sabato 2 febbraio 2013
Una lettura equivoca della lotta di classe
Certamente ci sono conflitti politico-sociali nei paesi del Maghreb. La prima e fondamentale lotta di classe che investe quei paesi, tuttavia, si colloca al livello inter-nazionale e riguarda la loro collocazione nella divisione globale del lavoro. Non comprendere questo aspetto e analizare gli eventi a partire da una concezione riduzionistica ed economicistica della lotta di classe, una lotta di classe oltretutto solo interna, è metodologicamente sbagliato [SGA].
Marx e lotta di classe per capire il nuovo Egitto
L’incerta transizione democratica dei Fratelli musulmani
di Lucio Caracciolo Repubblica 1.2.13
Il
futuro dell’islam politico africano, arabo e levantino si gioca
all’ombra delle piramidi. Qui sorse nel 1928 la Fratellanza musulmana.
Dopo ottantacinque anni di radicamento nella società, di opposizione ai
colonizzatori, alla monarchia e ai regimi militari socialisteggianti e
neutralisti (Nasser) o liberisti e filoccidentali (Sadat, Mubarak), di
persecuzioni e patteggiamenti con il potere costituito, ora i Fratelli
sono chiamati a governare. La rivolta di popolo che il 25 gennaio 2011
ha travolto Mubarak ha proiettato i Fratelli a occupare lo spazio
scavato dai rivoluzionari della prima ora, privi di un capo, di un
progetto, di una struttura unitaria. Quale massima forza organizzata
della società egiziana, la Fratellanza ha sveltamente allestito un suo
braccio politico, il partito Libertà e giustizia, ha vinto le sei
elezioni finora svoltesi nel “nuovo” Egitto e sembra certa di affermarsi
nello scrutinio politico di aprile. Per meriti propri e per
l’inconsistenza delle opposizioni, un misto di fellul (avanzi di regime)
riciclati, liberali, socialisti, nasserian-nazionalisti, cristiani
copti e giovani reduci di Piazza Tahrir, con scarso radicamento nel
paese ma palpabile insofferenza reciproca. In Occidente li chiamiamo
laici, quindi democratici, per distinguerli dagli islamisti in odore di
sovversivismo teocratico e dalla galassia salafita riconvertita alla
politica, spesso confusa con i jihadisti. Quasi l’avversione
all’islamismo valesse la patente di laicità. Per non farci mancare
nulla, sullo slancio del comparativismo assegniamo ai Fratelli il
centro, ai laici la sinistra e ai salafiti la destra, scambiando la
rivoluzione egiziana per quella francese.
Le analogie traviano.
Poiché dal primo faraone Menes (circa 3.150 a. C.) a Morsi non risulta
che l’Egitto sia mai stato una democrazia liberale, le equazioni
correnti nei media occidentali paiono smentite. È un fatto che il potere
dei Fratelli — come la robusta influenza dei salafiti — scaturisce
dalle urne. È altrettanto incontestabile che esso sia imperniato sul
primo presidente democraticamente eletto della storia egiziana. Le
opposizioni, sconfitte al voto, puntano sui tribunali e sulla piazza.
Questo non significa affatto che i Fratelli siano democratici per
vocazione o che laici e copti non lo siano. Esprime la cogenza dei
ruoli: alla Fratellanza di governo e ai salafiti le urne convengono
(almeno per ora). Alle opposizioni le elezioni sono andate e forse
andranno ancora di traverso.
La stabilizzazione democratica
dell’Egitto presuppone la legittimazione reciproca fra sei poteri:
presidente, parlamento, tribunali, militari, burocrazia e piazza.
Assistiamo invece alla polarizzazione fra islamisti e antislamisti. In
mezzo, il partito del sofà (kanaba), gli attendisti che fiutano l’aria
per schierarsi col vincitore. Al coperto, lo Stato profondo, che aggrega
militari, finanzieri e imprenditori — talvolta le tre categorie si
riflettono nella stessa persona.
La vera sfida per i Fratelli è la
disastrata economia nazionale. Per un paese di circa 85 milioni di anime
— oltre ai 6 milioni e mezzo in diaspora — che è il massimo importatore
mondiale di grano e che pompa dall’estero più energia di quanta ne
produca, le conseguenze economiche della transizione sono di ardua
gestione. La crescita è assai ridotta (attorno al 2% per quest’anno,
forse meno il prossimo), la disoccupazione ufficiale al 12,5%, il
turismo agonizza. Restano i proventi del Canale di Suez, le declinanti
rimesse degli emigrati e poco altro. Con le riserve di valuta pregiata
precipitate da 36 a meno di 15 miliardi di dollari nel biennio
post-Mubarak e con la lira che si svaluta ogni giorno, non resta che
contare sul fraterno aiuto del Qatar, peloso sponsor dei Fratelli.
L’emergenza
economica inasprisce la contrapposizione politica, esaspera lo scontro
sociale. Del quale i nostri media inclinano a trascurare il rilievo
nella genesi e nell’evoluzione dei moti che hanno sconvolto l’Egitto. Le
categorie euristiche occidentali, impiegate a sproposito in altri
campi, potrebbero utilmente applicarsi alla radice socioeconomica della
rivoluzione egiziana, come di altre “primavere”. Qui possono soccorrerci
le teorie di un pensatore iperoccidentale come il renano Karl Marx: le
insurrezioni tunisina ed egiziana sono anche lotta di classe. È la tesi
del geografo Habib Ayeb, per il quale «in entrambi i casi si è potuto
osservare il rifiuto di una popolazione emarginata a continuare a vivere
nella marginalità». Rivolta degli oppressi e degli affamati,
incardinata in specifici teatri territoriali, dalla negletta Nubia fino
ai labirinti del Cairo e alle zone depresse del Delta. Nella cui area
industriale centrale, a Mahalla al-Kubra, scoppiarono nel 2006 gli
scioperi operai che preannunciavano la crisi finale del regime.
Allargando
l’orizzonte, scopriamo che l’incerta transizione egiziana sta
contribuendo a destabilizzare il territorio nazionale. Specie nel Sinai:
la penisola cuscinetto tra Egitto e Israele, con la Striscia di Gaza in
mano a Hamas, filiale palestinese dei Fratelli, è terra di scorribande e
attentati terroristici. Con risultati devastanti per il turismo sul Mar
Rosso. Le locali tribù beduine diffidano degli “egiziani”, come tengono
a definire gli altri abitanti del paese. Sentimento condiviso dai
confratelli del Deserto occidentale, a ridosso della Cirenaica in
ebollizione. Se poi consideriamo le guerre sudanesi e le dispute sulle
acque del grande fiume attorno al quale è fiorita una delle massime
civiltà della storia, si trae che nessuna frontiera egiziana è
tranquilla. La transizione alla democrazia sarà lunga, sempre che non
deragli.
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