale – tanto che a distanza di qualche anno si assomiglia più agli
altri che a se stessi – il mondo ha assunto una configurazione
eccentrica rispetto alla classica bipartizione tra soggetto e oggetto.
Quanto
al cinema e alla musica contemporanea, se ne capirebbe ben poco fuori
dal riferimento all’impersonale. Da Ejzenstejn a Pelesjan l’immagine
cinematografica passa dietro o davanti il soggetto – lo attraversa e lo
sfonda. Non diversamente da come il suono pieno si spezza, o si
interrompe, nella dodecafonia. Rispetto a tutto ciò può apparire che il
pensiero sia in grave ritardo. Solo da poco, in connessione con la
critica del dispositivo giuridico della persona, ha aperto una
interrogazione radicale sul significato dell’impersonale. Eppure una
vena profonda – che si può far partire dall’averroismo – percorre, come
una trama nascosta, la storia del pensiero. Autori come Giordano Bruno,
nettamente avverso alla categoria teologica di persona, o come Spinoza,
già avevano posto le domande decisive su ciò che significa oltrepassare
il lessico antropocentrico, in una prospettiva che ricollochi l’uomo in
una relazione costitutiva col mondo e con le altre specie viventi.
Proprio
l’attuale ripresa della categoria di vita – diversamente dalle
filosofie del soggetto e dell’oggetto – costituisce il centro focale di
un nuovo pensiero che, soprattutto in Francia e in Italia, taglia in
maniera trasversale il dibattito filosofico.
Una vita… è il titolo
dell’ultimo testo, interamente affacciato sul bordo dell’impersonale,
che ci ha lasciato Gilles Deleuze (adesso in Due regimi di folli e altri
scritti, Einaudi 2010). Cosa altro è la vita, se non quanto abbiamo di
più impersonale, perché non ci appartiene in proprio, e di più
singolare, perché assolutamente irripetibile?
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1 commento:
L'uomo è malgrado tutto un opportunista. Con il miraggio delle parole cerca di afferrare le cose (basta pensare ai giochi verbali: essere-non essere, soggetto-oggetto).
Bello è vivere nell'impersonale, vedere l'arte moderna, con le sue opere e i suoi certificati di autenticità, con i suoi concorsi e i suoi premi, congedarsi dall’incoronazione dei musei e delle gallerie. Straordinario il palesarsi di un impersonale concreto, diverso, nei fatti, da quello congetturato e chiacchierato dal sapere e dalle estetiche moderne. Decostruire e dimenticare i NOMI. Sarebbe un atto coraggioso di pudore esistenziale. Purtroppo è in questa “epoca miserabile” (così definiva la Weil il nostro tempo) che si abbietta e allo stesso tempo si reifica il culto della personalità: dall'arte alla politica, dal quotidiano all'astratto, l’ipocrisia calibra le virtù speculative. Gli esempi reali di alcuni disagiati raccolgono rari discepoli. In un mondo dove la dimensione dell'impersonale è più il frutto della petulanza del pensiero che di una di pratica vitale. Un Gandhi e compagnia bella, al di là delle apologie stampate, restano curiose meraviglie umane, uno sfarzo di comprensione intellettuale. Nell’ ovvia cucina delle necessità, l'impersonale resta un boccone troppo amaro da digerire.
Camera Cromatica
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