sabato 2 febbraio 2013
Un salto di qualità per la Cina rossa
Fuga dalle fabbriche ora la Cina cerca operai
Popolazione
che invecchia e tanta voglia di “scrivania”. Pechino si scopre senza
tute blu. Con il rischio di un’emergenza produttiva
di Giampaolo Visetti Repubblica 31.1.13
TIANJIN
LA TROMBA d’aria del lavoro cinese è partita e i mercati dell’Asia,
sensibili come bracconieri, stanno già dando l’allarme: l’operaio cinese
è in via di estinzione. Nel 2012, per la prima volta, in Cina la
popolazione in età lavorativa è diminuita. Gli individui tra 15 e 59
anni sono 937 milioni, 3,4 milioni in meno rispetto al 2011.
Il
signor Zhou Yiu commercia migranti da quando aveva sedici anni. Ha
cominciato acquistando treni di contadini ed ex rivoluzionari maoisti
nello Hunan, da smistare nei cantieri edili di Pechino e nel suo
nascente porto nella baia sul Mar Giallo. «Quarant’anni fa — dice nel
suo sproporzionato ufficio imbottito di sedie basse e larghe, accostate a
tavoli in sandalo rosso — bastava dire a un funzionario locale del
partito che ti servivano trentamila uomini, e una settimana dopo li
avevi davanti, pronti a costruire la patria». Una ciotola di riso, i
soldi per tornare al villaggio prima del capodanno lunare, e la Cina
organizzò il più grande esercito di operai della storia. «Voi li
chiamate schiavi — dice il cinquantenne milionario che controlla oggi
legalmente un quarto della forza-lavoro per le industrie di Stato della
seconda economia del pianeta — ma per noi restano patrioti. Anche
l’Europa si è ricostruita grazie al sacrificio degli emigranti, è
successo in America, avviene in Africa. Uscire dall’essenzialità è
un’ambizione che costa la vita di qualche generazione».
Il signor
Zhou indica uno sconfinato parcheggio semivuoto, cinquanta piani più in
basso, come contemplando il corso ormai deciso delle cose. Stormi di
uomini già fatti, scendono da furgoni avvolti nello smog e vengono fatti
risalire sulle navette di aziende rimaste con la catena di montaggio
scoperta. È sempre tardi, nemmeno il tempo di spegnere la sigaretta: non
ci sono più salariati per tutti. Il distretto industriale tra Pechino e
Tinjin somiglia oggi ad uno di quegli anfratti invisibili alla deriva
nell’oceano, non rilevati dai radar, ma al centro dei quali si
esercitano i piccoli vortici destinati a trasformarsi nei più devastanti
cicloni.
«La Cina — dice Zhou — sta esaurendo le braccia robuste. È
come una foresta dove si è tagliato troppo in fretta, senza piantare. E
il mercato continua a spostarsi dove c’è paglia che subito brucia». Gru,
ciminiere e stabilimenti sempre più fitti, sembrano smentire il
vaticinio di una fabbrica-Paese costretta a chiudere reparti che valgono
più di una nazione europea. La tromba d’aria del lavoro cinese però è
partita e i mercati dell’Asia, sensibili come bracconieri, stanno già
dando l’allarme: l’operaio cinese è in via di estinzione, incompiuto
come un pinguino, candidato a diventare vecchio prima di essere riuscito
a diventare ricco.
Nel 2012, per la prima volta, in Cina la
popolazione in età lavorativa è diminuita. Gli individui tra 15 e 59
anni sono 937,27 milioni, 3,45 milioni in meno rispetto al 2011. Un
granello di polvere che si stacca dalla Grande Muraglia. Nel punto più
fragile, però, e anche le autorità, se si parla di tute blu, hanno la
visione posteriore di un trilobita del paleozoico. «Il calo purtroppo —
dice Ma Jiantang, direttore dell’Ufficio nazionale di statistica —
indica una tendenza. Tra oggi e il 2025 la Cina perderà 10 milioni di
lavoratori all’anno ed entro il 2030 mancheranno quasi 200 milioni di
teste. Non è solo un’emergenza produttiva». Le industrie costiere, dal
Guangdong allo Zhejiang investono già su rosse armate di robot che
dovranno sostituire ingrigiti drappelli di meccanici. Ma il primo avviso
della scomparsa dell’operaio cinese, proprio nell’anno in cui Pechino è
chiamata a riaccendere la ripresa globale, fa suonare campanelli negli
uffici seminati su tutto il pianeta consegnato alla“GrandeFabbrica”.«La
gente sparisce dalle piante degli
organici — dice Gu Baochang,
docente all’universitàRenmin — perché diventa vecchia. Oggi i cinesi
anziani sono circa 200 milioni, meno di un sesto della popolazione.
Nel
2030 saranno 360 milioni, quasi un quarto, per arrivare a 400 milioni
entro vent’anni. Non avremo più contadini, né operai, ma neppure
qualcuno che paghi servizi, medicine e pensioni». Può ricordare le
chiacchiare annoiate dei gerontocrizzati parlamenti europei. Ma qui il
metro è quello smisurato della Cina e se si perdono 200 milioni di
operai, per guadagnare 400 milioni di anziani, l’impatto di questo nuovo
continente sociale del secolo, ha la forza di sconvolgere il mondo.
La
trasformazione non svuota del resto solo i parcheggi delle società
interinali delle megalopoli. Dentro le fabbriche, le facce di chi
protesta per disporre di oltre due minuti per andare in bagno, non sono
più quelle dell’epoca d’oro. «Nel 1990 — dice l’economista della
Tsinghua, Zhiu Shijian — l’età media dell’operaio cinese era di 24 anni.
Nel 2000 è salita a 37, ora si aggira sui 49. È raddoppiata, mentre la
produttività dei lavoratori si è ridotta a un terzo. Macchinari a parte,
servono tre persone per svolgere le mansioni prima affidate ad una. Una
nazione, come un organismo, non si sveglia vecchia di colpo, una certa
mattina».
Sotto accusa, questa volta, non c’è solo la legge del
figlio unico. La spietata selezione di Stato, in oltre trent’anni, ha
risparmiato all’universo oltre 400 milioni di umani consumanti. È un
sacrificio di massa che ha costruito 55 milioni di «nidi vuoti», come i
cinesi chiamano le case abitate da un genitore abbandonato, ma che
incide sempre meno sulla demografia. «Se anche il partito concedesse a
chiunque di mettere al mondo i neonati che desidera — dice Hu Yanqin,
operaia di un villaggio del Gansu che lotta contro il deserto del Gobi —
non assisteremmo ad una festa di bambini. I figli ormai costano troppo
anche in Cina, succhiano ogni risorsa e non restituiscono nulla». La
prova è Shanghai. Il 37% degli sposi, a cui è riconosciuto il permesso
di allargare la famiglia, rinunciano anche al primogenito. Da 18 nascite
ogni mille abitanti, nel 2000, si è crollati a 8. Si realizza lo
schemaincubo della nuova leadership comunista, il “4-2-1”: famiglie con
quattro nonni, due genitori e un solo figlio che per confuciano rispetto
dovrebbe poi provvedere a tutti. Un’utopia, nella terra promessa dei
centri commercia-li, governata da dirigenti ineffabilmente transitati
dall’«arricchirsi è glorioso» al «non consumare è abominevole».
Ma
come gli eroi dell’urbanizzazione cinese hanno imparato a sopportare,
l’estinzione dell’operaio da 100 dollari al mese è un cataclisma assai
più profondo di contingenze rimediabili, quali fertilità e longevità
della specie. I nuovi figli unici, a morire avvelenati nel capannone di
un terzista che esporta t-shirt in Occidente, non ci pensano nemmeno. Il
traguardo è l’università, una scrivania, il mutuo per la seconda casa,
le vacanze ad Hainan. In dieci anni gli atenei cinesi sono così
raddoppiati, toccano quota 2.420 e ogni anno dalle aule tracimano 8,3
milioni di neolaureati. Ancora non bastano e il governo ha investito
altri 250 miliardi di dollari per trasformare la più gigantesca massa di
lavoratori a basso costo nella più numerosa categoria di colletti
bianchi da ceto medio. Per l’ultimo balzo, il sorpasso sugli Usa,
servono manager. «Il potere si rende conto — dice Guan Anxin, sociologo
dell’Accademia delle scienze di Pechino — che la stagione
operaia
volge al termine anche in Cina. Non accadrà domani, ma il destino è
chiaro. Cinquecento milioni di operai sono invecchiati, duecento milioni
di ragazzi imboccano altrestrade, i laureati migliori vanno all’estero.
La carenza di braccia e di cervelli, pone per la prima volta il
problema drammatico dei diritti e del costo del lavoro. Pagare il giusto
è necessario per accelerare l’urbanizzazione e promuovere la
ristrutturazione economica, aumentando i consumi interni. Ma in Cina,
chi ci prova, per ora chiude».
È la ragione per cui nelle storiche
regioni industriali, nella tenaglia tra carenza di manodopera, scioperi,
aumenti della paga e crollo dell’export, si assiste per la prima volta
anche alla fuga delle imprese. Il salario operaio medio, in una
metropoli in espansione come Chongqing, è schizzato all’equivalente di
300 euro al mese. In Vietnam si resta sui 100 dollari, in Thailandia e
nel Sudest asiatico si scende a 80, in Bangladesh e Birmania si lavora
per un dollaro al giorno. Quantità e costo degli operai sono solo una
delle valutazioni, non quella decisiva, che inducono gli investitori a
scegliere il luogo dove produrre. La pressione politica induce più di un
ritorno eccellente in Occidente e il ministero del Commercio cinese ha
rivelato che per la prima volta nel 2012 gli investimenti diretti esteri
sono scesi del 3,7%. Si sono arenati a 111 miliardi di dollari, mentre
sempre più aziende cinesi e multinazionali, «per coprirsi le spalle in
Oriente», cominciano a delocalizzare in Paesi emergenti più competitivi.
«La scintilla di questa rivoluzione produttiva — dice Andrew Heath,
direttore marketing del più grande gruppo cinese di macchine utensili — è
il declino dell’operaio cinese giovane e a costi stracciati. Nella
fascia bassa, la Cina ha perso il vantaggio accumulato e la transizione
porta ineluttabilmente verso l’orbita indiana, prossimo monopolista dei
beni globali di consumo. Nella produzione media e alta però, fino ad
oggi riservata a Giappone e Corea del Sud, Pechino sta riprendendo il
suo slancio, offrendo il più ricco mercato di ogni tempo».
Da ex
contadini e operai in via d’estinzione, i cinesi provano a reinventarsi
tecnici e manager, per fingersi finalmente sazi e insoddisfatti
giocatori di Borsa, come europei e americani. I salariati rossi
diventano azionisti in nero e i fondi del partito possono acquistare in
saldo i reperti archeologici della post-industrializzazione occidentale.
Mancano operai? «Problema più superato di loro — dice l’economista Ha
Jiming — i confini anche in Asia resistono solo per i politici mediocri e
l’elettronica ha bisogno di scienziati e di ingegneri, non di schiavi
che girano bulloni». È chiaro che una vecchia Cina capitalista
delocalizzata, faro della ricerca e circondata da nuove Cine più giovani
che non contano le ore, muta le prospettive virtuali che i guru di
Davos preconizzano affondando lo stiletto nella fondue.
I mercati
finanziari soffrono e l’euro avvista nuove tempeste, ma è solo
l’ignorata estinzione dell’operaio cinese, il cuore malato del low cost,
che può contribuire a spiegare perché.
A Tianjin mancano pochi
giorni al capodanno lunare e per la prima volta Zhou Yiu non riesce a
sostituire i migranti in viaggio verso villaggi lontani. Le fabbriche-
clienti lo tempestano di telefonate, offrono premi da tedeschi, ma
niente, si devono fermare. Il fornitore di uomini, sprovvisto di merce,
non risponde nemmeno più al cellulare. «Guardo certi lavoratori
sopravvissuti che da anni piazzo in regioni agli antipodi, tra miniere,
fornaci e concerie — dice — e penso che cambia tutto. Resistono perché
hanno stuoli di parenti da sfamare e non sono ammalati abbastanza.
Qualcuno lo sento amico, come il commilitone di una battaglia sospesa ».
Dice «cambia» e «sospesa ». Pechino perde gli operai, ma scrive già
un’altra storia e i suoi occhi vagano su orizzonti nuovi che noi ancora
non vediamo.
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