domenica 28 aprile 2013
Adelphi ripubblica il romanzo di Isherwood sulla Berlino dei primi anni Trenta
Risvolto
«Io sono
una macchina fotografica con l'obiettivo aperto» dichiara l'alter ego di
Christopher Isherwood arrivando nell'autunno del 1930 a Berlino, dove
resterà fino al 1933. Un obiettivo – si può aggiungere – inesorabile,
attraverso il quale partecipiamo come dal vivo ai suoi incontri nel
cuore pulsante di una Repubblica di Weimar che si avvia al suo fosco
tramonto: da un'eccentrica, anziana affittacamere alla sensuale Sally
Bowles, aspirante attrice un po' svampita, a Otto, ombroso proletario
diciassettenne, a Natalia Landauer, rampolla di una colta famiglia ebrea
dell'alta società. Tra cabaret e caffè, tra case signorili e squallide
pensioni, tra il puzzo delle cucine e quello delle latrine, tra file per
il pane e manifestazioni di piazza, tra crisi economica e cupa euforia –
da nulla dettata e in bilico sul Nulla –, Isherwood mette in scena «la
prova generale di una catastrofe» e ci fa assistere alla resistibile
ascesa del nazismo. Non solo: cogliendo con ironia corrosiva i presaghi
rintocchi che accompagnano la grandeur di un mondo «inutilmente solido,
insolitamente pesante», ci consegna una purissima, scabra narrazione che
ci ricorda come la Storia – e ogni storia – sia sempre contemporanea.
Nel music hall della Storia
La Berlino alla vigilia di Hitler secondo Isherwood: illusioni e incoscienza danzavano sull'orlo dell'incubo
di Giorgio Montefoschi Corriere 28.4.13
Com'è
Berlino nell'autunno del 1930, quando, in cerca di ispirazione e spunti
per i romanzi che vorrebbe scrivere, vi approda dall'Inghilterra il
giovane protagonista di Addio a Berlino (Adelphi, pp.252, € 18), vale a
dire il narratore stesso: Christopher Isherwood, alla vigilia della
presa del potere da parte di Hitler e del nazismo? Cuore pulsante della
Repubblica di Weimar stremata dalla crisi economica e morente, la città
circondata dalla pianura prussiana con i suoi laghi e le sue foreste,
conserva i segni imperiali nel grande viale fiancheggiato dagli austeri
edifici storici in pietra grigia che conduce alla Porta di Brandeburgo, e
quelli di una ricchezza ormai sempre più elitaria nei vecchi palazzi
che hanno portoni tanto pesanti da dover essere spinti con due mani, o
nelle ville dei quartieri residenziali, o in quelle sfarzose e spesso
non eleganti sulle rive del Wannsee (nei cui campi da tennis Vladimir
Nabokov dava lezioni in pantaloni leggeri di flanella). Ma ha anche
quartieri miseri e sordidi, nei quali vive la borghesia che sta andando
in rovina, il proletariato affamato che vuole riscossa e vendetta dalle
umiliazioni, e guarda al comunismo, o si fa incantare dalle folli idee
dell'uomo che da lì a quindici anni trascinerà la Germania nel baratro.
Il
giovane aspirante scrittore vive, dando lezioni di inglese, in uno di
questi quartieri squallidi. Egli ha una mente «visiva»: è come «una
macchina fotografica con l'obiettivo aperto, completamente passiva, che
registra e non pensa». Alloggia in una stanza in affitto presso la
signora Schroeder insieme a una ex cantante di music hall, una donna di
facili costumi che riceve i suoi clienti in camera e lo smunto Bobby, un
ragazzo che fa il barman al Troika, un locale frequentato da
prostitute, papponi, stranieri in cerca di avventura, gigolò.
La vita
nell'appartamento-pensione dotato di un solo bagno, fra litigi, spiate e
addirittura dei furti, è soffocante. Finché un giorno, a rischiararla,
piombata da chissà dove, arriva Sally Bowles. In realtà, viene
dall'Inghilterra ed è figlia di una famiglia aristocratica — almeno così
lei dice. È a Berlino perché vorrebbe fare l'attrice. Nell'attesa —
finora ha fatto solo la comparsa in un film — canta in un locale, il
Lady Windermere e quasi ogni notte, in cambio di una cena, di un regalo o
di denaro, va a letto con uomo diverso — innamorandosi anche, talvolta.
Parente prossima di un'altra attricetta sventata, la Holly Golightly di
Colazione da Tiffany (ma lì siamo a New York, nel 1958), Sally ha un
viso lungo e magro, quasi sempre coperto di cipria bianca, incorniciato
da capelli scuri, grandi occhi marroni, le dita sporche di nicotina. Una
sera, Christopher e Fritz Wendel — l'amico che gliel'ha presentata ed è
pazzo di lei — vanno ad ascoltarla. Sally ha una voce sorprendentemente
profonda e roca; canta male, «senza espressione, le mani penzoloni
lungo i fianchi», eppure, proprio per questa sua aria noncurante, il
sorriso provocatorio di chi se ne infischia di quello che pensa la
gente, lo spettacolo ha un grande successo. Sally e Christopher
diventano molto amici, ma non di più: lei va a letto con gli uomini,
tutti (meglio se ricchi, se le promettono Hollywood); lui, tra non
molto, andrà a trascorrere una estate sul Baltico insieme a due ragazzi.
Intanto,
a volte litigano e poi si rappacificano; bevono tè e caffè dopo le
sbronze e divorano sontuose colazioni consistenti in un uovo
all'ostrica; decidono addirittura di vivere nella stessa casa; sognano
il successo: che per Sally consiste nella ricchezza, nella fama, in
ricchi contratti cinematografici; per Christopher, in un romanzo che
venderà un numero spropositato di copie. «Mi sa» — lei gli dice un
pomeriggio, fumando raggomitolata sul divano — «che deve essere
favoloso, fare il romanziere. Un sognatore, un idealista privo di senso
pratico. La gente crede di poterti fregare quando vuole, senonché poi ti
metti a scrivere un libro su di loro, dimostrando che razza di porci
sono, e hai un successo pazzesco e fai soldi a palate…». Cauto, il
futuro scrittore le risponde: «Ho idea che il mio problema sia di non
essere abbastanza sognatore…». Sally è come se non avesse sentito.
Esclama: «Ah, se solo potessi diventare l'amante di un uomo ricco
sfondato! Farei qualsiasi cosa, ora come ora, per diventare ricca».
Fuori,
però, la situazione è diversa: le banche chiudono e, nonostante le
rassicurazioni del Reich sui depositi, la gente è sgomenta e ha paura;
sui giornali appaiono titoli allarmistici; nelle strade si aggirano le
torve squadracce delle SA; di fronte ai negozi degli ebrei i giovani
nazisti avvertono chi entra: «Questo è un negozio di ebrei»; la collera
aumenta; gli ebrei vengono individuati e picchiati per strada senza che
nessuno o quasi protesti; nelle ville in riva al lago di ricchi uomini
d'affari ebrei (come i Landauer, proprietari degli enormi Magazzini
Landauer) si danno ancora feste, a un passo dalla tragedia, con
camerieri perfetti, caviale e champagne; nelle cantine comuniste
arrivano i feriti negli scontri e non si aspetta altro che la guerra
civile, perché allora arriveranno i russi e metteranno tutto a posto; la
signora Novak (nuova padrona di casa di Christopher), una povera donna
tisica moglie di un facchino ubriaco, madre di Otto, un ragazzaccio
ombroso che si fa mantenere dagli uomini, e di Lothar che è diventato
nazista, dice, in un momento di esasperazione: «Forse Lothar ha ragione.
Quando Hitler sarà al potere, ci penserà lui a dare una lezione a
questi ebreacci»; in un caffè si svolge il seguente dialogo fra un
ragazzo nazista e una ragazza: «Sì, lo so che vinceremo» dice il ragazzo
ubriaco «ma non mi basta: deve scorrere il sangue» — lei gli carezza un
braccio per rassicurarlo e gli dice: «Ma certo, caro, il sangue
scorrerà eccome. Il capo l'ha promesso, è nel nostro programma»; nei
locali si continua a ballare; gli uomini si travestono; la situazione si
fa sempre più grave; il sofisticato omosessuale comproprietario dei
Magazzini Landauer, collezionista di antiche statuette orientali, amante
della musica dei Meistersinger, muore misteriosamente — come molti
altri ebrei cominciano a morire misteriosamente — per «arresto
cardiaco»…
Addio a Berlino, pubblicato nel 1939, prima che accadesse
il finimondo, è uno dei romanzi più inquietanti del Novecento. Racconta
la terribile incoscienza della Storia. In che modo gli esseri umani
vanno incontro alle catastrofi della Storia. Ne fecero un music hall. E,
dal music hall, Bob Fosse trasse un film di grande successo, Cabaret,
interpretato da Liza Minelli: un film brioso, se è possibile dirlo,
divertente. Nel 1987, in un grosso teatro dalle parti dell'hotel
Kempinsky davano il music hall nella versione tedesca. Non aveva nessun
brio — lo ricordo benissimo —, era pesante e se vogliamo volgare.
Sembrava un vestito vecchio, fuori moda, indossato male. Ma,
quell'autunno, Berlino volava. C'erano due grandi mostre. Una,
intitolata Berlin, Berlin che celebrava i 750 anni della fondazione
della città, e un'altra intitolata Il viaggio per Berlino, che
raccontava come nei secoli si arrivava a Berlino. Due mostre belle,
importanti. Preparavano la caduta del Muro. E la collocazione di Berlino
al centro dell'Europa. E il pensiero era là.
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